La guerra e il suo uso economico

1. Guerra ed economia nella storia recente degli USA

C’è una costante nella storia economica degli Stati Uniti, ed è la stretta correlazione tra eventi bellici e ripresa dell’economia. Per rendersene conto basta leggere le statistiche del National Bureau of Economic Research. Vediamo i principali esempi di questi “legàmi pericolosi”.
a) La Seconda Guerra Mondiale
Fu soltanto grazie all’ingresso nella Seconda Guerra Mondiale e alla messa in opera della relativa macchina bellica, e non grazie agli investimenti di Roosevelt in opere pubbliche, che gli USA riuscirono a risollevarsi dalla crisi degli anni Trenta. Lo ha ribadito non più tardi di qualche settimana fa il premio Nobel per l’economia Peter North, replicando ad un incauto giornalista che faceva presenti i meriti del keynesismo per l’uscita dalla crisi degli anni Trenta: “Non siamo usciti dalla depressione grazie alla teoria economica, ne siamo venuti fuori grazie alla Seconda guerra mondiale”. Le cifre, del resto, parlano da sole. Durante il New Deal rooseveltiano la spesa pubblica civile era cresciuta dai 10,2 miliardi di dollari del 1929 ai 17,5 del 1939. Nonostante questo, il prodotto interno lordo (PIL) era calato da 104,4 a 91,1 miliardi di dollari, e la disoccupazione salita dal 3,2% al 17,2% della forza lavoro complessiva. Dal 1939 lo scenario cambia. Il sistema economico è prima tonificato dalla vendita di armi agli Inglesi ed ai Francesi (ma le grandi imprese americane, dalla Ford alla IBM, non disdegnarono di fare contemporaneamente affari anche con i nazisti), e poi definitivamente rilanciato con l’ingresso diretto degli USA in guerra (dicembre 1941): il PIL riprende a crescere, la disoccupazione viene praticamente azzerata.
b) La guerra di Corea
Finita la guerra torna la crisi economica, pur mitigata dalla domanda differita di beni di consumo accumulatasi durante il conflitto e dall’avvio del Piano Marshall in Europa. Nel 1949, comunque, gli USA sono nuovamente in recessione. Provvidenziale, nell’estate del 1950, scoppia la guerra di Corea. Il risultato è una fortissima spinta al riarmo, che porta le spese militari a toccare, nel 1952-3, il 15% del PIL. A questo enorme incremento delle spese per gli armamenti corrisponde una nuova fase di espansione economica: che nei libri di economia viene definita, per l’appunto, il “boom coreano”.
c) La guerra del Vietnam
Nel 1961, quando John F. Kennedy raggiunge la presidenza, gli USA sono in piena crisi economica. La risposta – secondo un luogo comune storiografico – sarebbe quella del “Welfare” e dell’aumento della spesa pubblica. Quello che di solito si dimentica di aggiungere è che l’82% di questo aumento è ascrivibile alle spese militari. Viene inoltre potenziata la vendita delle armi ad altri Paesi. Ma sarà in particolare la guerra del Vietnam – e le relative spese militari, tornate a superare il 10% del PIL – a ridare slancio all’economia americana. Che infatti, a partire dal 1964, conoscerà una delle più lunghe fasi espansive della sua storia (sfuggendo alle recessioni che in quegli stessi anni colpiscono l’Europa). Le motivazioni belliche di questa espansione sono così chiare che di recente un giornalista economico si è lasciato sfuggire un’affermazione come questa: “La pur magra crescita del quarto trimestre del 2000 ha conferito a Bill Clinton l’alloro di essere stato l’unico presidente dai tempi di Lyndon Johnson – ma quelli di Johnson erano tempi di guerra (del Vietnam) – a non aver conosciuto neanche un trimestre di regressione del PIL”.
d) Da Carter allo “scudo stellare” di Reagan
Già sotto la presidenza Carter le spese militari ricominciano ad accelerare il passo, cogliendo l’occasione dell’invasione sovietica dell’Afghanistan del dicembre 1979. L’accelerazione diviene frenetica con l’arrivo di Reagan alla presidenza degli Stati Uniti, e con il lancio della sua creatura prediletta, lo “scudo stellare”. Le spese per la difesa aumentano dal 1981 al 1985 del 7% all’anno, mentre la quota delle spese militari all’interno del bilancio federale cresce dal 23% al 27%. Ancora una volta, le spese per gli armamenti vengono giocate in chiave antirecessiva. Dando luogo a un curioso paradosso: mentre con una mano Reagan agita la bandiera del “meno Stato”, con l’altra dà vita ad uno dei più giganteschi programmi di spesa pubblica (a fini militari) della storia.
e) La guerra del Golfo
Con il crollo del Muro di Berlino e l’agonia dell’Unione Sovietica l’America si ritrova, di colpo, senza il “Nemico” per eccellenza. Per fortuna Saddam Hussein (ex alleato dell’Occidente nella guerra contro l’Iran) nell’agosto del 1990 invade il Kuwait. La risposta è una guerra, condotta con un enorme spiegamento di mezzi, dapprima attraverso bombardamenti, poi con un intervento terrestre dell’esercito americano. Dal punto di vista strategico si tratta di una vittoria importante per gli Stati Uniti, che consolidano la presa sulle risorse petrolifere del Golfo Persico. Il politologo americano Samuel Huntington ha così sintetizzato la situazione: “prima della guerra, Iran, Iraq, il Consiglio per la cooperazione nel Golfo e gli Stati Uniti competevano per l’acquisizione di influenza nel Golfo. Al termine del conflitto, il Golfo Persico era diventato un lago americano.”
E come al solito l’impegno bellico apporta agli USA anche immediati benefici economici. Basta guardare alle date: la guerra termina il 28 febbraio 1991; il mese successivo si conclude l’ultima recessione precedente l’attuale. Non solo: nel 1991 gli Stati Uniti (cronicamente indebitati nei confronti del resto del mondo) vantano, per l’ultima volta, un avanzo delle partite correnti.
Questa circostanza è stata rievocata con nostalgia in un recente report della Morgan Stanley. Leggiamolo: “Che cosa può ridurre drasticamente il deficit delle partite correnti americane, e per questa via eliminare i rischi più significativi per l’economia degli Stati Uniti e per il dollaro? La risposta è: un atto di guerra. L’ultima volta che gli USA hanno registrato un surplus delle partite correnti è stato nel 1991, quando il concorso dei Paesi esteri ai costi sostenuti dall’America per la guerra del Golfo ha contribuito a generare un avanzo di 3,7 milioni di dollari.” Questo report è un documento notevole, soprattutto per un motivo: perché è stato caricato sul sito internet di Morgan Stanley martedì 11 settembre, verso le 8 del mattino. Ossia un’ora prima che “l’atto di guerra” si verificasse veramente: negli stessi uffici della Morgan Stanley, situati nelle Twin Towers.

2. La guerra fa bene anche oggi

Il testo della Morgan Stanley esprime un fatto incontestabile: la guerra, già prima dell’attentato alle Twin Towers, era per così dire nell’aria. Quantomeno nella forma di una avvertita necessità economica.
Ma perché le spese militari e la guerra fanno così bene all’economia capitalistica? Qual è il vantaggio di orientare la spesa pubblica verso il “Warfare”? Vediamo.
1) Le spese per il “Warfare” possono essere facilmente giustificate anche da chi ha un approccio “liberista” in economia: anche chi rifiuti l’intervento attivo dello Stato nell’economia (ad es. proponendo tagli alle spese per l’assistenza e la sanità), potrà infatti convincere i suoi elettori che invece le spese militari vanno aumentate. Perché in questo caso è in gioco la “sicurezza nazionale”, la “vittoria sui nemici della Nazione”, ecc.
2) Le spese per gli armamenti sostengono in misura decisiva l’industria degli Stati Uniti. Le spese militari sostenute dagli Stati Uniti dalla Seconda Guerra Mondiale in poi hanno creato un “complesso militare-industriale” che non ha confronti al mondo. Le spese per il “Warfare” impediscono quindi agli Stati Uniti di dover affrontare i costi (economici e sociali) di una gigantesca ristrutturazione industriale. L’economia americana è drogata dall’industria bellica, ed è di vitale importanza risparmiarle crisi di astinenza.
3) Le spese per gli armamenti vanno ad imprese che operano in un regime oligopolistico (quando non di monopolio) e protetto dalla concorrenza straniera. Da sempre le industrie belliche sono nazionali: perciò le spese per gli armamenti si traducono invariabilmente in commesse per le imprese americane. L’esempio più recente (la notizia è del 26 ottobre) riguarda la gigantesca commessa per la fornitura di 3.002 nuovi caccia militari “Joint Fight Striker”. Si tratta della maggiore commessa militare mai effettuata dagli Stati Uniti: il suo valore è infatti di 200 miliardi di dollari, ossia 1/4 del PIL italiano. L’appalto è stato vinto dalla Lockheed, azienda che ancora pochi mesi fa era in preda ad una grave crisi, e che ora invece assumerà dagli otto ai diecimila lavoratori. L’unico concorrente era un’altra azienda americana, la Boeing.
4) Le aziende alimentate dalla spesa bellica non sono soltanto quelle che producono armi in senso stretto. La spesa bellica rilancia gli investimenti in beni di investimento e nelle tecnologie di avanguardia. E questo oggi significa in primo luogo: il settore aerospaziale, l’industria dell’elettronica (hardware e software) e l’industria dei nuovi materiali. L’alta tecnologia americana nasce dalle commesse belliche, e ancora nel 1987 il principale datore di lavoro della Silicon Valley era il colosso aerospaziale Lockheed.
5) Le armi hanno un valore di scambio: si possono vendere come ogni altra merce. Secondo l’Istituto Internazionale di Studi Strategici gli USA nel 1998 hanno prodotto oltre il 40% delle armi vendute nel mondo. Nel caso, poi, che i Paesi compratori abbiano bisogno di facilitazioni di pagamento, ci sono i sussidi pubblici all’export di armi: nel solo 1995 questi sussidi sono costati ai contribuenti americani 7,6 miliardi di dollari .
6) Si possono usare “per conto terzi”. E’ quello che è accaduto nel caso della Guerra del Golfo, per la quale gli alleati degli Americani hanno dovuto pagare un “contributo alle spese” di ben 189 mila miliardi di lire (creando l’attivo della bilancia dei pagamenti americana di cui si è detto).
7) Le armi hanno un valore d’uso. Che – singolare caratteristica – si può esplicare anche senza doverle usare: ad es. come mezzo di pressione politica, a scopo “dissuasivo” o intimidatorio. Ma le armi possono ovviamente anche essere usate (e in questo caso distruggono capitale in eccesso, facendo ripartire così l’accumulazione), soprattutto al fine di controllare aree del mondo strategiche.
Curiosamente, l’Afghanistan è proprio una di queste aree. Perché si trova tra Cina, Russia e Iran. Perché è un punto di passaggio strategico tra Europa ed Asia. E perché obbligatoriamente sul suo territorio dovranno passare gli oleodotti in grado di sfruttare le risorse petrolifere delle repubbliche ex-sovietiche (a cominciare dal Kazakhistan). Sono risorse di tale entità (si parla di 40 miliardi di barili) da consentire – a chi ne controllasse i flussi – di fare a meno anche del petrolio saudita. Oggi le Guerre Sante si fanno per un bidone di benzina.

Note

1Cfr.”US Business Cycle Expansions and Contractions”: www.nber.org/cycles/

2 Non ci occuperemo, quindi, di tutti gli interventi militari degli USA. L’elenco completo si trova in A. Roy, War is Peace, 18/10/2001 (www.zmag.org/roywarpeace.htm).

3 “North: ‘una nuova economia di guerra’” , intervista pubblicata sul Sole 24 ore del 10 ottobre.

4 Dati tratti da F. Battistelli, Armi: nuovo modello di sviluppo?, Torino, Einaudi, 1980, pp. 68-77, e da V.A. Ramey, M.D. Shapiro, “Costly Capital Reallocation and the Effects of Government Spending”, NBER Working Paper, 1999.

5 Anche dopo la fine della guerra le spese militari – pur diminuendo – resteranno a lungo attestate su percentuali del PIL più che doppie rispetto agli anni precedenti la guerra di Corea. Cfr. Ramey, cit., p. 41.

6 Il valore delle armi vendute dagli USA aumenta in 6 anni di ben 6 volte.

7 F. Garimberti, Il Sole 24 Ore, 1/2/2001.

8 Già nel numero di “Business Week” del 21/1/1980 si parla esplicitamente di “New Cold War Economy” e si ipotizza una sensibile crescita della spesa per armamenti. Cosa puntualmente avvenuta.

9 Samuel P. Huntington, Lo scontro delle civiltà e il nuovo ordine mondiale, 1996; tr. it. Milano, Garzanti, 1997, p. 374.

10 Cit. in Borsa & Finanza, 15/9/2001, editoriale di O. De Paolini.

11 Ma anche in un senso più concreto: va infatti ricordato che il 16 agosto le agenzie di stampa davano per imminente un attacco USA “definitivo” all’Iraq. E che un’inchiesta pubblicata sul Guardian del 22/9 ha messo in luce che già a luglio gli USA avevano minacciato il governo di Kabul di un attacco.

12 Sono per l’appunto queste crisi di astinenza a provocare le recessioni postbelliche.

13 Si prevede però che altri 3.000 aerei saranno venduti ai Paesi Nato, portando così la cifra a 400 miliardi di dollari.

14 “La seconda guerra mondiale e la guerra di Corea furono una manna dal cielo” per l’industria elettronica, in quanto “il Dipartimento della Difesa fu generoso di finanziamenti alle imprese locali per lo sviluppo dei circuiti integrati”. Così F. Rampini, “La culla delle dot.com ora spera nello Stato”, la Repubblica, 29/10. Che così conclude: “purtroppo ci voleva una guerra perché la Silicon Valley tornasse a sperare”. E infatti dopo l’attentato dell’11 settembre i titoli di molte società informatiche sono cresciuti anche del 30-40%.

15 J. Lottman, “Warfare vs. Welfare: Subsidies to Weapons Exporters”, in Foreign Policy in Focus, vol. 2, n. 30, marzo 1997, p. 1.