La Francia e il mondo: qual’è la destra che vince ?

*ricercatore e saggista

Quella che pubblichiamo è una versione abbreviata (a cura della redazione), dell’ampio saggio elaborato dall’autore per la nostra rivista. Chi volesse disporre della versione integrale (in francese), corredata da un maggior numero di note, tabelle e informazioni, può richiederla alla nostra redazione scrivendo a: [email protected]

La destra ha vinto! E in maniera eclatante! Le cifre sono eloquenti. La politica annunciata lo è più ancora. La destra più reazionaria socialmente, più liberale economicamente e più filo-americana internazionalmente, dopo parecchi decenni, ha condotto una campagna senza complessi, sui suoi valori, sul suo programma. Questa la destra che ha rialzato la testa alle elezioni presidenziali del 6 maggio con Nicolas Sarkozy (53%) e che ha conservato la maggioranza assoluta all’Assemblea nazionale il 17 giugno. Fino a questo momento la successione temporale del calendario elettorale ha sempre finito per favorire la maggioranza presidenziale, con il vento in poppa. I diversi sondaggi annunciavano una camera di destra con una maggioranza compresa tra i 400 e i 500 seggi su 577. In realtà, la mobilitazione delle forze di sinistra al secondo turno ha ridotto gli scarti. La maggioranza presidenziale (Ump e alleati) ottiene 346 seggi (-53), a fronte di 231 deputati di opposizione: 227 di sinistra (+49) – dei quali 190 socialisti (+ 50), 15 sommando diverse forze sempre di sinistra (+1), 19 Pc (-2)[1] e 4 Verdi (+1) – e 4 centristi. Pur se attenuata da un secondo turno delle legislative per essa deludente, la vittoria della destra in quattro riprese è chiara e strepitosa. Essa si è imposta a partire dai contenuti. Interrogati, gli elettori di Sarkozy si sono detti motivati dalla lotta contro l’insicurezza (39%) e contro l’immigrazione (29%), come per la riduzione del debito pubblico (23%) e delle tasse (21%). Coloro che, invece, hanno votato per il suo avversario, erano animati principalmente dall’intenzione di ridurre le disuguaglianze sociali (44%), di lottare contro l’esclusione e la precarietà (25%), come di difendere il sistema sanitario (23%). Questa destra muscolare è riuscita anche in una assurdità: quella di copiare, da una parte e del tutto logicamente, con il suo programma, le voci dell’estrema destra che rappresentavano il 15% dell’elettorato da un ventennio e, dall’altra, di garantirsi la collaborazione, agitando qualche citazione di passate celebrità socialiste – per offrire artificialmente un’immagine di apertura -, di qualche personalità di “sinistra”, impaziente e subalterna, ricompensate con incarichi governativi, è un caso?, nell’ambito delle questioni internazionali.[2]

LA FRANCIA NEL CUORE DEGLI SCENARI MONDIALI

Per il mondo, in effetti, questa doppia tornata elettorale ha rivelato l’importanza che esercita la Francia: sesta potenza mondiale in termini di Prodotto Interno Lordo (Pil), quinta per il commercio estero, terza per il bilancio militare, paese esportatore di armi e potenza nucleare, membro permanente nel Consiglio di Sicurezza, già centro di un impero del quale restano, principalmente in Africa, una presenza neo-coloniale, ma anche profondi legami umani tessuti nel corso della storia e attraverso l’emigrazione. La Francia gode ugualmente, malgrado il declino della sua lingua nel mondo, di un prestigio legato alla sua cultura e al suo passato, dove emerge ancora la Rivoluzione Francese. A partire da queste considerazioni, in un mondo dominato dall’imperialismo statunitense, essa funge sovente da forza di contrappeso, se non di resistenza, all’interno del blocco stesso delle potenze dominanti. Le contraddizioni inter- imperialiste, nel contesto di una chiara ottica antiegemonista, sono emerse con decisione nel grande giorno in cui la Francia si è opposta agli Usa e ai loro alleati sulla guerra contro la sovranità e il popolo dell’Iraq. Parigi ha potuto così offrire l’impressione di assumere, all’Onu, la testa di una larga alleanza, sostenuta da Mosca e Pechino, come dalle decine di paesi ostili al bellicismo anglo-americano.

UNA TRADIZIONE SOCIALE E DEMOCRATICA

Se la Francia ha potuto permettersi una tale audacia di fronte al grande fratello americano, al quale rimane legata all’interno del Patto Atlantico e al quale si riavvicina a grandi passi dopo questa stessa guerra, è anche grazie alla sua storia interna, politica come sociale, grazie a una tradizione di lotta e d’indipendenza nella quale il movimento operaio ha sempre giocato un ruolo motore, strappando alla borghesia delle libertà, dei diritti democratici, uno Stato assistenziale. E’ questo il bersaglio della controffensiva reazionaria condotta dopo gli anni ’70 dello scorso secolo da una borghesia avida di riprendere ciò che era stata costretta a concedere. Essa ha operato in un contesto nuovo, all’interno del quale i suoi attacchi (privatizzazioni, deregolamentazioni, tagli allo stato sociale in particolare) non sono apparsi più direttamente come responsabilità del governo francese, ma dell’Unione europea, presentata come una fatalità esterna, intrinsecamente animata, secondo questa propaganda, dalle migliori intenzioni[3]. Ed è naturalmente sul terreno della sua avanzata che la destra incontra gli ostacoli più seri, risvegliando, ogni volta, un movimento popolare certo sulla difensiva ma molto combattivo, come in occasione della questione delle pensioni nel 1995, per le quali la Francia è scesa in piazza, oppure l’anno scorso, contro la precarizzazione dell’occupazione giovanile, che ha trascinato milioni di giovani e meno giovani, fino a far indietreggiare il governo sul progetto di contratto di prima assunzione (Cpe)[4]. Questo spirito popolare aveva già conosciuto, poco tempo prima, un altro successo senza precedenti, vale a dire la bocciatura, il 29 maggio 2005, della bozza di Trattato costituzionale europeo (Tce) da parte del 54,64%[5] degli elettori consultati attraverso un referendum, al termine di uno straordinario dibattito nazionale e capovolgendo le previsioni dei primi sondaggi, che avevano predetto i due terzi di “sì”. Lo stupore del ceto politico europeo ha toccato il culmine. Nessuno aveva previsto “un piano B” e questo trattato, dovendo essere adottato all’unanimità dagli stati, è stato respinto. Per di più, li voto francese costituiva un “cattivo esempio” in Europa[6]. Questo avvenimento fondamentale della recente storia politica francese e europea ha rivelato questo spirito d’indipendenza del popolo francese, che in un solo colpo ha smentito tutti i partiti che sostenevano il Tce, rappresentanti poco meno del 95% dell’Assemblea nazionale, inclusa certamente la destra di governo, ma anche il Partito Socialista (al governo in 22 regioni su 26) e il suo alleato verde. Il referendum ha fatto emergere con decisione una netta contraddizione di carattere sociale, se non di classe. La maggior parte dei 15 milioni di “no” provenivano dagli strati popolari (79% di operai, 71% di disoccupati, 67% di impiegati) e dalle campagne, più poveri e meno istruiti rispetto ai sostenitori del “sì”. A sostegno del “no” si sono mobilitati i partiti più a destra e più a sinistra dello schieramento politico, così come alcune minoranze in seno ai tradizionali partiti di governo[7], in rottura con il voto politicamente corretto del “sì” incondizionato ad una costituzione federalista e ultra-liberale. La frattura tra il ceto politico e la popolazione ha operato con maggiore forza a sinistra: il 56% degli elettori socialisti e il 60% degli elettori verdi hanno optato per il “no” contro il parere dei rispettivi partiti[8]. Per questo la campagna è stata segnata da un “no” di sinistra, dal momento che la destra classica è riuscita a contenere meglio il fronte del “no di destra”. In effetti, il “no” era divenuto una sorta di espressione di disagio sul piano delle condizioni sociali, una manifestazione di ostilità nei riguardi del sistema che il “sì” rappresentava. Questo sconvolgimento politico non ha, tuttavia, provocato una ristrutturazione significativa del sistema dei partiti politici[9]. In un simile contesto, allora, le elezioni presidenziali, con le rispettive regole, abitudini e influenza delle strutture politiche, hanno mirato a chiudere la parentesi, elemento che è emerso con decisione dal voto del 2007.

ORDINE POLITICO E CRISI SOCIALE

Esse sono il frutto di una controffensiva della destra. La grande borghesia è consapevole meglio di altri di essere strutturalmente ultra-minoritaria. Perché la sua espressione politica, la destra, possa contare, essa deve ottenere i consensi non solamente dei ceti medi, ma anche di settori popolari. Il suo ragionamento è semplice. Essa deve tutelare gli interessi della sua classe con efficacia, elemento che comprende l’intelligenza di non metterli in pericolo di fronte alla maggioranza, che di tali interessi è vittima. Agli occhi di tale maggioranza, essa deve mascherare al meglio i propri intenti, onde ricercarne l’appoggio su terreni meno contradditori. Per guadagnarsi il consenso di una parte dei ceti popolari, la destra dispone di una strategia politica classica[10], comprendente molti strumenti possibili, a partire da quello di dividere e frammentare, di mettere in contrasto una parte con l’altra. Così la strategia “sicuritaria”, con le sue connotazioni frequentemente xenofobe, diventa efficace per rompere la coscienza dell’unità di classe, sia essa in formazione o ricomposizione. La specificità di Sarkozy non è quella di essersi collocato su questo percorso strategico, ma di essere riuscito ad accentuare le contraddizioni fino a portarle agli estremi, fattore di forza a breve termine, ma di debolezza sul lungo periodo. Questo non sarebbe stato possibile se non si fosse trovato di fronte a una sinistra strutturalmente debole e se non fosse stato in grado di leggere correttamente tale circostanza. Contrariamente alle apparenze, questa condizione della sinistra non è principalmente il frutto di circostanze eccezionali, di una congiuntura passeggera, anche se fattori di questo tipo hanno giocato un loro ruolo. Dal momento che è necessaria dell’audacia sul piano politico perché il Presidente più reazionario della V Repubblica possa proporre degli incarichi di ministro a dei dirigenti socialisti, pure isolati, è chiaro che alla base non può che esservi un consenso politico a questo punto tanto forte da convincere alcuni di essi ad accettare. E’ stato creando una reale dinamica di potere a destra, e non un semplice riorientamento, che egli è riuscito a sviare queste personalità di “sinistra”. Voto anti-sistema, il voto “no” al Tce aveva, in senso inverso, indicato una strada possibile, a lungo termine, in grado di minacciare il potere, un comune disagio delle classi popolari. Una eventuale accentuazione di questa sfaldatura non poteva che favorire la sinistra, e non gli euroscettici di destra, come tutta la campagna del 2005 aveva chiaramente dimostrato. Al contrario, con gli strati popolari di nuovo divisi sul dibattito sicuritario, la destra ha evitato, nello stesso tempo, tale pericolo di unità delle classi popolari[11]. Questa strategia trae origine dal nuovo ciclo capitalista iniziato a metà degli anni ’70 del secolo scorso che, a lungo caratterizzato da scenari di crisi, ha in effetti generato una rottura sociale, la marginalizzazione di intere fasce popolari. Si sono così sviluppati due fenomeni legati tra loro anche se contradditori: una disoccupazione strutturale di massa affiancata, al suo contrario, da una forte aspirazione alla sicurezza sul lavoro, alla sicurezza sociale, ai redditi (salari, pensioni…) con delle mobilitazioni concrete per soddisfare tali esigenze ma, d’altra parte, la destrutturazione sociale ha finito per favorire una miseria morale e materiale legata a forti sentimenti d’insicurezza (accentuati da una grande e orchestrata campagna mediatica), che sono all’origine di reazioni sicuritarie funzionali alla riproduzione del potere costituito. In altre parole, la destra si nutre politicamente delle conseguenze sociali che essa stessa produce. Il circuito è chiuso, tanto che la sinistra non rappresenta più l’alternativa e la speranza, ma un semplice e solo parziale contrappeso. Le esperienze di governo della sinistra (1981-1986; 1988-1993; 1997- 2002) hanno abituato il popolo di Francia per 15 anni negli ultimi 26 a misurarsi con governi guidati dal Partito socialista. La sinistra ha mostrato il suo volto d’integrazione al sistema dopo aver alimentato non poche speranze a cavallo degli anni ’60 e ‘70. In seguito all’allontanamento a data da destinarsi dell’intera prospettiva di presa del potere, non restava più che l’esercizio (per riprendere la definizione di Léon Blum, capo del governo del Fronte popolare nel 1936), con le relative variazioni e oscillazioni sul bene o sul meglio di fronte al male e al peggio. È nel corso di questo periodo che una parte del voto popolare, prima patrimonio per la sinistra, colpito dalla crisi, si è rifugiato in una prospettiva di rifiuto del sistema senza alcuna percezione di classe. Il voto sicuritario, anti-immigrati, velato dal potenziale di contestazione sociale, ha largamente consolidato il Fronte nazionale nell’ultimo ventennio ed è stato abbondantemente recuperato dalla destra classica. La duplice tradizione francese, sociale e di indipendenza, ha conosciuto allora un’innegabile sconfitta. Eppure, anche prevalendo in tutte le elezioni, questa destra sa che non avrà vita facile davanti a sé. Il suo programma anti-sociale è destinato ad urtarsi con le stesse forze che fino ad ora è riuscita a contenere ma che non sono scomparse. Il primo test è stato quello relativo alla “TVA sociale” con il conseguente dibattito suscitato tra i due turni elettorali da Laurent Fabius, che ha fatto scoppiare almeno in parte la “bolla”, svelando l’intenzione del governo di realizzare, attraverso questa imposta, un trasferimento di risorse dai ceti più poveri verso i più ricchi. Fattore di rimonta della sinistra fra i due turni, tale dibattito ha anche condotto molto velocemente la destra a dividersi, con l’ex Primo ministro Jean-Pierre Raffarin che ha minacciato di mettere in scacco il Parlamento. Il grande scarto tra gli interessi a breve e a lungo termine, come le contraddizioni portare alle estreme conseguenze, cominciano così già a manifestarsi.

UNA BIPOLARIZZAZIONE ESTREMA

In totale i primi due candidati alle presidenziali hanno ottenuto il 57% dei suffragi contro il 37% del 2002, ma questa forte polarizzazione delle due parti era in realtà disuguale, collocando, immediatamente, la destra, con cinque punti di vantaggio e l’inerzia a favore, in posizione di virtuale vincitore.

A destra: unità di classe. A destra, la formazione maggioritaria, l’Ump, creata nel 2002 dal e per il Presidente Chirac (quasi unica, poiché nata dalla fusione delle principali tradizioni della destra classica[12]), si era espressa con un plebiscito a sostegno della candidatura del suo Ministro dell’interno, Nicolas Sarkozy. Qeust’ultimo ha iniziato la propria campagna per il primo turno con la più larga coalizione riunita intorno alla destra da almeno 40 anni. La sua ascesa al potere è parsa talmente irresistibile da assorbire o lasciare di stucco anche le parti critiche all’interno del proprio partito. E’ il caso del “clan” legato a Chirac[13] o delle tradizioni più classicamente golliste. Ma, più a fondo, la vittoria di Sarkozy costituisce il frutto maturo di una lunga evoluzione della destra, del suo adattamento alle evoluzioni della grande borghesia. La famiglia politica da cui proviene è senza alcun dubbio, geneticamente, quella gollista. Quando questa si è impadronita delle redini del potere al volgere degli anni ’60 del secolo scorso, quali erano le sue caratteristiche? Sul piano interno, la promozione di una borghesia nazionale industriale, appoggiandosi su uno stato in grado di intervenire all’interno del sistema economico (attraverso una sorta di pianificazione con potenziale effetto di trascinamento); sul piano internazionale, una diffidenza, se non un’aperta ostilità, verso gli Stati Uniti e la costruzione europea, elementi ai quali si aggiungevano una decolonizzazione concessa dall’alto e il sostegno ai paesi arabi di fronte a Israele. Chi erano, in quella fase, i suoi rivali a destra (alleati o oppositori a seconda delle circostanze)? Gli atlantisti, i liberali, i cristiano-democratici europeisti, i colonialisti razzisti. Vale la pena considerare il capovolgimento di valori della destra a quarant’anni di distanza. I valori attuali di Sarkozy sono esattamente quelli degli avversari di De Gaulle, ma tutto questo non si è determinato in un solo colpo, nel 2007. L’elezione di Giscard D’Estaing e la contemporanea creazione dell’Udf, con particolare menzione per Jean Lecanuet, hanno costituito le tappe intermedie che hanno obbligato progressivamente il campo gollista, quasi ombra di sé stesso, a scendere a patti, per poi fondersi, con questa destra, accettando pezzo dopo pezzo il capovolgimento del proprio programma, semplicemente perché esso non corrispondeva più agli interessi vitali della grande borghesia franco-eurupea.

A sinistra, cancellare il ricordo del 2002. Di fronte, le forze di sinistra, che avevano ottenuto risultati positivi alle tornate elettorali successive al 2002 e che ambivano ad essere il cuore di un grande movimento popolare con i giovani, sentivano la bilancia spostarsi dalla loro parte e questo, per molti, annunciava il ritorno sull’arena. I socialisti, scottati dall’esperienza del 2002[14], hanno scelto una candidata totalmente nuova quanto inattesa: Ségolène Royal. Essa si è imposta con la massima facilità alle primarie[15] organizzate dal Ps[16], pur se di fronte si è trovata due “pezzi da novanta” del partito: Laurent Fabius, ex Primo ministro e ex Presidente dell’Assemblea, collocabile nell’ala di sinistra moderata del partito, e Dominique Strauss-Kahn, già Ministro dell’economia, di orientamento social-liberale, blairiano, filo-americano, sostenitore del”si” al Tce, non diversamente da Ségolène Royal, a lui molto vicina. Il prestigio della Royal sembrava allora irresistibile e la Francia si preparava ad osservare, per la prima volta, una donna accedere alla più alta funzione dello stato. L’elemento che ha focalizzato l’attenzione dei media è stato da quel momento il faccia a faccia prevedibile (ma non scontato)tra Nicolas Sarkozy e Ségolène Royal. Quest’ultima, dopo un fine anno euforico, ha visto interrompersi la sua marcia “irresistibile”. Essa è stata data vincente fino alla fine dell’anno e, dopo alcune settimane di campagna ha perso dai 7 agli 8 punti nei sondaggi, che pronosticavano una netta vittoria per Sarkozy (attorno al 52-55%). Dopo il primo turno delle presidenziali la sinistra aveva, di fatto, già perso, mostrando tutta la sua debolezza e raccogliendo solamente il 36,5% dei consensi con i suoi cinque candidati. Essa aveva perso 6 punti percentuali in cinque anni, malgrado una incontestabile dinamica positiva innescata da Ségolène Royal, la sola candidata in grado di essere eletta, che ha ottenuto, in un solo colpo, 10 punti in più rispetto a Lionel Jospin e due in più della somma dei tre candidati che aveva sostituito. Verdi, comunisti ed estrema sinistra ne hanno fatto le spese (-8 punti in totale). Il trauma del 2002 (l’assenza della sinistra al secondo turno e la presenza al suo posto del candidato dell’estrema destra) ha giocato un ruolo importante, accentuando la bipolarizzazione. Paradossalmente, questa stessa percezione di un voto utile anti-Sarkozy è alla base del successo del candidato Bayrou che, accreditato spesso di maggiori probabilità di vittoria in caso di ballottaggio, ha contribuito, alla fine, a sottrarre consensi alla sinistra. Ségolène Royal al secondo turno ha raccolto, nonostante tutto, all’incirca 17 milioni di voti. La candidata del Ps ha ottenuto la maggioranza di consensi fra gli strati popolari e i giovani, una sorta di eco delle recenti mobilitazioni. Sono stati gli anziani, sempre più numerosi, che hanno spostato nettamente l’ago della bilancia, accentuando una sfaldatura tra la popolazione attiva e quella in pensione. Questa sconfitta è giunta dopo anni di speranze nutrite dalle lotte sociali e dalle tornate elettorali intermedie, che sembravano annunciare una sinistra trionfante. Nel 2002 la sconfitta della sinistra era apparsa come la logica sanzione rispetto al governo di “sinistra plurale” uscente. Nel 2007 la bilancia avrebbe dovuto spostarsi. Questa nuova sconfitta è dunque abbastanza umiliante, anche se le cifre restano molto dignitose se paragonate al 2002, come anche in termini di voti rispetto al 1995. È , di fatto, la prima volta dal 1981 che l’asse politico non si sposta e la destra può a buon diritto gridare vittoria. Secondo ogni evidenza, non c’era a sinistra un equivalente rispetto alla destra sarkozista: una sinistra dinamica, disinibita, unita e sicura di sé. La lezione non è che la più severa. La destra non ha battuto una sinistra in ascesa addolcendosi, ma indurendosi! Dopo lo choc delle presidenziali, alla sinistra nel suo insieme non restava dunque che gettarsi nella battaglia per le legislative del 10 e 17 giugno cercando essenzialmente di limitare i danni, mentre già si affilavano i coltelli per le successive rese dei conti. Essa è uscita, in definitiva, meglio del previsto, pur senza invertire, tuttavia, la tendenza.

DEBOLEZZE A SINISTRA

Se le discussioni dopo la sconfitta hanno avuto accenti anche positivi per l’andamento della sinistra – scelta dei candidati, tipo di campagna ecc. -, le cifre indicano che, lungi dall’essere l’effetto di una congiuntura, questa sconfitta s’inserisce piuttosto in un processo di indebolimento tendenziale della sinistra a partire dal 1981. Essa, in effetti, è scesa ai livelli più bassi degli ultimi 35 anni. Al suo interno, il peso relativo della socialdemocrazia classica si è ulteriormente accresciuto. Il potenziale della sinistra radicale si è ridotto dal 14% del 2002 al 9% e nessun candidato ha superato lo sbarramento del 5%[17]. Se lo spazio dell’opposizione è più ampio di quello del primo turno, lo si deve unicamente a un candidato centrista, emerso dai ranghi della destra, che ha persino minacciato di soffiare il secondo posto alla candidata socialista. Le evoluzioni qualitativa e quantitativa della sinistra francese vanno di pari passo. L’indebolimento di lunga durata del suo nucleo operaio e comunista ha trascinato l’insieme dietro di sé. Il tasso di sindacalizzazione è tra i più bassi d’Europa (dal 7 all’8%). La desertificazione sindacale si è allargata alle parti essenziali del settore privato, con la logica conseguenza di spostare consensi verso destra (53%), contrariamente a quanto avvenuto nel settore pubblico (57% alla sinistra). Da un punto di vista concreto, è difficile non constatare che possa esistere una correlazione tra le dinamiche in atto presso gli strati salariali e il voto comunista a un primo livello, e, subito dopo, le ripercussioni sull’insieme della sinistra. Il Pcf non ha perduto i propri voti in maniera continua, con una sorta di lenta dispersione, ma per parti ben identificabili. Esso, in effetti, è passato in 30 anni da più del 20% a meno del 5. Questi quindici punti sono stati persi per la quasi totalità in momenti chiave della storia della sinistra francese[18], a partire dall’ascesa al potere, nel 1981, di Francois Mitterrand come primo Presidente credibile di sinistra (Pcf calo del 4%). Gli altri due momenti, senza trarre conclusioni generali e astratte, sono ben individuabili e corrispondono alle due partecipazioni al governo. La prima (1981–1984) ha costretto il Pcf a un nuovo arretramento (-5 punti) nel 1986, e la seconda (1997-2002) a un ulteriore calo di 5 punti percentuali. Totale: -14 punti. L’arretramento delle forme organizzate della sinistra è regolarmente mascherato da spettacolari esplosioni di movimenti sociali e di movimenti d’opinione, impressionanti e puntuali, relativamente ben canalizzati poi dai grandi apparati politici. Il peso di questi movimenti (talvolta milioni di manifestanti) contrasta poi con l’estrema modestia delle strutture unitarie recentemente determinatesi.

PERSONALIZZAZIONE E MEDIATIZZAZIONE

Questa elezione rivela ugualmente delle evoluzioni in profondità al vertice del potere politico. L’elezione a suffragio universale diretto è stata in 40 anni il riflesso, per i suoi risultati, dell’evoluzione della società, dei suoi mutamenti repentini, così come l’ha anche modellata di rimando in modo strutturale. La personalizzazione estrema della vita politica privilegia gli effetti di novità (espressione moderna del miraggio dell’uomo o della donna mandato dalla provvidenza) che, per natura, sono effimeri. Questo fenomeno conduce anche alla “presidenzializzazione” dei partiti e alla loro relativa cancellazione al di fuori di questo ruolo di selezione/legittimazione/ mobilitazione elettorale. Questa mediatizzazione offusca ancora la posta politica in gioco, sopravvalutando le caratteristiche della personalità (in positivo o in negativo). Per la prima volta nel 2007, la vita privata, la stessa vita di coppia dei due candidati, ha occupato per un periodo la ribalta della scena politica. La tradizione francese è restia a questa americanizzazione della vita politica, che tuttavia si è parzialmente imposta. Ora, lo stile non è una dimensione neutra, una frazione del tempo dalla geometria variabile, di cui chiunque potrebbe fare uso a suo piacimento. Esso esprime i valori dominanti di una società. Il breve termine, la familiarità mediatica, l’iperattivismo estroverso ecc… sono chiaramente i simboli esteriori di un certo tipo di società ultraliberale e individualista. È Sarkozy che porta naturalmente tutto questo con sé. Iperattivo e sempre sulla cresta dell’onda, egli finisce col convincere di incarnare la rottura con l’immobilismo quando invece è il candidato diretto del sistema in carica, cercando di sedurre contemporaneamente quelli che se ne approfittano e quelli che ne soffrono. Con Sarkozy, ora, anche l’organizzazione di governo sposa il suo stile ed è apertamente presentata come di ispirazione americana: iper-centralizzatrice e personalizzata, all’antica modestia del Parlamento condotto alla sottomissione si aggiunge ormai un Primo ministro che funge, d’ora innanzi, da capo di gabinetto del Presidente, anziché “dirigere l’a – zione del governo” che “determina e guida la politica della nazione “, come precisa la Costituzione.

LA DESTRA MARGINALE

Questa concentrazione e personalizzazione della destra ha avuto effetti collaterali: da una parte, confinare l’estrema destra e il suo vecchio leader nella marginalità; dall’altra, respingere il centro verso la sinistra che lo ha gonfiato artificialmente. Di fatto, l’offensiva reazionaria del nuovo Ump aveva aperto progressivamente uno spazio politico al centro- destra per i suoi alleati dell’Unione per la democrazia francese (Udf), d’ispirazione democristiana, che, con il loro leader François Bayrou, si è gettata nella mischia con un atteggiamento di opposizione crescente al governo (dove tuttavia era rappresentata), avvicinandosi a una impostazione social-liberale. Ma il suo notevole successo alle presidenziali, 18,6%, vale a dire dieci punti meglio rispetto al 2002, non gli ha permesso di accedere al secondo turno dove, stando almeno a certi sondaggi, avrebbe avuto più possibilità di conseguire risultati rispetto a Ségolène Royal. In seguito, il sistema elettorale delle legislative si è incaricato di ridurre meccanicamente questa influenza. Ai deputati del suo gruppo parlamentare, eletti in precedenza grazie ad accordi con l’Ump, è stato ingiunto di scegliere fra quest’utlimo e François Bayrou. Essi si sono riallineati in massa per non perdere i loro seggi (22 deputati su 29). Bayrou dunque ha creato un nuovo partito, il Movimento democratico (Modem), il quale, sebbene abbia raccolto ancora quasi l’8% dei voti, non ha ottenuto che 4 seggi, situazione che è stata percepita, nondimeno, come un piccolo successo, tenuto conto del modo di scrutinio e dell’assenza di un accordo con la sinistra. Altra vittima del concentrarsi della destra attorno a Sarkozy, il Fronte nazionale di Jean-Marie Lepen, la cui forza si era consolidata negli anni ’80 sui temi della sicurezza e dell’ostilità all’immigrazione. Il suo partito ha un bel da protestare e da reclamare i diritti d’autore su Sarkozy, ma è quest’ultimo ad aver raccolto i voti. Al primo turno delle presidenziali, colui che cinque anni prima aveva creato la sorpresa e il terrore nazionale risulta il più grande degli sconfitti, 6 punti in meno (che divengono quasi 9 contando l’adesione di B. Megret) con il 10,5%. Il fenomeno si è amplificato alle legislative, dove con meno del 5% si ritrova a prima della sua costituzione, più di vent’anni addietro. Le sue idee hanno permeato un potere che non ha più bisogno di lui. I suoi elettori sono rassicurati dal fatto di aver trovato colui che poteva realmente metterle in opera, situazione assai più utile della semplice propaganda[19].

DISPERSIONE E PSICODRAMMA DELLA SINISTRA “ANTI-LIBERALE”

A sinistra, le vittime della polarizzazione- personalizzazione del quadro politico sono, praticamente, tutte le forze ad eccezione del Ps. Il peso del voto “non di sinistra” al Tce, il movimento anti-Cpe di marzo – aprile 2006 e altri indicatori sembravano favorire nel 2005-2006 la prospettiva di un allargamento dell’elettorato alla sinistra del Ps. In diversi ai massimi livelli sognavano una candidatura comune e un forte riequilibrio a sinistra in suo favore, con un capitale elettorale che poteva collocarsi molto al di sopra del 10%[20]. Ma alla fine del 2006 l’unità e la coerenza avevano ceduto il posto alla dispersione e alla confusione. Le formazioni di matrice trotzkista hanno giocato un ruolo non secondario in questo scenario. Molto rapidamente la possibilità di una candidatura unica a sinistra del Ps è stata respinta dal Lutte ouvrière (Lo), piccolo gruppo marginale ma con una proiezione mediatica[21], forte di un manifesto elettorale di primo piano con Arlette Laguiller, decana dei candidati (dal 1974!), ma soprattutto forte di una legittimità acquisita nel 2002. Laguiller allora è giunta prima tra i candidati a sinistra del Ps con il suo migliore risultato (5,7%). Alcuni sondaggi le attribuivano un risultato addirittura superiore al 10%. Il suo partito ha annunciato, senza sorpresa, il cavaliere solitario, scelta di principio, presentando di nuovo la sua candidata autorizzata. Anche la Lega comunista rivoluzionaria (Lcr) ha preferito correre da sola nonostante i suoi contatti continui con altre forze di sinistra[22]. Con i propri militanti emarginati[23] quasi quanto la concorrente, ma sovente alleata, Lo, la Lcr aveva raccolto nel 2002 più del 4% dei consensi, un risultato davvero sorprendente, ma con un profilo diverso: quello di un giovane sconosciuto di 27 anni, Olivier Besancenot, una vera sorpresa. Quest’ultimo era riuscito a superare persino il candidato comunista, Robet Hue, e sembrava poter riprendere a grandi passi, nelle ultime settimane, la stessa Laguiller, in perdita di vitalità. Se la Lcr condivide con Lo una stessa matrice ideologica trotzkista, essa possiede una cultura politica quasi inversa, o quanto meno assai differente, più permeabile e intellettuale, potendo contare su quadri influenti non provenienti dal movimento operaio. Sulla base di alcune decisioni recenti, essa lascia trasparire anche la ricerca di una certa rispettabilità a sinistra[24]. Con un terzo candidato proveniente dalla stessa famiglia politica, l’estrema sinistra nel 2002 ha ottenuto 3 milioni di voti e il 10,4%, due volte di più rispetto al 1995, e soprattutto un risultato unico negli annali. Nel 2007 questo spunto è stato annullato con un ritorno al 5,8%. Il successo precedente non aveva, come evidente, condotto nel frattempo ad alcun radicamento sociale significativo. Questa sinistra radicale è persino più fragile, più timida di quella dei suoi predecessori degli anni ‘70 e la sua incapacità a crescere organizzativamente costituisce una manifestazione ulteriore dell’evoluzione mediatica del sistema politico, come del vuoto politico lasciato dal vecchio Pcf, vuoto non colmato a sinistra dal punto di vista sociale e organizzativo, ma solamente – e molto parzialmente peraltro – dal punto di vista elettorale. Al contrario, queste due formazioni sono riuscite a conquistare un posto incontestato nel dibattito politico. Lo ha rafforzato la legittimità della sua prospettiva di classe contro classe, riuscendo, nel 2007, ad approvare per la prima volta un appello a votare per il Ps al secondo turno. Lcr è stata in grado di consolidare il proprio ruolo anche maggiormente: grazie ad una buona esposizione mediatica, Benancenot ha preso il posto di Arlette Laguiller, conquistando un voto giovane e popolare, una vera spinta in vista delle legislative. Egli è riuscito ad estendere la propria influenza, raddoppiando sovente i propri risultati e ottenendo una media del 2%, contando sulla maggioranza dei classici voti della sinistra radicale, figurando sovente in testa alla sinistra del Ps.

IL PCF E GLI ANTI-LIBERALI

Dopo il lancio delle candidature Laguiller e Besancenot, l’idea di una struttura, di un programma e di candidature comuni non è stata più sostenuta nel corso del 2006 che dal Collettivo nazionale d’iniziativa per un raggruppamento anti-liberale, lanciato l’11 maggio 2006 e comprendente 800 comitati locali sorti nel corso della campagna per il “no” al Tce. Esso comprendeva: il Pcf, alcuni pic- coli gruppi e individualità provenienti da altre numerose organizzazioni politiche, sindacali o associative, la minoranza detta “unitaria” della Lcr e una corrente socialista di sinistra[25]. Dopo mesi di sforzi, il progetto è crollato alla fine dell’anno. I comunisti, potenzialmente maggioritari all’interno del movimento, hanno deciso di proporre, come candidato alle presidenziali, la loro Segretaria nazionale, Marie-Georges Buffet, già ministro. Un referendum tra gli iscritti al Pcf aveva approvato la candidatura con più del 96%[26]. Malgrado l’indebolimento considerevole del Pcf, questa percentuale corrispondeva a quasi 60.000 voti, cifra paragonabile a quelle di ciascuno dei tre candidati socialisti alle primarie[27]. Essa si è trovata di fronte a due altri candidati: Yves Salesse, animatore esperto di un Club di riflessione, ma sconosciuto al grande pubblico, e Clémentine Autain, una giovane assessore socialista di Parigi, femminista, vicino al movimento rifonda – tore del Pcf. La modalità di scrutinio, malgrado la loro complessità (non si votava nello stesso modo in tutti i comitati!), hanno fatto comunque emergere una chiara maggioranza per Marie-Georges Buffet, stimata attorno al 63% dei partecipanti[28]. La riunione nazionale (un vero congresso) che avrebbe dovuto designare il candidato, non ha deciso nulla. Da quel momento si è manifestata una duplice collera reciproca. Da parte della minoranza, comprendente alcuni comunisti, si è accusato il Pcf di avere voluto imporre il loro rappresentante, impedendo di concretizzare un accordo ai massimi livelli secondo il quale il candidato avrebbe dovuto essere scelto in modo “consensuale”[29]; da parte della maggioranza, si è insorti contro dei rigurgiti qualificati come “anticomunisti”, un pretesto insomma per contestare un voto maggioritario e legittimo solo perché il suo vincitore era la Segretaria nazionale del Pcf. Il conflitto di legittimità è stato accresciuto dalla debolezza degli effettivi di questi comitati, meno di 17.000 partecipanti, cioè molti meno dei soli aderenti al Pcf invitati tuttavia a prendervi parte. Nello scompiglio, i comunisti rimangono a votare una seconda volta per confermare o invalidare la candidatura di della Buffet. La partecipazione è diminuita un po’, circa il 20% degli iscritti (sensibili alle argomentazioni della minoranza) hanno chiesto il suo ritiro, ma questa candidatura ha tuttavia ricevuto ancora il sostegno di 40.000 votanti (l’81% di quanti si sono espressi) [30]. La rottura era consumata. 300 degli 800 comitati si sono riuniti il 20 e 21 gennaio, lanciando, non senza contraddizioni interne, la candidatura[31] di José Bové[32], con la previsione, almeno da parte di alcuni, di dare vita a una ulteriore e nuova formazione politica… (che potrebbe essere, secondo l’espressione di Yves Salasses, meno “dipendente del movimento operaio”).

COMUNISTI DIVISI

Questo psicodramma di fine 2006 si spiega in gran parte con l’intreccio del dibattito che ha attraversato la sinistra della sinistra (unità e/o diversità) con quello più specifico che ha attraversato i comunisti (identità e/o allargamento). Per decenni il Pcf ha catalizzato senza concorrenza il voto della sinistra più operaia, popolare e radicale. Dopo un periodo d’indebolimento, il Pcf ha iniziato, a partire dagli anni 90, una “mutazione” sul piano ideologico e organizzativo, per poi entrare poco dopo nel governo detto della sinistra plurale (1977-2002). In meno di un decennio questa doppia ricerca di legittimazione, sforzandosi di cacciare gli spettri del passato, ha condotto ad un risultato inverso da quello previsto: dimezzamento dei consensi sul piano elettorale[33] e più ancora in termini di effettivi (divisione per tre). Di più, questo partito tradizionalmente militante e disciplinato è risultato nettamente demoralizzato e diviso[34], fattore che a sua volta ha contribuito ad indebolire e dividere la sinistra nel suo complesso. Questa generale evoluzione del Pcf ha segnato il successo posticipato delle concezioni avanzate negli anni ‘70 e ’80 e comunemente conosciute a livello internazionale sotto il nome di eurocomunismo prima, e di gorbachevismo poi. Parecchie componenti minoritarie di questo tipo sono da allora comparse: “rinnovatori”, “ricostruttori”, “rifondatori”, richiamando solo quest’ultima corrente che ancora esiste in seno al PCF[35]. I loro punti comuni erano: la rimessa in discussione della tradizione leninista del partito, la critica dei suoi rapporti internazionali (Unione Sovietica…), la ricerca di una maggiore unità con i socialisti e un’attenuazione della critica nei confronti del capitalismo, per valorizzarne le conquiste. Se le prime due caratteristiche sono tuttora rivendicate e occupano un posto di primo piano negli orientamenti del Pcf degli anni ’90, al contrario le ultime due sono meno in voga. All’alleanza privilegiata con il Partito Socialista, altri hanno preferito un’evoluzione più « movimentista » (il rigetto del partito leninista che si evolve verso la diffidenza nei riguardi del partito in quanto tale), ritrovando in questo progetto una certa estrema sinistra. Le due vie conservano in comune la rivendicazione di una rifondazione, ma con compagni di strada diversi, avendo come minimo comune denominatore il considerare superata l’esperienza del Pcf. Per reazione contraria, il Pcf, progressivamente trasformato, ha generato correnti critiche di sinistra[36], che si sono moltiplicate in una serie di successive rotture, il cui totale è cresciuto dal 5% al 45% circa nel corso del congresso, con un decollo a partire dalla critica dell’esperienza di governo e il crollo elettorale che ne è conseguito. Fino al 2006, la maggior parte dei sostenitori, convinti della necessità di fermare la diluizione e la perdita di identità del loro partito, si sono mobilitati per la presentazione sistematica di candidature comuniste in tutte le elezioni. Hanno aderito, su queste basi, alla candidatura di MG Buffet alle presidenziali, pur senza rinunciare alle loro critiche di fondo[37]. Naturalmente, la scelta di confermare la candidatura della Buffet alle presidenziali ha provocato conseguenze all’altro estremo dello spettro interno: il 18 dicembre 2006 i sei rappresentanti della componente dei “ rifondatori” (ribattezzata “comunisti unitari”) si sono dimessi in blocco dal Comitato esecutivo nazionale del Pcf (una specie di grande ufficio politico di una quarantina di membri). Il centro di gravità interno si è spostato. La candidatura comunista, accreditata del 2%-3% nei sondaggi, è stata lanciata. Se il Pcf aveva, nel 2002, raggiunto le profondità sconosciute fin dalla sua creazione di un risultato minuscolo pari al 3,6% (- 5 punti), si poteva allora pensare di non essere che la vittima passeggera di una esperienza di governo fallimentare. Il partito è risalito leggermente alle successive elezioni legislative (5%), tenutesi poco dopo, ma perdendo la metà dei voti rispetto al 1995. Con l’1,9% ottenuto nel 2006 il dubbio non è più permesso. Questo risultato dimostra una volta per tutte che non esiste alcuno zoccolo comunista indipendente da fattori congiunturali e che nessun semplice aggiustamento avrebbe fatto riapparire spontaneamente un elettorato comunista naturale, che si sarebbe solo momentaneamente allontanato. In quel momento, la prospettiva delle legislative di giugno, scrutinio naturalmente più favorevole al Pcf rispetto alle presidenziali grazie al suo insediamento locale, minacciava di provocare un nuovo effetto demotivante, come peraltro previsto dai sondaggi: valutando un risultato alle legislative di circa un punto e mezzo percentuale in più rispetto alle presidenziali, come nel 2002, il Pcf si sarebbe fermato intorno al 3%. Quando, infine, dalle urne è uscito il 4,7%, il risultato più debole nella storia del partito, questo dato ha paradossalmente assunto la connotazione, agli occhi di tutti gli osservatori e soprattutto nel cuore dei militanti, di una specie di resurrezione. In termini di seggi, che i sondaggi prevedevano persi per la metà, 18 deputati su 21 sono stati rieletti. Per di più, alcune rielezioni nei vecchi feudi si sono rivelate clamorose, come quella del Presidente del Gruppo comunista all’Assemblea, Alain Boquet, passato dal 39 al 47% al primo turno e rieletto al secondo con il 69% (+4). Nello stesso tempo, questa concentrazione dell’elettorato comunista sottolinea ugualmente l’ampiezza dei risultati marginali in numerose circoscrizioni. In questo contesto, il voto comunista non appariva più configurarsi con un blocco elettorale e sociale massiccio distinto a sinistra, come era stato per decenni, ma come una semplice opzione credibile per essere portata, in determinate situazioni, di fronte alla destra, atteggiamento nettamente distinto rispetto all’estrema-sinistra nelle zone rosse tradizionali, una volta registrato il fatto che quest’ultima dimostra la tendenza a superare il Pcf nelle zone meno rosse e persino bianche.

EVOLUZIONE DELLA SINISTRA

Dopo la duplice sconfitta, anche se il 2° turno delle elezioni legislative si è rivelato più positivo del previsto, il Ps si attorciglia tra le sue tentazioni centriste[38] e le componenti unitarie a sinistra, tra la legittimazione dei suoi dirigenti e quella della sua candidata infelice[39]. La sinistra antiliberale è nebulizzata. Quanto ai comunisti, essi preparano un congresso per la fine del 2007. La Segretaria nazionale riassume così, nel suo rapporto al Consiglio Nazionale del 22 giugno, le diverse ipotesi in campo per quanto concerne l’avvenire del Pcf: “Diverse idee sono state espresse, come quella di deci – dere la formazione di un nuovo partito, di superare l’attuale e di fondarne uno nuovo con altri sull’esempio della Die Linke, di riaffermare l’esistenza del Pcf quale premessa indiscutibile ad ogni di – battito in materia, o ancora di riflettere, questa mi sembra una via, a partire dal potenziale attuale del partito comunista, per valutare cosa potrebbe essere una forza comunista oggi”. Ognuna di queste opzioni sarà oggetto di una o più prese di posizione di gruppi di dirigenti e militanti. Questo dibattito si esprimerà nel corso di un Congresso straordinario previsto per dicembre 2007 e un successivo Congresso ordinario nel 2008. I Verdi sono ridotti ai minimi termini. Ovunque la parola d’ordine che si sente è rifondazione, utilizzata da tutte le componenti per rilanciare qualche cosa di nuovo, raggruppare gli uni o gli altri, un bisogno di unità a geometria variabile, che produce in un primo tempo un movimento generale di dispersione, con l’intima convinzione che cambiando i nomi e le carte, rimescolando tutto, il gioco possa automaticamente chiarirsi e la prospettiva determinarsi con evidenza. Le carte sono quelle della debolezza organica della sinistra: sul piano sociale e organizzativo, in profondità e non solo in superficie. La vittoria alle prossime elezioni può essere certamente alla sua portata. Per cambiare la società manca invece l’essenziale.

LA FRANCIA E IL MONDO, DOMANI

Che ruolo può giocare questa Francia a livello internazionale, e in primo luogo sul punto centrale dei rapporti con gli Stati-Uniti d’America? Il Presidente gioca un ruolo istituzionale e reale essenziale nel campo delle relazioni internazionali e della difesa. “Il mio attacca – mento alle relazioni con gli Stati Uniti è n o t o, ha sottolineato con enfasi Sarkozy, e in Francia mi sono state mosse anche delle critiche. Io non sono un vile. Assumo questa amicizia, sono fiero di questa amicizia (…). Io la ri – vendico”. La personalità dell’eletto chiarisce assai di più il rapporto delle forze attuali, piuttosto che un eventuale quadro futuro. Il generale De Gaulle si era fatto eleggere per controllare l’Algeria francese ed è stato lui a concederle l’indipendenza nel 1962. Nel frattempo, otto anni di guerra di liberazione avevano deciso diversamente. Nicolas Sarkozy segna un ulteriore esaurimento della tradizione gollista al vertice dello stato, in parte conservata da Jaquas Chirac. E pertanto egli non può, non più, ignorare le opinioni maggioritarie del paese: il 75% dei francesi auspicano una politica estera autonoma rispetto agli Stati-Uniti. Il suo programma internazionale è destinato a trovare i sostegni più consistenti, almeno in un primo tempo, soprattutto fuori dalla Francia. George W. Bush, sempre più isolato nella scena internazionale come nel suo paese per la guerra contro l’Iraq, può rallegrarsi, alla fine, con ragione di avere un amico sincero e devoto alla Presidenza della Francia e un Ministro degli esteri, il socialista Bernard K o u c h n e r, sostenitore dell’ingerenza umanitaria, già governatore del Kosovo riconquistato dalla Nato. Il consenso all’ordine imperiale regna dunque tranquillo, almeno in apparenza, a Pargi. Ségolène Royal ha, da parte sua, ripreso la tradizione socialdemocratica moralizzatrice: democrazia e diritti dell’uomo, con l’aggiunta di altri valori ritenuti “europei” da contrapporre a una certa “barbarie” proveniente dal resto del mondo, dove Cina, Russia, India e Iran sono aspramente condannati e presentati come dei pericoli. Gli Stati Uniti rimangono, al contrario, alleati. “Essi sono là, ha detto essa, potenti, amichevoli, generosi” con qualche piccola ombra, perché essi sono “por – tati talvolta all’errore per il peso stesso della propria potenza”. Nonostante questo, “noi vivremo con loro, con un’alleanza solida, affidabile ma senza più complessi”. Se esiste una vera differenza in fatto di politica estera, in futuro essa poggerà meno su quegli slanci di autonomia e moralità, in nome dei quali la Francia, trascinata dagli uni o dagli altri, ha agito in passato – diverse conquiste coloniali “emancipatrici”, guerre di “pacificazione” o, più recentemente, bombardamenti punitivi -, piuttosto che sulla forza di espressione di quest’anima francese amante della libertà e dell’indipendenza, sospettosa della vistosa potenza americana. Oggi, come tanti altri grandi valori che fanno riferimento alla fraternità, all’uguaglianza e alla solidarietà internazionalista, anche quest’anima sembra faticare a raggiungere i vertici dello stato. Essa potrebbe, pertanto, essere pronta a uscire appena possibile, questa volta, un’altra volta, più tardi forse.

Note

1) 18 dei quali del Pcf o apparentati con esso e 1 deputato del Partito Comunista di Reunion.

2) Quattro componenti del governo tra cui Bernard Kouchner, Ministro degli affari esteri ed europei, e Jean-Marie Bockel, segretario di Stato alla cooperazione.

3) Si trova anche una forte componente popolare di destra su posizioni euroscettiche, ma essa non è l’espressione degli interessi economici dominanti.

4) Tale contratto aveva come obiettivo la destrutturazione del Codice del Lavoro attraverso una decisa precarizzazione del lavoro giovanile. Introdotto con un’azione di forza dal Parlamento nella notte tra l’8 e il 9 febbraio 2006, nel quadro di un impianto legislativo più ampio, questo progetto ha provocato mobilitazioni giovanili in tutta la Francia contro l’arbitrarietà e l’arretramento delle conquiste sociali. Sciopero generale degli universitari e scioperi nel mondo del lavoro, con crescenti manifestazioni (fino ai 3 milioni del 4 aprile!). Alla fine, il progetto è stato ritirato dal Presidente della Repubblica il 10 aprile.

5) Partecipazione al voto: 64,39%, pari a quasi 29 milioni di elettori.

6) Poco dopo, un referendum simile nei Paesi Bassi ha visto una vittoria dei “no” ancora più netta e schiacciante (61,5%), mentre diversi altri paesi, dove i sondaggi davano ormai per certa la sconfitta dei sostenitori del Tce, hanno rinunciato alla consultazione popolare.

7) Il gruppo maggiormente significativo è stato senza dubbio l’ala sinistra del Ps guidata da Laurent Fabius.

8) Tale manifestazione di rottura tra base e vertice ha trovato conferma, pur se in forma attenuata, all’interno dei partiti. Nel Ps il 42% di “no” e il 58% di “si”. Nei Verdi, 42% di “no” contro 53% di “si”, e il resto per l’astensione.
9) Nelle primarie del Ps, ad esempio, il solo candidato a favore del “no”, che avrebbe potuto pretendere di rappresentare il 42% dei “no” espressi nel partito, è arrivato ultimo, lasciando più dell’80% dei consensi agli altri due candidati favorevoli al “si”. Allo stesso modo, nel secondo turno delle primarie dei Verdi, i due candidati erano entrambi sostenitori del “sì”.

10) L’altro grande strumento è il nemico esterno, con guerre e relative espansioni coloniali.

11) Il sondaggio LH2, Libération del 24 aprile, collocava Sarkozy in testa nel voto operaio con il 29% (15 in più rispetto a Chirac nel 2002), scalzando dal primo posto Le Pen, al 15% (-11). L’inchiesta di Ipsos attribuisce, da parte sua, il 23% a Le Pen e il 21 a Sarkozy. Il totale della sinistra è rispettivamente del 31 e 34%, al di sotto della media generale. I risultati assai elevati di Bayrou, 18 e 16%, contribuiscono largamente a spiegare la differenza. Al secondo turno il voto operaio e impiegatizio è andato in maggioranza a sinistra anche se di poco, mentre, ad esempio, Sarkozy ha ottenuto l’81% tra gli artigiani, i commercianti e i piccoli imprenditori.

12) Unione per un movimento popolare (Ump), frutto della fusione tra il vecchio partito gollista (Rpr), i liberali di Democrazia Liberale e la maggioranza dei democristiani dell’Udf.

13) Rappresentato dall’ex Primo ministro Dominique De Villepin che, elemento sintomatico della complessità della destra francese, si è distinto quando era Ministro degli affari esteri da un confronto all’Onu con gli Stati Uniti, terreno sul quale Sarkozy manifesta, al contrario, sostegno a Washington e alla politica Usa. Sul fronte interno, sostenendo il “Cpe”, De Villepin ha mostrato la sua ferma impostazione liberale, a sostegno della deregolamentazione e dell’abbattimento dei diritti sociali. Quando la misura adottata era divenuta talmente impopolare da minacciare la destra, Sarkozy ha ritirato il proprio sostegno al governo del quale pure faceva parte.

14) Causa lo scarso risultato, il candidato socialista, Lionel Jospin, non è arrivato al ballottaggio, lasciando che fosse l’estrema destra a sfidare Jacques Chirac.

15) I dibattiti si sono tenuti davanti agli schermi televisivi, accentuando così la personalizzazione.

16) Il 16 novembre, su 180.558 votanti, Ségolène Royal si è imposta con 108.807 voti, pari al 60,65%, contro 37.118 di Dominique Strass-Kahn (20,69%) e 33.487 di Laurent Fabius (18,66%). Il Ps ha raggiunto 218.000 iscritti, 100.000 in più in un anno grazie all’abile decisione di proporre la tessera del partito ai nuovi aderenti per farli partecipare alle primarie, in un contesto di forte esposizione mediatica della candidatura della Royal.

17) Tale sbarramento consente il rimborso di alcune spese elettorali.

18) Le analisi comunistologiche hanno essenzialmente legato il calo del Pcf alle relazioni con l’Urss. Dopo l’incontro tra Breznev e Marchais del gennaio 1980, nel quale il Pcf ha ribadito il proprio sostegno all’Urss sull’Afghanistan, si può notare un calo di consensi in alcune tornate elettorali, ma nel 1981 il Pcf si collocava ancora intorno al 16%. L’ascesa di Gorbacëv non ha portato alcun elemento positivo, così come la caduta dell’Urss e le dichiarazioni del Pcf non hanno per nulla pesato su un processo tutto interno all’evoluzione della società e della sinistra francesi.

19) Jean-Marie Le Pen aveva causato uno choc arrivando “secondo” nel 2002, allontanando di fatto, per la prima volta dal 1969, la sinistra dal secondo turno. Il Fronte nazionale, partito fascista, xenofobo, di estrema destra, ha raccolto un voto di malcontento popolare, che spesso al secondo turno (dal 20 al 30%) si riversa sulla sinistra contro la destra classica, con l’astensione degli altri. Al contrario, i suoi sostenitori rimangono collocati tra i ceti medi e la piccola borghesia, mentre i suoi quadri dirigenti sono chiaramente di estrema destra. A titolo informativo, Le Pen ha tutto sommato meno “audacia” demagogica di Hitler il cui partito si chiamava “socialista”e “dei lavoratori”. In questi ultimi anni, il Fronte nazionale, con la figlia del capo, Marine Le Pen, ha cercato di riportarsi al centro (non esitando a dichiararsi di centro destra! Dicendo persino di ispirarsi “socialmente” alla sinistra e solo ( !) “économicamente” alla destra ecc.), fatto che ha permesso a Philippe De Villiers, della destra tradizionalista e religiosa, di occupare vantaggiosamente il terreno della campagna anti-immigrati.

20) 13,80% alle presidenziali del del 2002 e 13,94 a quelle del 1997; 7,31% alle legislative del 2002 e 12,45% a quelle del 1997.

21) Un migliaio di iscritti raggruppati un un’organizzazione semi-clandestina con forti relazioni interpersonali, i cui militanti sono ricercati tra gli operai non senza diffidenza verso gli altri movimenti.

22) La candidatura è stata approvata con largo margine (65% dei delegati), e poggiava su un altro principio: la diffidenza intrinseca verso il Ps, con il candidato che avrebbe dovuto rifiutare qualsiasi ipotesi di alleanza (in un momento nel quale il Pcf aveva regolarmente sottoscritto accordi elettorali e persino di governo con i socialisti), ma anche la convinzione fondata che vi erano forti probabilità di superare la Laguiller e prendere così la testa della sinistra della sinistra.

23) 3.000 iscritti nel 2002, data nella quale gli effettivi erano raddoppiati sulla scia del successo elettorale.

24) Su proposta della Direzione, il 64,8% dei congressisti aveva votato al XIII Congresso (1998) a favore dell’abbandono del riferimento al comunismo, percentuale insufficiente rispetto ai due/terzi previsti dallo Statuto. L’idea era di abbandonare il termine “comunista” perché “il movimento sociale non si riconosceva più in esso e perché tale termine era stato disonorato”. In compenso, il riferimento alla dittatura del proletariato è stato soppresso dallo Statuto nel 2003 (XV Congresso) per darsi un profilo maggiormente “libertario”.

25) Per la repubblica sociale (Prs) del Senatore Jean-Luc Mélenchon, che propone la costituzione di un partito di sinistra sul modello della Linkspartei tedesca (fusione di comunisti e socialdemocratici di sinistra in Germania).

26) Marie-Georges Buffet ha raccolto, in uno scrutinio che ha visto la partecipazione del 66,7% degli iscritti (59.805), 58.001 consensi (96,4%). Nel 2002, l’allora Segretario Robert Hue – con una partecipazione di 63.941 iscritti – non aveva ottenuto che il 77,41% (46.427 voti), mentre Maxime Gremetz, su posizioni critiche da sinistra, aveva ottenuto il 15,27%.

27) Dal punto di vista strutturale, il Pcf dopo la Seconda Guerra Mondiale è stato a lungo la prima forza organizzata della sinistra, spesso il primo partito di Francia. Solo di recente il calo di militanza nel Pcf ha favorito la crescita del Ps, abbastanza stabile se non si considera il recente aumento dovuto alle presidenziali, situazione che difficilmente potrà trovare conferma dopo le elezioni.

28) 239 comitati hanno votato con una maggioranza del 76,1% per MG Buffet, 231 hanno proceduto col voto di preferenza, il 48,5% hanno collocato MG Buffet in testa alle preferenze; 88 hanno scelto il voto consensuale, dei quali il 61,3% ugualmente per lei. 21 comitati hanno combinato uno di questi modi di scrutinio con una scelta di candidatura doppia per non dire tripla. Se si considera il totale dei voti individuali espressi, MG Buffet ne ha raccolti 10.768 (5 volte meno che nel suo stesso partito), contro i 2.754 di Yves Salesse (15,3%) e i 2.450 di Clémentine Autain (14,5%). José Bové, che si è ritirato all’ultimo momento dalla competizione, ha tuttavia ottenuto 275 voti (1,6%) ecc.

29) In pratica non era stato previsto alcun meccanismo che avrebbe consentito di conciliare due principi: il consenso al vertice e il voto democratico di base.

30) Le PCF compte alors 92 894 membres dont 52 302 votants. Pour le maintien de la candidature de MG Buffet : 41533 (81,05%). Pour son retrait 9683 voix (18,95%). Blancs et nuls (1058).

31) Alcuni hanno sostenuto l’ipotesi della scheda bianca, altri invece il sostegno ad altri candidati. Nel momento in cui è stata avanzata, la candidatura di Bové è stata accolta con freddezza dall’opinione pubblica: il 71% dei francesi l’ha giudicata inopportuna (69% tra gli elettori di sinistra).

32) Sindacalista contadino noto per sue azioni contro gli Ogm.

33) Risultati alle legislative: 1978 (20,6%), 1981 (16,1%), 1986 (9,68%), 1988 (11,2%), 1993 (9,1%), 1997 (9,9%), 2002 (,4,8%).

34) Essendo le differenze interne, ormai, dopo l’abbandono del centralismo democratico al 28° Congresso (1994), rese pubbliche, le consultazioni degli iscritti con relativa pubblicazione dei risultati consentono di misurare l’influenza delle sensibilità che decidono di emergere. Non sono riconosciute le tendenze, ma il termine “pluralismo” è stato mantenuto negli statuti del Pcf. Di fatto, correnti e sensibilità si organizzano in maniera pubblica (assemblee, siti web, giornali, riunioni con resoconti esterni…) e possono misurare la loro influenza nelle differenti consultazioni interne. All’ultimo Congresso (33°, aprile 2006), il testo che rispecchiava le componenti di maggioranza (i sostenitori dell’attuale gruppo dirigente, quelli della precedente direzione di Robert Hue e la corrente dei “rifondatori”) ha raccolto il 63,5% dei consensi (28.120 voti), contro i 10.967 (24,75%) ottenuti dalle due componenti critiche da sinistra e i 5.216 della componente di sinistra più moderata. Al Congresso precedente (aprile 2003, con 133.000 iscritti), l’insieme delle componenti critiche da sinistra aveva ottenuto il 45% dei consensi tra i militanti.

35) Molti tra i dirigenti che hanno sostenuto tali tendenze sono approdati al Ps, non di rado dopo aver fatto vivere per qualche anno esperienze isolate. Quanto alla componente rifondativi, se essa ha una continuità storica, si è evoluta anche attraverso la sua collocazione in maggioranza dentro il Pcf (con riferimento particolare a Pierre Zarka).

36) La prima evidente apparizione risale al 28° Congresso, con un atteggiamento ostile e minoritario e con una concentrazione nel nord della Francia. E’ stato al 31° Congresso (2001), con gli effetti della partecipazione del Pcf al governo, che il peso della sinistra si è fatto significativo e si è esteso anche a settori del partito che pure avevano aderito alla “mutation”. La perplessità rispetto ai nuovi orientamenti ideologici ha raccolto allora il 20% dei consensi interni (con una metà di voti negativi e il resto di astensioni).

37) Questo atteggiamento spiega, tra l’altro, il successo di quest’ultima con più del 96% dei consensi, di fronte alle critiche di una parte della sinistra ridotta alla marginalità ( Maxim e Gremetz, 1.616 voti e 2,17% e Jean- Jacques Barman, 526 voti e 0,9%).

38) Ségolène Royal ha tentato di costruire un accordo con Bayrou tra il primo e il secondo turno.

39) Il conflitto è esploso apertamente alla fine di giugno, quando Royal ha annunciato la sua intenzione di assumere la direzione del Ps, proposta che il Consiglio Nazionale ha rigettato in massa.