La forza delle parole

IMPERIALISMO”, “SOCIALISMO”, “ESUBERI”, “DEVOLUTION”: PAROLE CANCELLATE E PAROLE IMPOSTE: IL LINGUAGGIO COME VETTORE DELLA CULTURA DOMINANTE.

La notizia è abbastanza fuori del comune, curiosa e interessante: all’inizio di ottobre, sui giornali compare una manchette pubblicitaria che propaganda un CD contenente il vocabolario steso tra il 1865 e il 1879 da Nicolò Tommaseo e Bernardo Bellini e pubblicato dalla casa editrice torinese Unione tipografico- editrice, in otto volumi di grande formato e di grande spessore; benché non si tratti certo del primo vocabolario della lingua italiana è certamente, per l’epoca moderna, il più importante. La notizia è fuori del comune perché ciò che poteva ancora risultare utile di quel vocabolario, peraltro già ristampato più volte nel corso del novecento, è stato tutto inglobato nel Grande dizionario della lingua italiana diretto da Salvatore Battaglia pubblicato sempre dalla UTET tra il 1966 e il 2002: chiunque voglia risolvere un problema lessicale può ricorrere a quell’opera imponente e importantissima cui oggi si affianca, per un’ulteriore espansione lessicale anche se il lavoro risulta meno ricco di esemplificazioni di storia della lingua, il Grande dizionario italiano dell’uso, diretto da Tullio De Mauro, sempre della stessa casa editrice. Il Tommaseo-Bellini è quindi, oggi, un’opera esclusivamente per studiosi, per chi abbia o senta la necessità di controllare il valore semantico di una determinata parola applicata allo studio delle cose dell’ottocento, soprattutto. La pubblicazione, per opera della Zanichelli, del CD in questione risulta quindi curiosa e sta a dimostrare: 1) che questa società dello spreco non spreca proprio nulla e tutto ciò che le è utile ricicla (come un importante uomo di teatro, Rino Sudano, ha recentemente ribadito con forza) perdendo sempre più la capacità di inventare cose nuove e 2), questa considerazione è però più ovvia, che il capitalismo trionfante riduce tutto a merce accentuando fino all’estremo limite il valore di scambio anche di ciò che, all’origine, mostrava le stigmate di un valore d’uso piuttosto rilevante.
Ma, a queste osservazioni, ne va affiancata un’altra che seppure di segno non direttamente opposto lo è, invece, quanto alla tendenza ideologica. E questa è la constatazione che da qualche tempo viene data una maggiore attenzione alle parole di quanto avvenisse negli anni appena trascorsi, quasi a dire che gli italiani del nostro tempo si stanno accorgendo, ciascuno a livelli di coscienza diversi come è fin troppo ovvio, di essere parlati e del fatto che questo avviene proprio attraverso le parole che risultano un formidabile veicolo dell’ideologia: insomma, si stanno rendendo conto della forza delle parole, appunto. Sorprendentemente, ma forse non troppo data l’ipotesi da cui muovono queste righe, leggiamo, mentre stiamo scrivendo, che anche Romano Prodi si sofferma sull’importanza delle parole; e in modo particolare di termini come devolution e “bandana”. Il candidato premier della sinistra, dopo aver detto che alcune parole straniere come “bar” e “sport” sono entrate stabilmente nella lingua italiana, si è espresso in questi termini: “Non so se questo succederà con la devolution. È strano che non si sia trovata una parola italiana per esprimere questo concetto: forse perché è stata fatta l’azione prima di elaborare il concetto”. È chiaro che qui Prodi, mostrando una notevole sottigliezza di analisi, attribuisce alle parole, anzi alla parola devolution, un potere rivelatore di ciò che le sta dietro: per lui le parole non volano ma, scritte o dette, rimangono; e aggiunge che tra cento anni tutti si saranno dimenticati della “bandana” (ovviamente pensiamo che il cicloamatore Prodi si riferisca a quella, volgaruccia anzi che no, di Berlusconi e non a quella magica di Pantani).
Ma la forza delle parole è tanto più grande quanto più tale non appare e sembra invece essere nient’altro che un prodotto naturale e, per così dire, spontaneo della civile convivenza. Vediamo subito un esempio. Il ministro degli italiani all’estero Mirko Tremaglia, inferocito dalla bocciatura di Buttiglione come commissario per la giustizia, la libertà e la sicurezza del Parlamento europeo, esplode in un “Povera Europa: i culattoni sono in maggioranza”, riferendosi al fatto che Buttiglione si è sempre espresso contro gli omosessuali. Lasciamo stare l’ovvia constatazione che il Buttiglione di cui sopra ha detto e fatto ben altro – e l’altrettanto ovvio rilievo che il dire dell’ex-repubblichino Tremaglia incentrato su posizioni volgarmente anti-omosessuali, o “omofobe”, è un modo, tipico dei fascisti, di usare in funzione dispregiativa ciò che questi ritengono una perversione sessuale – e veniamo a ciò che la parola in questione risulta significare: gli europei non sarebbero omosessuali o gay ma, appunto, “culattoni”. È fin troppo chiaro il significato dispregiativo del termine, di origine dialettale, che ha la sua radice nella parola “culo”, qui usata nel senso spregiativo per “sedere”: “omosessuale” è un termine tendenzialmente neutro, di ascendenza scientifica; “gay” ancora più neutro e derivato dalla lingua e dalla cultura americane che tanta importanza hanno avuto sulla cultura italiana dal ’45 a oggi. L’intenzione di colpire l’ascoltatore con una parola che immediatamente getti discredito sugli avversari del professore di filosofia (e non “filosofo” come scrivono i giornali che è altra cosa, ben altra), attraverso l’arma dell’insulto sessuale, è assolutamente evidente. Ecco un caso in cui una parola può ferire come un’arma, sempre che non la si contrasti con un altro strumento di difesa e di offesa che la renda inoffensiva e in grado addirittura, di rivoltarsi contro chi l’ha usata per prima. E l’unica arma che può contrapporsi alla parola usata nel modo che si è detto è quella della coscienza del fatto che ogni parola può divenire, appunto, uno strumento di offesa e che noi dobbiamo costantemente opporre la critica delle parole alle parole che vengono usate per noi e contro di noi: non basta non ‘credere a ciò che ci propinano i vari telegiornali, giornali, eccetera, bisogna arrivare alla coscienza che ci permette di smontare, proprio nel senso dello smontaggio di un meccanismo, l’intenzione di chi ci parla in modo da rivelarla in tutta la sua carica, in questo caso, di ‘offesa’.
Ma l’uso della parola “culattone” risulta una vera e propria sciabolata vibrata con forza e, come tale, ineluttabilmente evidente e cui quindi ci si può opporre con decisione, come è avvenuto in questo caso. Ma in altri casi si tratta invece di un veleno sottile e infido che in dosi leggere viene inoculato nel tessuto linguistico. Un veleno che non si riconosce a prima vista e di cui non ci si accorge proprio perché sembra avvenga qualcosa di naturale, come naturale è l’evolversi della lingua, o addirittura, e ciò risulta ancora più insidioso, perché viene percepito, quando viene percepito, come irrilevante. Il filo-americanismo della maggioranza di governo, per esempio, è chiaramente e volutamente esposto nelle tre “I” che, secondo Berlusconi e i suoi servi, dovrebbero presiedere all’istruzione dei giovani: “Internet, Impresa e Inglese”; ed essendo così chiaro il fronte “nemico” è, ancora una volta, possibile opporsi con altrettanta chiarezza come sta avvenendo proprio in questi giorni nei confronti della “riforma” Moratti. (Questa è un’ovvietà, ma è meglio chiarire: non si tratta di opporsi alla conoscenza dell’inglese, naturalmente, visto che oggi è la lingua internazionale che è necessario conoscere in qualsiasi campo si operi – oltre a essere l’idioma in cui sono state scritte le opere di Pound e di Joyce per non parlare di Shakespeare e di tanti altri –; è piuttosto necessario opporsi alla sua congiunzione con internet e impresa che connota immediatamente la conoscenza dell’inglese in una certa direzione da cui Pound e Joyce, per non parlare degli altri, sono certamente esclusi). Ecco dunque che il filo-americanismo si rivela attraverso piccoli slittamenti del significante che mutano, a livello, si potrebbe dire, subliminale, il significato in modo leggero ma insinuante. Se sposto l’accento nel pronunciare “San Salvadòr” e lo faccio diventare “San Sàlvador” in qualche modo lo annetto, almeno sul piano linguistico, agli Stati Uniti come avvenne per la “Florìda” quando divenne una stella della bandiera statunitense e si iniziò a pronunciare “Flòrida”. Che dire poi di Vietnàm e Viètnam, di Canadà e Cànada, eccetera? Basta pensare al termine Bàghdad che in Italia è sempre stato pronunciato Baghdàd, come è nella lingua irachena e nell’immaginario di tutti gli europei che hanno letto le Mille e una notte; oggi, e soprattutto dopo le due guerre del Golfo, non c’è chi non pronunci Bàghdad non più all’irachena ma all’americana. L’elenco, ovviamente, potrebbe continuare a lungo. Ma vogliamo portare ancora un esempio che ci sembra particolarmente pregnante. Il termine performance ha decisamente preso piede nel nostro linguaggio: lo si usa in diverse accezioni che vanno dal corso di un titolo azionario o di un fondo bancario all’esibizione di un attore, a un’impresa sportiva, eccetera. In inglese si pronuncia performance con tanto di accento sulla “o”, ma molti di noi lo dicono performance spostando l’accento sulla “e” e cioè, è cosa che sarebbe buffa non fosse altra cosa, anglizzando l’inglese: come a dire: più realisti del re o, meglio, più servili di un servo dal momento che chiunque pronunci pèrformance, lo sappia o non lo sappia, compie un atto di servilismo nei confronti dell’inglese. Siamo passati dall’orrido “Dio stramaledica gli inglesi” dei fascisti all’altrettanto orripilante “Dio strabenedica gli americani” della cultura dell’epoca berlusconiana.
C’è poi un’altra forma di surrettizia insinuazione di contenuti di un certo tipo nella costruzione di parole nuove solo apparentemente neutre. Torniamo alle “I” di Berlusconi. Ora “Internet”, e in genere il computer, non è certo una manìa del solo presidente del consiglio: le possibilità che ci sono nella scrittura e nella trasmissione di esperienze attraverso il mezzo elettronico piace a tutti, come è giusto che sia quando una macchina è in grado di migliorare, e alleviare, il lavoro dell’uomo. È altrettanto chiaro però che anche il computer, come ogni innovazione, porta con sé una serie di elementi negativi; e qui basterà avere enunciato il problema vista che non è questa la sede per affrontarlo con ricchezza di argomenti. È però evidente che la società del pensiero superficiale e alienato tende a escludere la complessità e vede soltanto un aspetto del problema, trasformandolo così in ‘moda’. La ‘moda’ del computer ha ripescato, questo è tipico dell’epoca postmoderna, un termine di origine dotta, “cartaceo” per designare ciò che non è ancora stato inserito in un programma computeristico come, per esempio, il catalogo di una biblioteca o l’inventario di un magazzino. Bene “cartaceo” non è affatto un termine neutro (nessun termine lo è mai fino in fondo) ma, al contrario, risulta una parola ricca di significati storicamente negativi e spregiativi. Infatti se nella sua accezione ‘neutra’ significa “simile alla carta” (e già qui si colora di spregio con un accenno a carta fatta con stracci, la “carta bombicina”) in quella storica risale a quei “ludi cartacei” con cui i fascisti alludevano alle elezioni e alla democrazia tout court o – e qui i fascisti non c’entrano – alle “iniziative cartacee” e cioè “destinate a non tradursi in atto” (Battaglia, volume II). Come si vede non si può essere innocenti in un mondo lacerato e sottomesso al potere degli sfruttatori: parliamo e, anche semplicemente parlando, siamo già da una parte complici e dall’altra servi e sottomessi a quella macchinolatria che governa non solo chi le macchine fabbrica ma anche chi, attraverso la loro diffusione, mira a rafforzare una ideologia rozzamente progressista, non dialettica, che finisce per irrobustire l’ideologia dominante. E questa ideologia ha bisogno di potersi richiamare a un concetto in sé positivo di “nuovo”, privato di quel carattere dialettico che porterebbe a vedere come la modernizzazione tenda oggi sempre meno a coniugarsi, al contrario di quanto invece è avvenuto nei momenti “alti” dell’epoca moderna, con un tratto di autentica emancipazione: si tratta insomma di quella modernizzazione senza modernità che sembra essere il portato profondo del nostro tempo. Uno sguardo correttamente dialettico deve riconoscere che le parole sono un sedimento della cultura e dell’ideologia di un determinato momento storico e, allo stesso tempo, ne sono uno dei motori. Prendiamo una parola come “esuberi”, usata sempre di più, da qualche anno a questa parte (dall’avvio della stagione della concertazione), come eufemismo al posto di “licenziamenti”. È molto chiaro come l’insistenza sulla parola “esubero”, tanto sui grandi quotidiani come attraverso i telegiornali, derivi da un tentativo di edulcorare e di rendere perciò più “accettabile” la drammaticità e la crudezza di un fatto così traumatico come è quello del licenziamento di un lavoratore. Ed è anche chiaro come il termine “esubero” tenda a stemperare e a spostare la responsabilità dell’atto del licenziamento: i “licenziamenti” dipendono infatti in modo più chiaro dalla volontà del padrone, che appare come il soggetto che licenzia qualcuno; il termine esubero rimanda al contrario a un fenomeno (l’esuberare di qualcosa) che non dipende tanto dalla volontà del “datore di lavoro” (termine anch’esso nient’affatto neutro e gravido di implicazioni ideologiche) ma che piuttosto quest’ultimo si limita a registrare e quasi a subire. E se è vero che tutto ciò è presente nel termine “esubero”, e che quindi quel termine registra in sé un certo tipo di cultura e di ideologia, è altrettanto giusto notare come il fatto stesso che i mezzi di comunicazione di massa (i grandi quotidiani, i periodici, la televisione) spingano surrettiziamente per l’utilizzazione di questa parola non sia affatto neutro. Il suo impiego risulterà infatti uno degli strumenti più efficaci (certo non l’unico, e forse neppure il più importante) per la penetrazione di quell’ideologia complessa che chiamiamo “neo-liberista”, il cui peso è stato così grande nella formazione della cultura sociale e politica a partire dalla fine degli anni ottanta.
Apparirà forse già chiaro da questo ragionamento come risulti del tutto servile al potere dominante l’idea, che è anche una ideologia, della televisione come strumento di progresso nella sua capacità di alfabetizzare gli italiani. L’ineffabile De Mauro, elogiando i grandi meriti della televisione nel diffondere la lingua, ha recentemente affermato: “la televisione, un mezzo rutilante, seducente e a basso costo, ha portato informazione, spettacoli e (guarda un po’) conoscenze perfino scientifiche all’intera popolazione. E lo ha fatto in italiano e l’italiano ha fatto ascoltare dove mai aveva risuonato ”. A chi si fa portatore di un’idea del genere andrebbe opposta questa domanda: a quale tipo di alfabetizzazione è conforme la televisione? Le parole, lo abbiamo detto, non sono neutre. Al contrario esse sono sempre il precipitato di una ideologia e di una cultura e allo stesso tempo ne sono un importante veicolo. Dipende dunque da quale tipo di alfabetizzazione è in gioco. La televisione, oggi come ieri, alfabetizzando in una certa direzione piuttosto che in un’altra (oggi nella direzione dell’“esubero” piuttosto che del “licenziamento”, del “Sàlvador” piuttosto che del “Salvadòr”, del “peace-keeping” piuttosto che della “guerra”; e chi più ne ha più ne metta) diventa – non solo attraverso le parole naturalmente, ma anche attraverso di esse – il veicolo dell’ideologia e della cultura dominante: un’ideologia che vuole, allo stesso tempo, e sapendo bene che l’un aspetto è strettamente intrecciato all’altro, poter licenziare il più facilmente possibile (e dunque ecco gli “esuberi”), poter piegare la cultura al pensiero unico e cioè a un’uniformazione acritica (“Sàlvador”) e avere il più possibile mano libera per combattere in pace le proprie guerre.
Ma la complessità della questione suggerisce a questo punto un ulteriore approfondimento. Se è vero infatti che il ricorso a una parola piuttosto che a un’altra diventa il veicolo di una determinata ideologia, è però anche vero che non basterebbe certo concordare sull’abolizione di un certo uso introdotto nella lingua per far venire meno l’effetto ideologico di quel termine: non basterebbe insomma concordare nell’emendare dal nostro vocabolario una serie di parole, tutta la terminologia della guerra per esempio, per compiere di per sé un passo avanti nella lotta contro la guerra. Le parole infatti (come più in generale il linguaggio) hanno la duplice valenza di cui dicevamo, e vanno sempre intese nella loro duplicità. Sono il veicolo di una determinata ideologia ma ne sono anche il sedimento. Dunque se pensassimo di eliminare un problema (la guerra) emendando la lingua (i termini guerreschi) commetteremmo l’errore di scambiare la superficie della cosa per la cosa stessa. E, di conseguenza, cadremmo nell’ulteriore errore di pensare di poter controllare le parole e la loro utilizzazione semplicemente sul piano individuale, come fosse, riduttivamente, una questione di scelte personali. Al contrario, la lingua, proprio in forza dell’estrema complessità del meccanismo che ne regola il funzionamento, è, come è fin troppo ovvio che sia, un fatto sociale, che, per quel tanto che si fa veicolo dell’ideologia dominante, può essere fronteggiato soltanto cercando di comprenderne l’autentico sedimento e significato sociale. Non si tratta insomma di “purismo linguistico”, almeno non certamente nel senso di far proprio un ideale puristico della lingua che tenda a renderla autonoma da influenze straniere, modernizzanti o riflettenti fenomeni sociali nuovi: tutto ciò è già stato fatto dal fascismo, parte con successo (“chauffeur” per “autista”, eccetera) e parte, assai più grande, con clamoroso insuccesso (“restaurant”, “ristoratore”; “toilette”, “cesso”, eccetera); e viene oggi ripreso, almeno in via di ipotesi, da intellettuali asserviti all’ideologia dominante che si rifanno a quella temperie storica. Si tratta al contrario, dal nostro punto di vista, di mettere in atto una sorvegliata capacità critica in grado di smontare il meccanismo che l’ideologia utilizza per addormentare e, ci si passi il termine, imbonire, le coscienze proprio attraverso le parole. Basterebbe pensare a quanto oggi siano poco usati termini come “socialismo”, “imperialismo”, “nazionalizzazione”, eccetera per capire ciò che stiamo dicendo.
Fino a quando la società non sarà cambiata nelle sua fondamenta, nella sua “struttura” cioè, saremo sempre parlati dal linguaggio. Dobbiamo esserne consapevoli: anziché parlare, ci troveremo – come ci troviamo difatti, che noi lo si sappia o meno – parlati da un linguaggio che attraverso la diffusione e la fortuna di certi termini piuttosto che di altri, e attraverso il modo di utilizzare certe parole piuttosto che altre, tenderà a veicolare, e a rafforzare, l’ideologia e la cultura dominanti, che sono come sempre quelli delle classi dominanti. Ma non per questo dovremo rinunciare ad opporci a quell’ideologia, dal momento che struttura e sovrastruttura sono in rapporto dialettico e non deterministico. Il primo passo dovrà però coincidere con la comprensione del meccanismo del dominio. Dunque, nel nostro caso, con la consapevolezza dell’essere parlati e con il conseguente tentativo di opporre resistenza a questa forma surrettizia, ma efficacissima, di diffusione dell’ideologia, sempre per quanto sarà possibile e non rinunciando mai alla lucidità della consapevolezza. Senza facili volontarismi, e piuttosto con la coscienza del fatto che si continuerà a essere parlati, dovremo dunque tentare di parlare attraverso una sorvegliata e il più possibile attenta critica delle parole. Muoversi con circospezione, e affinando continuamente la propria consapevolezza critica: questo ci suggerisce il pensiero dialettico. È Marx ad averci insegnato a fare dello sguardo lucido sui meccanismi dell’alienazione la prima e indispensabile forma di opposizione a quegli stessi processi di alienazione: “L’alienazione si mostra tanto nel fatto che il mio mezzo di sussistenza è nelle mani di un altro, e che il mio desiderio è possesso inaccessibile di altri, quanto nel fatto che ogni cosa è altra da se stessa, che la mia attività è altra, e che insomma – e ciò vale anche per il capitalista – un’inumana potenza domina”.

Ma il CD del Tommaseo-Bellini, da cui abbiamo preso le mosse per questi appunti che non pretendono di risultare una trattazione organica dell’argomento, rappresenta quella che si potrebbe definire la punta dell’iceberg di una tendenza editoriale che si sta sempre più affermando in questi ultimi tempi e che va incontro a quella maggiore attenzione alle parole di cui si è detto. Elencando, senza nessuna pretesa di esaustività e a titolo di esempio: Guido Caldiron, Lessico postfascista. Parole e politiche della destra al potere, manifesto libri, 2003; Massimo Castoldi e Ugo Salvi, Parole per ricordare. Dizionario della memoria collettiva, Zanichelli, 2003; Giovanni Adamo e Valeria Della Valle, Neologismi quotidiani. Un dizionario a cavallo del millennio. 1998-2003, Olschki, 2003; Paolo Fabbri, Segni del tempo. Un lessico politicamente scorretto, Meltemi, 2004 (nuova edizione del precedente volume del 2003); Il linguaggio della società. Piccolo lessico di sociologia della contemporaneità, a cura di Pierfranco Malizia, Franco Angeli, 2004.
Non si tratta, per quasi tutti, di veri e propri lessici ma di dizionari enciclopedici; eppure il fatto che si senta il bisogno di organizzare il sapere per lemmi denuncia proprio questa attenzione alle parole che è sotto i nostri occhi.
Segni confortanti di risveglio delle coscienze in questi ultimi anni non sono dati soltanto dai quattro milioni di voti in meno al centrodestra nelle recenti elezioni amministrative, ma soprattutto – c’è però certamente correlazione tra le due cose – dal fatto che i più giovani, e non soltanto loro, sembrano aprirsi in modo nuovo ai problemi sociali dopo i terribili, bui e sordi anni ottanta e novanta.
E lo fanno anche attraverso una nuova attenzione alle parole, attenzione che denuncia, come peraltro abbiamo già detto, una presa di coscienza di essere parlati e un desiderio di autentica ribellione nei confronti delle parole del potere. Ribellione che ha origini molto antiche, ma che viene rilanciata con forza nel novecento, quando il potere della borghesia si fa più manifestamente brutale: nel 1935, infatti, Gramsci scrive in un mirabile passo dei Quaderni del carcere: “Ogni volta che affiora, in un modo o nell’altro, la questione della lingua, significa che si sta imponendo una serie di altri problemi: la formazione e l’allargamento della classe dirigente, la necessità di stabilire rapporti più intimi e sicuri tra i gruppi dirigenti e la massa popolare–nazionale, cioè di riorganizzare l’egemonia culturale”.
E dunque, per concludere, è piuttosto evidente che quanto abbiamo sin qui scritto riguarda strettamente il problema dell’egemonia di cui ci siamo occupati nel numero precedente di questa rivista. Là non c’era lo spazio per parlare di due problemi: questo che abbiamo qui schematicamente esposto, e cioè l’importanza della lingua per la costruzione dell’egemonia, e quello, che pretenderà un’articolazione maggiore, del problema della scuola, che stava tanto a cuore a Gramsci, letto attraverso una indagine critica dei libri scolastici.
E sulla “questione” bisognerà pure, prima o poi, tornare.