La fase sociale e politica e il ruolo del partito

Un primo bilancio della battaglia referendaria

Data la grande rilevanza anche politica via via assunta dalla battaglia per l’estensione dell’art. 18 dello Statuto dei lavoratori, è inevitabile cominciare la nostra riflessione sull’attuale fase politica dal risultato del referendum. Come valutarlo?
In primo luogo non si può non mettere in luce un fondamentale dato positivo: 10 milioni e 200 mila Sì (pari al 62,3% dell’elettorato complessivo dell’Ulivo e di Rifonda-zione) costituiscono un enorme patrimonio, tale non solo su un piano quantitativo: questa massa di voti, espressi in un contesto segnato dalla soverchiante opposizione all’iniziativa referendaria, non solo attesta la presenza di una vasta area sociale determinata a difendere i diritti del lavoro, ma pone anche un ineludibile vincolo politico di cui anche le forze dell’opposizione che non hanno condiviso la battaglia del referendum sull’art. 18 dovranno tenere conto nella definizione del programma di una nuova politica sociale ed economica.
Detto questo, il dato prevalente resta la “sconfitta sociale drammatica” (per riprendere le parole di Fausto Bertinotti) decretata dal mancato raggiungimento del quorum. Riguardo al quale tutto si può sostenere, meno che ci si trovi al cospetto di un fatto di ordinaria amministrazione. Si impone dunque una riflessione approfondita da parte di tutte le forze che hanno promosso il referendum, a cominciare dal nostro partito. Ammettere la sconfitta è necessario ma non basta. La storia non è finita il 16 giugno 2003 e, se non vogliamo trovarci impreparati dinanzi ai contraccolpi del fallimento del referendum né correre il rischio di ripetere in futuro gli errori che sono stati verosimilmente commessi in questa occasione, occorre anche individuare le cause della sconfitta.

Dunque cos’è avvenuto? A caldo ci sentiamo di abbozzare poche considerazioni.
Intanto ribadiamo che il merito della battaglia referendaria era giusto. L’esito negativo non scalfisce la ragione essenziale – politica e di classe – per cui ci siamo mobilitati a favore dell’estensione di un diritto fondamentale come quello protetto dall’art. 18. Nessun lavoratore dovrebbe poter essere licenziato senza giusta causa, e questo resta vero anche per chi lavora alle dipendenze di una piccola impresa. Senza con ciò sottrarci alle nostre responsabilità di promotori del referendum, riteniamo dunque che a recare la maggiore responsabilità della sconfitta sia chi, a sinistra, ha operato per il suo fallimento, continuando a dare indicazione di astenersi anche dopo la coraggiosa decisione della Cgil di schierarsi per il Sì. Questo vale soprattutto per la maggioranza dei Ds, ma anche per Sergio Cofferati, la cui posizione ha provocato disorientamento nella base sindacale e nel grande movimento che egli stesso aveva contribuito a suscitare nella primavera del 2002 proprio nel segno della difesa dell’art. 18.
Per due ordini di ragioni chi ha sostenuto la scelta astensionista si è assunto pesanti responsabilità. In primo luogo, ha sommato il proprio non-voto a quello delle destre e del padronato in una situazione come l’attuale, segnata da una drammatica offensiva contro il lavoro; tale scelta appare tanto più grave in quanto nessuno è stato in grado di produrre anche un solo argomento capace di dimostrare che la vittoria dei Sì avrebbe peggiorato la condizione dei lavoratori: si è dunque trattato di una scelta tutta politica, giocata contro il fronte referendario sulla testa di milioni di lavoratori.
L’altra, non meno grave, responsabilità concerne gli strumenti della battaglia astensionista: la componente di sinistra del fronte astensionista non ha esitato ad avvalersi dello strumento che con ogni probabilità ha deciso lo scontro: il silenzio-stampa deciso da governo e Confindustria e messo in atto in virtù del controllo quasi-totalitario del sistema informativo da parte di Berlusconi. La gravità di questa scelta, che coinvolge il terreno fondamentale delle garanzie democratiche, è sin troppo evidente perché ci si dilunghi in commenti. Ci si è serviti di una delle armi più regressive tra quelle che consentono all’attuale governo di manipolare le coscienze degli italiani. Se questo è vero, la denuncia del monopolio mediatico del presidente del Consiglio da parte del centrosinistra è divenuta, dopo questa vicenda, assai meno credibile. In questi giorni l’on. Fassino ha definito quella del Tg1 una “informazione rumena”. Ha ragione: solo dovrebbe spiegare perché la maggioranza del suo partito non ha avuto difficoltà a servirsi dei suoi silenzi quando si è trattato di oscurare il referendum.

E tuttavia, come dicevamo, ricordare le altrui responsabilità non risolve il problema. Al contrario, rimane per noi prioritaria l’esigenza di fare seriamente i conti con noi stessi, con i nostri errori di valutazione, con le nostre insufficienze. Anche a questo riguardo, ci limitiamo qui a poche osservazioni.
Il limite principale della nostra battaglia sul referendum ci sembra consistere nel fatto che non siamo stati capaci di fare percepire il nesso tra la battaglia per la difesa e l’estensione dell’art. 18 e l’attacco più complessivo sferrato dal governo e dai padroni contro la condizione sociale delle classi subalterne (dalla riduzione dei salari e degli stipendi alla messa in discussione delle pensioni e dei contratti nazionali). Tale insuccesso ci induce a sua volta a ritenere che abbiamo probabilmente sottovalutato l’effetto rovinoso prodotto da venticinque anni di egemonia neo-liberale: il lavoro non ha perso centralità soltanto nei programmi delle forze politiche che pure in passato lo consideravano un riferimento cruciale (ragion per cui passa senza colpo ferire una bozza di Costituzione europea in cui non si menziona più l’obiettivo della piena occupazione e si stabilisce invece che la tutela dei diritti del lavoro dev’essere compatibile con la competitività), ma anche nella coscienza di masse di persone che pure scontano quotidianamente il dilagare del mercato e dell’impresa. In altri termini, abbiamo sottovalutato gli effetti negativi dell’egemonia neo-liberale e della crisi – ad essa connessa – dei soggetti collettivi e dei tradizionali riferimenti culturali del movimento operaio. Il dilagare dell’impresa e del mercato e l’atomismo sociale hanno portato con sé isolamento e rassegnazione, alimentando la propensione alla individualizzazione del conflitto: tutto questo ha finito col produrre a sua volta quella crescente sfiducia nella politica che ingrossa, anno dopo anno, le file dell’astensionismo.
Non basta. Sul risultato del referendum ha pesato anche un altro errore di valutazione. Certo l’oscuramento dell’informazione, cui si è accennato poc’anzi, ha influito grandemente sull’esito dello scontro. Ma non è forse vero che c’erano tutti gli elementi per prevederlo e per valutarne in anticipo gli effetti? Non viviamo forse da due anni in una condizione patologica dal punto di vista della concreta salvaguardia del pluralismo e della libertà dell’informazione? E allora, se non siamo stati in grado di tenere nel debito conto l’impatto della gestione autoritaria dell’apparato informativo, forse la causa di ciò risiede nella tendenziale sottovalutazione della gravità della questione democratica aperta in questo paese, della quale, come si osservava, il controllo quasi totale del sistema mediatico da parte di Berlusconi costituisce uno snodo decisivo.
La conclusione a cui ci inducono queste sofferte considerazioni è che quando ci ritroveremo, in futuro, a progettare nuove iniziative che, al pari del referendum sull’art. 18, coinvolgono la condizione concreta di milioni di persone (e in specie di lavoratori), si richiederà maggiore ponderatezza, più attenzione a tutte le variabili in gioco e al quadro delle forze in campo, più cautela nel valutare il rapporto tra rischi e benefici.

Siamo così per l’appunto al tema delle conseguenze della sconfitta del 15-16 giugno.
La vendetta che governo e padronato scateneranno contro i lavoratori e le forze referendarie (prime fra tutte la Cgil e la Fiom) non si limiterà certo allo sciacallaggio verbale di D’Amato (che all’indomani del referendum ha rispolverato le accuse di collusione tra Cgil e terroristi responsabili dell’assassinio Biagi) né alle sconsiderate parole di Pezzotta (che, facendo eco al presidente di Confindustria, ha insinuato che l’aspro scontro di classe sviluppatosi negli ultimi due anni ha potuto fornire un “alibi” ai brigatisti). La vendetta sarà ben più concreta: si incarnerà nell’applicazione dei provvedimenti normativi (ddl 848 bis, l. 30/2003 e recente controriforma del lavoro precario, denominata – con ignobile strumentalizzazione – “riforma Biagi”) ai quali il governo ha affidato la realizzazione di quello che resta il vero asse portante della sua politica del lavoro: la radicale precarizzazione del lavoro dipendente, cui fanno da corollari la privatizzazione del collocamento e dell’arbitrato delle controversie, lo smantellamento del contratto nazionale, la riforma neo-corporativa dei sindacati.
Per un’analisi dettagliata di questa partita rinviamo all’articolo di Dino Greco, in questo stesso numero dell’ernesto. Per parte nostra, ci limitiamo a osservare che siamo appena all’inizio di un’offensiva durissima che mira al massacro sociale. Quest’ultima espressione va presa oggi più che mai alla lettera, come dimostrano i dati sugli incidenti sul lavoro e sulle morti bianche nel nostro paese: più di un milione di incidenti l’anno, oltre 1400 dei quali mortali. Questo martirologio ha uno stretto rapporto con la materia del referendum, se è vero che estendere l’art. 18 avrebbe significato vincere una prima battaglia contro la precarietà e che la precarietà è sinonimo di poca sicurezza e di maggiore nocività (oltre che di stress, di usura del lavoratore, di supersfruttamento, di pessima qualità della vita). A farne le spese – apprendiamo oggi dall’ultimo rapporto Eurispes/Ispesl su Incidenti sul lavoro e lavoro atipico – sono più di ogni altro i lavoratori atipici, tra i quali l’indice di frequenza degli incidenti è triplo rispetto agli stessi settori ad alto rischio del lavoro regolare. Certo anche per questa ragione la consapevolezza dell’importanza generale della battaglia sull’art. 18 si è enormemente diffusa – a dispetto di quanto si è voluto sostenere in modo propagandistico – tra questi settori iper-precarizzati del lavoro dipendente. Contro i quali, non è difficile prevederlo, l’offensiva del governo e dei padroni sarà particolarmente aspra.

Da queste osservazioni emerge l’indicazione di un preciso compito che incombe su tutti noi già nell’immediato.
È indispensabile respingere questi attacchi, scongiurare il rischio che la sconfitta semini tra i lavoratori scoramento, sfiducia, senso di impotenza.
Per questo non basta evitare in ogni modo che la riflessione sul referendum aggravi le divisioni a sinistra, soprattutto nelle organizzazioni politiche e sindacali del movimento operaio. Occorre anche, in positivo, rispondere a chi ha votato Sì mantenendo alta la nostra proposta politica e lavorando per tenere unito ed allargare l’arco delle forze sociali e politiche che hanno messo in campo la battaglia sull’art. 18. Occorre dare continuità e maggior respiro a questa convergenza, impegnarsi per ricostruire legami e capacità di rappresentanza del lavoro e dei soggetti subordinati.
Torneremo in chiusura su una implicazione di queste indicazioni, relativa al nostro partito. Qui basti dire che ne discende la necessità di sostenere con forza sin da subito tutte le iniziative che vanno nella stessa direzione della battaglia referendaria, a cominciare dal percorso di lotte contro la legge 30 e per i nuovi contratti, sulla cui determinazione la Cgil è attualmente impegnata.

Sui risultati delle elezioni amministrative e regionali

Il secondo fatto politico rilevante delle ultime settimane è costituito dalla tornata elettorale amministrativa e regionale che ha avuto luogo a cavallo tra maggio e giugno.
La sintesi dei risultati è agevole: in 6 comuni capoluogo su 10 hanno vinto le forze dell’opposizione; degli 85 comuni con più di 15 mila abitanti l’opposizione se ne è aggiudicati 48 (contro i 39 che governava in precedenza); le forze di opposizione hanno vinto in 7 province su 12 (ne governavano in precedenza 6): soprattutto, tra le province in cui l’opposizione ha prevalso figura la provincia di Roma, che da sola costituiva gran parte della posta politica in palio in questa tornata elettorale; infine, l’opposizione ha vinto anche nelle due consultazioni regionali, in Val d’Aosta e in Friuli Venezia Giulia, strappando, in quest’ultima regione decisiva, il governo al centrodestra.
In definitiva, il segno complessivo di questa consultazione appare evidente: le forze di opposizione vincono, quelle di governo ne escono perdenti. Va in questa direzione altresì il fatto che, anche in termini di flussi di voti, si è verificato un marcato spostamento del paese a sinistra. Appare dunque condivisibile il giudizio secondo cui questa tornata elettorale attesta un mutamento del clima politico generale del paese a due anni dall’insediamento del governo di centrodestra.
Tale bilancio, indubbiamente positivo, appare tanto più significativo se lo si mette in relazione a due circostanze: 1) ad affermarsi in seno all’Ulivo sono le forze della sinistra (in particolare i Ds), piuttosto che le componenti centriste; 2) questo spostamento verso le forze dell’opposizione si realizza anche in Sicilia, cioè nell’area del paese in cui, in occasione delle elezioni politiche del 2001, si era registrato il più alto consenso nei confronti dell’attuale maggioranza di governo.

Tutto bene dunque? In realtà, se da queste considerazioni generali si passa ad esaminare il risultato di Rifondazione, le cose si presentano in termini alquanto diversi.
Premesso che l’analisi dei risultati del partito è complicata da due fattori (la forte caratterizzazione territoriale del voto e il fatto che in diversi casi le precedenti tornate amministrative risalgono a prima della scissione del ’98), si può dire, in prima approssimazione, che Rifondazione mostra una complessiva tenuta, ma conferma altresì la propria debolezza strutturale in alcune aree del paese (in particolare la Sicilia) e manifesta difficoltà (che si risolvono talora in un arretramento) in specie nelle realtà (Massa, Pisa, Brescia) in cui sono state compiute scelte tattiche discutibili.
Più in particolare, sembra di potere ricavare dal risultato che il partito ha conseguito in questa tornata elettorale due indicazioni salienti, tra loro, a ben vedere, convergenti.
1. Si è registrato uno scarto tra il notevole investimento del partito nelle più svariate iniziative di movimento (dalle manifestazioni dei no global alle mobilitazioni sindacali di massa promosse da Fiom e Cgil nel corso dell’ultimo anno e mezzo) e il rendimento elettorale, che non si è tradotto in alcun significativo incremento della base elettorale del partito. Questo dato appare tanto più degno di nota a fronte dell’avanzata di altre forze di opposizione, e in particolare (specie nelle provinciali e nelle regionali) dei Ds, che si rivelano i veri beneficiari dello spostamento a sinistra dell’asse politico del paese. Se ne deve concludere che il partito non raccoglie un elevato consenso elettorale nelle aree sociali e presso i soggetti nei confronti dei quali, pure, ha nutrito in quest’ultima fase le maggiori aspettative. Alla base di questa circostanza vi è, con tutta evidenza, una divaricazione – che ci deve interrogare a fondo – tra la rappresentazione dei movimenti che ha orientato la linea del partito e le aspettative che si è ritenuto di poter derivare dal rapporto privilegiato con essi intrattenuto negli ultimi anni. Tale riflessione deve guardare in avanti, suggerire la direzione verso cui muovere al fine di superare tali difficoltà.
Un’attenta analisi del voto viene in soccorso anche a questo riguardo. Appare infatti evidente che si affermano (in entrambi gli schieramenti) le forze più capaci di radicarsi nelle realtà sociali e dunque maggiormente in grado di interpretare contraddizioni e istanze concrete dei soggetti sociali di cui ci si considera potenziali rappresentanti: questo vale in positivo per i Ds e per l’Udc nel Mezzogiorno, e, in negativo, per la Margherita e per An, punita dal suo elettorato per avere in parte sacrificato alle logiche del governo nazionale la propria caratteristica attenzione alle problematiche territoriali. È vero che questa osservazione è particolarmente calzante in relazione alle elezioni amministrative, ma essa conserva buona parte del suo significato anche in rapporto alle elezioni politiche, se è vero che il voto di maggio-giugno è stato caricato da entrambi gli schieramenti di un preciso valore politico nazionale.
2. Il secondo dato saliente riguarda il chiaro nesso che sussiste tra il risultato elettorale del partito e le diverse risposte di volta in volta date al problema dei rapporti a sinistra.
Non vi è dubbio che la sostanziale tenuta di Rifondazione è in gran parte dovuta al fatto che – a differenza di quanto era avvenuto negli anni scorsi e grazie anche a un atteggiamento meno settario assunto dall’Ulivo – il partito ha stretto in numerose realtà intese elettorali e politiche che l’elettorato ha interpretato come segno di maturità e di coerente determinazione a contrastare le destre oggi sul territorio, domani ai fini del governo del paese. Dove realizzate, le coalizioni hanno sortito effetti decisivi, sia per la sconfitta delle destre (o per il loro arretramento), sia per la tenuta del nostro partito: salvo che in Sicilia, Rifondazione cresce – o tiene le posizioni precedenti – dove stringe alleanze; arretra dove non realizza intese e corre da sola.
In attesa di tornarvi tra breve, ci limitiamo per il momento a sottolineare come il tema delle alleanze sia tornato in questa fase a rivestire un’importanza cruciale per l’esito della lotta politica nel paese e per le stesse sorti del nostro partito.

Si diceva che entrambe queste indicazioni appaiono convergenti. In che senso?
Il fatto è che sembra discenderne un insegnamento univoco: esse suggeriscono che occorre aderire con maggiore efficacia alla concretezza delle realtà sociali e politiche ed essere altresì più attenti e sobri nella ricognizione delle soggettività in campo nei contesti in cui il partito investe la propria azione. Ciò che la recente tornata elettorale ha posto in risalto è, in altri termini, la necessità di correggere taluni errori di schematismo o di astrattezza ideologica – talora dissimulata da una pur apprezzabile tensione all’innovazione – nella interpretazione delle situazioni in cui il partito si trova a operare e a imbastire legami e rapporti di collaborazione politica.

Note sul quadro politico nazionale

Se quanto si è osservato in ordine alle recenti elezioni ha un fondamento, non è certo casuale che la questione delle alleanze cui si è accennato da ultimo sia prepotentemente tornata al centro del dibattito politico delle forze di opposizione e nella discussione interna del nostro partito. Questo tema è il vero grande argomento dell’attuale fase politica e dev’essere dunque trattato con la dovuta attenzione per quanto concerne tutte le sue principali implicazioni.
Ci soffermeremo qui in particolare su due aspetti, tra loro strettamente connessi:
– le prospettive dell’opposizione e il ruolo di Rifondazione nella costruzione di uno schieramento di forze in grado di competere con l’attuale maggioranza per il governo del paese;
– i caratteri della situazione politica del momento (nella fase successiva alle amministrative), per ciò che attiene in particolare allo stato di salute del governo Berlusconi e al quadro dei rapporti politici entro il quale si dispiega la sua azione.

Cominciamo da questo secondo aspetto, cruciale – e in qualche misura preliminare – ai fini dell’inquadramento del primo.
Si diceva in precedenza che le forze di governo sono uscite perdenti dalla recente tornata elettorale. Tale considerazione autorizza a dire, purché non si esasperi questo giudizio, che il governo attraversa una fase di difficoltà che va, a ben guardare, al di là della crisi di consenso evidenziata dal voto.
Proviamo ad elencarne alcune probabili cause.

1. L’appoggio alla “guerra preventiva”. Una prima causa di debolezza del governo risiede nell’appoggio acritico e incondizionato – benché non privo di oscillazioni opportunistiche – offerto da Berlusconi alla “guerra preventiva” di Bush che, a tre mesi dalla conclusione ufficiale dei combattimenti in Iraq, dichiara tutta la sua criminale arbitrarietà.
Mentre Hans Blix rivela i retroscena del continuo sabotaggio delle ispezioni da parte del Pentagono e Tony Blair – in caduta libera negli indici di gradimento – viene pubblicamente accusato nel suo paese per le menzogne sulle “armi di distruzione di massa”, negli Usa si comincia a parlare di impeachment di Bush o, in alternativa, di una inchiesta del Congresso per le prove false su Saddam. Se ciò non bastasse la guerra si dimostra una inesauribile fonte di disastri: alle migliaia di morti innocenti causate dai bombardamenti e dall’invasione anglo-americana si sommano le vittime delle imboscate, della guerriglia, dei rastrellamenti, delle torture, degli arresti e delle deportazioni che si susseguono ogni giorno al di fuori di qualsiasi legalità. Come l’Afghanistan di cui nessuno più parla, l’Iraq è in preda all’anarchia, una terra di nessuno, in via di balcanizzazione, nella quale l’idea stessa del diritto è bandita.Ed è di queste ore la notizia, di fonte statunitense, che numerosi militari australiani impiegati in Iraq cominciano ad accusare sintomi della “malattia da uranio”. A tutto questo si aggiungono il plateale fallimento della politica americana in Medio Oriente (la pace tra Israele e i palestinesi non è mai stata così lontana, a dispetto della risibile retorica della Road Map che sempre più si rivela funzionale a coprire il terrorismo di Stato di Israele e la guerra totale di Sharon contro Hamas) e l’altrettanto manifesto intento della Casa Bianca di riprendere la via della guerra guerreggiata puntando ora contro l’Iran (e – nel “cortile di casa” – contro Cuba).
Benché sistematicamente disinformata, la gran parte dell’opinione pubblica italiana ha mostrato di avere le idee chiare su questo terreno esprimendo una ferma contrarietà alla guerra, sostenendo con coerenza e determinazione le grandi mobilitazioni per la pace susseguitesi senza sosta dopo la manifestazione conclusiva del Social Forum europeo di Firenze, e mostrando anche di solidarizzare con le manifestazioni pacifiste e pacifiche contro le basi Nato e Usa nel nostro paese. In questo quadro, l’oltranzismo filo-atlantico ed antieuropeo del governo italiano (espressosi nelle settimane precedenti l’attacco contro l’Iraq e durante il conflitto, e culminato, in occasione del recente viaggio del premier in Medio Oriente, nell’insultante comportamento tenuto nei confronti della dirigenza palestinese) ha costituito una ragione di debolezza, che ha indubbiamente contribuito a minare il rapporto di fiducia tra le forze di maggioranza e quella parte del loro elettorato che – forte anche della dura opposizione della Chiesa alle scelte della Casa Bianca e dei suoi alleati – ha maturato nel corso dell’ultimo anno una crescente consapevolezza critica su questo cruciale terreno. Da questo punto di vista, il risultato delle amministrative italiane può essere accostato a quello delle tornate elettorali tenutesi nei mesi scorsi in Inghilterra e in Spagna, dove i governi in carica – in prima fila tra i sostenitori dell’aggressione all’Iraq – hanno marcato una significativa battuta d’arresto (in particolare, nelle amministrative spagnole del 25 maggio, alla tenuta di Izquierda Unida si è accompagnato il ritorno, dopo molti anni, del Psoe al primo posto nella graduatoria nazionale dei consensi ottenuti).
2. La guerra di Berlusconi contro la magistratura. Una seconda ragione delle difficoltà oggi attraversate dalla maggioranza risiede probabilmente nella scelta del premier di sacrificare qualsiasi remora all’obiettivo di salvarsi da un’eventuale condanna penale: dopo la condanna in primo grado di Previti al processo Imi-Sir, Berlusconi ha accantonato ogni residua prudenza, mobilitando tutto il suo potere mediatico, tutta la sua capacità di aggressione e tutto il suo dirompente potenziale eversivo pur di sottrarsi al giudizio della magistratura. Non è improbabile che ciò – unitamente all’attacco contro la libertà di stampa e di opinione, evidenziato da ultimo dagli scioperi dei giornalisti – gli abbia sottratto il favore della componente più moderata (una volta tanto in senso proprio) della sua base elettorale, sempre più consapevole della portata regressiva e della carica autoritaria della strategia anti-istituzionale del presidente del Consiglio.

3. Il declino economico del paese. Ad alimentare gli elementi di crisi della capacità egemonica del governo intervengono verosimilmente anche i dati della congiuntura economica. Al di là degli indicatori ufficiali (che pure evidenziano crescenti difficoltà per il sistema produttivo del paese, tali da indurre persino i principali fans dell’attuale governo – Confindustria e Bankitalia – a lanciare forti allarmi sulle sorti dell’industria italiana), i cittadini fanno quotidianamente diretta esperienza dei contraccolpi della crisi – inflazione, bassi salari, crescita della pressione fiscale, aumento delle tariffe, riduzione e dequalificazione dei servizi di welfare (a cominciare da sanità e pensioni) – e ne ricavano un pervasivo senso di insicurezza e di precarietà.
La propaganda trionfalistica del premier mostra la corda e tende sempre più a sortire effetti controproducenti, anche perché – mentre si consuma uno dei più drammatici passaggi dell’agonia della Fiat – si diffonde la consapevolezza del fatto che, nel generale quadro di crisi del paese (secondo l’Istat: -12,7% di ordinativi industriali sul mercato estero tra aprile 2002 e aprile di quest’anno; -4,5% di fatturato nei beni durevoli, -5,1% nei beni strumentali, -16,3% nel tessile e nell’abbigliamento, -12,2% nell’industria delle calzature), l’imprenditore Berlusconi continua imperterrito ad accumulare profitti, complice la mancata soluzione di quel conflitto d’interessi che invano aveva tenuto banco nella competizione elettorale del 2001.

4. Le critiche internazionali. A creare difficoltà alle forze di maggioranza è poi, con ogni probabilità, l’appannamento della figura del presidente del Consiglio sul piano internazionale. Per quanto anche su questi aspetti i media italiani stendano una spessa coltre di disinformazione, trapela tuttavia – raggiungendo le componenti più acculturate della base elettorale della Casa delle libertà – l’eco della crescente disistima che circonda sul piano internazionale la figura di Berlusconi, sia per le sue incresciose vicende giudiziarie (che le probabili condanne dei coimputati del premier riporteranno in primo piano e che nemmeno il “lodo Schifani” potrà comunque cancellare, determinando, al contrario, l’effetto di congelare e mantenere sempre attuali le gravi imputazioni che gravano sul premier), sia per la sua plateale inadeguatezza – fonte di crescente allarme internazionale alla vigilia della presidenza italiana del semestre europeo – a svolgere le funzioni che gli competono.

5. La rissa tra le forze di governo. Infine, per quanto concerne il quadro politico prodottosi dopo le elezioni, è sin troppo evidente la litigiosità scatenata in seno alla maggioranza dal risultato elettorale, in gran parte addebitato da An e da vaste componenti di Forza Italia alle scelte imposte dalla Lega e dal potente ministro dell’Economia. Il paese assiste quotidianamente alla guerra di tutti contro tutti tra le forze di governo, a una rissa scomposta e indecorosa, tanto più turpe in quanto si nutre spesso di tragedie incommensurabili come quella delle centinaia di disperati che ogni giorno, nelle prime settimane di questa torrida estate anticipata, tentano di raggiungere le nostre coste a bordo di vecchie carrette e che a decine concludono in fondo al mare la propria fuga dalla miseria o dalla guerra.

La questione delle alleanze

Benché le insistenti voci di una prossima crisi di governo (minacciata a giorni alterni da Bossi) non appaiano credibili, si può dunque sostenere che la maggioranza attraversa oggi una fase di seria difficoltà, a malapena mascherata dalla controffensiva sferrata dal governo sul terreno delle politiche sociali ed economiche (la controriforma del lavoro e il progettato attacco alle pensioni di anzianità e al Tfr) e sul piano del controllo dei media (il caso Corsera, l’occupazione militare della Rai, il ddl Gasparri sul “riordino” del sistema radiotelevisivo). Ma la difficoltà della maggioranza – sancita anche da un recente sondaggio che attesta la crescente disaffezione di parte dell’elettorato di centrodestra nei riguardi del governo Berlusconi – non è ancora, di per se stessa, garanzia di avanzamento delle opposizioni. Il problema che si pone oggi all’ordine del giorno è precisamente se (e in virtù di quali strumenti) le forze sociali e politiche avverse al governo in carica siano in condizione di mettere a frutto le potenzialità di questa fase, di cui la recente tornata elettorale ha fornito qualche avvisaglia.
Su questo terreno resta da svolgere un grande lavoro politico, che sarebbe imperdonabile considerare riduttivamente, così come d’altra parte sarebbe un grave errore sottovalutare Berlusconi e le sue notevoli capacità di recupero.
Un passaggio decisivo di questo lavoro politico è la costruzione di uno schieramento di forze in grado di contendere all’attuale maggioranza il governo del paese.
Di qui alle politiche (in calendario per il 2006, salvo sempre possibili accelerazioni della dinamica politica), ci aspetta una serie di appuntamenti elettorali, in gran parte dei quali (la nuova tornata di amministrative dell’anno prossimo e le regionali del 2005) un ruolo determinante sarà giocato dal tema delle alleanze su cui ci siamo già soffermati e che dobbiamo ora prendere in considerazione in una prospettiva operativa.

Come si notava, è emersa dall’ultima tornata elettorale un’indicazione univoca: quelle intese tra le forze dell’opposizione che l’elettorato democratico e di sinistra da tempo chiede a gran voce si sono puntualmente rivelate premessa ineludibile al fine di sconfiggere le forze del centrodestra. Di questo dato di fatto siamo da lungo tempo consapevoli. L’area politica che si riconosce in questa rivista non ha mai nascosto tale convincimento, nemmeno quando – sino a poco tempo addietro – avanzare dubbi sulla teoria del presunto “esaurimento storico dei margini di riformismo” o anche soltanto evocare la questione delle intese politiche a sinistra bastava a suscitare, anche dentro il partito, una levata di scudi e l’accusa (che si voleva infamante) di “alleantismo”. E tuttavia si pone qui un problema che va riconosciuto in tutta la sua portata e affrontato con grande chiarezza e determinazione.
La consapevolezza del valore aggiunto connesso alle alleanze – in primis tra i partiti della sinistra – non è di per sé sufficiente a cancellare le rilevanti divergenze politiche che sussistono tra le piattaforme strategiche delle diverse forze in campo: si pensi – per limitarci ad alcune questioni tra le più importanti – al problema delle privatizzazioni, al giudizio sul Patto di Stabilità e sulla cosiddetta “modernizzazione” (per amore della quale il segretario dei Ds non esita, ancora in questi giorni, a dichiararsi fautore della “buona flessibilità” – immaginiamo quella del nuovo pacchetto Amato-Treu), per non parlare delle riforme istituzionali – che hanno aperto la via all’offensiva presidenzialista di Berlusconi e Fini e alla Vandea “federalista” della Lega – o della guerra: come non rilevare, a questo proposito, che, nei discorsi di D’Alema, all’opposizione nei confronti dell’estremismo imperialista di Bush fa puntualmente eco l’orgogliosa rivendicazione della partecipazione italiana ai bombardamenti sul Kosovo, anch’essi decisi senza mandato dell’Onu?

Come procedere allora? Proprio perché si riconosce a questa partita un’importanza cruciale per le sorti del paese e delle forze di opposizione – a cominciare da Rifonda-zione comunista – si tratta, a nostro giudizio, di coniugare il massimo di realismo (la consapevolezza della fondamentale importanza degli accordi) con il rispetto delle opzioni politiche di fondo nelle quali si riassume l’essenza stessa del nostro essere comunisti in questo paese e in questa fase storica.
Per dirla in concreto, occorre procedere in modo pragmatico, senza fughe in avanti: la consapevolezza delle divergenze non deve costituire un deterrente, ma non può nemmeno dileguare per effetto della decisione di stringere, costi quel che costi, accordi politico-programmatici eventualmente contrastanti con l’orientamento strategico del partito e con la sua stessa ragion d’essere.
Come si diceva, le intese vanno costruite: implicano un percorso, una ricerca, un lavoro di reciproco confronto tra le forze in campo e di raccordo – nei limiti del possibile – tra le rispettive posizioni. Se questo è vero, appare ragionevole muovere intanto verso il traguardo più prossimo: l’interlocuzione con le forze – partiti, movimenti, sindacati e associazioni – con cui Rifondazione ha realizzato negli ultimi tempi concrete forme di collaborazione (da ultimo la raccolta delle firme per i referendum), basate sulla condivisione di rilevanti obiettivi strategici e sul comune riconoscimento della priorità della lotta contro il governo Berlusconi, contro la guerra e contro le politiche neoliberiste. Solo in un secondo tempo, sulla base dei risultati conseguiti in questa prima fase di ricerca, si tratterà di verificare la praticabilità di intese più ampie (e verosimilmente meno ambiziose sul terreno dei contenuti programmatici), destinate a coinvolgere le altre forze dell’Ulivo.
In questo lavoro la bussola dev’essere il binomio – unità e autonomia – che ha sempre marcato i passaggi salienti della vita del nostro partito e la nostra stessa azione al suo interno. Ciò significa, per un verso, non porre in partenza limiti alla ricerca di accordi con le altre forze dell’opposizione, non escludere l’eventualità di intese politiche di ampio respiro sul piano dei contenuti e degli obiettivi strategici di un’azione di governo; per l’altro, tuttavia, essere consapevoli che – dinanzi a insuperabili divergenze programmatiche, oggi tutt’altro che inverosimili – ci si potrebbe trovare, in taluni casi, nella necessità di ridurre i termini della collaborazione al piano di semplici intese elettorali, motivate da una finalità prioritaria: battere le destre, liberare il paese da un governo reazionario, pernicioso in particolare per i lavoratori e le classi subalterne, pericoloso per la tenuta stessa delle istituzioni democratiche.
Dire di più qui e ora sarebbe astratto e controproducente, poiché varrebbe a imporre al dialogo tra le opposizioni – cioè a un percorso aperto, i cui sviluppi ed esiti appaiono oggi in buona misura imprevedibili – una gabbia non giustificata dal merito delle posizioni e delle proposte in campo.

Sul partito

Tutto questo lavoro implica tuttavia un presupposto sul quale chiudiamo questo giro d’orizzonte sull’attuale fase politica.
Rifondazione può reggere alle sfide che la fronteggiano soltanto rafforzando le proprie strutture organizzative e la propria presenza sul territorio. Non si tratta di uno slogan, ma dell’indicazione fornitaci dall’esperienza e anche dalla riflessione sui nostri errori e sulle nostre insufficienze. Il discorso è già stato accennato trattando dei risultati delle amministrative, che hanno premiato le forze più radicate nel territorio; lo si può riprendere in positivo, considerando il successo della raccolta delle firme per i referendum, che in tante realtà abbiamo condotto in pressoché totale solitudine. Questa esperienza dimostra l’importanza del lavoro dei militanti – che restano la nostra più preziosa risorsa politica – e delle strutture del partito ai fini dello sviluppo e del buon esito delle nostre battaglie. Ma queste strutture restano insufficienti, così come insufficiente – lo diciamo senza polemica – appare sin qui l’investimento sul partito compiuto nel corso del periodo che ci separa dal Congresso di Rimini.
Anche su questo terreno talune scelte vanno riorientate. Occorre uscire dalla falsa alternativa partito/movimenti. Questi ultimi anni – e ancora i più recenti avvenimenti politici di cui ci siamo qui occupati – hanno mostrato come soltanto un forte partito comunista possa costituire un interlocutore saldo dei movimenti, in grado di alimentarne la crescita e di garantirne la continuità nelle inevitabili fasi di arretramento. D’altra parte, la consapevolezza della grande importanza dell’irruzione dei movimenti sulla scena politica nazionale e mondiale non implica la propensione a trasfigurarli né se ne giova. Compito del partito non è identificarsi con i movimenti né assumerne acriticamente piattaforme o modalità di intervento, bensì interagire con essi, stabilire legami volti a dare efficacia, incisività e continuità al loro intervento: a generalizzare i risultati delle rispettive esperienze di lotta (com’è avvenuto per la grande battaglia pacifista, frutto della saldatura tra lotta contro la guerra, lotta sociale e lotta democratica), ma anche a correggerne eventuali limiti, come nel caso dell’insufficiente presa di distanza dalla sterile pratica delle violenze di piazza: un “nuovo luddismo” che – come si è verificato ancora da ultimo in occasione del G-8 di Evian e soprattutto del vertice europeo di Salonicco – non produce altro effetto che la riduzione della capacità espansiva del movimento e la legittimazione dell’azione repressiva delle forze dell’ordine agli occhi dell’opinione pubblica.
Lungi dal profilarsi una competizione tra partito e movimenti che sarebbe distruttiva per tutti, è qui in campo una fisiologica divisione del lavoro politico, in grado di promuovere la massima accumulazione di forze critiche: questo significa che ogni nostra risorsa dovrà in primo luogo essere destinata a rafforzare i circoli e le federazioni, che costituiscono i soli strumenti attraverso cui possiamo conoscere le istanze della nostra gente e interloquire con essa senza fuorvianti mediazioni.
Non c’è nulla di più importante della capillare presenza del partito sul territorio, perché nulla conta di più della costante interazione del partito con le realtà sociali, i quartieri, i luoghi di lavoro e di studio. Questa semplice idea appare tanto più attuale e importante oggi, quando è tornato all’ordine del giorno il problema della costruzione di un ampio schieramento di forze di sinistra e di opposizione in tutto il paese. Essa deve ispirare in primo luogo il nostro impegno: è il punto di partenza dal quale muovere per intraprendere, in un momento straordinariamente delicato ma anche importante della vita di Rifondazione comunista, un percorso di riflessione e di riorientamento della nostra azione politica che diventa ogni giorno più urgente.