La dottrina Bush e l’imperialismo planetario

Nonostante si sviluppi nella medesima area geografica e abbia di mira il medesimo paese, l’aggressione contro l’Irak che gli Stati Uniti si apprestano a scatenare ha un significato sensibilmente diverso e decisamente più inquietante della guerra del Golfo del 1991. Nel frattempo è intervenuta la dottrina Bush, con la teoria della guerra preventiva, chiamata a fronteggiare “le minacce emergenti prima che esse abbiano preso pienamente forma”. Che si tratti di “una minaccia specifica nei confronti degli Stati Uniti” ovvero “dei loro alleati ed amici”, di una minaccia alla sicurezza o anche solo agli “interessi”, tutte, senza distinzioni superflue, devono essere liquidate. A chi ancora non l’avesse compreso, l’amministrazione americana chiarisce di essere pronta ad “agire ogni qual volta i nostri interessi siano minacciati”. Ma tutto ciò non basta; è necessario farla finita con “terroristi e tiranni” e coi paesi i quali “rifiutano i valori umani basilari ed odiano gli Stati Uniti e tutto ciò che essi rappresentano”. Se si tiene presente che a definire le “minacce”, gli “interessi”, i “terroristi”, i “tiranni”, i “valori umani basilari”, e persino il sentimento di “odio” è sempre e soltanto la superpotenza americana, che esplicitamente rifiuta di lasciarsi legare le mani da un organismo internazionale, una conclusione si impone: non c’è paese, qualunque sia il suo regime politico e sociale, non c’è area geografica, per lontana che sia dagli Stati Uniti, che possa considerarsi al riparo dalla pretesa alla giurisdizione universale che si arroga Washington. Siamo in presenza di un interventismo planetario che, in nome della prevenzione, è pronto a mettere a ferro e fuoco il pianeta. Non a caso, un pathos attivistico attraversa in profondità la dottrina Bush: “Nel nuovo mondo in cui ci siamo affacciati l’unica strada per la salvezza è la strada dell’azione”. E questa azione, come in più occasioni è trapelato dalle dichiarazioni di questo o quell’esponente dell’amministrazione americana, può ben varcare la soglia nucleare.
Si comprendono allora l’inquietudine e l’allarme che si diffondono ben al di là dei circoli della sinistra. Cosa sta succedendo? Perché alla guerra fredda ha fatto seguito non già la pace perpetua promessa dai vincitori bensì una serie di guerre calde che sembra non dover conoscere fine? Quali sono i reali obiettivi del nuovo corso e della dottrina Bush? Se esaminiamo le risposte o i tentativi di risposta a tali domande, ecco che una categoria balza agli occhi. Già subito dopo l’11 settembre, un eminente storico inglese delle dottrine politiche, Quentin Skinner, ha dichiarato: “Penso sarebbe più giusto caratterizzare gli attacchi terroristici non come rivolti alla libertà o agli ideali americani, ma alla politica americana, all’imperialismo americano, soprattutto in Medio Oriente” (Passarini, 2001). Ed ora diamo la parola ad altri due studiosi, questa volta statunitensi: “La guerra americana contro il terrore è una riedizione dell’imperialismo” (Ignatieff, 2002, p. 11); ad ispirare Bush – osserva Anatol Lieven, esponente di una prestigiosa istituzione (Carnegie Endowment for International Peace) – è un “imperialismo sempre più esplicito” (in Lewis, 2002, p. 6). Ad esprimersi in questo modo non sono solo intellettuali: se Ted Kennedy prende le distanze dal “nuovo imperialismo” di Washington (in Molinari, 2002), l’ex-cancelliere tedesco Helmut Schmidt denuncia con forza la “tendenza americana all’unilateralismo o persino all’imperialismo” (Schmidt, 2002). Indipendentemente da questo o quell’autore, da questa o quella personalità, sempre più frequentemente risuonano le riserve o le critiche nei confronti dell’“imperialismo del libero mercato” ovvero dell’“imperialismo dei diritti umani”.
Sul versante opposto, non mancano i tentativi di riabilitazione. In occasione della guerra contro la Jugoslavia, sulla stampa americana si poteva leggere: “Solo l’imperialismo occidentale – benché pochi amino chiamarlo per nome – può ora unire il continente europeo e salvare i Balcani dal caos” (Kaplan, 1999). Ad un paio d’anni di distanza il discorso diventa più preciso; da “occidentale” l’imperialismo diventa univocamente statunitense; ed ecco “Foreign Affairs” proclamare, già nel titolo della pagina che introduce il numero della rivista e poi nell’articolo di apertura, che “la logica dell’imperialismo”, ovvero “del neoimperialismo è troppo stringente perché Bush possa resistervi” (Mallaby, 2002). Sì, gli Stati Uniti, sarebbero “un imperialista riluttante”, ma necessario e benefico. Per la verità, la vignetta chiamata ad illustrare questa tesi, che rappresenta uno zio Sam impegnato a giocherellare col mappamondo, dà un’idea, più che della riluttanza, di un sovrano compiacimento. E, tuttavia: da un lato la riabilitazione di una categoria divenuta odiosa negli anni della lotta contro il nazifascismo e il colonialismo rende evidente la radicalità del processo di reazione oggi in atto; dall’altro la critica dell’odierna politica di guerra e di potenza fa ricorso sempre più frequente ad una categoria che gioca un ruolo centrale nell’analisi di Lenin, un autore a lungo considerato morto e travolto dalle rovine del campo socialista.

Dal Nuovo Ordine Internazionale all’imperialismo

Come spiegare queste novità? Dieci anni fa Bush sr. scatenava la guerra contro l’Irak in nome del Nuovo Ordine Internazionale: erano chiamati a costruirlo l’Occidente nel suo complesso, il Giappone e persino la boccheggiante Unione Sovietica di Gorbaciov; almeno in teoria, ad essere protagonista era la “comunità internazionale”, il mondo “civile” in quanto tale. Ben diverso è il clima ideologico dei giorni nostri. La dottrina di Bush jr. rivendica agli Stati Uniti e solo ad essi una “grande missione”. Non a caso si tratta del presidente, che a suo tempo ha condotto la campagna elettorale agitando un dogma sul quale non è consentito alcun dubbio: “La nostra nazione è eletta da Dio e ha il mandato della storia per essere un modello per il mondo”. E’ vero, si tratta di un vecchio motivo dell’ideologia americana. Ma esso, ora, non solo diventa ossessivo, ma pretende di essere il principio-guida per la trasformazione e rigenerazione dell’intero pianeta, e cioè per il suo assoggettamento alla volontà sovrana di Washington. Rispetto ad un paese ispirato e consacrato dalla divina Provvidenza, non solo “terroristi e tiranni”, ma anche i tradizionali alleati “democratici” si rivelano in tutta la loro profana volgarità e irrilevanza. La stessa Alleanza Atlantica, per non parlare dell’Onu, può collaborare e rendersi utile all’amministrazione americana ma non deve essere d’intralcio alla sua volontà sovrana: “dobbiamo essere preparati ad agire separatamente quando i nostri interessi e le nostre uniche responsabilità lo richiedano”. Già in un’intervista della scorsa estate il presidente statunitense ha tenuto a sottolineare che “gli Stati Uniti sono in una posizione unica” (Woodward, 2002). Alla “comunità internazionale”, che ha presieduto alla prima guerra del Golfo e all’aggressione contro la Jugoslavia, è subentrata la nazione “unica” ed “eletta da Dio”. A questo punto, emerge con nettezza il carattere subalterno della funzione prevista per i paesi “alleati”, ed ecco che al loro interno cominciano ad emergere voci critiche nei confronti dell’“unilateralismo” e, talvolta, persino dell’“imperialismo” di Washington.
Si tratta di una presa di coscienza non solo timida e incompleta, ma anche piuttosto tardiva. Vediamo con quali argomenti, in occasione della prima guerra del Golfo, i suoi campioni hanno cercato di convincere i settori dell’opinione pubblica americana riluttanti ad imbarcarsi nell’avventura bellica: “Davvero gli isolazionisti conservatori si sentirebbero sollevati se la Marina giapponese pattugliasse il Golfo mentre 100.000 soldati giapponesi sbarcano in Arabia Saudita?” Il giornalista italiano, che riportava tale dichiarazione di Irving Kristol, commentava: “Non c’è dubbio che il gruppo dirigente degli Stati Uniti abbia visto nella crisi una occasione di riproposizione della leadership americana sul terreno su cui non conosce concorrenti”, e cioè sul terreno militare (Brancoli, 1990). Qualche tempo dopo, sull’onda della vittoria contro l’Irak, Washington minacciava anche la Libia, ed ecco l’ambasciatore russo a Tripoli, Beniamin Popov, osservare che gli Usa miravano sì a “controllare la produzione del greggio mediorientale”, ma anche ad “impedire lo svilupparsi delle relazioni economiche tra Libia ed Europa” (in Man, 1992). A questo punto conviene rileggere Lenin: a caratterizzare l’imperialismo è “la conquista di terre, diretta non tanto al proprio beneficio quanto ad indebolire l’avversario”.
Possiamo ora comprendere meglio gli obiettivi perseguiti dalle guerre del Golfo nonché dall’insediamento che, col pretesto della lotta al terrorismo, gli USA sono riusciti a realizzare in Asia centrale. Non basta rinviare al petrolio quale obiettivo costante di questo frenetico attivismo diplomatico-militare. Anche il colonialismo ha di mira il saccheggio delle materie prime e delle risorse dei paesi che esso assoggetta. E’ più importante un’altra considerazione: la superpotenza americana, in Medio Oriente così come in Asia centrale, mira a sottoporre al suo controllo totale ed esclusivo le fonti energetiche da cui dipendono i paesi che potrebbero mettere in discussione la sua egemonia e che già oggi le fanno ombra.
Se il colonialismo classico mira in primo luogo al saccheggio, la ricerca dell’egemonia è la molla decisiva dell’imperialismo propriamente detto. Uno sguardo alla storia degli Stati Uniti può chiarire meglio questa differenza. Tra Sette e Ottocento, la conquista del Far West, con la progressiva espropriazione, deportazione e decimazione dei pellerossa, è un capitolo di storia del colonialismo: si tratta di appropriarsi della terra e delle ricchezze del sottosuolo. Con l’occupazione delle Filippine, agli inizi del Novecento, all’obiettivo tradizionale del saccheggio delle risorse s’intreccia un altro ancora più ambizioso. Ora, a partire dalla postazione avanzata costituita dal nuovo territorio assoggettato, lo sguardo si rivolge al Giappone: è già iniziata la gara imperialistica per l’egemonia nel Pacifico che poi sfocia in una sanguinosa prova di forza di militare tra il 1941 e il 1945. Al suo concludersi, gli USA installano nel paese sconfitto basi militari, il cui obiettivo è in primo luogo il contenimento e l’accerchiamento dell’Unione Sovietica. Dopo la fine della guerra fredda e la vittoria di tipo napoleonico (per dirla con Lenin), che li consacra come superpotenza unica e senza rivali, gli Stati Uniti sono sempre più chiaramente impegnati a realizzare un impero planetario. E’ in questo quadro che va collocato l’espansionismo ormai senza più freni in direzione delle aree più ricche e promettenti dal punto di vista delle riserve di petrolio e di gas naturale. Al di là dello slancio che ne potrebbe ricavare l’economia americana, grazie ai rifornimenti energetici a basso prezzo, ai nuovi mercati che si aprono e al boom dell’industria militare, è in gioco una posta ancora più importante: si tratta di ridimensionare drasticamente il peso geo-economico e strategico della Russia e di aggravare la vulnerabilità energetica ed economica non solo della Cina – alla quale la dottrina Bush, come vedremo in un prossimo articolo, lancia pesanti avvertimenti – ma anche dei paesi “alleati” in Asia e in Europa. Per non parlare del fatto che la sperimentazione sui campi di battaglia delle nuove armi e delle nuove tecnologie potrebbe rafforzare ulteriormente il ruolo degli USA come superpotenza unica e senza rivali, in grado di inviare in ogni angolo del mondo, senza grossi rischi, i suoi poliziotti e i suoi plotoni d’esecuzione.
Si comprende allora che in Europa comincino a mugugnare o a protestare apertamente anche settori della borghesia nazionale. E’ in tale quadro che va collocato l’intervento di Helmut Schmidt. Questi non si limita a criticare l’“unilateralismo” e il tendenziale “imperialismo” della nuova amministrazione americana. Egli cerca anche di rintracciare le origini di tale politica: “Reagan bombardò Grenada, Clinton bombardò Belgrado e una fabbrica in Sudan – il tutto senza una risoluzione del consiglio di Sicurezza dell’ONU, il tutto in violazione della Carta delle Nazioni Unite”. Ancora più importante è il fatto che l’ex-cancelliere tedesco contrapponga positivamente Russia e Cina al servilismo di certi governi europei: “Diversamente da Putin e Jiang Zemin, alcuni ministri e capi di governo europei hanno reagito all’unilateralismo americano in modo piuttosto privo di dignità”. Infine, Schmidt non esita a prendere le difese della Cina: a scatenare oltre Atlantico la campagna contro il grande paese asiatico sono “intellettuali di orientamento imperialistico”. E, di nuovo, nella critica di un paese ormai incline ad un “uso della potenza privo di scrupoli” e pronto persino a sparare “il primo colpo nucleare”, nell’analisi dell’odierna situazione internazionale ritorna una categoria che rinvia in primo luogo a Lenin.

Perché è essenziale la categoria di imperialismo

Ad attardarsi a guardare con ironia alla categoria di “imperialismo” sono i settori più provinciali della sinistra, coloro che, presi dalla smania di apparire moderni e aggiornati, finiscono in realtà col riecheggiare acriticamente i luoghi comuni dell’ideologia dell’imperialismo. La sua storia è accompagnata come un’ombra dal mito che celebra l’unità corale delle grandi potenze “civili”, in quanto “polizia internazionale” chiamata a mantenere l’ordine nel mondo. A strombazzare con particolare zelo questo mito, sia pur mutando il segno da positivo in negativo, sono oggi i critici a sinistra della categoria di imperialismo, i sedicenti campioni del superamento del leninismo. In realtà, atteggiandosi in tal modo, essi diffondono una pericolosa illusione, come se la guerra infinita, teorizzata e messa in atto da Washington, dovesse avere come bersaglio sempre e soltanto piccoli paesi: la Jugoslavia, l’Irak, e, domani, l’Iran, la Siria, la Libia, ovvero, nell’emisfero occidentale, Cuba, Venezuela, ecc. Senonché la dottrina Bush è di una chiarezza inequivocabile: “resisteremo strenuamente a qualunque aggressione proveniente da altre grandi potenze”. E ancora: “Le nostre forze armate saranno abbastanza forti da dissuadere potenziali avversari dal perseguire una politica di riarmo nella speranza di superare, o anche solo di raggiungere, la potenza degli Stati Uniti”. Come si vede, ad essere presi di mira non sono soltanto i piccoli “Stati-canaglia”… Che nessuna grande potenza si azzardi non diciamo ad “aggredire” ma anche solo ad inseguire gli Stati Uniti nella loro frenetica corsa al riarmo, ostacolando l’aspirazione dell’inquilino della Casa Bianca ad affermarsi come sovrano unico e indiscusso dell’intero pianeta!
Mentre passa sotto silenzio il pericolo di guerre su larga scala, la teoria che considera dileguato l’imperialismo e le contraddizioni tra le grandi potenze non aiuta e non incoraggia certo la resistenza dei popoli e paesi oppressi. Da Lenin a Mao, da Ho Chi Minh a Castro, i grandi ispiratori e protagonisti dei movimenti di emancipazione dei popoli coloniali hanno insistito sulla necessità di utilizzare tutte le contraddizioni del quadro internazionale. A facilitare la vittoria della rivoluzione cinese è stato il conflitto non solo tra Unione Sovietica socialista e Giappone imperialista ma anche tra imperialismo giapponese e imperialismo americano. Sempre nel secondo dopoguerra, il popolo indiano, egiziano, algerino ecc. hanno potuto conquistare o mantenere l’indipendenza per il fatto che la loro lotta ha saputo trarre profitto sia dall’appoggio politico-diplomatico e, talvolta, militare del campo socialista, sia dalle contraddizioni e dalle incrinature che dividevano l’imperialismo americano dall’imperialismo britannico e francese.
Ma ecco che ora la teoria della “nuova Yalta” dichiara ai popoli oppressi o minacciati di aggressione che essi continueranno ad avere contro di sé la forza intera e compatta non solo del mondo capitalista ma anche di tutte le grandi potenze, compreso la Cina diretta da un Partito comunista. Nello sforzo di sfuggire al micidiale embargo imposto da Washington, Cuba sviluppa rapporti commerciali non solo con Spagna e Canada, che bene o male provano a resistere alle pressioni statunitensi, ma anche, nonostante la grande distanza geografica, con la Cina, dalla quale la piccola isola importa macchinari industriali essenziali al suo sviluppo. Ma, dal punto di vista dei critici qualunquisti della “nuova Yalta” non c’è differenza alcuna tra la superpotenza che impone l’embargo, i paesi che con timidezza cercano di aggirarlo e il grande paese asiatico che l’ignora del tutto.
Anche in questo caso, i sedicenti “ultrasinistri” non fanno che riprendere i miti dell’ideologia dominante. A suo tempo, l’aggressione contro la Jugoslavia è stata presentata come un’iniziativa della “comunità internazionale”: eppure, ad opporsi alla guerra erano paesi come la Russia, la Cina, l’India… La presunta “comunità internazionale” del 1999 si è oggi ulteriormente e drasticamente ristretta; e, tuttavia, gli Stati Uniti cercano di giustificare la guerra che mirano a scatenare contro l’Irak presentandosi come gli interpreti e gli esecutori della risoluzione votata all’unanimità dal Consiglio di Sicurezza dell’ONU. Sorvolano sul fatto che quella risoluzione è il risultato di un duro scontro nel corso del quale Washington, nonostante le sue minacce, è stata costretta a rinunciare alle sue richieste più estremistiche. E lo scontro è ben lungi dall’essersi concluso: mentre Russia, Francia e Cina continuano a ribadire che l’ultima parola spetta ancora al Consiglio di Sicurezza dell’ONU, Bush si riserva il diritto di premere il grilletto quando e come vuole. Agitando il mito di una “nuova Yalta”, coralmente unita nella volontà di guerra contro l’Irak, i sedicenti “ultrasinistri” danno di fatto ragione all’amministrazione americana e finiscono con l’accreditare i suoi piani di guerra!
Infine. L’interventismo planetario di Washington non può non considerare superati i confini statali e nazionali. Ci sono diritti umani che valgono per “ogni persona, in ogni civiltà”; e, dunque, “gli Stati Uniti sfrutteranno l’opportunità di questo momento per estendere i benefici della libertà in tutto il pianeta”. E, ancora una volta, cosa si debba intendere per “libertà” lo decide il sovrano planetario che siede alla Casa Bianca. E’ da condannare come infetto di “totalitarismo” ogni governo che metta in discussione la “libera impresa”, la “libertà economica”, i “mercati aperti”, il “rispetto della proprietà privata”, che faccia ricorso, invece che a “sane politiche fiscali a sostegno dell’imprenditoria” e degli investimenti, alla “mano pesante del governo”. In ultima analisi, è da respingere come un attacco alla libertà ogni tentativo di costruire o di mantenere in piedi lo Stato sociale. E così il sedicente universalismo statunitense si rivela come un attacco di dimensioni planetarie ai diritti economici e sociali che pure sono sanciti dall’ONU. Per quanto poi riguarda gli altri diritti dell’uomo, conviene non perdere di vista la condizione dei detenuti a Guantanamo ovvero l’esecuzione senza processo, dall’alto degli aerei della CIA, di coloro che sono sospettati di avere legami con la rete terroristica…
Non per questo l’universalismo di Washington si rivela meno imperioso. Anzi, esso è così sicuro di sé da presentarsi in forma decisamente più ingenua rispetto al passato. Bush jr. non ha esitazioni a dichiarare che le guerre da lui programmate mirano ad affermare “gli interessi e i principi americani”. Ma perché mai gli altri popoli dovrebbero inchinarsi senza obiezioni e anzi con gesto di riverenza agli interessi e ai principi americani? Per gli ideologi e gli strateghi della Casa Bianca e del Pentagono non ci sono dubbi: fra “gli interessi e i principi americani” da un lato e i valori universali dall’altro c’è una sorta di armonia prestabilita. Ed ecco allora la dottrina Bush teorizzare senza imbarazzo e senza vergogna un “internazionalismo squisitamente americano che rifletta l’unione dei nostri valori e dei nostri interessi nazionali”! Non solo i “valori” ma persino gli “interessi” di un popolo determinato si presentano come l’espressione di una superiore universalità, cui non è lecito resistere e che è chiamata ad imporsi anche con la forza delle armi. Siamo in presenza di una contraddizione logica manifesta ovvero di una pretesa inaudita; ma tutto ciò non costituisce un problema per chi pretende di parlare a nome di un “popolo eletto” e di aver con sé il buon Dio e la Provvidenza.
Ed è a partire da questa tranquilla certezza di essere il portavoce unico ed esclusivo dei valori universali, anzi dei “valori dati da Dio”, com’egli ha dichiarato nell’intervista già citata, che Bush jr., nel formulare la dottrina che rivendica a Washington il diritto alla guerra preventiva e all’interventismo planetario, proclama anche la fine dello Stato nazionale: “Oggi, la distinzione tra affari interni ed esteri si sta assottigliando. In un mondo globalizzato anche eventi che avvengono oltre i confini dell’America hanno un grande impatto interno”. E così tendono a diventare questioni di politica interna alla superpotenza americana anche vicende che si svolgono a grande distanza dai suoi confini. Naturalmente, negli stessi USA, i critici liberal di questo imperialismo camuffato da “internazionalismo” e universalismo non hanno difficoltà ad osservare: “E’ una visione nell’ambito della quale la sovranità diviene più assoluta per l’America, anche se diviene più condizionata per i paesi che sfidano gli standard di Washington di comportamento sul piano interno ed internazionale” (Ikenberry, 2002, p. 44). E cioè, lo strapotere sovrano che si arroga l’unica superpotenza è una grave minaccia all’indipendenza e alla sicurezza degli altri paesi. Viene in mente l’osservazione di Lenin, secondo cui l’imperialismo è caratterizzato dall’“enorme importanza della questione nazionale”.
Al di là della sfera economica, la polarizzazione provocata dall’imperialismo investe anche la sfera politica: il problema della difesa dell’indipendenza nazionale si fa sentire con forza ben al di là del tradizionale mondo coloniale. E, ancora una volta, nel proclamare la fine dello Stato nazionale, una certa “sinistra” finisce con l’essere in sostanziale consonanza con l’imperialismo.

Stati Uniti e Israele: l’asse dell’imperialismo

La strapotenza militare e multimediale dell’imperialismo americano non deve farci perdere di vista i suoi elementi di debolezza. Ad identificarsi totalmente con esso è solo un paese. Se la stessa Inghilterra o la stessa Australia rivelano a tratti qualche tentennamento, non così Israele. Su questo punto non c’è differenza tra Sharon e Peres o Barak: tutti e tre, al governo o all’opposizione, premono per la guerra, e non solo contro l’Irak ma anche, in prospettiva, contro l’Iran, la Siria, la Libia… Per costringere il popolo palestinese alla capitolazione, Israele ha bisogno di fare il deserto attorno a sé. Sul finire del secondo conflitto mondiale e prima dello scoppio della guerra fredda, Washington pensa per un attimo di liquidare una volta per sempre la concorrenza della Germania, de-industrializzandola e riducendola ad un paese agricolo e pastorale. E’ il famoso o famigerato piano Morgenthau, che avrebbe condannato alla miseria e persino all’inedia settori consistenti della popolazione tedesca. Col pretesto di impedire la proliferazione delle armi di distruzione di massa, Stati Uniti e Israele sono concordi nel voler imporre la de-industrializzazione dei paesi arabi e islamici che costituiscono la retrovia del popolo palestinese. In tal modo, Israele consoliderebbe nettamente la sua posizione di potenza egemone nel Medio Oriente e gli Stati Uniti percorrerebbero un bel pezzo della strada che conduce all’instaurazione dell’agognato impero planetario.
Oltre alla convergenza strategica, a saldare ulteriormente l’unità dei due paesi dell’asse dell’imperialismo è anche la consonanza ideologica, come dimostra il ricorso in un caso e nell’altro alla mitologia del “popolo eletto”. Per il movimento di lotta per la pace, la denuncia e l’isolamento dell’asse dell’imperialismo costituiscono oggi il compito principale.

Riferimenti bibliografici

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