La discussione sul “patto di destabilizzazione”

*Centro “Federico Caffè”, Università di Roskilde, Danimarca

“PATTO DI CRESCITA E STABILITÀ”: ORIGINE DELLE POLITICHE ANTIPOPOLARI

Il Patto di stabilità sottoscritto dai governi dei paesi membri dell’Unione Europea nel 2002 è certamente il più discusso dei vari atti che hanno segnato il percorso dell’integrazione europea: il Trattato di Maastricht, che mediante i “criteri di convergenza” stabilisce le condizioni di ingresso dei paesi europei nell’ Unione Europea (1991); l’attuazione del “mercato unico” del 1992, che segna la fine delle barriere commerciali e finanziarie alla mobilità dei capitali nell’Unione; l’introduzione della moneta unica nel 2003, con la quale i governi dei vari paesi rinunciano definitivamente alla possibilità di perseguire in modo indipendente una politica monetaria e dei tassi di cambio necessaria a far fronte a situazioni diverse di inflazione e disoccupazione a livello nazionale; e, infine, la recente approvazione della Carta costituzionale europea.
Sul Patto di stabilità vi sono state crescenti critiche e malumori, che tuttavia e paradossalmente non si sono manifestati in occasione di altre decisioni strategiche più importanti. Ad esempio nei confronti del Libro Bianco di Delors su “competitività, crescita e occupazione” del 1993 (1), che avviò la fuoriuscita dal “modello sociale europeo” in direzione di una crescente integrazione dell’ Unione Europea nel sistema della Triade capitalistica e quindi della globalizzazione; nè verso l’approvazione del Documento di Lisbona del 2000, con il quale l’Unione ha abbandonato ogni ambizione di specificità europea, spostando il proprio asse di crescita e orientamento dalla sua naturale dimensione euroasiatica verso l’Atlantico. Si è andati così da una posizione di autonomia culturale basata sui “due occidenti», quello europeo e quello atlantico, all’appiattimento su quest’ultimo grazie alla manipolazione ideologica dell’idea di Occidente europeo in Occidentalismo tout court. (2)

CRITICHE FORTI E TRASVERSALI

Le critica al Patto di stabilità e alle sue implicazioni sulle politiche economiche e sul modello sociale europeo sono state a suo tempo avanzate da gruppi critici della sinistra e, tra gli altri, da numerosi economisti nel contesto delle discussioni che hanno accompagnato la decisione d’introdurre la moneta unica. Alcuni autori hanno alimentato l’interesse per questo dibattito richiamando l’esperienza dell’introduzione della Lira nel processo di unificazione italiana nel 1861, che non modificò le distanze tra il nord e sud dell’Italia e che, certamente, non favorì l’integrazione del paese.(3)
La critica al Patto di stabilità (chiamato ufficialmente Patto di crescita e stabilità – PCS) ha assunto di recente dimensioni ampie a trasversali ai gruppi politici e alle istituzioni coinvolte. L’Italia è il paese che da ultimo si è allineato alle richieste – presenti da anni – di una revisione del PCS, e sempre arrogantemente respinte dalla Commissione Europea. In Italia i primi timidi cenni critici e il bisogno di revisione vennero avanzati nel 2002 dall’allora ministro delle finanze Giulio Tremonti, dopo che richieste analoghe erano da tempo state avanzate da altri governi europei.
Vi hanno fatto seguito le più enfatiche affermazioni dell’allora presidente della Commissione Europea Romano Prodi al quotidiano francese Le Monde (ottobre 2002), che ha definìto il Patto come “stupido” e “rigido», seguite però ben presto da tentativi di rettifica, precisando che si riferiva alle regole e non al Patto stesso, e che “Qualsiasi idea di avere politiche economiche divergenti (tra i paesi dell’UE) è totalmente folle». Il quotidiano inglese Financial Times, infine, nell’esprimere ampie riserve nei confronti del PCS ha introdotto l’espressione “Patto di destabilizzazione” (2003).

I CONTENUTI DEL PATTO DI CRESCITA E STABILITÀ

Il PCS venne approvato dai governi dei 15 paesi membri dell’UE nel giugno del 1997, motivandolo con il bisogno legittimo (?) di tener conto in particolare della pressione dei gruppi della finanza e della Banca Centrale tedesca, rappresentanti degli interessi dei grandi gruppi finanziari internazionali. L’obiettivo del Trattato di Maastricht, con i suoi “criteri di convergenza», era quello di trasformare il comportamento economico dei paesi membri in economie a basso tasso di inflazione e a basso livello di deficit pubblico. Le motivazioni ‘tecniche’ addotte per il PCS furono che il Trattato di Maastricht fissava le condizioni d’ingresso nell’area dell’Euro ma non le regole da rispettare nel periodo di sua applicazione. Vennero così introdotte regole comuni di bilancio statale, che fissano il limite del 3% del PNL annuo per il debito pubblico e introducono ammonimenti e sanzioni verso i paesi inadempienti. L’aspetto veramente ‘innovativo’ di queste misure, che debbono valere non solo su base annuale ma su una permanente riduzione del deficit, è che esse vanno rispettate senza tener conto dell’andamento del ciclo economico. Vale a dire che, nel momento in cui le economie europee si stavano a fatica riprendendo dallo shock depressivo introdotto con le regole di aggiustamento imposte dal Trattato di Maastricht, venivano rigettate nella medesima situazione di stagnazione, rese impotenti a reagire di fronte alla tendenza recessiva del 2000 e private di ogni possibilità di reazione e intervento stimolatore dell’economia.
Gli economisti e i politici sanno bene che le politiche fiscali, dopo la rinuncia a gestire a livello nazionale le politiche monetarie e dei tassi di cambio, restano l’unico strumento a disposizione dei singoli paesi membri per il controllo della domanda. Ed è appunto questa possibilità che è stata rimossa con l’introduzione del PCS e del limite del 3% al deficit pubblico. Inoltre si è voluto restringere il periodo a disposizione dei paesi membri per riportare le loro situazioni di debito del settore pubblico entro questo limite a due o tre anni dall’entrata in vigore del PCS. Le sanzioni previste dal patto ed amministrate dalla Commissione sono severe, e prevendono penalità fino allo 0,5% del PIL.
Il rispetto di queste regole apre la strada a situazioni prolungate di cronica e alta disoccupazione, ripetendo l’esperienza già verificatasi negli anni novanta con l’applicazione dei criteri di convergenza del Trattato di Maastricht. La Germania, e non solo essa, è stata tra i paesi colpiti da questa situazione di alta disoccupazione. Ed è così che la maggioranza dei paesi sono stati spinti nel circolo vizioso della recessione. Già nel 2002 diversi paesi si sono avvicinati alla soglia del 3% del debito pubblico ed hanno chiesto maggiori spazi di manovra di poter accrescere la spesa pubblica per far fronte alla recessione mondiale. Il governo tedesco ha ammesso per la prima volta nell’ottobre del 2002 che probabilmente avrebbe infranto le indicazioni di bilancio dell’UE, e lo stesso hanno fatto i governi di Francia, Italia e Portogallo. Nel novembre del 2003, verificato lo sfondamento da parte di Francia e Germania del limite del 3%, i ministri delle finanze dei paesi membri si sono rifiutati di applicare le sanzioni verso questi paesi (novembre 2003).
La Commissione ha fatto ricorso alla Corte Europea contro questa decisione in difesa del PCS (Gennaio 2004). La Corte Europea ha respinto nel luglio del 2004 il ricorso rinviando il tutto alle parti in causa, costringendo la Commissione a riaffermare che il Patto è “vitale” per il successo dell’Euro, ma pure a modificare le regole che controllano il deficit di bilancio dei paesi membri per renderle più adatte e credibili.
Si è così introdotta una distinzione tra deficit di bilancio e debito, e criteri di monitoraggio affinché i paesi debitori migliorino le proprie posizioni nei periodi di crescita. Questo significa tener conto delle situazioni particolari delle economie dei vari paesi e dei loro programmi di risanamento nel medio-lungo periodo del loro debito.

UN TENTATIVO DI ANALISI

I critici hanno messo in luce l’inconsistenza logica di queste politiche, le loro contraddizioni rispetto a comportamenti economici dettati da politiche di welfare e da indirizzi teorici di tipo keynesiano. Tra le altre, “l’assurdità della fissazione di condizioni specifiche riguardo all’ampiezza e allo sviluppo del bisogno di indebitamento del settore pubblico, poichè il bilancio del settore pubblico è l’immagine speculare del comportamento del settore privato. Ogni vincolo di equilibrio del bilancio pubblico equivale alla richiesta di equilibrio tra risparmio e investimento reale nel settore privato. Se il governo di un paese appartenente all’area dell’Euro viene obbligato a ridurre il suo deficit, ad esempio, dell’1% del PNL, la Commissione di Bruxelles potrebbe allo stesso modo aver richiesto al settore privato di ridurre il suo eccesso di risparmio (il surplus di bilancio) dell’1%. Il risparmio privato viene generato dal reddito corrente. Quindi i risparmi privati sono ridotti mediante una riduzione del reddito corrente, il che equivale a chiedere al settore privato di ridurre la sua attività economica, cioè ridurre la crescita economica, a causa del Patto di crescita e stabilità!» (4) .
Inoltre si fa osservare che la scelta del limite fissato al 3% risulta arbitraria e non giustificata da considerazioni empiriche, così come lo è la richiesta indiscriminata di limite applicata sia alle spese pubbliche correnti sia agli investimenti pubblici. “Non esiste impresa privata che sognerebbe di finanziare il suo inve stimento reale tramite il reddito corrente.» (Ibidem).
Si tratta di posizioni delle quali non si può che apprezzare l’intento critico e scientificamente corretto, ma dalle quali emerge l’idea ingenua che le posizioni della Commissione Europea siano frutto di errori di calcolo economico degli economisti borghesi o della loro mancanza di comprensione dei meccanismi dell’economia. Gli economisti keynesiani e istituzionalisti ripetono con le loro sacrosante critiche al PCS l’errore, frequente tra gli economisti marxisti negli scorsi decenni, di tentare di dimostrare ai colleghi la “correttezza logica” dello schema marxiano di analisi rispetto a quello degli economisti neoclassici. Purtroppo le cause di questa diversità di valutazione non sono dovute ad errori e incomprensioni, ma ad una fondamentale diversità di obiettivi da raggiungere sia nell’analisi sia nella gestione dei nostri mercati ed economie. Equivale insomma a tentare di giudicare ad esempio i massacri di civili in Palestina e in Irak (tra gli altri) come “effetti collaterali” di giuste “guerre umanitarie” dovuti ad errori di mira e non invece per quello che sono: e cioè iniziative scientificamente programmate e perseguite per seminare il terrore tra la popolazione civile e ogni forma di resistenza all’obiettivo che ci si propone. Bisogna allora chiedersi quali siano i reali obiettivi di queste politiche economiche e di queste misure di governo dell’economia europea, palesemente in contraddizione con ogni forma di “economic correct». Questi obiettivi sono stati fissati nelle loro grandi linee strategiche in un arco di tempo che va dal Piano Delors del 1992 al Documento di Lisbona del 2000. Prevedono l’adattamento dell’Unione Europea e il suo inserimento nella cornice della globalizzazione, che è quella di uno sviluppo selettivo e concentrato, da finanziare con lo strozzamento della crescita diffusa, lo strangolamento dei ceti medi. In una parola, in un modello di economia di “apartheid globale», costruito su “un arcipelago di alte tecnologie in ricche città-regioni, evolventisi in mezzo ad un mare di umanità impoverita. Le società transnazionali, nella loro instancabile ricerca di nuovi clienti, stanno creando questi network, che vanno oltre la cornice tradizionale dello stato nazionale.»(5) Il testo del Documento di Lisbona è di solare chiarezza a questo proposito, e la sua lettura somiglia ad una immagine caricaturale di se stesso.
Quindi il PCS elimina l’ultimo strumento di difesa dei sistemi di welfare a disposizione dei governi nazionali. Non si tratta di un errore, ma di un intervento mirato ad eliminare ogni possibilità di difesa dei sistemi di welfare mediante la spesa pubblica. Nei sistemi di welfare europeo esistono degli ammortizzatori sociali, forniti dalla possibilità della spesa pubblica di compensare perdite di reddito dovute a crisi economiche. Le ragioni ‘tecniche’ sono le seguenti. In caso di disoccupazione crescente o di calo dell’attività produttiva, esistono varie forme di compensazione dei redditi dei lavoratori o dei gruppi più poveri della società finanziati attraverso il bilancio pubblico (redditi di sostegno o sgravi fiscali). Queste misure, oltre alla valenza sociale e solidaristica che consente di ripartire i costi della crisi in modo equo, hanno anche la funzione economica di stabilizzare la domanda e consentire così una più rapida ripresa dell’attività produttiva al volgere della congiuntura. Il peso di questi stabilizzatori sulla finanza pubblica è consistente. Gli economisti calcolano che una crescita inferiore al 2% è sufficiente a far superare il tetto del 3% della spesa pubblica previsto dal PCS. Per questa ragione il tetto introdotto con il PCS al deficit della spesa pubblica elimina gli stabilizzatori sociali, l’unica reliquia di welfare sopravvissuta al “macello sociale” del Trattato di Maastricht e della moneta unica europea.

note:

1 L’edizione italiana del Libro Bianco di Jacques Delors, per la Commissione delle Comunità Europee, è stato pubblicato in Italia: Crescita, competitività, occupazione. Le sfide e le vie da percorrere nel XXI secolo,Il saggiatore, Milano 1994. L’edizione italiana, oltre ad una introduzione di Delors, ne contiene anche una di Carlo Azelio Ciampi.

2 B. Amoroso, ”L’Unione europea tra globalizzazione e integrazione regionale”, INCHIESTA n. 141, luglio-settembre 2003, Dedalo, Bari, pp. 1-6.

3 Per questo dibattito, un’ampia rassegna si trova nel volume edito da Jonas Ljungberg: The Price of the Euro, Palgrave Macmillan, London, 2004, che contiene i contributi di otto economisti europei.

4 Un buon esempio, rigoroso e pacato, di questa posizione è fornito nel testo citato di J. Ljungberg dal contributo del mio collega Jesper Jespersen “The stability Pact: A macroeconomic straitjacket”. Un sintesi di questo contributo si trova nel sito: www. Ilgruppodilugano.it. La citazioni qui riportate sono a pag. 50 e 51.

Petrella R., “Europe in a global context”, Samfundsøkonomen, April 1993, p. 5.