La destra perde. Saprà vincere il centrosinistra?

*Presidente Nazionale ARCI

DALLE ELEZIONI REGIONALI EMERGE UNA DOMANDA DI CAMBIAMENTO, MA IL CENTROSINISTRA DOVRÀ GUADAGNARSI IL CONSENSO CON UN PROGRAMMA ALTERNATIVO

Dalle recenti elezioni regionali emerge un’indicazione netta ed omogenea sul territorio nazionale: dopo 4 anni di governo la destra perde consensi e non rappresenta più la maggioranza del paese. Sta crollando il blocco sociale su cui Berlusconi aveva costruito la sua avventura, nonostante la generosa distribuzione di favori effettuata in barba ad ogni regola e garanzia democratica, o il tentativo di confondere le carte col miraggio di uno sviluppo che non c’è.
La domanda di cambiamento emerge con forza proprio dal disagio e dall’incertezza con cui i cittadini assistono all’azione devastante del governo delle destre: una politica estera che ha mortificato il ruolo internazionale del paese trascinandolo nella guerra di occupazione, una politica economica e sociale fallimentare che ha prodotto recessione, ha colpito il tenore di vita delle famiglie, ha demolito diritti del lavoro e garanzie sociali.
La situazione del paese è grave ed assume i caratteri di una vera e propria crisi morale, che colpisce l’etica pubblica, le responsabilità civili, il senso di appartenenza alla comunità. Il sistema democratico è indebolito dal ricorso sistematico all’uso privato delle istituzioni, dall’attacco all’autonomia della magistratura e alla libertà di informazione, dal tentativo di delegittimare le rappresentanze sociali, da un progetto di riforma federalista che equivale alla demolizione del sistema-paese.
La destra ha perso perché il suo progetto è fallito ed i cittadini, consapevoli della portata politica di queste elezioni, hanno bocciato una classe dirigente e deciso per l’alternativa. Dal canto suo il centrosinistra, finalmente unito, ha vinto le elezioni soprattutto grazie a questo declino della destra. Ha ricevuto dagli elettori un’apertura di credito tanto grande quanto impegnativa e ora dovrà essere all’altezza di queste aspettative, costruendo le condizioni per un cambiamento che non sia la semplice alternanza nella guida del Paese ma una vera alternativa, nei valori e nelle scelte di governo.
Sarebbe un errore clamoroso pensare che tutto sia già fatto. Non solo perché non possiamo sottovalutare i danni che ancora Berlusconi può fare al Paese nei prossimi mesi, ma soprattutto perché trasformare quella che oggi è solo una domanda di cambiamento nel sostegno consapevole ad un convincente progetto di alternativa presuppone che questo progetto prenda finalmente forma.
Un programma di governo che non mettesse radicalmente in discussione le politiche liberiste di questi anni, limitandosi all’obbiettivo di renderle compatibili con un quadro di sostenibilità e di equità sociale, è destinata a fallire e produrre gravi danni. Il disastro lasciato dalla destra costringerà il centrosinistra a gestire politiche impopolari e ad affrontare tensioni sociali. Serve una svolta più radicale, un’alternativa di sistema che rimetta in discussione il rapporto fra produzione, lavoro e consumi, metta i diritti al centro di una diversa idea di società e di sviluppo.
Quello che sembra prevalere nelle posizioni dei maggiori leader dell’ Unione è invece un progetto moderato tutto interno alle compatibilità del liberismo. I recenti commenti alla rielezione di Blair o le esternazioni sull’affermazione della democrazia con l’uso della forza, evidenziano il rischio di un pesante arretramento negli indirizzi del centrosinistra.
Tutto sta aumentando la distanza fra la maggioranza della coalizione ed una vasta area di elettori e di esperienze sociali. Anche perché il paese è realmente cambiato. I nuovi movimenti di questi anni hanno prodotto nella società italiana gli anticorpi alla cultura della destra. La critica ad una globalizzazione sbagliata, i temi delle libertà e dei diritti di cittadinanza, del lavoro, dell’ambiente, dei beni comuni, sono diventati patrimonio diffuso di un nuovo senso comune; il rifiuto della guerra è stato largamente maggioritario tra i cittadini italiani ben prima di essere recepito in scelte coerenti da tutte le forze politiche d’opposizione.
Oggi assistiamo ad una sorta di rivalutazione postuma della stagione dei movimenti da parte di quella sinistra che in larga parte ne aveva accolto con diffidenza e sospetto il manifestarsi. Ma c’è un equivoco di fondo: qualcuno non ha capito che i movimenti non sono finiti né tornati a casa. Si stanno semmai radicando nei territori e nelle città, nel proliferare di mobilitazioni sociali, reti tematiche, campagne e vertenze sul lavoro, l’ambiente, i beni comuni, il disarmo, l’immigrazione, i diritti civili. Promuovono nuova partecipazione, sono alla ricerca degli strumenti per fare rete, confrontarsi con le istituzioni, incidere nei luoghi delle decisioni. A questa movimentazione sociale diffusa conviene guardare se vogliamo mettere insieme un campo di forze più ampio dei soli partiti coinvolgendo sindacati, associazioni, movimenti nella costruzione dell’alternativa per il paese.
Se questo sforzo non viene fatto seriamente si rischia di aggravare la distanza fra l’alleanza di centrosinistra ed una parte dei suoi elettori,m lasciando senza rappresentanza politica quella vasta area sociale, eterogenea e ricca, che ha pesato in modo decisivo nel determinare le condizioni della svolta ed il successo del centrosinistra alle regionali.
In realtà la questione richiama il nodo tuttora irrisolto del rapporto fra politica e movimenti, sul quale molto si è detto ma poco si è fatto. Le stesse forze politiche della sinistra radicale, che maggiormente hanno evocato il tema assumendolo esplicitamente come priorità, non hanno superato questo scoglio.
Il punto centrale è l’autonomia politica del sociale, la capacità dei movimenti di interagire con i luoghi della rappresentanza politica ed istituzionale mantenendo la propria autonomia: andare oltre l’autosufficienza della sfera politica, dare dignità ai cittadini che fanno politica fuori dalle sue sedi tradizionali, immaginare una democrazia non si esaurisce nei partiti ma si arricchisce di una rete plurale di relazioni e luoghi di confronto. La crescita di questa prospettiva richiede tempo, coinvolge un arco di forze ampio ma non immediatamente riconducibile ad un disegno elettorale. La priorità non è accelerarne l’aggregazione in forme organizzate, ma mettere in sicurezza l’autonomia e la continuità dell’azione dei movimenti, anche nella prospettiva della fase che si aprirà dopo le prossime elezioni politiche.
È infatti sbagliata l’idea, troppo spesso accarezzata e pagata cara dalla sinistra, che la mobilitazione sociale serva solo quando si deve dare forza all’opposizione. Al contrario, lo stimolo attivo e consapevole dei cittadini è indispensabile a sostegno dell’azione di governo, a garanzia di un progetto condiviso e del rispetto degli impegni assunti. Una politica realmente riformatrice ha bisogno di una movimentazione sociale autonoma e permanente che abbia vita indipendente da quella delle rappresentanze politiche ed istituzionali ma sappia interagire con esse.
Ma il compito di garantire la continuità di iniziativa e l’autonomia politica del sociale non può essere consegnato ad un qualsiasi apposito contenitore, come dimostra il fallimento dei numerosi tentativi di forzare i tempi con scorciatoie organizzative a cui abbiamo assistito in questi mesi. Quella garanzia può stare solo nell’assunzione di un metodo condiviso da parte di organizzazioni e movimenti sociali diversi.
Oggi il primo obbiettivo è garantire il pieno coinvolgimento dell’universo dei movimenti nel confronto sul programma per l’alternativa, per tre motivi precisi: perché hanno proposte concrete da fare, hanno competenze da mettere in gioco, rappresentano le aspettative di tanti cittadini con domande precise, alle quali l’Unione deve dare risposta.
In politica estera, è in grado l’Unione di assumere l’impegno di scelte chiare e non ambigue per la pace e la cooperazione internazionale? E di sottoscrivere con i suoi elettori l’impegno a non fare più guerre umanitarie, a ridurre le spese militari, a ripristinare la sovranità nazionale sui territori occupati dalle basi straniere? Siamo d’accordo a considerare una priorità l’innovazione di un sistema di welfare che garantisca i diritti per tutti e rilanci la centralità della funzione pubblica? È possibile segnare nelle politiche economiche e sociali un’inversione di tendenza rispetto al liberismo di questi anni, porre un freno alle privatizzazioni, allargare lo spazio pubblico, varare una legge per la tutela dei beni comuni?
Di fronte al fenomeno dell’immigrazione si avrà il coraggio di andare oltre la fallimentare politica della chiusura delle frontiere, della tolleranza zero e dell’ossessione securitaria per inaugurare una strategia della promozione dei diritti dei migranti a cominciare dalla possibilità di ingresso per ricerca di lavoro, dal diritto di voto e dalla cittadinanza di residenza?
Possiamo decidere fin da ora non solo di abolire la Legge 30, ma anche di contrastare la precarietà restituendo centralità ai diritti del lavoro, alla rappresentanza sindacale e alla democrazia nei luoghi di lavoro?
Vogliamo assumere, al di la della retorica sulla società civile, l’impegno a sperimentare strumenti di democrazia partecipativa che diano ai cittadini un effettivo potere di scelta?
Si difenderanno con intransigenza i diritti civili, la laicità e la libertà di fronte all’offensiva di un nuovo integralismo, non solo con le affermazioni di principio ma anche con scelte concrete di governo come il riconoscimento delle coppie di fatto?
E si farà lo stesso per la difesa del sistema pubblico della formazione, la tutela del pluralismo dell’informazione, dell’autonomia della magistratura, per la difesa senza tentennamenti della costituzione repubblicana?
Ci sono le condizioni per costruire dal basso, nella società, il consenso ad una reale alternativa. Ma per far emergere scelte qualificanti è necessario fare della costruzione del programma una grande competizione sui contenuti, democratica, partecipata e trasparente.
C’è un anno di lavoro davanti, ed è quello più importante da fare, anche perché la politica e la democrazia non si esauriscono nelle elezioni ma si nutrono di iniziativa continua e diffusa. Ce lo ricorda la vicenda esemplare delle elezioni in Puglia, con la vittoria di Niki Vendola candidato a sorpresa grazie alle primarie, a conferma che quando aprono le porte alla partecipazione la politica può ritrovare passioni, valori, concretezza e capacità di suscitare consensi.