La crisi strutturale dell’economia Usa

*economista, membro del Comitato Centrale PdCI

I crolli del dollaro, sceso al livello più basso da quindici anni, e delle borse mondiali, a partire da Wall street, che hanno bruciato rapidamente centinaia di miliardi di dollari, sono il riflesso di una crisi più volte annunciata.

1. L’INSOSTENIBILE PESANTEZZA DEL DEBITO

Alla radice dello sconvolgimento non è certo il crollo del mercato immobiliare, soltanto un effetto delle vere cause, riconducibili alla crisi strutturale dell’economia Usa. La crescita registrata da quest’ultima, negli ultimi anni, si sta rivelando drogata da un costo del denaro mantenuto per anni bassissimo e dal conseguente indebitamento crescente di famiglie, imprese e Stato federale, cui si aggiunge un debito enorme del commercio estero. Infatti, il deficit commerciale Usa degli ultimi 12 mesi è arrivato a 823,4 miliardi di dollari, a fronte di un attivo commerciale cinese di 238,7 miliardi e tedesco di 219,2.(1) L’economia statunitense si è retta essenzialmente grazie al credito offerto dai paesi produttori di petrolio e dell’Estremo Oriente, che hanno accumulato miliardi di dollari di riserve in buoni del tesoro americano, facendo degli Usa un “impero a credito”. Il funzionamento di tale meccanismo è stato reso possibile dal fatto che gli Usa detengono la moneta di transazione e di riserva internazionale, il dollaro. Infatti, lo scambio mondiale delle merci avviene principalmente utilizzando la valuta statunitense e molte economie, per evitare operazioni speculative nei confronti delle loro valute che conducano a manovre rialziste, mettendo in difficoltà le loro esportazioni, hanno accumulato massicce riserve in dollari. Questo meccanismo ha permesso agli Usa di acquistare merci dall’estero semplicemente stampando dollari, cioè carta, approfittando dell’abolizione del gold exchange standard, che, nel 1971, ha posto fine agli accordi di Bretton Woods, i quali regolavano il rapporto tra valute mondiali, dollaro ed oro. Ciò vuol dire che non è più necessario che alla moneta circolante corrisponda un controvalore in riserve aurifere. E’ in questo modo che si sono prodotte le condizioni per il formarsi di un grave squilibrio nella bilancia internazionale dei pagamenti, che incide tanto più sull’economia mondiale quanto più questa risulta interconnessa. Il deficit delle partite correnti Usa ha raggiunto un tale livello che numerosi economisti hanno messo in guardia, da alcuni anni, sulla impossibilità di andare avanti in questo modo e si sono divisi sulle previsioni di atterraggi morbidi o duri, vale a dire sulle possibilità di una recessione più o meno pesante dell’economia Usa. L’amministrazione Bush non ha voluto o non ha potuto correggere tale situazione, che è ormai degenerata, mentre il sistema finanziario americano ha approfittato di questa situazione, speculando sulla disponibilità di denaro facile e concedendo i mutui subprime, o i prestiti cosiddetti ninja( 2), finanche a chi non poteva fornire alcuna garanzia. I prestiti sono stati cartolarizzati, cioè trasformati in obbligazioni, ed in tale forma si sono diffusi nel sistema bancario e finanziario internazionale. Si è creata così una bolla speculativa di origine immobiliare che, dati i presupposti, non poteva durare e che ad un certo punto è scoppiata, trascinandosi dietro tutto il resto. Questo anche perché, negli ultimi tempi, si sono verificati alcuni fatti che hanno messo in crisi il meccanismo di finanziamento dall’e- stero dell’economia Usa, mettendone allo scoperto tutta la fragilità.

I VARI LIVELLI CAUSALI: CRISI DEL FINANZIAMENTO DEL DEBITO E CALO DEL SAGGIO DI PROFITTO

Le cause della crisi delle borse sono molteplici, situate a vari livelli della struttura economica. Vediamo, innanzi tutto, le cause più strettamente legate al meccanismo di finanziamento del debito Usa. Il primo fattore di inceppamento del meccanismo è costituito dalla esplosione, negli ultimi mesi, del fenomeno dei cosiddetti “fondi sovrani” di investimento, controllati da governi di paesi in via di sviluppo con forti liquidità, esportatori di materie prime energetiche, come gli Emirati Arabi Uniti e l’Arabia Saudita, o di manufatti, come la Cina. Tramite tali fondi, la stragrande maggioranza del surplus del risparmio mondiale, circa l’80%, che fino ad ora si era diretto verso l’acquisto di buoni del tesoro Usa, si sta, in parte, spostando non solo verso il finanziamento di opere pubbliche all’interno degli stati da cui origina il risparmio, ma anche verso l’acquisizione di partecipazioni in aziende di tutto il mondo, e verso investimenti infrastrutturali in aree ricche di materie prime, soprattutto in Africa, dove la Cina sta entrando in competizione con le multinazionali energetiche statunitensi. Sempre la Cina quest’anno arriverà a prelevare 200 miliardi di riserve valutarie per finanziare un fondo speciale per la capitalizzazione del sistema bancario( 3), mentre il governo coreano avrebbe fatto lo stesso per capitalizzare un istituto governativo, il Korea investment corporation, s p e c i alizzato negli investimenti all’estero( 4). Non a caso, a giugno, la Cina ha modificato la legislazione relativa ai movimenti dei capitali domestici, rendendone più facile l’esportazione e sollecitando banche, agenzie di brocheraggio e fondi a far uscire quanto più denaro fosse possibile(5). Gli Usa hanno reagito col protezionismo, che è, però, di dubbia efficacia perché, come sostiene Dominic Wilson, di Goldman Sachs, “i gestori di questi fondi si muovono su una scala talmente grande che non ha precedenti nella storia”. Infatti, i fondi sovrani ammontano a 2.500 miliardi di dollari, che entro cinque anni arriveranno a 5.000 e nel 2015 a 12.500, superando così, entro il 2010, l’ammontare delle riserve valutarie( 6 ) S i tratta, inoltre, di un fenomeno storicamente importante, perché rappresenta un rovesciamento della direzione che gli investimenti hanno sempre preso, dai paesi più sviluppati verso quelli meno sviluppati. Ne è testimonianza lo svuotamento del ruolo di prestatore in ultima istanza del Fondo Monetario Internazionale, il cui portafoglio è ai minimi degli ultimi 15 anni(7). Il secondo elemento che mette in crisi il meccanismo di finanziamento dell’economia Usa è l’incrinarsi del ruolo di moneta internazionale del dollaro. Negli ultimi mesi, importanti paesi petroliferi, come l’Iran ed il Venezuela, hanno trasformato parte delle loro riserve da dollari in euro, mentre l’Indonesia e gli Emirati Arabi hanno dichiarato di voler ridurre l’esposizione in dollari delle loro banche centrali in favore dell’euro. A questo si aggiunge la minaccia sempre più reiterata nell’ultimo anno da parte di Russia ed Iran di avviare delle borse petrolifere in cui la commercializzazione della materia prima avvenga in valute diverse dal dollaro, cioè in euro o rubli(8). Ricordiamo che il petrolio è la merce più importante a livello mondiale e che, se fosse quotato in euro, incrinerebbe il ruolo di valuta mondiale del dollaro a favore della moneta unica europea, che vede crescere progressivamente la sua quota delle riserve internazionali. Inoltre, pochi giorni prima del verificarsi della crisi delle borse e del crollo del dollaro, i cinesi, che sono i principali possessori di riserve in dollari e che l’anno scorso modificarono la composizione del loro paniere delle riserve valutarie, hanno inviato un preciso avvertimento contro le manovre protezionistiche dell’amministrazione Bush nei confronti dei loro investimenti ed esportazioni. Secondo le dichiarazioni di due funzionari statali, le riserve cinesi in valuta estera potrebbero essere usate “come una carta da giocare” nei negoziati con gli Usa: Pechino potrebbe provocare il collasso del dollaro se solo lo volesse, vendendo dollari e portando ad un massiccio deprezzamento del biglietto verde.(9) Un esempio della guerra moderna, asimmetrica e “senza limiti”, teorizzata dagli stessi cinesi, da combattere con ogni mezzo, anche finanziario?( 10) Fatto sta che, contemporaneamente, il dollaro è andato a picco e liquidità e credito facile si sono bruscamente ridotti, colpendo prima i settori più esposti, come quello dei subprime, estendendosi poi ai vari fondi di investimento, bloccando le attività di fusione ed acquisizione in corso. Infine, ad incidere è l’andamento della guerra vera, quella combattuta dagli Usa in Iraq ed in Afgahnistan. Infatti, la capacità di imporre una valuta al resto del mondo è un fattore non solo economico ma anche politico, a maggior ragione quando l’egemonia economica perde incisività, e dipende perciò dalla forza dello Stato. Dunque, le difficoltà degli Usa in Iraq, in Libano ed in Afghanistan incidono negativamente su tale capacità. Ma, il crollo borsistico statunitense fa seguito soprattutto al riaccendersi delle difficoltà dell’economia reale: lo scavalcamento delle multinazionali Usa da parte di quelle giapponesi e tedesche e la riduzione, nel secondo trimestre del 2007, della crescita dei profitti aziendali al livello del 2002, quando le imprese Usa stavano uscendo dalla crisi seguita allo scoppio della bolla di internet( 11). Si vede così come la crisi non abbia mai abbandonato gli Usa e come l’abbattimento dei tassi abbia offerto un momentaneo e falso sollievo al gigante parassita, al costo però di gravarlo del peso di un ancor più grande e, alla lunga, insostenibile indebita- mento. Si tratta di tutt’altro, dunque, che di una bufera solo finanziaria, come ha titolato Il Sole24 Ore in un suo fondo. Il nocciolo del problema è più alla radice, nella struttura dei rapporti di produzione e nelle dinamiche del capitalismo maturo, che conducono alla ricerca del profitto al di fuori del processo di produzione, allorché il saggio di profitto che vi si realizza appare insoddisfacente. Ciò si verifica in presenza di una sovraccumulazione di capitale, cioè di un eccesso di investimenti in mezzi di produzione, che negli Usa si manifestò, durante la recessione del 2001, oltre che con la riduzione dei profitti, anche con la mancata utilizzazione del 25% delle potenzialità produttive degli impianti industriali. Il calo del saggio di profitto è particolarmente evidente nei settori storici dell’industrializzazione Usa: nella classifica delle prime 18 multinazionali automobilistiche per utili, Ford è ultima (l’unica in perdita) e General Motors, scalzata da Toyota come prima produttrice di auto del mondo, al quint’ultimo posto( 12). Le scelte neoliberiste delle ultime amministrazioni Usa hanno accentuato quelle tendenze, conducendo l’economia Usa, da una parte, alla deindustrializzazione ed alla delocalizzazione, e, dall’altra, alla finanziarizzazione, basata sulla speculazione. L’abolizione della legislazione bancaria del 1936, che fu varata proprio a seguito del crollo di Wall street del ’29, e che ha deregolamentato il settore, ha favorito questo processo. Tali trasformazioni hanno avuto come conseguenza l’accrescersi della polarizzazione sociale: ricchi sempre più ricchi e lavoratori salariati sempre più poveri( 13). Per sostenere l’economia ed il mercato, a milioni di lavoratori americani, impoveriti dalla deindustrializzazione dell’economia Usa, è stato permesso di acquistare a credito e di indebitarsi, col risultato che ora molte famiglie sono sul lastrico e il debito commerciale con l’estero ha raggiunto proporzioni enormi. Pochi ricchi, invece, hanno accumulato profitti e rendite sempre più alte proprio a seguito delle delocalizzazioni e delle spregiudicate speculazioni mobiliari ed immobiliari. Si tratta di un monito importante per tutti quelli che in Europa ed in Italia si sono fatti incantare dal modello liberista degli Usa. Modello che, però, è liberista solo fino ad un certo punto, perché lo Stato mantiene ed anzi rafforza la sua influenza sull’economia, mediante una sorta di neokeynesismo militare, che agisce da volano sulla crescita del Pil. Si calcola, infatti, che le spese per la conduzione della guerra ammontino a 9 miliardi di dollari alla settimana, contribuendo, secondo gli analisti di Merril Lynch, al 20% dell’aumento del Pil di quest’anno. Se il ritiro delle truppe statunitensi dall’Iraq fosse drastico e rapido, la crescita del Pil perderebbe lo 0,4%, dato significativo di quanto l’economia Usa sia dipendente dal complesso militare-industriale. Il neokeynesismo militare ha, però un effetto collaterale devastante, sommando al debito del commercio estero un debito pubblico enorme, arrivato con l’ultimo aumento del tetto del debito del Tesoro, dopo la crisi delle borse, a 9.815 miliardi (all’arrivo di Bush alla Casa Bianca era di 5.660 miliardi), che rende ancora più necessario il drenaggio di finanziamenti dall’estero(14).

LE IMPLICAZIONI DELLA CRISI: LA MINACCIA ALLE GERARCHIE MONDIALI

Siamo, quindi, davanti ad un circuito vizioso che gli Usa non riescono a rompere, anche perché dovrebbero rimettere in discussione la loro supremazia mondiale e ridefinire la loro struttura produttiva e sociale in modo meno squilibrato, cose che la classe dominante statunitense non è certo intenzionata a fare. La Federal Reserve (Fed), la banca centrale Usa, si trova così tra l’incudine di dover ridurre nuovamente i tassi d’interesse, nel tentativo di ridare liquidità al sistema e di contrastare il rallentamento dell’economia, ed il martello di riprodurre all’infinito, in tal modo, il circuito vizioso che l’ha condotta fin qui, rischiando di deprimere ulteriormente il valore del dollaro, il cui monopolio mondiale, per di più, è sempre più in crisi. La Fed ha comunque deciso, per la prima volta dal 2003, una riduzione del costo del denaro di ben mezzo punto, che ha condotto l’euro ai massimi storici verso il dollaro, mentre la Banca centrale europea (Bce) ha rinunciato al previsto aumento dei tassi europei. Tali misure sono seguite alle massicce iniezioni di liquidità effettuate dalla Fed e soprattutto dalla Bce, che ha pompato a più riprese centinaia di miliardi di euro nel sistema finanziario mondiale, preoccupata per la grave esposizione delle banche tedesche nella crisi dei mutui americani( 15). E’ stato soltanto per questo afflusso di denaro fresco da parte delle banche centrali che le borse sono riuscite a risalire la china, dopo il crollo di agosto. Da quanto abbiamo detto sopra, appare evidente che, se gli Usa sono l’epicentro della crisi, è anche vero che questa si lega alle caratteristiche del processo di accelerata mondializzazione degli ultimi anni, ed in particolare alle modificazioni nei rapporti tra economie ed aree capitalistiche mondiali, in particolare tra “centro” e “periferia” del sistema imperialista. Oggi, a dispetto della finanziarizzazione dell’economia, è la Cina, la nuova “fabbrica del mondo” che produce la ricchezza reale, a dare le carte del gioco economico internazionale. Infatti, è l’immenso attivo commerciale della Cina( 16), dovuto alla sua potenza manifatturiera, a cui corrisponde un altrettanto grande surplus di risparmio, a condizionare gli Usa e le relazioni economiche mondiali. Una delle caratteristiche del modo di produzione capitalistico e dell’imperialismo, come faceva notare Lenin già un secolo fa, è l’andamento diseguale dello sviluppo, ovvero la crescita diseguale delle aree capitalistiche mondiali. In particolare, nei paesi leader, che sono anche quelli dove le forze produttive sono più sviluppate, tende a verificarsi una sovrapproduzione di capitale, che determina un rallentamento nel loro tasso di crescita, come avviene nel caso degli Usa. Ciò porta il paese o i paesi leader a subire la concorrenza di paesi capitalisticamente più giovani e più dinamici, con tassi di sviluppo più alti, in un processo che, modificando i rapporti di forza economici, mette in discussione anche le gerarchie mondiali. Così avvenne un secolo fa, allorquando la Gran Bretagna, cominciando a decadere e a ridurre la sua base industriale a favore dello sviluppo della finanziarizzazione, subiva la concorrenza sempre più pressante degli Usa e, soprattutto, della Germania, che con un tasso di sviluppo della produzione industriale molto più alto, premeva per ottenere sbocchi alle proprie merci e capitali e accessi alle materie prime. Oggi, la storia si ripete, solo che la potenza egemone in decadenza sono gli Usa, mentre la potenza in ascesa è rappresentata dalla Cina. Un’altra differenza, però, sta nel fatto che gli Usa sono in una condizione peggiore, avendo un doppio debito, commerciale e dello stato, enorme, mentre allora l’Inghilterra era in attivo e poteva contare sulle sue colonie. Il processo di promozione economica di aree e paesi, fino ad ora marginali nell’economia mondiale, è un prodotto della mondializzazione, che attraverso l’esportazione di capitali dai paesi più sviluppati verso quelli meno avanzati, in primis la Cina(17), ha portato alcuni di questi ultimi a diventare non solo attori dell’economia mondiale, ma anche esportatori di capitale. Ad esempio, gli investimenti cinesi oltre frontiera, dal 2002, sono aumentati del 70% all’anno, e, nel 2006, rispetto all’anno precedente, del 32%, raggiungendo la cifra di 16,2 miliardi(18). La Cina è, inoltre, la grande multinazionale della ricostruzione africana, come è confermato dall’ultimo prestito di 3,6 miliardi di euro, rilasciato al Congo. Un altro segnale importante, collegato all’esplosione dei fondi sovrani, è l’andamento dei processi mondiali di fusione ed acquisizione. Mentre acquisizioni e fusioni sono crollate negli Usa e nella Ue rispettivamente del 26% e del 47%, l’Asia è uscita praticamente indenne dalla crisi dei subprime. Con un tasso d’incremento doppio rispetto all’anno scorso, le operazioni di fusione asiatiche rivolte all’estero (crossborder merger), escluso il Giappone, hanno raggiunto nei primi sei mesi del 2007 il valore di 125 miliardi di dollari, praticamente la stessa cifra, 129 miliardi, delle operazioni dall’esterno verso l’Asia(19). L’economia Usa rimane, comunque, per le sue dimensioni quella di gran lunga più importante all’interno dell’economia-mondo. Gli Usa, oltre ad essere il centro della finanza internazionale,( 20) rappresentano il 25% del Pil mondiale, mentre la Cina, seppure in rapidissima ascesa, si ferma a circa l’8% ed i suoi investimenti all’estero rappresentano ancora un cinquantesimo di quelli Usa. Per questo, la crisi statunitense non mancherà di avere effetti mondiali, attraverso il calo del potere d’acquisto delle famiglie, che si rifletterà in un calo delle importazioni, con conseguenze negative sulle economie basate sull’esportazione, come quelle di Giappone, Germania e Cina, anche se quest’ultima dovrebbe risentirne meno, in quanto occupa segmenti più bassi del mercato, potendo, così, trarre paradossalmente giovamento dalla crisi. La situazione europea è legata all’andamento della Germania, in quanto le altre economie europee, in particolare quella italiana, dipendono dalle sue importazioni. L’Europa ha, inoltre, un grado di interdipendenza finanziaria molto forte con gli Usa, come dimostra l’esposizione delle banche tedesche, francesi e britanniche alla crisi dei sub – prime. Il Giappone sembra essere messo ancora peggio, anche perché subisce il peso della Cina, che ha messo in crisi le sue vecchie aspirazioni egemoniche sull’area asiatica. Dopo un lungo periodo di recessione, e gli ultimi cinque anni di crescita lenta, che si pensava potesse essere superata proprio quest’anno, il paese del “sol levante” si ritrova a dover correggere le previsioni sul Pil dal 2.1% all’1,6%( 2 1 ). Tale calo viene collegato alla forte riduzione degli investimenti di capitale, segno evidente della presenza di una sovrapproduzione di capitale anche in Giappone. E’ un’altra prova di quanto sia strutturale e seria questa crisi, che non è solo finanziaria e non è limitata ai soli Stati Uniti. Gli effetti della crisi sull’economia mondiale varieranno, comunque, anche in dipendenza dalla capacità di sostituire il mercato americano con sbocchi alternativi, in Asia e soprattutto in Cina. Ciò fa affermare ad O’Neill, capo economista di Goldmann Sachs, che “grazie a Dio c’è la Cina”, nella speranza che il permanere degli alti tassi di crescita cinesi sostenga l’economia mondiale( 22). Intanto, però, aumenta la lotta tra i singoli capitali a base nazionale, che, in contraddizione col liberismo globalizzatore, determina protezionismo e abbandono del multilateralismo economico. Gli accordi bilaterali sono arrivati a 300, col conseguente svuotamento del ruolo del Wto, presso il quale molti accordi multilaterali sono ancora in fase di stallo. La corsa agli accordi bilaterali vede prevalere l’Asia, con la Cina protagonista in 28 accordi, seguita dalla Ue con 21. Il Giappone ha siglato recentemente un accordo con i dieci paesi del sud-est asiatico, che progettano una unione economica, secondo il modello europeo, entro il 2015. Gli Usa, invece, sono in forte ritardo, con soli 10 accordi, mentre il Congresso si rifiuta di ratificare quei pochi altri accordi predisposti da Bush(23). Gli Usa, inoltre, si sono impelagati in una guerra commerciale senza esclusione di colpi contro la Cina, che, oltre a bloccare i tentativi cinesi di acquisizione delle imprese statunitensi, coinvolge anche l’importazione delle merci. Dunque, bisognerà vedere quanto lo sviluppo dell’Asia e della Cina rimarrà sui livelli degli ultimi anni, superando i notevoli squilibri interni e le difficoltà di accesso alle risorse energetiche. Inoltre, bisognerà vedere in quale misura tale crescita permetterà all’Asia di sostituire gli Usa come destinazione delle esportazioni della Ue, le cui previsioni di crescita, intanto, sono state riviste al ribasso. Ad ogni modo, oggi l’export europeo verso l’Asia ha raggiunto il valore di quello diretto negli Usa. Le caratteristiche, sommariamente e parzialmente descritte sopra, dell’accumulazione capitalistica mondiale stanno mandando in crisi le organizzazioni sovrannazionali, dal Fondo Monetario Internazionale all’Organizzazione Mondiale del Commercio (Wto) alla banca Mondiale, nelle quali gli Usa sono sempre stati egemoni. Di converso, assumono una maggiore importanza le organizzazioni statuali, che riprendono l’iniziativa, in realtà mai del tutto abbandonata, rafforzando il proprio impegno economico e militare, in sostegno del “loro” capitale. Esempi di questa tendenza sono lo sviluppo dei “fondi sovrani” e la corsa al riarmo. Significative della volontà di diversi attori internazionali in ascesa (il cosiddetto Bric: Brasile, Russia, India, e Cina) di ridefinire le relazioni internazionali sono, unitamente alla rivendicazione di una maggiore presenza negli organismi internazionali, le seguenti parole di Putin: “L’attuale sistema non rispecchia le esigenze del mercato globale. Ci vogliono più centri finanziari e più valute di riferimento”.(24) E’ in tale situazione che risalta la debolezza, sul piano internazionale, della Ue, che oggi è l’unica area mondiale veramente paragonabile economicamente, finanziariamente e tecnologicamente agli Usa, e che, però, non riesce a definire un proprio ruolo politico unitario ed autonomo. L’arroccamento degli Usa sul protezionismo e sull’uso della forza militare, per mantenere il ruolo del dollaro ed il controllo delle materie prime mondiali, e, soprattutto, le caratteristiche, ormai radicate, della loro struttura economica non fanno ben sperare in una evoluzione pacifica della situazione. D e l resto, gli Usa hanno dimostrato la loro ferma determinazione ad usare la forza, anche nelle sue forme più brutali, come quella atomica, quando si è trattato di conquistare l’egemonia mondiale, prima con l’intervento nella prima guerra mondiale e poi con la schiacciante vittoria nella seconda guerra mondiale, con cui fu liquidata la concorrenza di Germania e Giappone. Nulla fa pensare che quella determinazione possa venir meno nel momento in cui l’egemonia deve essere non conquistata ma conservata, continuando ad imporre il proprio parassitismo al resto del mondo. La “crisi dei subprime”, dunque, potrebbe aprire una nuova fase della “guerra permanente” degli Usa.

NOTE

1 The Economist, 8 – 14 settembre 2007.

2 L’acronimo Ninja sta per “no income, no job, no asset” (nessun reddito, nessun lavoro, nessuna proprietà).

3 Di questi 200 miliardi, 60 sarebbero già stati prelevati ed altrettanti sarebbero in arrivo. I fondi sovrani cinesi controllano 300 miliardi di dollari. Gli Emirati 875 miliardi, Singapore 330, e l’Arabia Saudita 300. Se pensiamo che oggi, rivalutato per l’inflazione, il Piano Marshall equivarrebbe a 100 miliardi di dollari, possiamo farci un’idea più precisa del valore di questo ammontare. Molto scalpore ha destato recentemente l’acquisto da parte di fondi sovrani cinesi e di Singapore di una quota della britannica Barclays Bank, a sua volta interessata all’acquisizione di ABN AMRO, una delle banche europee più importanti . Confronta: “The $2,500bn question”, Financial Times, 25 maggio 2007.

4 “E l’Asia finanzia le infrastrutture”, il Sole 24- Ore, 10 agosto 2007.

5 “China fund to invest abroad”, Financial Times, 10 settembre 2007

6 “La Cina si compra l’occidente”, L’espresso, 9 agosto 2007. “Pechino fa shopping mondiale”, il Sole 24-Ore, 29 luglio 2007.

7 “Club globali, bussano gli emergenti” il Sole 24-Ore, 2 settembre, 2007. E’ un altro segnale della crisi d’egemonia mondiale degli Usa, visto il suo ruolo di “azionista di controllo” del Fmi.

8 “Putin punta sul rublo come valuta energetica”, Corriere della Sera, 1 settembre 2007. Secondo il ministro dell’economia German Gref, la borsa russa del petrolio e gas dovrebbe essere attiva già a fine anno.

9 Milano Finanza, 9 agosto 2007.

10 vedi Quiao Liang e Wang Xiangsui, Guerra senza limiti , Libreria Editrice Goriziana, Gorizia 2002.

11 “Us profits set to lose some of their shine”, Financial times, 9 luglio 2007.

12 “Motor industry”, Financial Times report, 11settembre 2007.

13 I lavoratori americani lavorano in media 30 giorni più dei francesi, producendo 64.000 dollari di ricchezza contro 54.000. Eppure i loro salari scendono, soprattutto nei confronti delle retribuzioni dei top manager e amministratori delegati: quella di un Ceo è 364 volte la paga media di un dipendente a tempo pieno. il Sole 24-Ore, 4 settembre 2007.

14 Arturo Zampaglione, “Quanto peserà sul Pil il disimpegno Usa dai fronti militari”, in Affari & finanza di la Repubblica.

15 La Ikb, salvata in extremis dallo stato, ha previsto per quest’anno una perdita di quasi un mil i a rdo di euro. Sono in difficoltà anche la BayernLB, esposta per 1,9 miliardi, e la SachsenLB, banca pubblica della Sassonia.

16 Il surplus commerciale estero cinese di gennaio giugno 2007 è arrivato a 113 miliardi di dollari, superiore a quello di tutto il 2005: “China’s trade surplus hits record high”, Financial Times, 11 luglio 2007.

17 Nel 2006 la Cina si è classificata al secondo posto mondiale come destinazione dei venture capi – tal, subito dopo gli Usa, scavalcando la Gran Bretagna. “E nel venture capital Pechino batte Londra”, il Sole 24-Ore, 28 agosto 2007.

18 “Pechino fa shopping mondiale”, il Sole 24-Ore, 29 luglio 2007.

19 “Asia cross-border M&A running at double of last year”, Financial Times, 31luglio 2007.

20 Nel 2004 il totale degli asset finanziari degli Usa era di 47.612 miliardi di dollari, quelli dell’eurozona 26.567 miliardi, e quelli del Giappone 17.323 miliardi. “The new capitalism”, Financial Times, 19 giugno 2007.

21 “GDP blow hits plan for Japan rise”, Financial Times, 11 settembre 2007.

22 Il Sole 24-Ore, 7 settembre 2007.

23 il Sole 24-Ore, 4 settembre 2007.

24 “Putin punta sul rublo come valuta energetica”, Corriere della Sera, 1 settembre 2007. Putin propone anche una nuova Bretton Woods internazionale.