La crisi nella UE e le reazioni dei governi

*Membro del CC del Partito comunista portoghese e già euro-deputato

Il 20-21 giugno 2009 si è svolto a San Paolo del Brasile un importante seminario internazionale sui diversi aspetti della “Crisi mondiale”, promosso dal PC do Brasil, dal PT brasiliano, dai loro rispettivi Centri di ricerca (Fondazione Mauricio Grabois e Fondazione Perseu Abramo) e dall’Istituto internazionale di Studi Politici e Sociali – Correspondances Internationales (di cui fa parte anche l’Ernesto). Vi hanno preso parte decine di relatori da ogni continente: intellettuali, dirigenti politici e sindacali da ogni parte del mondo, espressione di partiti comunisti e di sinistra antimperialista e personalità indipendenti; il seminario è stato seguito in permanenza da alcune centinaia di quadri della sinistra brasi – liana, dell’America Latina e di altri continenti. Tra questi, il brasiliano Emir Sader – uno dei maggiori intellettuali dell’America Latina – e Jorge Beinstein, argentino, professore all’Università di Buenos Aires; e ancora, esponenti di primo piano delle maggiori componenti politiche e sindacali del Brasile, e rappresentanti delle seguenti forze: Partito comunista cubano, PC colombiano, PC argentino, PC del Perù, PC sudafricano, Unione delle forze progressiste di Mauritania, Partito comunista cinese, PC del Vietnam, PC indiano (marxista), Izquierda Unida spagnola, OSPAAAL spagnola, PC francese, Rifondazione comunista italiana, PC portoghese, KKE greco, PC dei lavoratori d’Ungheria. Il seminario si è articolato in cinque sessioni:
– Diagnosi della crisi internazionale: natura, profondità, estensione;
– Stati Uniti ed Europa di fronte alla crisi;
– Russia, India, Cina e Sudafrica difronte alla crisi;
– America Latina: lotte popolari e governi progressisti di fronte alla crisi;
– Crisi e alternative di tipo socialista. In questo numero pubblichiamo il testo della relazione di Sergio Ribeiro.

Nel tempo storico in cui viviamo, la manifestazione esplosiva della crisi permanente e intrinseca del capitalismo può essere affrontata, metodologicamente, a tre livelli, e a questi tre livelli si possono valutare le reazioni del potere politico, in quanto stadi o livelli del rapporto di forze sociali, di classe: a livello planetario, del sistema globale; a livello regionale, sia continentale, sia di esperienze locali e di integrazione territoriale; a livello nazionale, da stato a stato, nelle condizioni concrete di ogni paese e ogni popolo.

PERCHE’ PLANETARIO, GLOBALIZZATO?

Per deformazione professionale di docente, che la riforma universitaria non ha guarito, non sono in grado di affrontare la questione senza poche note di inquadramento. Il materialismo storico ci insegna che lo sviluppo delle forze produttive è incessante, e che una corrispondenza nella tipologia dei livelli di rapporti sociali è inevitabile, anche se differibile nel tempo. Da scambio di cose materiali (M) con cose materiali (M) per soddisfare bisogni, prima senza merce speciale (D) come intermediario, poi con la crescente importanza di D fino a giungere alla sregolatezza di scambiare denaro (D) per avere più denaro (D’) senza produrre nulla che soddisfi bisogni sociali, consolidandosi e acquisendo ogni volta maggior importanza per il processo di accumulazione di capitale-valore monetario, proprio del capitalismo: capitale-denaro scambiato con merci, accresciute di valore nella produzione, scambiate per maggiore valore- capitale monetario realizzando più D, accumulando capitale [D-M-(…P…)- M’-D’].

Poiché è vitale la creazione e appropriazione di plusvalore, sono gli inevitabili limiti della realizzazione di maggior denaro, dovuti all’aumento della composizione organica del capitale e alla caduta tendenziale del saggio di profitto, che sono all’origine di fondo della crisi del capitalismo ed è stato il tentativo di superarla che ha portato alla demenziale finanziarizzazione con i due circuiti – reale e monetario creditizio – che divengono sempre più distanti, con la perdita della loro correlazione genetica, perché il secondo, monetario creditizio, nasce – e dovrebbe rimanere tale – soltanto come strumento del primo, il circuito reale, attraverso gli scambi, attraverso la circolazione di ciò che è stato creato dal lavoro, vivo o già cristallizzato, al fine di soddisfare bisogni sociali. Tutto ciò interviene nel contesto di una sempre maggiore interdipendenza internazionale, imposta per lo sviluppo delle forze produttive, in cui la combinazione di informatica, telefonia e televisione avrebbe di recente provocato e poi stabilizzato un progresso, che configura le nuove espressioni dell’imperialismo, ma anche una crescente asimmetria. Interdipendenza asimmetrica: questa espressione, dalla Conferenza dei non-allineati degli anni ‘80 e la relazione del Presidente Fidel Castro, è entrata nel lessico politico per definire la situazione e i suoi sviluppi a livello mondiale. La decisione di Nixon di decretare il 15 agosto 1971 l’inconvertibilità del dollaro ha distrutto l’intero edificio costruito a Bretton-Woods – a parte la suite di lusso che gli Stati Uniti hanno continuato e continuano ad abitare, occupandolo – ed ha accelerato la rottura tra i due circuiti, economico e finanziario. Alla quale rottura ha contribuito anche la crescente importanza – e l’accelerazione – dell’attività bancaria e del credito, e dei cosiddetti off-shore – intoccabili -, che sono oggi i porti franchi e i fondaci commerciali dei tempi di M-M e M-D-M. Questa importanza e intoccabilità potrebbero aiutare nella diagnosi di una situazione di crisi che toglie qualsiasi credibilità alla terapia adottata, che inietta più liquidità senza base materiale, come se si iniettasse più droga nella vena del tossicodipendente. Anche se non voglio fermare le reazioni a questo livello, è sufficiente ricordare la riunione del G-20 e il tentativo di rianimazione assistita del FMI, nel contesto del sistema, come ricerca di “vie d’uscita” alla fine del primo trimestre di quest’anno.

LIVELLO REGIONALE. L’UNIONE EUROPEA

I processi di integrazione economica territoriale riflettono il rapporto di forze (di classe), in risposta ai problemi obiettivi derivanti dallo sviluppo delle forze produttive. Perché sono risposte a livello delle macrostrutture di rapporti sociali. Dalle comunità si passò alle città, dalle città alle nazioni, dalle nazioni agli Stati-nazione, il che non è che una notazione molto semplificata, se non riduttiva, di una evoluzione complessa con specificità irriducibili a modelli e schemi, per cui contribuì in grande misura il colonialismo (meglio: i colonialismi), con percorsi diversi e peculiari per le indipendenze nazionali, che arricchirono maggiormente la diversità dei cammini dei popoli nella loro affermazione radicata negli spazi e nelle loro interrelazioni. Nei primi anni della guerra del 1939-45, è stato scritto e pubblicato un libro di uno scienziato e intellettuale portoghese, Abel Salazar – La crisi dell’Europa, Cosmos, 1942 – che fa molto pensare; in esso l’autore scrive che “l’Europa attuale è un complesso in cui la nazione ha sostituito la ‘città’ (della Grecia antica)”, aggiungendo che “il complesso, strutturato con il concetto organico che l’Europa storicamente elaborò, tende a superare questo concetto […] il nuovo concetto non è definito, soltanto lo sviluppo storico del futuro lo potrà definire […] il nuovo quadro, cercato a tentoni, grazie a diversi espedienti, non è sufficiente a definirlo (…) Gli ‘Stati Uniti d’Europa’, la ‘federazione europea’, la ‘Società delle Nazioni’ e simili idee non sono nulla di più che prefigurazioni di questo concetto futuro: i tentativi di definire ciò che è attualmente impossibile da definire”. E ciò fu scritto nel 1942! Nel dopoguerra, e anche prima, hanno cominciato a dispiegarsi i tentativi di attuare i “preludi di que – sto concetto futuro” come nel caso dell’Unione economica del Benelux – Belgio, Paesi Bassi e Lussemburgo – e come prova del fatto che per problemi obiettivi sono necessarie risposte simili, ma qualitativamente diverse per na- tura, forma e obiettivi, la prima struttura di integrazione economica fu dei paesi allora arrivati al socialismo, con il COMECON o CAME – Consiglio di mutua assistenza economica – e quindi la CECA, la CEE e l’EFTA, espressioni di internazionalizzazione inarrestabile, seppellendo definitivamente qualsiasi velleità di autarchia economica, con il sistema, attraverso il Piano Marshall e la OECE, poi OCSE, volto a cercare di rispondere non solo ai problemi obiettivi, ma anche a cercare di arrestare l’avanzata del socialismo, che si organizzava e accresceva la sua influenza nei rapporti di forza di classe all’interno dei paesi. Risposta di classe, con origini nel Piano Marshall e la tutela degli Stati Uniti, il cosiddetto Mercato Comune è nato come una continuazione della Comunità economica del carbone e dell’acciaio, che, univa, settorialmente, la Francia e la Repubblica federale di Germania all’Italia e ai paesi del BENELUX, mentre in ambito OCSE si configurava l’alternativa di una zona di libero scambio nella formula di Unione doganale e politica agricola comune (PAC), su iniziativa del Regno Unito, preoccupato di non cedere posizioni di privilegio nel quadro del Commonwealth, trascinando il Portogallo, molto dipendente dall’economia britannica e con velleità di mantenere rapporti privilegiati con gli spazi coloniali in Africa, e aggiungendo anche i paesi scandinavi con posizioni sempre relativamente autonome nel contesto europeo. Gli anni ‘60 sono stati anni di consolidamento dell’unione doganale e della PAC, tra i 6 del mercato comune/ Comunità economica europea, mentre i paesi EFTA mantenevano e consolidavano ponti negoziali che leveranno al primo ampliamento nel 1972, quando gli Stati membri passarono da 6 a 9 con Regno Unito, Irlanda e Danimarca (e non 10, perché il popolo norvegese non ratificò con un referendum l’accordo di adesione negoziato dal suo governo), e simultaneamente alcuni accordi commerciali con alcuni paesi, come è avvenuto per il Portogallo.

Questo allargamento, nel senso più ampio del termine, ha coinciso, e non succede nulla per caso, con la decisione della inconvertibilità del dollaro e con la crisi petrolifera, ha portato a cercare – a tentoni come scriveva Abel Salazar, sulla base dei rapporti di forze di classe su scala mondiale –nuovi orientamenti per il dopoguerra e alla necessità di assumere decisioni, o prepararsi a farlo, come nel caso della creazione di un sistema monetario europeo e della relazione Tindemans che, nel processo di integrazione economica – sempre come risposta di classe – ha chiaramente ed esplicitamente adottato la strategia di un centro su – per-integrato e di una periferia, che si sarebbe creata, in cui per la prima volta si parlava di “due velocità”. È alla fine degli anni ‘70 del XX secolo che, mentre nasce il neoliberismo, che è la risposta alla nuova fase di crisi del capitalismo, con la prevalenza della scuola di Chicago, del monetarismo e di Friedman, nel processo di integrazione capitalistica europea interviene – passo di grande importanza – l’elezione a suffragio diretto, in ciascuno Stato membro, dei deputati del Parlamento europeo e si iniziano, per il passaggio a 12 Stati membri, i processi di adesione di Grecia, Spagna e Portogallo, costituendo così una imperfetta corona periferica, poi completata ad est in seguito alla caduta dei paesi socialisti, l’annessione della ex Repubblica democratica tedesca e l’adesione, nel corso degli anni ‘90, degli ex-paesi socialisti.

Se l’integrazione degli spazi economici è un processo che passa attraverso vari stadi, come scrisse Bela Balassa, o passaggi e salti lungo il percorso, il trattato di Maastricht, la creazione dell’Unione economica e monetaria, con la moneta unica e la Banca centrale europea, rappresentano passi alla ricerca del salto ad un nuovo stadio, una piattaforma superiore, la “costituzionalizzazione” di un “concetto” di macrostruttura sovranazionale, che supera il concetto di Stati membri. Sarebbe, sempre a tentoni, una macrostruttura di tipo federalista guidata da un direttorio di “paesi del 1° gruppo”, neo-liberista con una socialdemocrazia come protagonista, che mostra le rose della demagogia e della manipolazione e nasconde le spine dello sfruttamento.

Una macrostruttura costruita sull’economia di mercato come assoluto e l’ideologia di una privatizzazione generale, che riduce a merci i servizi pubblici, fa del settore delle comunicazioni, materiali o immateriali, le autostrade per i movimenti di capitale finanziario, sostituisce i diritti conquistati a caro prezzo alla salute e all’istruzione col business della malattia e della formazione professionale a servizio degli interessi privati; una macrostruttura inserita anche nell’imperialismo, militarista , braccio europeo della NATO e complice del complesso industriale – militare degli Stati Uniti, come nel caso del Medio Oriente, dell’Iraq, dell’Afghanistan. Ma questa fase non è stata così facile da attraversare come la globalizzazione e la creazione dell’Organizzazione mondiale del commercio potrebbero far sembrare. Oltre alle difficoltà intrinseche, alle insormontabili contraddizioni interne, non ha mai cessato di esistere una resistenza organizzata di classe, nonostante la sua evidente debolezza, soprattutto ideologica e alcuni arretramenti con la caduta dei paesi socialisti d’Europa. Ed è anche quasi sorprendente la resistenza di masse, di classe, implicita nelle posizioni dei popoli – contro i loro rappresentanti democraticamente eletti – attraverso manifestazioni di democrazia partecipativa, anche se borghesemente controllata, come è accaduto con i popoli norvegese (due volte), danese, svedese (nei confronti dell’euro e la BCE), olandese, francese e irlandese nei referendum, che le classi dominanti hanno cercato di evitare, ma che, quando effettuati, hanno reso evidente questa resistenza dei popoli e non hanno potuto non tenerne conto, sia ricorrendo all’op – ting out1, sia mediante diversioni sulle decisioni in modo da far venir meno la ratifica formale, sia con ritardi ed “espedienti vari”. È in questa dinamica, dei tentativi di avanzate e salti e di ritirate e fermate imposte dai popoli, che in Europa, si è manifestata in modo esplosivo la crisi. Nonostante alcuni sforzi di localizzare la “crisi”, sia delimitandola nei soli Stati Uniti, sia rinchiudendola nella sola sfera finanziaria, dei mutui “subprime”, essa si è propagata a tutto il sistema (la globalizzazione, quando nasce, è per tutto …) e l’Europa non è stata risparmiata. E non solo per contaminazione. I germi della crisi del capitalismo sono ben installati nel corpo dei paesi capitalistici europei e della loro organizzazione come processo di integrazione. Conseguentemente con la sua natura di risposta di classe e con l’adozione di un percorso di concentrazione e polarizzazione di potere nel direttorio, la reazione è stata, prima di tutto, a livello di riunioni al di fuori delle istituzioni formali, dell’asse franco-tedesco, in alcuni casi allargato al Regno Unito o anche all’Italia in collegamento con gli Stati Uniti, con le istituzioni “comunitarie” poste ai margini, al secondo – e dipendente dal primo – livello delle decisioni e della loro attuazione. D’altra parte, ad esempio, la riunione del G-20 è stata quasi simbolica, con i 7 Stati più potenti finanziariamente uniti con quelli sinora trattati come emergenti, adesso BRIC, e più di 8 paesi considerati più importanti di per sé, per le materie prime, posizione geografica, la popolazione e le dimensioni, con il particolare quasi sconosciuto, ignorato, o minimizzato di una rappresentanza doppia, a livello di UE, di Germania, Francia, Italia e Regno Unito, dunque oltre alla presenza in quanto Stati presenti, oppure stavano in quanto gruppo informale del direttorio dell’Unione europea. Ma su questi e su altri dettagli, o sulla situazione dopo le recenti “elezioni europee”, non mi dilungo oltre. Sarò felice di parlarne nel corso del dibattito, se vi sarà tempo e, ovviamente, interesse.

LIVELLO NAZIONALE

Le reazioni e le misure di lotta contro la “crisi”, a partire dalle istituzioni a livello mondiale, continentale o regionale, non attaccando le cause della crisi, si sono concretizzate a livello nazionale o locale, da stato a stato, nelle condizioni peculiari di ciascun paese e popolo. Ciò può essere illustrato, in modo perverso, dalla costatazione che, in occasione di importanti riunioni convocate per lo scoppio della crisi, abbondavano le notizie sull’aumento del protezionismo e 17 dei 20 Stati del G-20 potrebbero essere oggetto di procedure di infrazione. Nelle condizioni concrete dell’interdipendenza asimmetrica, i criteri capitalisti di produttività e competitività svalorizzano l’uso delle risorse di paesi, regioni e continenti, fanno prevalere le speculazioni finanziarie sugli apparati produttivi, raccolgono le tempeste di vento seminato per il deprezzamento dei mercati nazionali che la svalutazione della merce forza-lavoro ha provocato. In tempi di crisi dichiarata si rivelano in pieno le conseguenze del funzionamento del capitalismo. L’aggravarsi delle disuguaglianze sociali e degli squilibri regionali sono evidenti, la disoccupazione e l’esclusione sociale diventano eclatanti, il debito a tutti i livelli condiziona il futuro, poiché nel piano familiare ha reso possibile il superamento precario, in famiglia, attraverso il credito, dell’effettivo impoverimento, rendendo questo più inevitabile e fondamentale nel lungo termine. Tra i paesi OCSE, detti sviluppati, gli Stati Uniti e il Portogallo sono i “campioni” della dispersione dei redditi e dell’indebitamento delle famiglie, e si deve sottolineare la posizione del Portogallo come il paese sempre più periferico economicamente e socialmente della Unione europea, dopo quasi un quarto di secolo di integrazione totale. In base a una tabella inserita in questa opportuna relazione dell’Organizzazione internazionale del lavoro (OIL) – Lotta contro la crisi finanziaria ed economica per un lavoro dignitoso – le misure adottate dai paesi per “combattere la crisi” sono prevalentemente orientate quantitativamente al rafforzamento del “li – vello di garanzie dei depositi bancari”, ma anche alla “concessione di prestiti e garanzie bancarie” per “iniettare capitali liquidi”; in due casi eccezionali per i “prestiti d’emergenza del FMI” (all’Ungheria e all’Islanda), e non sono diretti specificamente alle situazioni sociali, alla creazione di posti di lavoro, alla lotta contro la disoccupazione, al sostegno per le micro, piccole e medie imprese. Questa è la continuazione della stessa linea di finanziarizzazione senza correzione di rotta e, come sottolineato nella relazione della OIL, che, in un certo senso, risuscita Keynes, il sempre opportuno “salvatore” del capitalismo, “poca attenzione (per non dire nessuna), viene data alla questione dello sviluppo”.

Sia a livello mondiale che a livello regionale, le “reazioni alla crisi” sono state risposte di classe, mirando ad un ulteriore gonfiamento del circuito detto fiduciario, che ha perso tutta la restante fiducia, alla distruzione delle forze produttive, con un aumento dei rischi per la Pace mondiale. L’unica risposta efficace, di classe, può essere solo una continuazione della lotta dei popoli nei loro territori, per quanto è possibile coordinata, per un altro livello nei rapporti sociali, corrispondente allo stadio di sviluppo delle forze produttive, sempre più sociali, cioè, per il socialismo.

Note

1 – L’opting out è la deroga che, onde impedire un bloccaggio generale, è concessa agli Stati membri che non desiderino associarsi agli altri Stati membri con riguardo ad un particolare settore della cooperazione comunitaria. In forza di questo principio, il Regno Unito ha chiesto di non partecipare alla terza fase dell’unione economica e monetaria (UEM) ed analogo trattamento è stato concesso alla Danimarca per quanto riguarda l’UEM, la difesa e la cittadinanza europea. Allo stesso modo l’acquis di Schengen è stato oggetto di un’adozione parziale in quanto Irlanda, Regno Unito e Danimarca possono decidere, caso per caso, se partecipare in modo totale o parziale alle misure previste (Glossario della UE, http://europa.eu/scadplus/glossary/opting_out_it.htm, NdT).