La crisi degli USA

Il capitale finanziario ha un ruolo dirigente su tutte le altre forme di capitale nella fase imperialistica del modo di produzione capitalistico.
In esso sono fuse le varie funzioni delle singole forme del capitale, vale a dire del capitale monetario (e bancario), di quello industriale o produttivo e di quello commerciale o mercantile. L’unico termine “borghese” che evoca il concetto di finanziario è quello di holding, che è/sono la/e società finanziaria/e che detiene/detengono con partecipazioni azionarie il controllo di una o più società bancarie, assicurative, industriali e commerciali e, quindi, detiene il controllo delle tre forme di capitale e ne riassume e concentra le rispettive funzioni di investimento, di trasformazione e produzione delle merci e di realizzazione delle merci nel mercato. È certamente vero, quindi, che il concetto di capitale finanziario non si limita al concetto di capitale monetario ed alla sua, tra le altre, funzione di intermediazione e/o di speculazione borsistica.
È tuttavia noto che da almeno venti anni, se non di più, è andata via via accrescendosi una massa di capitale che si è stabilizzato nella forma monetaria, il quale cerca di valorizzarsi senza la mediazione del processo di produzione, riversandosi, tra l’altro, nel mercato del credito (capitale da prestito) e nell’acquisizione di attività finanziarie – usiamo il termine nel senso corrente – quali le azioni, le obbligazioni, i titoli derivati, le valute e, in senso più lato, in beni rifugio, nella rendita fondiaria, etc… Se il capitale finanziario in senso leninista è la forma dirigente di tutto il capitale, al suo interno si è significativamente accresciuta la funzione del capitale monetario nella sua peculiarità di capitale speculativo.
La parte del capitale impegnata in attività finanziarie – usiamo ancora una volta il termine in senso corrente – è diventata la parte quantitativamente più elevata del capitale mondiale: basta confrontare le attività finanziarie con il capitale impegnato nella produzione di merci per verificare questa affermazione. Ed anche, aggiungiamo, la parte tendenzialmente dirigente.
Anche se questa non è la sede per parlarne compiutamente, è necessario dire assai sinteticamente che la condizione economica del formarsi di questa massa di capitale monetario è la sovrapproduzione di capitale. Come è nata infatti storicamente questa massa? La produzione capitalistica è produzione per il profitto, non per il consumo, e, pertanto, la sua espansione dipende più che dalla domanda di consumi, dall’accumulazione sociale complessiva, cioè dal volume (e valore) degli investimenti. In mancanza di una crescita adeguata della massa di plusvalore, i capitalisti reagiscono mantenendo il volume dei nuovi investimenti al di sotto del livello necessario per assorbire tutta la produzione. A seguito di ciò le merci costituenti il capitale nella parte finale del precedente ciclo di valorizzazione rimangono parzialmente invendute. Nell’ambito del modo di produzione capitalistico ad una certa dimensione raggiunta del capitale accumulato e ad un certo livello raggiunto (di conseguenza) dal saggio medio di profitto, si crea un conflitto tra la produzione di plusvalore e la realizzazione del valore prodotto. Per non avere problemi nella realizzazione del valore del prodotto bisognerebbe investire nel processo produttivo tutto il capitale accumulato e, quindi, accettare di estrarre una massa inferiore o pari (ma a condizione di un maggior impiego di capitale) di plusvalore. Da ciò consegue la tendenza, consolidatasi da diversi anni, a non investire nel processo produttivo tutto il capitale accumulato e, al fine di evitarne la svalorizzazione, di ampliarne l’impiego in attività finanziarie.

L’espansione in USA (1990 – 2000)

Quanto detto descrive – è bene dirlo – uno schema astratto. Si tratta ora di vedere in concreto se ci sono elementi che inducano ad inquadrare la vicenda della crisi americana di questi mesi nella cornice anzidetta ovvero ad escludere questo ed a connotare l’evento economico americano nel quadro ristretto di un ciclo di esaurimento delle scorte e di una transitoria recessione ovvero se c’è dell’altro.
Per esaminare i caratteri della crisi in atto è necessario fare riferimento al carattere della precedente espansione dell’economia americana protrattasi per circa dieci anni, sia pure in maniera contraddittoria. Le sue caratteristiche principali sono:
a) boom di borsa;
b) forti investimenti soprattutto nella tecnologia informatica applicata, in primo luogo, all’industria militare;
c) un indebitamento crescente soprattutto del ceto medio per sostenere una domanda crescente per consumi e di titoli finanziari ed interessi;
d) un completo controllo e comando capitalistico sul lavoro, che ha comportato occupazione ultraflessibile e sufficientemente estesa, salari mediamente assai bassi, forte esternalizzazione dei processi produttivi;
e) un indebitamento delle imprese;
f) un aumento rispetto agli anni precedenti del tasso di produttività del lavoro;
g) un’inflazione bassa, pur in presenza di una crescita significativa;
h) un dollaro forte.
Il boom di borsa è una vicenda assai complessa. Possiamo comunque dire che l’andamento dei cosiddetti mercati finanziari ha svolto un ruolo centrale nell’espansione. La decisa tendenza alla crescita dei corsi azionari americani è un fenomeno che, pur tra crack e crisi, è riscontrabile da circa 20 anni. Esso è l’effetto combinato del massiccio impiego nelle borse di capitale monetario e di risparmio, quest’ultimo rastrellato ed inserito nel circuito del capitale soprattutto dai fondi comuni di investimento e dai fondi pensione. I cosiddetti investitori istituzionali non sono altro che gruppi del capitale oligopolistico finanziario, normalmente transnazionale, che centralizzano la raccolta e l’impiego in borsa di ingenti masse di capitali e di risparmi. Il “boom” di borsa ha permesso alle aziende produttrici, nel contesto della crescente domanda di titoli azionari prodottasi, rilevanti capitalizzazioni e ricapitalizzazioni, cioè l’accrescimento del proprio capitale a costi minimi e senza ricorrere al credito; il boom di borsa ha inoltre favorito, per molte, la riduzione dell’indebitamento nei confronti delle banche, le quali tendono, ormai da anni, a perdere il proprio ruolo di intermediazione finanziaria. Parallelamente, l’attività di frenetica compravendita di titoli ha consentito rilevanti operazioni di acquisizione di pacchetti azionari, o “scalate”, fusioni societarie, che hanno normalmente avvantaggiato i capitali di maggiori dimensioni attraverso la centralizzazione di grandi patrimoni finanziari.
Il ceto medio americano1 – nelle varie sue stratificazioni – possessore di quote di fondi ha, nella sua limitata proporzione, beneficiato dell’effetto ricchezza per cui ha incrementato la propria domanda per consumi ed ha avuto più facile accesso al credito. Anzi, spesso è avvenuto il percorso inverso, cioè il sistema creditizio ha messo a disposizione di potenziali acquirenti mezzi di pagamento, impiegati, poi, per la compera di titoli finanziari, posti a garanzia dei fidi medesimi. L’indebitamento delle cosiddette “famiglie” destinato a sostenere la domanda di titoli e di merci può considerarsi un effetto dell’eccedenza di capitale. La domanda per consumi non è sostenuta da redditi reali ma da debiti. Nel 1998 il debito totale delle famiglie U.S.A. ammontava a 6.250 miliardi di dollari, pari al 74% del PIL. Oggi, secondo stime, è salito a oltre l’80% del PIL, cioè ben oltre gli 8.000 miliardi di dollari, quasi 20 milioni di miliardi di lire, circa nove volte il PIL italiano.
Il tenore sostenuto dei corsi azionari americani ha, come noto, attirato investimenti dall’estero in ciò alimentando, da un lato, il boom di borsa, e riequilibrando, dall’altro, il forte deficit di parte corrente della bilancia dei pagamenti americana; dall’altro ancora, rafforzando il dollaro che è da circa sessanta anni moneta di riserva mondiale. Il dollaro forte ha, a sua volta, attirato ulteriori capitali ed ha tenuto basso sul mercato interno americano il prezzo unitario delle importazioni, contribuendo in tal modo a contenere l’inflazione. comunque, l’indebitamento di parte corrente della bilancia dei pagamenti americana, è stata (e, in parte, ancora è) la base del cosiddetto “traino” mondiale dell’economia. Secondo quanto descritto da alcuni economisti2 in tempi recenti, nel corso dell’ultima recessione del 1989-1990 le imprese hanno messo in atto un profondo processo di riorganizzazione e di riduzione dei costi.
La citata ristrutturazione, l’accesso pressoché gratuito al mercato dei capitali, il bassissimo valore medio della forza-lavoro reso possibile, tra l’altro, dalla massiccia immigrazione, hanno favorito gli investimenti e i profitti (cresciuti anche a seguito dell’incremento della produttività) nell’industria manifatturiera nella prima metà degli anni ’90. A partire dalla metà degli anni novanta gli investimenti si sono concentrati nella tecnologia dell’informazione. Si trattava di un settore relativamente nuovo e non saturo. Furono messe a frutto le innovazioni studiate e sperimentate nel campo della ricerca, soprattutto militare. I settori erano (e sono) quello dei cosiddetti titoli “tmt”, cioè le telecomunicazioni, i media e il settore tecnologico in senso più lato. Quest’ultimo comprende internet, le biotecnologie, computer, software e hardware, microprocessori etc…
Il boom di borsa è ancor più cresciuto. L’indice Dow Jones, rappresentativo della cosiddetta “vecchia economia”, è balzato in su, tra la metà del 1982 (ma soprattutto nell’ultimo decennio) e il gennaio 2000, di 15 volte, da 777 a 11.772 punti. Il Nasdaq, indice della cosiddetta “nuova economia”, nello stesso periodo e soprattutto nell’ultimo quinquennio, è cresciuto di 30 volte. Il rapporto prezzi-utili è risalito nello stesso periodo, fuori da ogni media storica, da 7 a oltre 35. Secondo i dati forniti da Bellofiore nella richiamata Rivista del Manifesto dello scorso maggio il patrimonio delle cd. “famiglie” è aumentato di oltre il 14% nel solo 1999 ed è notevolmente cresciuto il rapporto tra ricchezza azionaria e reddito disponibile delle “famiglie”. Nella borsa americana è giunto il momento in cui la disponibilità di capitale monetario ha cessato di essere un limite all’espansione del mercato. Come è stato scritto alcuni anni or sono a proposito del crack di borsa del 1987, è avvenuto che i capital gains ottenuti sono stati sistematicamente reinvestiti alimentando in tal modo il rialzo dei corsi. In questo contesto il prezzo delle azioni tende, appunto, a non essere più in rapporto diretto con il dividendo che si presume la società distribuirà a chiusura del bilancio. I dividendi come tali, dato il prezzo macroscopico delle azioni, assicurano ai possessori un tasso di interesse mediamente inferiore a qualsiasi tasso di interesse corrente sul mercato dei titoli. Del resto, mentre il boom è in corso e si autoalimenta, i gruppi che controllano le società non hanno alcuna necessità di distribuire dividendi alti per attirare compratore di azioni.
L’espansione americana sostanzialmente conclusasi nei mesi scorsi, ha portato, secondo quanto scrive lo stesso Colaianni sulla “Rivista”, ad “una struttura sociale in cui la disuguaglianza è fortemente cresciuta. Per il 20% di lavoratori il salario reale è aumentato, per il restante 80% non è rimasto lo stesso ma è diminuito; per il quintile più alto la crescita del reddito medio è stata in 10 anni di circa il 40%, per il quintile più basso il reddito medio è addirittura diminuito […]. Si può dire che il progresso è concentrato in un quinto dell’America, quello di cui comunemente si parla, trascurando gli altri quattro”.

La sovrapproduzione e la crisi

Scomponiamo la descrizione della crisi in due periodi: il primo, che è quello che segue, è relativo ai primi cinque mesi del 2001 (epoca di riferimento del documento dello scorso giugno indicato all’inizio); il secondo, che è descritto più avanti, limitato ai quindici giorni che precedono l’11 settembre 2001.

A partire dal terzo trimestre del 2000 e poi via via progressivamente le cose sono cambiate. Il dato macroscopico è stato la caduta del PIL passato da una crescita del 5,6% su base annua nel secondo trimestre del 2000, al 2,2% nel terzo, all’1% nel quarto e all’1,3% per ora nel primo trimestre 2001 (per detto trimestre è in corso un’ulteriore revisione al ribasso dall’iniziale dato dichiarato del 2%). A quest’ultimo riguardo vi è da dire che è una pratica abbastanza diffusa delle autorità finanziarie U.S.A. la manipolazione dei dati sul PIL. L’effetto annuncio della crescita del 2% nel primo trimestre è stato di impatto abbastanza rilevante (basta leggere, al riguardo, la stampa economica [e non] dei primi 10 giorni di maggio).
Le ragioni della caduta del reddito nazionale U.S.A. risiedono principalmente nel crollo degli investimenti, sia quelli nell’industria manifatturiera, perché il mercato non ha prospettive di sviluppo nei beni durevoli, sia quelli nella tecnologia dell’informazione.
La ragione di questa caduta risiede, soprattutto, nella sovrapproduzione generatasi nel settore delle tecnologie informatiche. Causa questa ben chiara fin dall’inizio ai gruppi dominanti, anche se espressa in termini formalmente diversi. Per Sarcinelli3 è avvenuto che “rispetto ai livelli desiderati il rapporto tra volume delle scorte e flusso delle vendite [è] fortemente peggiorato, sicché dalla metà del 2000 è iniziato un riaggiustamento del magazzino, con inevitabile caduta della produzione soprattutto verso la fine dell’anno passato e nei mesi successivi […]. Ad oggi le scorte di autoveicoli presso i concessionari si sono ridimensionate in misura soddisfacente, ma quelle di calcolatori, semiconduttori e materiali per telecomunicazioni sono ancora troppo alte […]. Gli investimenti sia nell’hardware, sia nel software si sono indeboliti ben al di là di quanto era prevedibile. Il che fa pensare che le prospettive per profitti e flussi di cassa nel breve periodo si sono fortemente deteriorate […]. Perciò, la fase che stiamo vivendo può trasformarsi in qualcosa di ben più serio di un ciclo delle scorte”. Il governatore della Fed, Greenspan, il 24 maggio scorso ha dichiarato, a commento della revisione del PIL nel primo trimestre 2001, che la domanda per investimenti è “[…] problematica. La debolezza va al di là dell’aggiustamento determinato da un ritmo di accumulazione insostenibile di beni di capitale e dipende invece da un deterioramento dei profitti e dei flussi di cassa”. L’assorbimento delle scorte in eccesso è stato, nel primo trimestre di quest’anno, di entità la più rilevante degli ultimi 18 anni, ed ha contribuito a frenare il PIL U.S.A. del 2,9%. La preoccupazione è grande. L’economista Luca Paolazzi4, a proposito delle dichiarazioni del presidente della Fed, dice: “[…] siamo in presenza di un rapido aggiustamento delle scorte, ripeteva [Greenspan] tra gennaio e febbraio. L’aggiustamento delle scorte è tutt’altro che finito, ha confessato giovedì scorso (24/05/2001), riconoscendo un ampio eccesso di capacità produttiva soprattutto nel settore dell’alta tecnologia”. Le grida di allarme si moltiplicano. Scrive l’economista Galimberti5: “sono gli investimenti i principali responsabili del rallentamento dell’economia e, dato che gli investimenti sono fatti di “cose” e non di servizi, è normale che di quella fiacca risenta in primo luogo la produzione di “cose” […]. L’economia americana ha conosciuto anni di fortissimo investimento; ma questa formazione di capitale, che pure obbediva agli imperativi di un’eroica stagione di rinnovamento tecnologico, è alfine caduta nelle trappole del sovrainvestimento: alimentati da un costo del capitale di rischio vicino a zero (grazie alla borsa), dalla grande disponibilità di capitale di debito […] e da irrealistiche aspettative di espansione senza fine, gli investimenti sono andati creando una capacità in eccesso […]”. Se gli investimenti calano, calano anche gli utili. È emblematico il caso della Cisco e della Sun Microsystem. Ulteriore effetto della caduta della spesa per investimenti è l’aumento della disoccupazione che è prevista al 5% per i mesi immediatamente prossimi (assai negativo è stato il dato di aprile e negativo quello di maggio). Il tutto anche alla luce dei generosi criteri di computo delle statistiche U.S.A. (bastano pochissimi giorni di lavoro in un mese per risultare occupati).
Il quadro si completa con il calo della produttività, degli ordini per beni durevoli (calati in aprile del 5%) e degli acquisti dei beni medesimi (calati in aprile dello 0,6%). Nonostante tutti gli sforzi, la crisi per sovrapproduzione di merci nel settore della tecnologia informatica e, in misura minore, nel settore manifatturiero, ha causato in alcuni mesi il crollo dell’indice Nasdaq ed il ridimensionamento dell’indice Dow Jones.

Risposta capitalistica alla crisi

Qual è stata la prima risposta a questo stato di cose? Cinque riduzioni dei tassi interbancari americani, passati da gennaio 2001 al maggio successivo (seguiti nei mesi successivi da altre quattro riduzioni) dal 6,5% al 4%. Qual è stato lo scopo primario di questi tagli? Sostenere i corsi dei titoli finanziari (gli investimenti dipendono dai tassi assai meno di quel che la teoria ufficiale sostiene). L’esperienza dice che negli ultimi 70 anni gli indici sono saliti del 15% nei 6 mesi successivi al taglio dei tassi e del 19% nell’arco di 12 mesi. Sostenere la borsa significa cercare di:
– evitare la svalorizzazione di ingenti masse di capitali;
– tentare di sostenere i consumi soprattutto della “middle class” detentrice di titoli finanziari e consentirne l’ulteriore indebitamento;
– continuare a sostenere l’indebitamento di parte corrente della bilancia dei pagamenti e, quindi, l’architettura su cui poggia l’intero sistema. Situazione che consente al deficit americano di attrarre avanzi delle bilance commerciali degli altri paesi (Giappone e U.E. in primis) evitando che essi siano impiegati in programmi di investimento di area (per es. Asia).
Infatti, la domanda per consumi fino a poco tempo fa ha “tenuto” anche se il reddito personale cresciuto in aprile meno della spesa per beni non durevoli segnalava ulteriori indebitamenti o liquidazioni di attività finanziarie per sostenere la spesa. Il tasso di risparmio è sempre negativo e l’indebitamento privato è fuori da ogni esperienza storica conosciuta.
La seconda risposta è stata, nella scorsa primavera, il piano di tagli fiscali dell’amministrazione Bush, teso, si diceva, a rafforzare la domanda per consumi con l’accrescimento della quota del reddito disponibile. Si trattava di un piano di 1.350 miliardi di dollari in dieci anni. Il suo forte contenuto di classe è evidente. Secondo stime di parte padronale6, un terzo degli sgravi complessivi sarebbe andato all’1% più abbiente dei contribuenti, un altro terzo al seguente 19% e all’80% degli americani il restante terzo. È la stessa stampa confindustriale7 a spiegare il nesso tra sgravi fiscali e borsa: “nel caso delle tasse [stimare l’impatto sulla borsa] è molto […] difficile anche se non impossibile. Secondo la maggioranza degli analisti di Wall Street almeno una parte del gettito fiscale restituito dal governo alle famiglie finirà sul mercato azionario: tanto più che i maggiori beneficiari della manovra fiscale saranno i contribuenti con i redditi più elevati; cioè quell’1% della società americana che è anche il “nocciolo duro” degli investitori in Borsa. Su questa base è possibile pronosticare un aumento dell’interesse su alcuni settori. Nel comparto finanziario si prevede un aumento della raccolta dei fondi di investimento azionario […]. Nel settore assicurativo l’effetto degli sgravi dovrebbe tradursi, soprattutto grazie alla spinta del ceto medio, in una crescita della raccolta premi per le polizze sanitarie e previdenziali […]”. Anche da questa angolatura è evidente lo scopo della manovra fiscale di primavera: tutelare dai rischi di svalorizzazione o limitarne gli effetti il capitale monetario impiegato in attività finanziarie parte quantitativamente e qualitativamente preponderante del capitale finanziario nel senso imperialistico del termine. Preservare i valori mobiliari è stata l’esigenza prioritaria anche in questa crisi, che si inserisce nel contesto ultraventennale dell’eccedenza di capitale.
È appena il caso di ricordare che il programma citato di tagli è stato reso possibile da un grande surplus già accumulato nelle casse dello Stato e che si prevedeva allora di aumentare per 5.600 miliardi di dollari nei successivi 10 anni tagliando la spesa sociale e la spesa corrente. In sostanza si redistribuisce ai singoli per sostenerne i consumi e, soprattutto, all’esigua minoranza più ricca, per sostenerne il “boom” di Borsa, ciò che si è tolto e che si progetta di togliere alla maggioranza del popolo americano con tagli indiscriminati alla spesa previdenziale, sanitaria, educativa ed assistenziale. Si fa ovviamente eccezione per la spesa militare, della quale si prevede un incremento. Di fronte a questa situazione non mancava già allora una risposta di tipo, per così dire, keynesiano. Napoleone Colaianni, nell’articolo sopra citato, scriveva: “nel mondo c’è quella che, in termini di equilibrio statico, può essere considerata una sovracapacità produttiva, e questa può essere superata soltanto da un aumento della domanda a livello mondiale. Ma per un aumento della domanda occorre aumentare l’occupazione e per questo occorrono investimenti”. Al riguardo, si condivide l’opinione, da più parti espressa e suffragata dai fatti, che per le caratteristiche generali proprie della crisi nella fase imperialistica , la creazione di una domanda aggiuntiva di merci, pur se utile nel breve periodo ad arrestare la sovrapproduzione, non è in grado di porre fine alla crisi, perché la crisi non ha origine dalla scarsa domanda di merci8. Tuttavia, nel merito, non è questa la strada che intendono percorrere i gruppi dominanti. Il governatore della Banca d’Italia, Antonio Fazio, nelle sue considerazioni finali9 ha sottolineato – in sintonia – che l’allentamento della politica monetaria in U.S.A. ha avuto un effetto benefico sul mercato azionario. “Le riduzioni [dei tassi] hanno evitato un crollo delle quotazioni di Borsa e hanno dato fiducia agli operatori”. Il governatore Bankit ha sciorinato una ricetta non dissimile da quella di Bush, la quale consiste nella riduzione dal 2002 di un punto all’anno della pressione fiscale (per le imprese) a fronte di un abbattimento della spesa sanitaria e previdenziale, per le quali si invoca “il ricorso a forme private di copertura dei rischi”.
La risposta alla crisi nel versante U.S.A., come in Italia, è concretamente reazionaria e di classe ed ha come scopo prioritario la conservazione del capitale monetario a spese del salario sociale dei ceti subalterni. È questa la risposta a quella brusca discesa degli investimenti in U.S.A. che Fazio nota “per la prima volta dopo molti anni”. Infatti, secondo il governatore, l’alto corso dei titoli era necessario per alimentare flussi di investimenti in U.S.A.: “l’ampiezza e l’articolazione dei mercati finanziari [U.S.A.], le prospettive di redditività degli investimenti, la stabilità del contesto istituzionale hanno [infatti] continuato ad attirare [negli U.S.A.] investimenti diretti e di portafoglio da tutto il mondo”.
Si può trarre al momento, una conclusione. L’aumento in senso lato del plusvalore relativo determinato, tra le altre cose, dalla riduzione della spesa sociale da destinare al finanziamento degli sgravi fiscali alle imprese, si traduce in capitale valorizzato che tende ad immettersi assai rapidamente nel circuito delle attività finanziarie, incrementando, in tal modo, la componente monetaria del capitale sociale esistente.

A) I quindici giorni che precedono l’11 settembre 2001: prodromi di una guerra “necessaria”.
La crisi economica e finanziaria sincrona delle tre aree capitalistiche più importanti (USA, Giappone, UE) è scandita dai dati che si susseguono nella stampa specialistica e non nei quindici giorni che precedono l’11 settembre.
Proviamo di seguito a sintetizzarli.
In U.S.A. i sussidi di disoccupazione ai senza lavoro superano i 3,2 milioni (il livello più alto dal 1992). Viene comunicato che in luglio sono calati dello 0,6% gli ordini di beni durevoli. L’indice di fiducia dei consumatori in agosto scende di due punti rispetto a luglio ed a fronte di un aumento atteso.
Il 29/8/2001 il dipartimento al commercio comunica che, in sede di revisione, il PIL USA del secondo trimestre 2001 aumenta solo dello 0,2% su base annua (il presidente della Federal Riserve di Dallas tuttavia rivela nei giorni scorsi che verrà a breve rettificato al ribasso sotto lo zero il PIL del secondo trimestre). Nel periodo, gli investimenti calano del 15%, le scorte si riducono e l’export diminuisce del 12% circa, mentre i consumi reggono.
In luglio la spesa per i consumi diventa stagnante (si tenga presente che in USA il rimborso dei prestiti al consumo assorbe il 23% del reddito delle famiglie). Tiene ancora l’edilizia grazie alla riduzione dei tassi sui mutui. Greenspan con il discorso del 31/08/2001 dichiara che è inutile attendere una ripresa degli investimenti. Tutto sta nel capire se regge il mercato immobiliare, il quale produce un “effetto ricchezza” che migliora la domanda per consumi. Se crolla il mercato edilizio la recessione sarà gravissima. Viene comunicato il dato del calo dell’indice di agosto dei direttori acquisti della aziende non manifatturiere (servizi).
Il rapporto periodico della Fed (c.d. Beige Book) rileva tra agosto ed i primi giorni di settembre 2001 “un’attività debole e spesso in fase di ulteriore decelerazione”. Il rapporto evidenzia che il settore manifatturiero è rimasto in crisi, gli investimenti hanno continuato a segnare il passo e le vendite al dettaglio sono diminuite. Circostanza ancor più grave: l’associazione dei costruttori edili comunica la discesa di ben 5 punti dell’indice di attività nei primi giorni di settembre rispetto ad agosto.
Il tasso di disoccupazione in agosto aumenta al 4,9% (da gennaio 2001 si sono persi più di un milione di posti di lavoro).
L’indice di fiducia dei consumatori, calcolato dall’Università del Michigam, crolla tra fine agosto ed i primi di settembre a 83,6 dal 91,5. La produzione industriale in agosto cala dello 0,8% rispetto a luglio (undicesima caduta mensile) e del 4,8% su base annua. Il tasso di utilizzo degli impianti degli stabilimenti manifatturieri scende al 74,6%. Il tasso di utilizzo degli impianti nel comparto high-tech scende al 63,4%. Mentre cresce a dismisura il c.d. “allarme profitti” delle multinazionali, la crisi viene ormai definita strutturale da gran parte della stampa economica occidentale.
Intanto continuano a scendere fortemente gli indici di Wall Street ed il Nasdaq.
Le sette riduzioni dei tassi dal gennaio 2001 ed il programma di sgravi fiscali varato nella primavera si sono rivelati inefficaci.
Quali i rimedi? Il Congress Bureau Office, la struttura del Congresso USA incaricata di valutare l’impatto delle leggi di spesa, premettendo la gravità dello stato dell’economia americana, denuncia alla fine di agosto i risultati modesti sui consumi della manovra fiscale. Il CBO dichiara che, in considerazione della brusca frenata della crescita e del costo degli sgravi fiscali adottati dal Governo, l’amministrazione Bush dovrà rastrellare fondi dal surplus delle pensioni per gran parte del mandato presidenziale (9 miliardi di dollari del “Social Security” più altri complessivi 21 miliardi nei successivi tre anni). I democratici accusano l’amministrazione Bush di irresponsabilità fiscale. Cresce anche la pubblicistica pro-Bush, il quale riafferma l’efficacia per l’economia degli sgravi fiscali da 1.350 mld di dollari in dieci anni e ribadisce la priorità di spesa per il Pentagono. Su “Il Sole 24Ore” del 29/8/2001 si legge: “gli USA rischiano la recessione e uno starnuto americano, in questa fragile economia mondiale, causerebbe una polmonite internazionale. Meglio allora spendere il surplus (a cosa servono i surplus se non ad essere spesi quando la patria ha bisogno?) per evitare i raffreddamenti […]. La necessità di una politica espansionistica in America non è in dubbio”. La promessa elettorale di Bush era stata però quella di non utilizzare il surplus delle pensioni. L’economista Paul Krugman sul “New York Times” del 28/8/2001 lo accusa infatti di essere un bugiardo perché aveva promesso che non avrebbe toccato l’avanzo accumulato sul conto pensioni per finanziare i suoi tagli fiscali.
La risposta di Bush all’accusa è rivelatrice: la mia promessa è sempre valida purché non ci sia una guerra o una recessione.

B) Le risposte emergenziali agli eventi dell’11 settembre.
Esse sono ancora improntate al tentativo di salvaguardia del capitale monetario impiegato in attività finanziarie e consistono in:
– immissione di liquidità nel sistema, da parte delle Banche centrali americana, europea e giapponese per circa 120 mld di dollari, per consentire, tra l’altro, alle Banche massicci acquisti di titoli azionari;
– riduzione dei tassi da parte della Fed e della BCE il 17/9 (rispettivamente al 3% e al 3,75%), ulteriore riduzione della Fed il 2/10 al 2,75%;
– sostanziale liberalizzazione della pratica, prima soggetta a restrizioni, del buy back, cioè dell’acquisto di azioni proprie. Si tratta di misure straordinarie (la prima e la terza mutuate dall’esperienza traumatica della crisi del 1929) che tendono soprattutto a limitare la discesa dei corsi azionari e, in generale, dei valori mobiliari.

C) Le ricadute degli eventi dell’11 settembre.
Domenica 16 settembre sul giornale confindustriale “Il Sole 24Ore” esce un articolo a firma di Mario Platero che, in quanto riflettente opinioni dell’establishement americano, si rivela particolarmente significativo. Vale la pena di riportarlo lungamente: “il quadro economico così come lo conoscevamo fino a martedì scorso (11/9/2001) era chiaro: i pilastri dello sviluppo globale USA, Giappone ed Europa si trovavano in una crisi sincrona. Erano state messe a punto misure difensive in materia di tassi e di spesa. Ma c’erano polemiche soprattutto in America sul ritorno al “deficit spending” di matrice keynesiana. Oggi è la guerra a superare gli ostacoli. È la guerra, sottoscritta dall’amministrazione e dal congresso, a eliminare la diatriba politica sul surplus delle pensioni. È la guerra che autorizza lo stanziamento immediato di 40 mld di dollari per far fronte alle emergenze […]. Ma se l’economia di guerra potrà svolgere quel ruolo di sostegno che non erano riusciti a svolgere il calo dei tassi di interesse e la riduzione delle tasse […] dove si troverà il punto di equilibrio? Lo scenario positivo auspica una soluzione ponte che rimetterà in piedi le economie industrializzate”10 Secondo Galapagos su “Il Manifesto” del 14 settembre “paradossalmente, l’unica spinta alla ripresa potrebbe arrivare da uno sprint dell’industria bellica e dal non coinvolgimento di alcun paese produttore di petrolio nel conflitto”.
Il successivo martedì 18/9 sempre il giornale confindustriale “Il Sole 24Ore” scrive con malcelata soddisfazione: “[…] i democratici sono ora schierati con chi nell’amministrazione tempo fa anticipava la necessità di ricorrere allo strumento del disavanzo pubblico di ispirazione keynesiana per far fronte al rischio di una recessione[…].” Il capo della maggioranza democratica al Senato Tom Daschile dichiara il 17/9: “i quaranta miliardi di dollari che abbiamo stanziato sono solo un anticipo minimo di quello che lo Stato dovrà sostenere”. Oltre un intervento di 15 miliardi di dollari in favore delle compagnie aeree, si ipotizzano rilevanti tagli fiscali sui capital gains e sulle tasse societarie, mentre il Pentagono fa sapere di avere bisogno di almeno 20 mld di dollari aggiuntivi solo per la lotta al terrorismo. Conclude il giornale padronale: “[…] prima dell’attacco si litigava su eccessi di spesa del Pentagono per 18 miliardi di dollari, oggi ne sono stati già stanziati 40 ed altri 40 potrebbero arrivare. Lo Stato ha già cominciato a fare la sua parte, il resto dovrà farlo il paese”. Paul Krugman, uno dei più apprezzati economisti “borghesi” americani, in un suo recentissimo saggio pubblicato sul supplemento economico “Affari e Finanza” de “La Repubblica” dell’8 ottobre 2001, rileva con seria preoccupazione le analogie dell’attuale crisi americana con quella del 1929-1932 e soprattutto con l’attuale crisi giapponese, di durata decennale e con caratteristiche ormai strutturali, nonostante il tasso zero e la mole imponente di spesa pubblica, per così dire, ordinaria operata in disavanzo dal 1992 in poi. Il Krugman scrive che “[…] al 10 settembre la Fed aveva già diminuito i tassi sette volte e ancora non si capiva da dove sarebbe venuta la ripresa […]. Fra un anno ci renderemo conto che i terroristi hanno provocato indirettamente un rilancio dell’economia. I fatti dell’11 settembre hanno prodotto politiche più espansionistiche sotto il profilo sia monetario che fiscale. La Fed ha tagliato i tassi di un altro punto. Per quanto sia sgradevole ammetterlo quell’atrocità le ha dato l’opportunità di agire con più prontezza e forza di quanto osava pensare. In secondo luogo, l’attacco ha aperto le porte a un forte aumento della spesa pubblica, proprio la politica invocata da tanti economisti ma che sembrava politicamente impossibile. L’attacco terroristico ha anche causato cambiamenti positivi di politica in altre aree. Gli economisti non riuscivano a spiegarsi l’ostinazione della Banca Centrale Europea che non voleva saperne di ridurre i tassi di interesse in presenza di un addensarsi di nubi sull’economia mondiale […]. I terroristi hanno cambiato tutto questo. Vale la pena di ricordare che le guerre stimolano le economie più che deprimerle […]”.
In un quadro di depressione delle borse, si impennano i prezzi delle azioni dei grossi fornitori del Pentagono: la Northrop Grumman produttrice di aerei da ricognizione Hawk e dei bombardieri B-2 guadagna il 15,7% nella seduta di riapertura di Wall Street (17/9); la Loockeed, maggiore fornitore del Pentagono con i suoi aerei da combattimento F-12, sale del 14,7%, la General Dynamics del 9,1%, mentre la Raytheon, produttrice tra l’altro di strumenti elettro-ottici, radar e sensori, sale del 26,4%.

D) La risposta imperialistica alla crisi.
Dice ancora Krugman “[…] Sia chiaro, non credo che gli USA corrano l’imminente rischio di seguire il Giappone nella sua profonda recessione. Ciò che temo è che una combinazione di fattori […] ci trascini in un periodo prolungato di stagnazione”.
Il compagno Andrea Catone, in una recente pubblicazione11, fa un richiamo agli aspetti strutturali della “decadenza economica della società statunitense”, messi in luce da studiosi già in periodo clintoniano: rallentamento a lungo termine del tasso di crescita del PIL e della produttività, diminuzione tendenziale della partecipazione degli investimenti nel PIL, terziarizzazione del sistema economico, estinzione del risparmio individuale, deficit commerciale cronico, concentrazione dei guadagni, aumento della disoccupazione reale e della povertà.
Da ciò discende che la guerra e l’economia di guerra si presentano come una necessità di fase degli USA in quanto:
– assicurano il mantenimento del primato americano nei confronti degli alleati/competitori imperialisti;
– garantiscono la sussistenza di margini di accumulazione adeguati nel settore dell’industria bellica nel quale, per effetto del rilevante volume di ordini del Pentagono, il volume degli investimenti è in grado di mantenersi a livelli relativamente elevati;
– consentono agli USA, in virtù della superiorità tecnologica nel comparto, un vantaggio rilevante nei confronti degli alleati/concorrenti dell’Unione Europea e del Giappone.
La risposta imperialistica alla crisi, dopo l’11 settembre, appare chiara e consiste in:
a) incremento accentuato della spesa militare nel quadro di una crescita della spesa pubblica (keynesismo di guerra) indirizzata prevalentemente al sostegno dell’accumulazione. L’amministrazione Bush, su conforme parere del presidente della Fed Greenspan, ha chiesto nei giorni scorsi al Congresso l’approvazione di un piano straordinario di spesa e sgravi fiscali tra i 60 e i 75 mld di dollari (spese queste che si aggiungono ai 55 mld di dollari sopra indicati). Il Congresso ha inoltre già approvato aumenti di spesa dell’8% per l’anno fiscale 2002 (il doppio di quanto in precedenza previsto) per far spazio a 25 mld di dollari di nuova spesa, di cui 18,4 mld di spesa militare;
b) la continuazione e l’accelerazione di una politica di tagli fiscali attuata – a detta dello stesso partito democratico – nell’interesse dei gruppi dominanti mediante detassazione dei capital gains e degli utili societari (“soldi facili per tutti meno che per chi ne ha bisogno” chiosa il “New York Times” del 3/10);
c) il rafforzamento, con l’intervento bellico in corso in Afghanistan, del controllo planetario da parte della lobby petrolifera USA, di cui è diretta espressione Bush, delle risorse energetiche del centro Asia e il presidio diretto (mai prima d’ora avvenuto) da parte degli USA e – in posizione subalterna – dei suoi alleati (Russia inclusa) delle vie di transito del greggio centroasiatico;
d) una presenza diretta degli USA e degli alleati ai confini di stati (Cina e Russia) considerati in prospettiva dagli americani avversari strategici;
e) una sorta di diritto di “seguito” del terrorismo nei paesi in cui, a giudizio degli americani, si anniderebbe e sarebbe protetto (sarebbero sessanta secondo le ultime stime del sottosegretario alla difesa USA Wolfowitz gli stati potenzialmente sotto attacco). Si tratta della prospettazione di uno stato di guerra permanente globale in grado di alimentare il complesso militar-industriale statunitense a tempo indeterminato (e in chiave subalterna quello degli alleati U.S.A.) nonché di offrire una risposta momentanea alla crisi di sovrapproduzione;
f) un restringimento dei margini di agibilità politica ed una contrazione dei diritti di libertà (circolazione, associazione e manifestazione) nelle aree imperialistiche. Al consiglio europeo del 6-7 dicembre prossimi, i capi di stato e di governo europei adotteranno molto probabilmente un provvedimento che istituirà il mandato di cattura europeo. La proposta contiene un allargamento della nozione di terrorismo che includerà ogni atto che mira a minacciare le strutture economiche, sociali e politiche di un paese; in particolare, è riconosciuta la finalità di terrorismo anche all’”occupazione abusiva o danneggiamento di infrastrutture statali e pubbliche, mezzi di trasporto pubblici, luoghi e beni pubblici”. Il mandato di cattura europeo consente, inoltre, di superare l’estradizione – che prevede per il ricercato un passaggio di fronte a un giudice del suo paese – consentendo a un giudice di chiedere l’arresto per un qualsiasi cittadino europeo accusato di un reato commesso nel paese del giudice medesimo. È opportuno anche ricordare il progetto di legge USA che consente di detenere “ad libitum” un soggetto, pur legalmente entrato in USA, se sospettato di terrorismo dall’autorità di polizia e che concede alla polizia un notevole aumento di poteri di intercettazione e controllo telefonico ed elettronico sui cittadini senza autorizzazione del magistrato.
Inoltre, sono di questi giorni le pesanti restrizioni di guerra su stampa e mass-media. In sostanza, in nome del terrorismo, viene attaccato il diritto alla resistenza e al dissenso delle masse popolari dei paesi occidentali;
g) una modifica della politica economica dell’area dell’U.E., nel senso dell’adeguamento parziale alla linea U.S.A., modifica che si articola in un atteggiamento espansivo della politica monetaria ed in un allargamento della domanda globale con l’aumento della spesa pubblica ed il superamento dei vincoli del cd. “patto di stabilità”.

E) Brevi conclusioni.
Il keynesismo di guerra rappresenta la risposta congiunturale alla gravissima crisi economica e finanziaria degli U.S.A., che, nella stessa coscienza della classe dominante americana, si va discostando sempre più nella sua dinamica dallo schema consueto della crisi di sovrapproduzione di merci per assumere i connotati di una crisi strutturale e di lungo periodo all’interno della quale si possono verificare nel tempo solo modesti andamenti ciclici in alto e in basso. Si tratta in sostanza del grave timore statunitense di una “giapponesizzazione” della propria crisi, timore evocato dall’insensibilità della struttura economica USA ai nove tagli di tassi operati in dieci mesi ed all’imponente programma di tagli fiscali a sostegno, si diceva, della domanda.
È diventato in qualche modo indispensabile “alzare il tiro” con la costituzione, come è stato detto12, di un capitalismo di stato di guerra solo all’interno del quale può ora trovare residenza la difesa sempre prioritaria del capitale monetario speculativo. Le Borse hanno infatti trovato, per il momento, significativo giovamento dalla politica – in parte realizzata e in parte annunciata – di spesa anche in “deficit spending”. Questa politica, che si è sostanziata nell’ampio sostegno all’accumulazione capitalistica attraverso la socializzazione delle perdite delle compagnie aeree, assicurative e quant’altro, può però dare, per usare proprio le parole del Krugman, “un sollievo sintomatico solo temporaneo”. Un sollievo di più lungo periodo può essere dato, appunto, solo dalla guerra, che viene prospettata come uno stato permanente dei prossimi anni (guerra guidata dal polo imperialista USA, alla quale partecipano in posizione subalterna le altre aree imperialiste).
È stato giustamente scritto da Andrea Catone nel saggio citato che “un capitalismo di stato di guerra […] viene visto come possibile antidoto alla crisi di sovrapproduzione irrisolta, come è accaduto per la grande crisi del ’29, che finisce effettivamente non col New Deal roosveltiano, ma con l’entrata degli U.S.A. in guerra”. Avendo come sfondo il quadro economico sopra delineato, la borghesia imperialista tenta di realizzare una gigantesca mobilitazione reazionaria di massa in nome della guerra al “terrorismo” e all’ “oscurantismo islamista”. A detta mobilitazione partecipano attivamente o passivamente la gran parte delle forze politiche e sociali statunitensi ed occidentali.
Compito dei comunisti è tentare, nei limiti di quanto ora possibile, una mobilitazione antimperialista al cui centro si ponga la denuncia dello sbocco ancora una volta guerrafondaio della crisi del modo di produzione capitalistico nella sua fase imperialistica e la propaganda del comunismo.

Note

1 Il limite principale delle presenti riflessioni è rappresentato dalla mancanza di una compiuta analisi delle classi ora in U.S.A., questione sulla quale diversi compagni si sono impegnati e su cui stanno lavorando.

2 Napoleone Colaianni ne La Rivista del Manifesto n.17 maggio 2001.

3 Il Sole 24Ore 26/05/2001.

4 Il Sole 24Ore 30/05/2001.

5 Il Sole 24Ore 02/06/2001.

6 Il Sole 24Ore del 25/05/2001.

7 Ibidem.

8 Quanto sopra detto per l’attuale crisi americana ne sembra una conferma piuttosto evidente.

9 31/05/2001.

10 I corsivi dei testi richiamati sono dell’estensore del presente documento.

11 Le due Torri e la grande scacchiera di Bush (ed. La Città del Sole, ottobre 2001)

12 A. Catone, op. cit.