La concezione Gramsciana del Partito comunista

In questo volume, col quale termina l’edizione completa degli scritti precarcerari di Gramsci, dato alle stampe nel 1971, sono raccolti gli editoriali, gli articoli e note polemiche varie del grande dirigente comunista italiano, quasi tutti o firmati o di sicura attribuzione, apparsi dall’ottobre 1923 all’ottobre 1926 su organi di stampa del Partito o dell’Internazionale comunista (“l’Unità”, l’”Ordine Nuovo” terza serie, “lo Stato operaio”, la “Correspondence internationale”), nonché le relazioni e gli interventi svolti nello stesso periodo nelle varie istanze dirigenti del Partito. Vi sono compresi anche il testo integrale delle tesi congressuali di Lione, il famoso scambio epistolare con Togliatti sulla crisi nel Pcus e il saggio sulla questione meridionale, ponte di passaggio ai Quaderni carcerari (di questi ultimi, era allora in corso di preparazione l’edizione critica, apparsa nel 1975, dove finalmente l’ordinamento dei quaderni e delle note gramsciane non era tematico, ma cronologico). Con l’inserimento nel volume dello scambio di lettere con Togliatti, nel frattempo morto a Yalta nel 1964, la divergenza fra i due dirigenti nel 1926, su cui tanto si era speculato, diventava ormai un fatto storico irrefutabile. Il carteggio, del resto, era già noto, perché pubblicato da Angelo Tasca prima e poi dallo stesso Togliatti. Divergenza teorica, tattica o strategica che fosse quella intercorsa allora fra i due dirigenti comunisti, è certo che la riflessione precarceraria e carceraria di Gramsci, e quindi anche la sua linea di autonomia critica nell’interdipendenza sostenuta nel carteggio del 1926, esercitò un enorme influsso sulla politica di Togliatti e sulla costruzione del Pci nel secondo dopoguerra. La cosa è ovvia, ma non è ovvio ribadirla oggi, e rifletterci ancora sopra. Senza Gramsci, sia Togliatti sia la storia del Pci sarebbero stati impossibili, impensabili. E diversa, ma in peggio, sarebbe stata la storia postbellica dell’Italia democratica e repubblicana. Quali i temi affrontati nel volume? Poiché non si tratta di uno scritto teorico-politico sistematico (Gramsci non ne ha mai composto), ma di parole o pagine vergate e di discorsi pronunciati nel fuoco della lotta politica, legati agli eventi spesso drammatici di quegli anni, ripercorrere l’intero arco dei temi qui affrontati vorrebbe dire ricostruire la storia non solo italiana del periodo. Ma il tema principale è senza dubbio indicato dal titolo stesso del volume: la (ri)costruzione del Partito comunista d’Italia, ossia i problemi della sua piattaforma ideologica e delle sue regole organizzative, della sua linea di massa e della sua politica di alleanze nello scontro contro il fascismo.

Quale partito?

Innanzitutto la necessità del Partito. Le argomentazioni di Gramsci a riguardo sono di natura sia storica sia teorica. Sotto l’aspetto teorico, è riaffermata con forza la dottrina leninista del partito come parte della classe operaia, sua avanguardia organizzata e cosciente; senza il Partito, senza la “coscienza” o teoria rivoluzionaria, senza la comprensione dei rapporti reciproci tra le classi e fra le classi e lo Stato, in ogni situazione storica concreta, le lotte “spontanee” della classe operaia non supererebbero i limiti dell’economicismo; la classe operaia rimarrebbe senza guida politica e senza alleanze, e non solo la rivoluzione anticapitalistica, ma anche la lotta per la democrazia sarebbe condannata inesorabilmente alla sconfitta e al fallimento. Questa certezza teorica non nasce in Gramsci da faziosità o fanatismo ideologico, da astratte e soggettivistiche elucubrazioni mentali, bensì dalla riflessione critica e autocritica sull’esperienza storica del movimento operaio e rivoluzionario in Italia e in Europa. Nel biennio rosso l’occupazione delle fabbriche torinesi non era stata forse sconfitta per la mancanza di un partito rivoluzionario in grado non solo di collocare organicamente il movimento nell’insieme delle contraddizioni sociali e politiche del paese, ma di potenziarlo ed estenderlo, inserendolo in una strategia politica complessiva, nazionale e internazionale? Fenomeni simili si erano poco dopo del resto verificati anche in Ungheria, in Germania ecc. E negli anni seguenti, l’ascesa del fascismo al potere in Italia non era stato oggettivamente facilitato anche dalla linea settaria e massimalista del Partito comunista sotto la direzione di Amadeo Bordiga? Occorreva dunque rifondare, ricostruire il Partito.

Non era in discussione la scissione di Livorno, atto storicamente necessario, imposto dai fatti, dal fallimento del biennio rosso e dai compiti urgenti della lotta contro il fascismo e per la rivoluzione.

Il problema era: quale Partito costruire? Ribadito che Livorno non fu un errore, che separarsi dai riformisti di Turati era stato doveroso e indispensabile, che il riformismo socialista rappresentava allora non l’ala destra del movimento operaio, ma l’ala sinistra della borghesia, pronta ad isolare e colpire non il fascismo, ma il comunismo, ribadito tutto ciò bisognava fare i conti con Bordiga, già criticato da Lenin per il suo astensionismo parlamentare, e oramai in rotta con l’Internazionale comunista. Bordiga concepiva il partito come una setta chiusa, elitaria, aristocratica, fortemente burocratizzata e centralizzata, sottoposta ad una disciplina ferrea, depositaria assoluta della purezza incontaminata della dottrina rivoluzionaria, priva per principio di legami organici con le masse (che, incapaci di acquisire nella sua purezza la dottrina rivoluzionaria, avrebbero potuto esercitare sul Partito effetti negativi, di corruzione teorica e di disintegrazione organizzativa). Una concezione estranea alle idee di Marx e di Lenin. Ecco perché per Gramsci occorreva “bolscevizzare” il Partito. In che senso? Non per adeguarsi meccanicamente ad un presunto modello soprastorico, platonico, miracolisticamente incarnato dal Pcus, ma per ispirarsi, traducendoli nel linguaggio della concreta realtà nazionale, ai principii costitutivi di un partito la cui validità era stata fino ad allora confermata dalla storia. Con riferimento all’insieme delle realtà nazionali d’Europa e del mondo, questa era stata inizialmente anche la ragion d’essere dell’Internazionale comunista. Che tipo di Partito Gramsci voleva dunque (ri)costruire? Innanzitutto un partito ideologicamente fondato sulle teorie di Marx e di Lenin, che in Italia avevano trovato un esponente creativo in Antonio Labriola, teorie da adottare non come dogmi sacri e intoccabili, ma come criteri di analisi della realtà e guida per l’azione. In secondo luogo, un partito organizzato sulle regole non del centralismo burocratico e autoritario, bensì del centralismo democratico, capace di contemperare le spinte settoriali, l’autonomia relativa, la sperimentazione dal basso con la direzione e il controllo centralizzato dall’alto, al fine di garantire l’elaborazione e l’applicazione di una linea politica complessa e internamente articolata, ma efficace ed unitaria. In terzo luogo, un partito che promuovesse attivamente al proprio interno l’elevamento della coscienza teorica e ideologica dei militanti; a questo scopo Gramsci aveva organizzato anche una scuola interna di partito, programmandola in uno scritto dal significativo titolo Per una preparazione ideologica di massa. Ogni forma di potere (governo, Stato, partito) è progressivo, dirà poi Gramsci nei Quaderni, solo se tende a ridurre gradualmente la distanza che separa governanti e governati, diretti e dirigenti. Il Partito comunista, inoltre, è da concepirsi come l’unica organizzazione della classe operaia, come sosteneva Bordiga? No. Per Gramsci “il Partito è la forma superiore dell’organizzazione di classe del proletariato”. Che cosa vuol dire? Che la classe operaia può avere e spesso ha di fatto tutta una serie di organizzazioni particolari e settoriali, create ad hoc, per bisogni urgenti, di breve o lunga durata, di tipo politico, come i gruppi parlamentari, o di tipo puramente associazionistico, o rivendicativo, o culturale, come sindacati, cooperative, unione della gioventù o delle donne senza partito, organi di stampa, iniziative editoriali, associazioni di cultura ecc. Ma poiché la classe è una sola, una sola deve essere la direzione delle varie organizzazioni operaie. Tale direzione democraticamente centralizzata spetta al Partito, ma non per decreto divino; il Partito deve conquistarsela sul campo, con la giustezza e la lungimiranza dei suoi programmi, l’oculatezza delle sue tattiche, il comportamento esemplare dei suoi militanti e dei suoi dirigenti.

La politica delle alleanze. Fascismo

e democrazia

Un’altra concezione errata del Partito, che emerge nello scontro interno tra Bordiga e Gramsci, è quella rappresentata dal cosiddetto Comitato d’intesa, gruppo frazionistico del Comitato centrale aggregatosi nel 1924-26 intorno al dirigente napoletano. Secondo tale gruppo, il partito non è leninisticamente una parte, la più cosciente e avanzata, della classe operaia e solo di essa, bensì una “sintesi” di proletari, contadini, o transfughi della borghesia. Secondo Gramsci un tale partito sarebbe una vera e propria “organizzazione interclassista”. Gli intellettuali rivoluzionari aderiscono al Partito individualmente, indipendentemente dalla classe sociale di provenienza, per mettersi al servizio unicamente della causa rivoluzionaria del proletariato. Una mera aggregazione per sintesi progressiva, per mera aggiunta o sommatoria di gruppi rivoluzionari molteplici classisticamente e teoricamente spuri ed eterogenei, comporterebbe la distruzione del Partito comunista, e dunque la decapitazione politica, ideologica e organizzativa della classe operaia. Da ciò derivavano a parere di Gramsci due conseguenze fondamentali.

Innanzitutto, la necessità che il Partito fosse radicato nei luoghi di lavoro attraverso l’organizzazione per cellule operaie ramificate in ogni azienda, fabbrica, officina e rigorosamente distinte dai comitati sindacali. Senza l’organizzazione politica per cellule nei luoghi di lavoro, dove si origina la produzione capitalistica e lo sfruttamento operaio, il Partito rischiava di essere esterno ed estrinseco alla classe, non sua parte organica e sua avanguardia. Il che significava respingere la proposta bordighista di sostituire le cellule operaie con le sezioni o le assemblee territoriali, facile proscenio per la demagogia e la ciarlataneria avvocatesca e professorale piccolo-borghese. Con tale proposta, i bordighisti del Comitato d’intesa si collegavano in realtà alla vecchia tradizione massimalistica e parolaia tipica del vecchio Psi; in tal modo, il Partito comunista sarebbe regredito ad una fase storica sorpassata e fallimentare della sinistra italiana, precedente alla scissione di Livorno del 1921. La seconda conseguenza riguarda la possibilità di elaborare e sviluppare la politica delle alleanze. Bordiga negava tale possibilità. Essenziale era preparare il Partito in attesa dell’ora fatale della rivoluzione, perché fosse pronto allo scoppio inesorabile dell’unica e fondamentale contraddizione di classe esistente, quella interna e internazionale tra classe operaia e borghesia capitalistica. Da ciò il disprezzo elitario per l’arretratezza delle masse, per le rivendicazioni economiche e sindacali, per la lotta elettorale e parlamentare, per qualsiasi forma di politica di alleanze. Completamente opposta la concezione di Gramsci. Occorreva fare l’analisi concreta della situazione concreta, comprendere la complessità delle molteplici contraddizioni economiche, sociali e politiche del paese, sviluppare una lotta nel sindacato e per la conquista dei contadini, partecipare attivamente alla lotta nelle competizioni elettorali e nel Parlamento, distinguere tra fascismo e democrazia, individuare il nemico principale e isolarlo costruendo un arco il più ampio possibile di alleanze di classe e di partiti. Da ciò sia il bilancio critico e autocritico dell’operato dei comunisti nel 1921-23 (soprattutto il mancato appoggio, anzi il boicottaggio bordighiano del movimento antifascista degli Arditi del popolo, in quanto impuro e non comunista), sia la nuova politica seguita dal Partito sotto la direzione di Gramsci nel 1924-26, per cercare di uscire dall’isolamento e realizzare un’efficace strategia di alleanze (la costituzione di Comitati operai e contadini, la proposta dell’Antiparlamento, l’idea di un “intermezzo democratico” per rovesciare il fascismo ecc.). Strategia, come è noto, poi ripresa a partire dal VII Congresso dell’Internazionale comunista, nel 1935, e sviluppata durante e dopo la Resistenza antifascista. Oggi siamo certo in una situazione storica diversa da quella di Gramsci, ma la validità, e l’attualità, di tanti aspetti della sua esperienza politica e delle sue elaborazioni teoriche è innegabile.

Fondamentali, mi sembrano, in questo momento, soprattutto due idee: da un lato quella della difesa intransigente dell’autonomia ideologica, politica e organizzativa del Partito comunista come parte d’avanguardia della classe, e dall’altro quella della strategia di isolamento del nemico principale attraverso un duttile sistema di alleanze di tipo al tempo stesso politico e sociale, parlamentare ed extraparlamentare.