La Cina e il movimento mondiale per la pace

Caro direttore,

ha fatto bene l’ernesto a dedicare attenzione alla Cina. Il ruolo che questo immenso paese assume nello scacchiere internazionale e nella tessitura di un largo, quanto realistico, fronte antimperialista e contro la guerra, è infatti sempre più importante. Nel constatare un processo di sviluppo su scala mondiale di un grande movimento di massa per la pace ( a iniziare dall’ultima, grandissima, manifestazione di Firenze) non possiamo non riconoscere quanto sia stato di aiuto, per l’isolamento internazionale degli Stati Uniti, il ruolo che la Cina, non solo col suo peso ma come importante interlocutore dei popoli e dei paesi del terzo mondo, ha contribuito a determinare assieme alla Russia e a molte potenze occidentali.
Ma in tanta sinistra europea ed italiana la Cina (che una volta era…vicina) suscita un irrazionale sconcerto. All’ interno del nostro partito, ad esempio, si parla della Cina poco e male, preferendo spesso, piuttosto che l’analisi profonda, la preconcetta forma della denigrazione. Denigrazione più o meno modulata a seconda degli interventi, nei quali è anche riconoscibile qualche differenziazione introdotta dalla “forza delle cose”, ma che sostanzialmente non si schioda da inveterati pregiudizi.

1. È naturalmente lecito accettare o rifiutare e discutere tutte le rivoluzioni, compresa quella cinese, ma le rivoluzioni devono essere rispettate, non fosse che per quello che costano sempre. Le rivoluzioni hanno una valenza generale nella misura in cui indicano la possibilità di spezzare in un punto la catena dell’asservimento ad un sistema di dominio planetario sull’umanità, ma non hanno mai – neppure la Rivoluzione d’ottobre, che fu senza dubbio l’esperienza più universale e liberatrice della storia dell’umanità – un valore definitivo per quanto riguarda l’obiettivo della “liberazione” dell’uomo. Sono passi decisivi di un processo più generale, tappe, non esiti finali. Esse si muovono su rivendicazioni contingenti, ancorché importanti, dettate da contraddizioni specifiche ed in un certo senso irripetibili. Le rivoluzioni socialiste del secolo scorso furono importanti, anche perché mostrarono come anche gli obiettivi parziali presupponessero intense trasformazioni democratiche e dei rapporti di produzione, con un nuovo protagonismo delle masse lavoratrici (e delle donne). Ma lo scontro politico e sociale rimane per molto tempo, anche dopo la vittoria della rivoluzione. Il nemico di classe cercherà comunque di impedire alle rivoluzioni di realizzarsi. Hai promesso la pace, bene io ti faccio la guerra e ti prolungo la guerra civile, hai promesso la terra, ma i contadini potranno averla solo in proprietà collettiva perché ti costringerò a realizzare uno sviluppo industriale a tappe forzate, ecc…

2. Quando una rivoluzione vince non si potrà mai dire alle masse che l’hanno fatta di tornare indietro e di rinunciare agli obiettivi per i quali si sono battute. Questa è una contraddizione in termini. Per questo motivo, la critica rispettosa e positiva, ma anche la polemica , dovrebbe, innanzitutto, vertere sulla coerenza del gruppo dirigente post – rivoluzionario con le tesi stesse, pubbliche e concrete, della rivoluzione e non sulla sua aderenza ad un progetto generale ed astratto, per universale che sia e che non tiene conto dei reali rapporti di forza. Nel caso specifico della rivoluzione cinese le parole d’ordine furono: indipendenza nazionale ed uscita dal sottosviluppo. Per conseguire tali obiettivi i comunisti capirono che 1) era necessario dirigere la Cina sulla base della “dittatura del proletariato” e 2) dare mano ad un progetto di transizione continua verso il socialismo. Sulla qualità di questo processo si potrà discutere, non sul fatto che la rivoluzione cinese abbia perseguito con successo i suoi obiettivi primari: la Cina è un paese indipendente e non soggetto al colonialismo ed all’imperialismo, la Cina è un paese che esce prepotentemente dal sottosviluppo. Era possibile ottenere questi risultati senza la dittatura del proletariato, il ruolo dominante del partito comunista nella vita politica di quel paese, senza un progetto di transizione verso rapporti di produzione socialisti? Ci sono limiti e contraddizioni nello sviluppo cinese? Con ogni probabilità si. E quand’anche fosse, ciò inficerebbe il fatto che la Cina è stata ed è uno dei capisaldi dello schieramento per la pace e punto di coagulo della lotta contro l’egemonia degli Stati Uniti?

Vediamo cosa succede quando si assume un approccio non rispettoso dell’esperienza rivoluzionaria dei popoli nelle diverse parti del mondo. Si mina l’unità delle forze progressiste ed antimperialiste, si creano fossati di cui si giova proprio il nemico contro il quale ti batti. In concreto, di alcune critiche e liquidazionismi anticinesi presenti sia a sinistra che nello stesso movimento per la pace, si giova la Cina? Giova-no all’intero movimento contro la guerra? Crediamo di no e con tutta sincerità dobbiamo riconoscere che nello stesso movimento non vi è ancora la consapevolezza del disegno strategico dell’imperialismo Usa contro la Cina, che il movimento non si batte ancora, nelle piazze, contro le mire americane all’autonomia della Cina, al suo ruolo nel mondo e, finanche, alla sua dignità ed integrità nazionale. Ciò nono-stante, la Cina non può che augurarsi ( e concretamente si augura, basta leggere i documenti del Pc cinese) che un tale movimento aumenti e si radichi sempre più nel mondo. Non le è per nulla indifferente, così come non lo fu nel caso dell’aggressione della Nato in Jugoslavia. La Cina non può che guardare al movimento per la pace come ad un elemento strategico del proprio sviluppo, che ha assolutamente bisogno di pace e di politiche di riequilibrio nei rapporti internazionali. Perché negare, dunque, una forte convergenza di interessi tra il movimento per la pace e la Cina?
A Porto Alegre un pezzo del movimento si fece rappresentare da quel Soares noto per aver introdotto il massimo di liberismo possibile nel Portogallo post-rivoluzionario e per aver riconsegnato la terra ai latifondisti. Sarebbero questi personaggi, ben legati alla Nato, a dettare le condizioni anticinesi?
Questa riflessione pone una domanda: lavora veramente per il movimento della pace chi è pregiudizialmente contro la Cina?