La centralità della democrazia sindacale

La Cgil continua a non considerare come pratica democratica l’idea che siano le organizzazioni a decidere per conto di tutti, e dunque a sottrarre ai lavoratori il giudizio su un’attività loro destinata. La battaglia che vede impegnata la Fiom nella rivendicazione del diritto dei lavoratori ad esprimersi sugli accordi sottoscritti, valutandone così la coerenza rispetto alle piattaforme presentate, è e sarà battaglia di tutta la Cgil. Per la Cgil la validazione certificata è elemento costitutivo dell’identità democratica dell’organizzazione”.

1. La presente formulazione, estratta dal documento conclusivo del XIV Congresso, costituisce il punto d’approdo teorico più alto mai raggiunto dalla Cgil sulla questione della democrazia sindacale. Più alto anche dello statuto della confederazione che pure – in assenza del pronunciamento di tutti i lavoratori – indica come “vincolante il pronunciamento degli iscritti”. Come si vede, la differenza non è lieve, poiché oggi alle organizzazioni sindacali – persino se non rappresentative della maggioranza dei lavoratori – viene di fatto riconosciuto il potere di sottoscrivere accordi “erga omnes”, vale a dire dotati di efficacia generale. Accordi i cui effetti si riverberano sull’intera platea dei lavoratori interessati, tanto su coloro che aderiscono all’organizzazione stipulante, quanto su coloro che aderiscono ad altre organizzazioni o non aderiscono ad alcuna di esse. In passato la Cgil aveva molto oscillato. Il ricorso alla formale consultazione dei lavoratori era stato intermittente, debolmente normato, quasi sempre subordinato alla disponibilità delle altre confederazioni. Ancora recentemente il ricorso al referendum di ratifica di una piattaforma o di una intesa era stato rivendicato soltanto nel caso di opinioni divergenti e ritenute non mediabili fra le organizzazioni sindacali, quindi come strumento dirimente un contrasto interno alle confederazioni, piuttosto che come diritto in capo ai lavoratori e dunque esigibile in ogni caso, come condizione legittimante di un comportamento negoziale.

Con la svolta del XIV Congresso la Cgil prova a colmare – in modo inequivoco – l’asimmetria fra la potestà di stipulare accordi universali e l’ammissione al voto di ratifica (o di reiezione) esclusivamente rimessa ai propri associati. Di più: la Cgil ammette – esplicitamente – che l’assenso ad un contratto non può essere desunto automaticamente neppure dalla rappresentatività generale dei sindacati firmatari, anche qualora essi interpretassero – in ragione del numero degli iscritti – la maggioranza assoluta dei lavoratori di quel determinato settore. Un contratto, per avere legittimità, deve essere approvato attraverso l’espressione formale e diretta della maggioranza dei lavoratori che dagli effetti di quel contratto sono coinvolti. La democrazia, così intesa, vive dunque di un intreccio fra democrazia delegata e democrazia diretta, dove la prima gioca un ruolo importante senza mai tuttavia assorbire o surrogare la seconda. Questo dice limpidamente la Cgil, nel suo fondamentale deliberato congressuale, dal 9 febbraio del 2002. A tal punto che l’inosservanza di questa regola vulnera “l’identità democratica dell’organizzazione”. Insisto: niente di più radicale ed incisivo era stato affermato sino a quel momento, tanto più in una sede ed in un contesto così solenni ed impegnativi. Non vi è dubbio che a favorire questa svolta aveva concorso lo shock dell’accordo separato dei metalmeccanici, sottoscritto dalle sole Fim e Uilm, la battaglia per la democrazia portata dalla Fiom in ogni luogo di lavoro, nonché la pubblicazione del “libro bianco” con il quale il governo, con il concorso di parte del sindacato, fondava sul campo un nuovo sistema di relazioni sindacali, imperniato sul principio in base al quale “le parti si legittimano reciprocamente al tavolo di trattativa”. In sostanza, alla controparte datoriale, pubblica o privata, veniva (viene) concesso il privilegio di scegliersi, di volta in volta, l’interlocutore desiderato, il più accomodante, del tutto indipendentemente dalla rappresentatività di esso, riconoscendogli la straordinaria prerogativa di negoziare per conto di tutti: la fonte da cui origina la rappresentanza subisce così una paradossale traslazione, perché essa viene a coincidere con la controparte. Si tratta di una torsione che, palesemente, nulla ha a che fare con la democrazia e che ricalca l’atto costitutivo di tutti i sindacati di comodo. Questa è la moneta che nei mesi successivi avrà libero corso. Del resto, gli accordi che sono seguiti – tanto il “patto per l’Italia”, quanto il nuovo contratto separato dei metalmeccanici – hanno collaudato questa impostazione. Dunque, sotto la sferza degli eventi, di fronte alla prospettiva di una propria storica emarginazione e di una strutturale alterazione del ruolo stesso del sindacato, la Cgil riprende la propria iniziativa e riformula il tema della democrazia. Tuttavia, non tutta l’organizzazione metabolizza la svolta. Una parte minoritaria la rigetta esplicitamente, ritenendola pregiudizievole dell’unità sindacale, un’altra, più consistente ed anche più coperta e prudente, abbozza, ma nella pratica contrattuale reitera consueti comportamenti, tanto nei contenuti rivendicativi quanto nella definizione delle procedure di consultazione dei lavoratori: spesso l’accordo viene blindato dalle segreterie e la decisione sovrana su piattaforme e accordi viene requisita dagli organismi dirigenti centrali dei sindacati. La stessa vicenda del trasporto pubblico locale – con l’accettazione del lodo governativo sul salario che prevede un conguaglio retributivo inferiore all’inflazione e con il mancato ricorso al referendum di convalida – è li a testimoniare quanto “il morto afferri il vivo”, quanto l’esercizio della democrazia non costituisca un vincolo insuperabile, ma possa essere revocato di fronte ad uno stato di necessità. L’ostilità delle altre confederazioni e, in primo luogo, della Cisl a qualsiasi regola cogente che travalichi la sovranità degli organi statutari d’organizzazione o – nella migliore delle ipotesi – degli iscritti, continua a costituire, per buona parte della Cgil, un elemento inibitorio e, talvolta, un alibi per non dispiegare un compiuto percorso democratico.

2. Rinunciando alla tentazione di spiegare questi comportamenti in chiave puramente opportunistica, vale la pena di interrogarsi sulle ragioni profonde, sul retaggio culturale da cui scaturisce la persistente refrattarietà al pieno dispiegamento della democrazia che attraversa le organizzazioni del movimento operaio e i suoi gruppi dirigenti. C’è, nella cultura remota del movimento socialista e comunista, un antico vizio pedagogico, un elitarismo di fondo che si è storicamente prodotto nell’idea che le masse devono essere educate e che la coscienza di classe – di cui le lotte sociali per i miglioramenti economici sono solo una propedeutica – promana dall’esterno, primieramente dal partito, per inseminazione. E c’è un tratto identitario, impregnato di autoritarismo, che viene non dal marxismo, quanto piuttosto dall’esperienza sovietica e del comunismo asiatico che hanno plasmato la storia del movimento socialista più profondamente di quanto non abbia potuto la cultura democratica e socialista occidentale. La stessa straordinaria palestra cospirativa degli anni della clandestinità e della lotta antifascista durante il ventennio nero hanno consolidato un istinto difensivo, un senso del primato della disciplina, indispensabili per sopravvivere alla persecuzione, ma anche una diffidenza verso il confronto aperto che sono sopravvissuti alla dura temperie di quella fase storica. Quando Enrico Berlinguer, ancora nel 1977, va a Mosca alla Conferenza internazionale dei partiti comunisti per affermare il valore universale della democrazia, non provoca soltanto l’anatema brezneviano, ma incontra anche la reazione, attiva e passiva, interna al suo partito medesimo. Per molti anni il centralismo democratico – locuzione dove il sostantivo è l’elemento sovraordinato – tiene banco come inossidabile regola di comportamento. E il dissenso sarà considerato fino ai giorni nostri un acido corrosivo dell’unità interna, un elemento disgregatore da irretire ed emarginare, non un fattore positivo, indice di vitalità e di ricchezza. Filosovietismo e moderatismo nella politica interna, diffidenza verso i movimenti spontanei o autorganizzati, esercizio del controllo, custodia gelosa dell’ortodossia, propensione autoritaria, hanno tracciato l’imprinting di tanti dirigenti della sinistra politica e sindacale. Di qui anche l’inclinazione fideistica, riflesso di una concezione gerarchica del rapporto fra governanti e governati, per cui il capo ha sempre ragione: se egli compie una scelta presentemente incomprensibile, ciò dipende dal fatto che io non la capisco perché essa va al di là della mia capacità di comprensione; ma se quella scelta è stata compiuta ciò vuol dire che una buona ragione ci sarà… e se il mezzo utilizzato mi è oscuro, certamente non può esserlo il fine che tutti ci accomuna. Il divorzio fra mezzi e fini è una delle più drammatiche conseguenze prodotte da questa concezione. A ben vedere, lo stesso terrorismo brigatista esprime, in forma parossistica, l’idea che il fine ultimo può essere custodito da una setta di sacerdoti armati che ritualizza il sacrificio umano, l’assassinio politico, come simbologia delirante di non si sa bene quale società futura: certo di una società dalla quale la democrazia è semplicemente espunta.

3. L’affermazione della democrazia come fine in sè e del fine come “unità sintetica dei mezzi impiegati” rappresenta una conquista recente, contro la strumentalità e la doppiezza. La lunga marcia verso l’affrancamento del sindacato dalla primazia del partito, verso la rottura della “cinghia di trasmissione” è coinciso con la conquista dell’autonomia che fonda nel lavoro e nella materialità delle condizioni di lavoro la propria identità e che, nei suoi momenti più ispirati, si è espressa come soggettività collettiva piena, non incline alla delega (se non provvisoria e soggetta alla verifica del mandato). Quando questa soggettività ha saputo esprimersi in modo efficace, ne sono state investite (e, parzialmente, trasformate) le stesse strutture sindacali, nonché le forme istituzionali della rappresentanza sociale. Si pensi ai consigli di fabbrica e alle rappresentanze sindacali unitarie, ma si pensi anche a come è venuta riorganizzandosi la vita interna alla Cgil con il riconoscimento formale del diritto ad esistere di una pluralità di opzioni sindacali. È nelle fasi di riflusso del movimento di massa che riprendono il sopravvento vecchi e nuovi vizi, ipoteche burocratiche, incursioni esterne più o meno velleitarie, sempre nocive.

4. Oggi la Cgil si trova a metà del guado, come tutti i movimenti che rivendicano – su base planetaria – un’espansione della democrazia e dei diritti delle persone, proprio mentre l’una e gli altri sembrano eclissarsi sotto la sferza della guerra preventiva e del liberismo economico e sociale. La sostanziale rinunzia all’autonomia da parte delle altre due confederazioni sindacali, la progressiva mutazione in senso parastatale delle loro funzioni e l’evoluzione strutturalmente consociativa e filogovernativa del loro ruolo fa sì che per Cisl e Uil tutta la discussione sulla democrazia non sia altro che un inutile tormentone. Al contrario, la Cgil deve portare sino alle estreme conseguenze la propria opzione democratica, che non può rimanere un anelito frustrato dall’altrui indisponibilità. Il voto dei lavoratori, di tutti i lavoratori, in ogni evento negoziale, a qualsivoglia livello, deve essere concretamente promosso e praticato, anche attraverso decisioni unilaterali. E l’esito di quel voto deve costituire per la Cgil un vincolo imprescindibile. Questo comportamento “sul campo” deve essere poi corroborato dalla formulazione di una proposta di legge che fissi regole minime per la rappresentanza sindacale, regole indispensabili perché si riconosca efficacia generale agli esiti della contrattazione collettiva. Viene (in parte) in soccorso la legislazione vigente nel pubblico impiego, che va estesa e perfezionata nel modo che segue: – elezione periodica su liste di organizzazione delle RSU su base proporzionale pura, escludendo dunque qualsiasi anacronistica posizione di privilegio; – certificazione formale dell’esito del voto e registrazione delle deleghe sindacali, il cui mix deve identificare con precisione la consistenza rappresentativa di ogni sindacato; – possibilità di contrarre intese solo se sottoscritte da OOSS che superano, nel loro insieme, il 50% dei lavoratori rappresentati; – voto certificato di convalida da parte di tutte le RSU; – obbligatorietà del referendum risolutivo se richiesto, ad ogni livello, da almeno il 10% dei lavoratori interessati, ai quali viene rimessa l’ultima parola.

Contrariamente a quanto si è spesso sentito dire, non esiste contrasto fra unità e democrazia, quasi che il raggiungimento della prima comportasse di necessità il sacrificio della seconda, quasi che l’esercizio della democrazia comportasse il taglio netto del nodo gordiano, anziché il suo scioglimento con la paziente virtù della mediazione. Anche in questo caso, unità e democrazia vanno dialettizzate: lo sforzo di mediazione sarà tanto più produttivo e solido quanto più il suo esito e le diverse opzioni che si confrontano saranno davvero aperte al contributo dei lavoratori e sottoposte al loro giudizio conclusivo. È la pratica democratica – per quanto più faticosa e carica di incognite – che rende più solida l’unità, perché da effimero e sempre revocabile accordo fra stati maggiori essa diviene unità di massa, fondata su un consenso esteso e verificato, e il mandato che da questo processo emana si traduce in rappresentanza reale.