L’ insostenibile arretratezza del capitalismo italiano

La crisi italiana è ormai una realtà conclamata. E si può dire che non passi giorno senza che un ulteriore tassello si aggiunga ad un quadro già desolante. Gli ultimi dati provengono dal mondo bancario. L’associazione delle casse di risparmio italiane stima che il 10% della popolazione italiana non riesca ad arrivare alla fine del mese. E la ricerca più importante del settore, l’indagine strutturale sulle imprese italiane realizzata da Capitalia e riferita al periodo 2001-2003, evidenzia dati come questi: la redditività del capitale investito nelle imprese industriali è scesa; la produttività è piatta; sono diminuiti gli investimenti delle imprese in macchinari e in informatica; il livello medio di istruzione degli addetti è diminuito; infine, la struttura industriale è sempre più sbilanciata verso i settori tradizionali a scapito dell’alta tecnologia. Non può quindi stupire che anche l’attrattività dell’Italia come luogo di insediamento industriale sia crollata, a vantaggio ad esempio della Germania.(1)
Se i dati sono questi, lo stesso calo della produzione industriale evidenziato nel maggio scorso da Banca d’Italia per il periodo 2000- 2004 (-3,8%, a fronte di un + 3,2% in Germania e di un + 4,3% in Francia) rischia di essere soltanto un antipasto di quello che si prepara. Del resto il continuo peggioramento della bilancia commerciale, che a settembre ha registrato un rosso di 2,1 miliardi di euro nei confronti dei Paesi extra-Ue, parla da solo.
Per capire le cause di questa vera e propria Caporetto economica è necessario fare riferimento alla sua protagonista indiscutibile: la borghesia italiana nelle sue diverse componenti.

I BRAMBILLA IN ROTTA

Tra i dati che sono emersi con maggiore nettezza dalla crisi di questi ultimi anni vi è senz’altro la disfatta delle piccole e medie imprese (PMI). E dire che stuoli di economisti ci avevano spiegato per decenni che il modello competitivo delle PMI, ed in particolare di quelle dei “distretti industriali” (misteriosa entità che nessuno è mai riuscito a definire in maniera univoca), era qualcosa di unico al mondo, e di così portentoso da confutare addirittura l’importanza delle economie di scala.
Ora, come si suol dire, il re è nudo. La crisi attuale delle PMI rende manifesto quali fossero i loro veri vantaggi competitivi: le svalutazioni periodiche della lira, un’evasione fiscale senza confronti negli altri Paesi sviluppati, e un basso costo della forza-lavoro (tra i più bassi dell’ Europa dei 15). Il destino di questi fattori è presto detto: le svalutazioni competitive non sono più possibili a seguito dell’introduzione dell’euro, l’evasione fiscale non può ulteriormente aumentare (in particolare dopo la vera e propria orgia di “condoni”, “concordati” e regalie varie messi in campo da Berlusconi e dal suo commercialista di fiducia…), il costo della forza-lavoro non è ulteriormente comprimibile (e tra l’altro il suo basso livello comporta una crisi marcata della domanda interna di beni di consumo).(2)
Quanto agli svantaggi competitivi che caratterizzano le PMI italiane, c’è solo l’imbarazzo della scelta. Ma una cosa balza agli occhi: per un curioso contrappasso i limiti più gravi delle PMI coincidono proprio con quelle che per non pochi economisti erano le loro presunte caratteristiche positive. Vediamo.
La piccola dimensione. Oggi si comincia finalmente a dire a chiare lettere che il freno allo sviluppo delle imprese italiane è la loro dimensione, e che la produttività del lavoro conoscerebbe un balzo del 21% “se l’industria italiana avesse la struttura settoriale e dimensionale media di Francia, Germania e Regno Unito” (così si legge nella recente “Analisi dei settori industriali” predisposta da Banca Intesa e Prometeia).(3)
Il “capitalismo familiare”. Il controllo delle imprese italiane, ed in particolare delle piccole e medie, è estremamente concentrato. Nell’80-85% delle imprese italiane la quota del primo azionista è superiore al 30%, e nel 52,5% dei casi si tratta della maggioranza assoluta. Il controllo è assoluto nel 24% dei casi, e familiare nel 49,5% dei casi. Questo ha diverse implicazioni negative. Innanzitutto sulla gestione dell’impresa: basti pensare al fatto che nel 67,7% delle imprese l’amministratore delegato è il socio di maggioranza o un suo parente. (4) Alla gestione familiare dell’impresa sono necessariamente inerenti i problemi della successione tra generazioni (secondo stime di Banca d’Italia, nei prossimi anni questo genere di problemi interesserà 6 imprese italiane su 10). La situazione- tipo è così descritta da un settimanale finanziario: “il papà, ormai anziano, non molla il timone. Il figlio, un po’ per reazione e un po’ per carattere, pensa più alle belle moto che ai bilanci. E l’azienda va in tilt”.(5) Non solo. La successione è un appuntamento che non di rado innesca vere e proprie “Dynasty all’italiana”: sono in pieno corso, ad esempio, furibonde battaglie legali tra i membri della famiglia Fossati (che possiede la Star) e tra i membri della famiglia Caprotti (proprietaria di Esselunga). Chi fa le spese di tutto questo, ovviamente, è la continuità aziendale – ossia in primo luogo i lavoratori.
Infine, la struttura finanziaria del – l’impresa. Il prezzo del mantenimento del controllo familiare sull’impresa è una capitalizzazione insufficiente ed un ricorso strutturale all’indebitamento bancario, in particolare di breve termine, anziché al mercato dei capitali. In questo modo vengono a mancare i capitali necessari agli investimenti, e l’impresa perde competitività. Se a questo aggiungiamo il fatto che assai spesso i profitti d’impresa non sono reinvestiti ma vengono stornati a beneficio del patrimonio familiare dell’imprenditore, abbiamo la spiegazione del noto paradosso per cui in Italia le imprese sono povere e le famiglie degli imprenditori sono ricche.(6) Ricche al punto che si sta diffondendo l’uso del “family office”: ossia un servizio, offerto a patrimoni molto consistenti (si parte dai 50/100 milioni di euro), che consente di gestire le spese della famiglia come se essa fosse un’impresa (dalla gestione dei “collaboratori domestici” a quella del parco-macchine di famiglia, dagli investimenti mobiliari alla gestione degli immobili di proprietà). Sempre più spesso questo servizio è gestito direttamente in famiglia. Pochi fenomeni esprimono la situazione della borghesia italiana, e la sua caratteristica parassitaria ed improduttiva, altrettanto bene di questo passaggio dal – l’impresa familiare alla famiglia come impresa. (7)
È importante insistere sul fatto che la situazione ora descritta non è il frutto di un “destino cinico e baro”. Essa è stata invece resa possibile da ben precise politiche pubbliche. In primo luogo dall’uso sistematico delle “svalutazioni competitive”, che ha coperto i problemi reali di competitività delle imprese italiane per almeno due decenni, spingendole sul binario morto di una competitività basata sui prezzi bassi anziché sul contenuto tecnologico e l’innovazione produttiva (non per caso, l’ Italia ha cominciato a perdere quote del commercio internazionale dal 1998, quando si è esaurito l’effetto dell’ultima svalutazione).
Abbiamo poi la tolleranza (e con Berlusconi l’incentivazione diretta) di un’evasione fiscale che non ha confronti pressoché in nessun altro paese industrializzato. È questo il principale “aiuto di Stato” che è stato offerto alle piccole e medie imprese per decenni. E non sarà un caso se l’espressione politica della borghesia delle piccole e medie imprese è costituita principalmente dalla Lega e da Forza Italia, ossia dai partiti che hanno esplicitamente teorizzato – oltreché messo in pratica con vergognosi provvedimenti legislativi – la liceità (ed anzi la “superiore moralità”) dell’evasione fiscale. 8 Vale la pena di ribadire che l’“aiuto di stato” rappresentato dall’evasione ha avuto effetti particolarmente negativi sul tessuto produttivo, favorendo la distrazione sistematica di fondi dalle imprese (la contabilità aziendale “parallela” ha rappresentato una pratica diffusissima nel nostro Paese) e quindi la possibilità di tesaurizzare i profitti senza reinvestirli; esso ha inoltre alterato in misura significativa la concorrenza tra le imprese, operando una vera e propria “selezione del peggiore”.

LE “GRANDI FAMIGLIE”: DALL’INDUSTRIA AI SERVIZI PUBBLICI

Se prendiamo in considerazione le “grandi famiglie” del capitalismo italiano ci imbattiamo in un altro (apparente) paradosso. Le grandi famiglie “tengono”. Le grandi imprese, invece, sono pressoché scomparse. In una recente classifica pubblicata da Fortune, delle 500 più importanti multinazionali del mondo, soltanto (8) sono italiane. Tra esse troviamo una sola impresa manifatturiera (peraltro in crisi), ossia la Fiat, qualche azienda del settore bancario e assicurativo, una società di servizi come Telecom (peraltro indebitatissima), e due monopoli pubblici come Eni e Enel. Fine.
Come si è arrivati a questo? I motivi sono più d’uno. Un ruolo decisivo hanno però giocato le privatizzazioni degli anni Novanta. Esse hanno in sostanza consentito a capitalisti industriali messi in difficoltà dalla concorrenza internazionale di trovare un porto sicuro nel meraviglioso mondo oligopolistico dei servizi pubblici privatizzati (mentre, circostanza degna di nota, le imprese manifatturiere privatizzate sono state invece quasi tutte acquisite da multinazionali straniere).(9) Le privatizzazioni hanno insomma traghettato le grandi famiglie del capitalismo italiano dai settori manifatturieri tradizionali, nei quali perdevano colpi, al comodo porto dei servizi pubblici. Che sono per lo più monopoli naturali, cioè aziende che operano in mercati che non è possibile o non è economicamente conveniente liberalizzare (un esempio per tutti: per liberalizzare il mercato delle autostrade bisognerebbe costruire un altro tracciato parallelo alla A1…). Questi monopoli sono quindi semplicemente passati dalla proprietà pubblica a quella privata, garantendo ai nuovi proprietari margini di profitto notevoli: al riguardo, per restare in tema, basterà ricordare che la società Autostrade (ora di proprietà dei Benetton) nel primo semestre 2005 ha intascato, per ogni euro di ricavi, 50,8 centesimi di utile. (10) Quale settore industriale è in grado di garantire profitti del genere?
Chi loda le privatizzazioni ama ricordare che i benefici per le finanze pubbliche non sono mancati (lo Stato ha incassato oltre 220.000 miliardi di vecchie lire). Ma si tratta di vantaggi di breve periodo: nel lungo periodo lo Stato avrebbe incassato probabilmente di più qualora avesse quotato una quota di minoranza delle proprie società e si fosse limitato a riscuotere i relativi dividendi.
Inoltre con le privatizzazioni lo Stato ha perduto una leva importante di politica economica, non potendo più usare le tariffe in funzione anticiclica, per calmierare i prezzi, ecc. (e infatti le tariffe dei servizi di pubblica utilità sono tra le principali cause dell’inflazione degli ultimi anni). Intanto avanza la desertificazione dell’industria italiana.
Emblematico il caso di Pirelli, che qualche hanno fa acquistato Telecom e il 3 giugno scorso ha venduto l’intera divisione cavi; anche se (per ora) resta in Pirelli la produzione di pneumatici, il settore manifatturiero rappresenta ormai meno della metà del fatturato del gruppo. “Niente paura”, afferma qualcuno: “il futuro è nel settore dei servizi”.
Se questo fosse vero le cose in Italia andrebbero già benone: infatti il peso delle multinazionali industriali sul prodotto interno lordo italiano è appena dell’11%, a fronte di una media dell’Unione Europea del 25% (con punte quali il 33,7% della Gran Bretagna, il 30% della Scandinavia, il 27,3% di Francia e Germania). Ma ovviamente è vero il contrario: il crollo della produzione industriale è una componente fondamentale dell’attuale crisi italiana.
È bene sottolineare che anche per quanto riguarda l’ex-alta borghesia manifatturiera, così come per le piccole e medie imprese, le politiche pubbliche hanno giocato un ruolo determinante nel condurre alla situazione attuale. Non soltanto con le privatizzazioni. Di grande importanza è stata, ancora una volta, la fiscalità. E precisamente la fiscalità di favore nei confronti delle holding introdotta dalla legge n. 904 del 1977 (la cosiddetta “legge Visentini”). Ciò ha permesso l’utilizzo massiccio delle “scatole cinesi”, un meccanismo che consente agli azionisti di riferimento di controllare una base molto ampia di capitale con una quota di capitale investito molto modesta. Detto in termini teorici, in tal modo è resa possibile la concentrazione del controllo senza la concentrazione della proprietà. In concreto, questo meccanismo fa sì che i grandi gruppi privati controllino attivi del valore di 160 miliardi di euro avendo conferito mezzi propri per soli 10 miliardi di euro. Il caso più eclatante è quello di Pirelli- Telecom, dove per ogni milione di euro conferito in cima alla piramide societaria l’azionista di controllo (cioè Marco Tronchetti Provera) controlla 196 milioni di capitale. Ma non diversamente vanno le cose, ad esempio, per quanto riguarda Ifi-Ifil (ossia la famiglia Agnelli) nei confronti della Fiat.
Morale della favola: anche in questo caso è lo Stato che ha costruito il “mercato”, o – se si preferisce – che ha orientato gli sviluppi del capitalismo italiano. E lo ha fatto nella direzione sbagliata (sbagliata – si badi bene – dal punto di vista stesso dell’accumulazione del capitale). Perché anche il controllo delle società attraverso le “scatole cinesi” ha comportato una capitalizzazione asfittica, e la necessità di un ricorso sistematico a prestiti bancari. Se a questo dato strutturale aggiungiamo le numerosissime crisi aziendali che hanno funestato il nostro apparato produttivo negli ultimi anni (crisi di cui peraltro l’insufficiente capitalizzazione delle imprese è una concausa), non stupisce trovare le banche nel capitale di tutte le più importanti imprese manifatturiere e di servizi del nostro Paese. Questo dato viene spesso letto in termini di potere. La verità è più prosaica: come insegna il caso Fiat, in genere le partecipazioni azionarie delle banche nelle imprese nascono da crediti che l’impresa non è in grado di restituire, sono cioè il frutto di crisi aziendali. Il risultato è il riproporsi di un rapporto banca-impresa che presenta tratti di inquietante affinità rispetto a quello in essere prima della crisi del 1929.

I “FURBETTI DEL QUARTIERINO”

Sugli immobiliaristi e sugli speculatori di borsa che hanno affollato le cronache economiche degli ultimi mesi si avrebbe la tentazione di non aggiungere nulla, visto il fiume di parole che è stato versato a questo riguardo. Purtroppo, però, questo tema è stato in genere trattato in maniera moralistica o pettegola (le due impostazioni del resto sono molto meno lontane tra loro di quanto si creda). Con il risultato di perdere di vista gli elementi essenziali del quadro. A cominciare dalla bolla speculativa che ha coinvolto il mercato immobiliare negli Usa e nel Regno Unito, e poi anche nell’Europa continentale. Una sciagura per gli affittuari (come dimostra l’attuale emergenza sociale degli sfratti nelle grandi città), ma una vera e propria manna per chi intermedia immobili, ossia li compra per rivenderli. E infatti si è calcolato che il patrimonio degli immobiliaristi Statuto, Coppola e Ricucci sia passato dagli 1,6 miliardi di euro di fine 2001 ai 5,6 miliardi del 2005.
Questa enorme e crescente liquidità è stata impegnata in fortunate speculazioni borsistiche. Niente di strano, e niente di nuovo. Perché da un lato, come osservava già Marx nei lavori preparatori per il secondo libro del Capitale, “tutte le nazioni a produzione capitalistica vengono colte periodicamente da una vertigine nella quale vogliono far denaro senza la mediazione del processo di produzione”. Dall’altro questa “vertigine” è una tentazione tanto più irresistibile quanto più è difficile valorizzare adeguatamente il capitale investendolo nella produzione: come oggi avviene nei Paesi a capitalismo avanzato.
È in questi casi che si verifica o l’esportazione dei capitali in senso stretto o quella che negli anni Venti del secolo scorso il marxista Henryk Grossmann – con un felice ossimoro – definiva come l’esportazione dei capitali all’interno, cioè in borsa. Da questo punto di vista è molto significativo che questa attività speculativa oggi non sia appannaggio dei soli “immobiliaristi”, ma anche di capitalisti industriali più tradizionali. Quando leggiamo che nel 2004 i fratelli Lonati di Brescia hanno guadagnato 17 milioni di euro fabbricando macchine per calzifici, 40 milioni (da dividere con altri soci) nel settore dell’acciaio, e ben 65 milioni acquistando e rivendendo azioni della Banca Nazionale del Lavoro, è difficile non vedere in questi dati una conferma dell’analisi di Grossmann. Si tratta insomma di tendenze oggettive dell’attuale fase di sviluppo del capitalismo, rispetto alle quali ogni critica moralistica è condannata a mancare il bersaglio.
Però… c’è un però. Anche in questo caso è intervenuta la “mano visibile” dello Stato. E come al solito nella direzione più regressiva. In che modo? Con una legge voluta da Tremonti: la cosiddetta Pex (acronimo di participation exemption), che rendeva completamente esentasse tutte le plusvalenze realizzate sulle partecipazioni azionarie detenute da una società in un’altra società (purché le azioni di quest’ultima fossero mantenute in portafoglio per almeno un anno). Su questa base Ricucci, Coppola, Statuto e Caltagirone non sborseranno una lira per le lucrose plusvalenze realizzate sulle azioni della BNL (e stiamo parlando di centinaia di milioni di euro a testa). In base alla stessa legge il “Presidente operaio” Silvio Berlusconi pochi mesi fa ha venduto una parte delle azioni Mediaset in suo possesso realizzando un guadagno di circa 1,9 miliardi di euro senza sborsare una lira di tasse.
È un esempio molto concreto del modo di operare del governo Berlusconi: a beneficio dello stesso Berlusconi, e più in generale della parte più retriva della borghesia italiana.

GLI ORDINI PROFESSIONALI: IL FEUDALESIMO NEL CAPITALISMO

Può sembrare singolare che, in una disamina delle componenti della borghesia italiana, si menzionino i cosiddetti “liberi professionisti” e i relativi ordini professionali. Non lo è affatto, e per diversi motivi.
Il primo è rappresentato dal dato di fatto che le tariffe dei professionisti, protette dai relativi ordini professionali, rappresentano oggi uno dei più evidenti fardelli e svantaggi competitivi che gravano sull’economia italiana.
È abbastanza misterioso, a prima vista, che un settore percentualmente non molto significativo della popolazione italiana goda di una legislazione di favore tanto scandalosa, imperniata com’è su ordini professionali che non hanno nulla da invidiare alle corporazioni feudali. E che appaiono assolutamente intoccabili: se i governi dell’Ulivo brillarono per la loro mancanza di iniziative al riguardo (né Bersani né Enrico Letta fecero alcunché di concreto, nonostante le ripetute promesse in tal senso), il forzista Zappalà è ora arrivato al punto di dare il suo nome ad una Direttiva europea finalizzata a rendere più difficoltoso l’ingresso in ciascun Paese dell’Unione Europea di professionisti residenti in altri Paesi.
Altrettanto misterioso il fatto che la gran parte dei liberi professionisti possa evadere il fisco senza colpo ferire, ed anzi ricevendo “condoni tombali” e “concordati” a ripetizione dal governo. Il mistero scompare non appena si scorre l’elenco dei parlamentari italiani, che, a fronte di 2 (due) lavoratori dell’industria (in rappresentanza del 31% dell’intera forza-lavoro), può vantare la presenza di qualcosa come 122 avvocati, 55 giornalisti, 51 medici, 14 commercialisti e così via. Sarebbe fin troppo facile prendere spunto da questi dati per notare l’inquietante prossimità della composizione di classe dell’attuale Parlamento rispetto a quello immediatamente post-unitario. Più generale, visto che la stessa composizione di classe si ritrova nei parlamenti di tutte le “democrazie occidentali”, appare più che giustificato quanto Luciano Canfora ha osservato nel suo Critica della retorica democratica: “Il sistema cosiddetto ‘democratico’ vigente in Usa e in Europa… può accostarsi, per molti aspetti, alla pratica ateniese, dove una élite proveniente dai ceti mercantili e industriali… dirige la cosa pubblica facendosi periodicamente legittimare dalle masse”. Ma è un discorso che ci porterebbe lontano.
Proviamo invece a trarre qualche indicazione immediata sul terreno più propriamente economico da quanto abbiamo visto nelle pagine precedenti.

CO N C L U S I O N I

La situazione dell’economia italiana, dopo anni di trionfo dell’ideologia del “privato”, del “mercato” e della “flessibilità”, è estremamente grave. Non esagerava in allarmismo l’”Economist” definendo nel maggio scorso il nostro Paese “il vero malato d’Europa”. Da allora, se possibile, la situazione è ulteriormente peggiorata. Dall’analisi condotta in queste pagine emergono due aspetti del problema, tra loro strettamente connessi.
Il primo è rappresentato senz’altro dal carattere estremamente arretrato della borghesia italiana, nelle sue diverse componenti. Si tratta di una borghesia a cui si può muovere da ultimo l’accusa di non avere capito la novità della fase (irreversibile) apertasi con l’ingresso dell’Italia nell’euro; ma più in generale quella di aver rappresentato negli ultimi decenni una formidabile zavorra ad ogni processo di modernizzazione – anche nel senso capitalistico del termine.
Il secondo aspetto è costituito dal ruolo centrale delle politiche pubbliche nel favorire e nell’assecondare le tendenze più retrive della borghesia del nostro Paese. Dalla ottusa difesa di rendite di posizione all’eterna propensione a “privatizzare i profitti e socializzare le perdite”, dalla diserzione fiscale alle scorribande borsistiche, dall’istinto predatorio alla scarsissima propensione agli investimenti in ricerca e sviluppo tecnologico: si può dire che non ci sia un solo atteggiamento regressivo delle classi dominanti italiane che le concrete scelte politiche dei governi e le leggi varate dal parlamento non abbiano favorito e incentivato. È insomma possibile dimostrare che la vuota retorica del “meno Stato più mercato” si è in verità tradotta in “più Stato per questo mercato e per questa borghesia”. Credo che la comprensione del fatto che non esiste mercato senza Stato, che non esiste economia capitalistica senza politiche pubbliche, sia un punto essenziale da riaffermare oggi. In negativo: contro le politiche liberistiche degli ultimi 15 anni e contro il governo Berlusconi. Ma anche in positivo: individuando cioè in una politica pubblica alternativa il punto di svolta rispetto alla situazione attuale. Ai diversi aspetti di questa politica l’Ernesto ha dedicato un corposo volume, con l’obiettivo di introdurre nel dibattito politico del centro- sinistra quel vero e proprio “convitato di pietra” che è rappresentato dal programma di governo. Quanto si è visto nelle pagine che precedono conferma e avvalora l’ importanza di quella scelta.
Ribadendo la centralità in particolare di due aspetti: l’importanza della fiscalità ai fini della redistribuzione del reddito, ma anche di un’allocazione produttiva dei capitali, e la necessità di bloccare i processi di privatizzazione, per evitare ulteriori fughe nella rendita e per rilanciare, invece, politiche pubbliche di sviluppo.

Note

1 “Deutschland kriegt die Kurve”, in Manager Magazin, 28/9/2005.

2 Per un’analisi più di dettaglio di questi argomenti rinvio a V. Giacché, “Il calabrone ha perso le ali. Le piccole e medie imprese nella crisi”, Proteo, n. 1/2004; “Il borghese piccolo piccolo. Considerazioni sulla crisi italiana”, la Contraddizione, n. 102, maggio-giugno 2004. Si veda anche l’eccellente analisi di P. Cicalese, “L’8 settembre della borghesia”, la Contraddizione, n. 111, nov-dic. 2005.

3 F. Fubini, “Il vero freno dell’Italia? Aziende troppo piccole”, Corriere della sera, 20 ottobre 2005.

4 “La governance? Troppo familiare”, in CorrierEconomia, 24 gennaio 2005.

5 M. Marchesano, “Aziende di famiglia in crisi. AAA Vendesi”, Milano Finanza, 29 ottobre 2005. Vedi anche: A. Bernacchi, “Aziende in bilico tra famiglia e mercato”, il Sole 24 Ore, 25 ottobre 2005; L. Zingales, “Capitalisti sì, nepotisti no”, il Sole 24 Ore, 27 ottobre 2005.

6 È precisamente questo paradosso alla base del fatto che in Italia da sempre i prestiti concessi ad un’impresa vengono garantiti con il patrimonio personale dell’imprenditore. Peraltro, con le nuove regole bancarie internazionali che a breve entreranno in vigore (meglio note come “Basilea II”), questa prassi diventerà estremamente onerosa.

7 In argomento vedi C. Ferron, “I beni? In famiglia”, Milano Finanza, 29 ottobre 2005, e E. Dal Maso, “Servizi segreti. Come funzion – ano i family office”, in Patrimoni, novembre 2005.

8 Per un’analisi specifica del problema fiscale rinvio a V. Giacché, “Fisco e lotta di classe”, la Contraddizione, n. 109, giugno-luglio 2005.

9 Anche per questo motivo – come ha evidenziato una ricerca dell’Istat – le imprese italiane che esportano sono ormai, in misura significativa (che supera il 30% nei settori tecnologicamente di punta), filiali di multinazionali a controllo estero: cfr. F. Sallusti, “L’export ‘tira’, ma non è italiano”, il manifesto, 22 luglio 2004.

10 G. Rivolta, “La manna nella rete” , Finanza & Mercati, 8 ottobre 2005. Altri dati di interesse si trovano nella recente ricerca di Mediobanca su “Le principali società italiane”: per un sintetico resoconto si veda il Sole 24 Ore del 26 ottobre 2005.