Keynesismo o imperialismo?

Il volgere del millennio sembra riportare in auge due analisi del capitalismo – quella di Rosa Luxemburg e quella di J.M. Keynes – che, seppure assai diverse nelle matrici culturali, presentano molti non secondari aspetti in comune, a cominciare dalla tesi di fondo che le ispira, secondo cui la principale difficoltà in cui s’imbatte il processo di accumulazione del capitale è costituito dall’insufficienza della domanda effettiva. Scopo di queste note è di discutere brevemente quest’affinità e di mostrare che la strategia di politica economica che si va delineando nelle economie avanzate (segnatamente negli Stati Uniti) per fronteggiare la caduta tendenziale della new economy è il frutto di una non inedita commistione fra le ricette dell’una e dell’altro.
Ragioni di spazio dissuadono dall’esaminare analiticamente in questa sede le loro diverse argomentazioni. Mi avvarrò piuttosto di un modello teorico (largamente derivato da Kalecki) che le contiene entrambe, in modo da fare risaltare analogie e differenze, riservandomi di tornare in chiusura sulle prospettive economiche che si aprono per noi e i nostri figli (per i nostri nipoti spero che vada un po’ meglio).
Supponiamo che l’intera società sia composta di salariati e capitalisti. Il reddito dei primi consiste di salari e stipendi, quello dei secondi coincide con il sovrappiù, vale a dire con ciò che residua dopo aver pagato i salari, ricostituito le scorte ed effettuato gli ammortamenti: rendite, interessi e profitti. In questo modello, i lavoratori consumano tutto il loro reddito, mentre i capitalisti in parte lo consumano, in parte lo investono nell’ampliamento dell’attrezzatura produttiva, poniamo ad un tasso del 5% all’anno. Fino a quando i capitalisti si comportano così, non sorge alcun problema di domanda e l’economia si espande ad un tasso del 5% l’anno: è implicito nel modello che i profitti totali dei capitalisti sono uguali alle loro spese per consumi e per investimenti, quindi ai capitalisti come classe basta spendere quel che guadagnano per guadagnare quel che spendono. Ma questa è una constatazione ex post, che vale come qualunque tautologia. La domanda da porsi ex ante è invece: perché i capitalisti dovrebbero accrescere del 5% all’anno l’attrezzatura produttiva? Chi glielo fa fare?
Questa fu la «difficoltà inaspettata» nella quale Rosa Luxemburg s’imbatté nella sua trattazione dell’accumulazione del capitale. La domanda è senz’altro pertinente, perché mette in luce che l’accumulazione capitalistica richiede un corrispondente allargamento dei mercati di sbocco: se l’attrezzatura produttiva si incrementa del 5% all’anno e il volume di merci prodotte cresce pari passu, la domanda deve crescere di anno in anno del 5%. Ed è anche opportuna, perché la decisione d’accumulare richiede una previsione circa l’allargamento del mercato di sbocco che – se dovesse dimostrarsi errata – sarebbe fonte di disastri per gli imprenditori. Ma non è quest’ultimo aspetto ad attirare l’attenzione della Luxemburg. Ella, in prima battuta, si limita ad osservare che il problema degli sbocchi non si risolve né ipotizzando un aumento della popolazione (al capitale interessa un aumento della domanda solvibile), né con un incremento del consumo dei capitalisti e dei lavoratori (si ricadrebbe nella riproduzione semplice), né considerando la domanda di tutti quegli strati della popolazione – dai preti alle ballerine, dalle prostitute agli avvocati, dai burocrati all’esercito – che non rientrano né sotto la categoria dei capitalisti, né sotto quella dei lavoratori: in un’economia capitalistica costoro derivano i loro mezzi di sostentamento in parte dalla classe dei capitalisti, in parte dai lavoratori, dunque la loro domanda è ricompresa nell’ambito di quella generata dal sistema stesso.
Sembrerebbe così restare solo il commercio estero. Ma si tratta di una soluzione soltanto apparente, che non fa che spostare, rinviandolo da un paese all’altro, il problema. Lo stesso Marx, analizzando il processo di riproduzione del capitale complessivo sociale, aveva avvertito che, ai fini dell’indagine, occorre immaginare “l’intero mondo commerciale come una nazione sola, e presupporre che la produzione capitalistica si sia installata dovunque e si sia impadronita di tutti i rami dell’industria”.
Così stando le cose, l’unica soluzione è quella di immaginare che una cerchia di soggetti, collocata al di fuori della società capitalistica, possa esprimere una domanda aggiuntiva rispetto a quella autonomamente espressa dal sistema capitalistico. Questa è appunto l’indicazione luxemburghiana. L’accumulazione del capitale – ella sostiene – è possibile solo ipotizzando che società non capitalistiche (cioè non ancora capitalistiche) si rendano acquirenti o di mezzi di produzione o di mezzi di consumo prodotti all’interno dell’economia capitalistica: nel caso che l’acquisto concerna mezzi di consumo, ciò implica che l’industria che li produce vende in misura crescente i suoi prodotti a strati sociali non capitalistici, mentre d’altra parte, attraverso la propria accumulazione, crea domanda aggiuntiva di mezzi di produzione, garantendo così lo sbocco all’industria che produce questi ultimi; nel caso inverso (acquisto di mezzi di produzione da parte di ambienti non capitalistici), il crescente allargamento dell’industria che produce mezzi di produzione provoca un allargamento della produzione di mezzi di consumo, per fornire i beni-salario necessari all’aumentata schiera dei suoi lavoratori. Di qui a indicare nell’imperialismo un aspetto essenziale dell’accumulazione del capitale il passo è breve e la Luxemburg lo compì senza alcuna remora. In realtà, la sua tesi contiene due gravi errori. Da un lato, ella giudica «impossibile» ciò che in effetti è solo «difficile», e cioè che l’allargamento della domanda cammini di pari passo con l’accumulazione del capitale: il fatto che l’equilibrio capitalistico sia un caso non significa che questo caso non si possa effettivamente dare. In secondo luogo, ella suppone che il mercato si amplî in misura corrispondente alle esportazioni verso le aree non capitalistiche, mentre ciò che può garantire un reale sbocco aggiuntivo è un’eccedenza delle esportazioni sulle importazioni, per la qual cosa è necessario esportare capitale. In altri termini, solo nella misura in cui il sistema capitalistico concede prestiti al mondo non capitalistico è possibile collocare “all’estero” l’eccedenza (reale o potenziale), per la quale non c’è (o si teme che non ci sia) domanda.
Quest’ultimo errore appare maggiormente visibile allorché la Luxemburg discute della possibilità che l’ampliamento dei mercati di sbocco sia dovuto alla spesa dello Stato per armamenti. È evidente, infatti, che non è il totale della spesa ad assorbire l’incremento dell’output, perché se la spesa è finanziata con le imposte, ad esempio sul salario, si verifica soltanto una redistribuzione della domanda da mezzi di consumo a mezzi di produzione. Diversamente accade se i capitalisti prestano soldi allo Stato, cioè se lo Stato si indebita nei loro confronti e utilizza l’ammontare del prestito per acquistare armamenti: in questo caso si attiva un meccanismo analogo a quello delle esportazioni e il problema dell’accumulazione (ma solo quello) è «risolto». A questo punto il modello è pronto per incorporare l’analisi keynesiana. In effetti, il più grosso problema relativo all’accumulazione non è legato alla disponibilità di mercati di sbocco, ma alla difficoltà di prevedere il futuro. Come s’è visto più sopra, se tutti gli imprenditori destinassero il 5% del sovrappiù all’ampliamento della capacità produttiva, l’accumulazione del capitale procederebbe tranquillamente senza soste. Ma dal momento che le decisioni d’investimento, in un sistema capitalistico, sono polverizzate in una miriade di unità produttive, come possono gli imprenditori essere sicuri del fatto che tutti loro destineranno il 5% del sovrappiù all’allargamento del loro capitale?
Si badi che non è vero che eventuali scostamenti alla lunga si compensano reciprocamente: al contrario, basta un minimo allontanamento dalla norma perché si metta in moto un processo cumulativo. Per convincersene, si pensi al caso che, in un certo momento, da qualche parte si registri un aumento della produzione superiore al 5%, cosicché il saggio «effettivo» di accumulazione ecceda il saggio di accumulazione ritenuto «normale». Per riportare il sistema all’equilibrio, occorrerebbe che, da qualche altra parte, si producesse di meno: in questo caso la variazione verrebbe rapidamente riassorbita. In realtà, è molto più facile che accada il contrario: per aumentare la propria produzione, l’imprenditore a avrà bisogno di maggiori input, il che farà diminuire al di sotto del livello «normale» le scorte del suo fornitore b, il quale a sua volta chiederà maggiori approvvigionamenti a c e così via, a catena, in modo che tutti gli imprenditori saranno incoraggiati ad aumentare il loro tasso d’espansione. L’esempio è ovviamente reversibile: se da qualche parte si registra una diminuzione della produzione, si formeranno altrove scorte in eccesso e così via, cumulativamente, finché gli imprenditori non saranno indotti a diminuire la loro attività. In tal modo, come si vede, ogni variazione del tasso d’accumulazione genera movimenti cumulativi che, lungi dal compensare lo scostamento dalla norma, l’aggravano.
Ciò significa che è impossibile per la collettività dei capitalisti investire come se fossero un capitalista collettivo e che l’equilibrio della riproduzione allargata è, come si diceva, «un caso». Ma se non è possibile per i capitalisti investire «come collettività» e il sentiero di crescita uniforme dà luogo ad un equilibrio altamente instabile, da cosa dipende la decisione di accumulare? Chi dà agli imprenditori la garanzia che la produzione aggiuntiva di merci sarà effettivamente venduta?
La risposta di Keynes è che il capitalismo non ha alcuna risposta a questa domanda e che ciascuno basa il suo comportamento su un insieme di segnali che provengono da istituzioni «pubbliche» (dai governi alla Borsa, dai giornali specializzati al «si dice» della gente comune), che lo inducono grosso modo a fare ciò che ha fatto in passato, salvo che abbia motivo di attendersi che il futuro non sarà simile al passato. (Se non si capisce questo punto, davvero non si capisce la rivoluzione keynesiana, la cui profonda riconcettualizzazione di fenomeni come la moneta o il tasso d’interesse si lega proprio alla “scoperta” che l’homo oeconomicus vive nel segno dell’incertezza.) L’accumulazione del capitale viene così a dipendere dalla «psicologia della società»: se gli imprenditori si fidano del futuro, agiranno nel modo per loro tipico, accrescendo la capacità produttiva, assumendo schiere sempre più ampie di lavoratori, producendo quantità crescenti di merci e così via; se non si fidano, sarà la stagnazione dell’industria e del commercio. E mancando – come s’è visto – meccanismi riequilibratori automatici, solo una politica di bilancio apertamente in disavanzo potrà garantire loro quella relativa certezza di disporre di mercati di sbocco, che è condizione essenziale per l’accumulazione del capitale.
E siamo così all’oggi. L’apocalisse dell’11 settembre sembra aver inferto un colpo decisivo alla fiducia delle imprese (e delle famiglie) americane, già traballante a causa dell’esaurimento del ciclo di crescita avviatosi dopo la recessione del 1991-92: gli indici sono noti e non serve qui ritornarvi. Ma la crescita dell’economia americana è stata, nel decennio trascorso, ciò che ha garantito l’espansione della domanda globale (lo testimonia l’enorme deficit della bilancia commerciale statunitense, asceso fino all’astronomica percentuale del 4,3% sul Pil) e il suo rallentamento non sembra preludere ad avvicendamenti di sorta, né da parte del Giappone (alle prese con una stagnazione che dura da un decennio), né da parte dell’Europa (impastoiata nei vincoli del Patto di stabilità). Non è dunque un caso che da alcuni mesi americani ed europei stiano «riscoprendo» Keynes: cosa c’è di meglio di un po’ di politica fiscale espansiva (meno tasse e più spese) per ridare fiducia agli operatori? Sembrerebbe nulla.
In realtà, la questione è più ingarbugliata. Stabilito che si può (anzi, si deve) spendere, resta da stabilire «quanto» e «come». Circa il «quanto», si può dire, in prima battuta, che dipende dalla capacità dell’economia di assorbire la nuova liquidità senza generare tensioni inflazionistiche. Qui la situazione americana è assai diversa da quella europea: a parte il fatto che gli americani dispongono di un surplus di bilancio, che è cosa ben diversa dai deficit europei, c’è da dire che il mercato del lavoro americano è sufficientemente frammentato da far escludere che la somma di politica fiscale espansiva e politica monetaria permissiva di questi ultimi mesi possa provocare fiammate inflazionistiche, mentre in Europa ci sono i sindacati e le “rigidità”: e forse è proprio per questo che Mario Sarcinelli, sul Sole 24 Ore di domenica 7 ottobre, ha esortato a compensare la «rimodulazione» delle scadenze del Patto di stabilità con «un’accelerazione in alcune riforme strutturali per evitare contraccolpi alla credibilità sui mercati» (tradotto: con un’ulteriore disintegrazione del mercato del lavoro).
Sennonché, una politica fiscale espansiva, stimolando la crescita dell’economia, accresce il fabbisogno d’importazioni. E qui la situazione è rovesciata, perché mentre l’Europa gode di un cospicuo surplus della bilancia commerciale, gli Stati Uniti sono pesantemente in rosso. Di conseguenza, se dal punto di vista della capacità di spendere essi si trovano in una situazione migliore dell’Europa, i benefici della politica fiscale espansiva potrebbero essere rapidamente pregiudicati dall’ulteriore (e verosimilmente insostenibile) espansione del disavanzo commerciale.
Per convincersene, basta dare un’altra occhiata al modello. In effetti, anche se da un punto di vista logico l’espansione «keynesiana» si presta ad essere considerata come un equivalente dell’espansione «luxemburghiana», sussiste una rilevante differenza tra le due. È vero che tanto nell’una quanto nell’altra i profitti aumentano in misura pari all’eccedenza del disavanzo di bilancio o delle esportazioni sul valore delle nuove importazioni che la crescita dell’economia rende necessarie, ma mentre nell’espansione analizzata dalla Luxemburg le importazioni si pagano da sole (nel senso che è la somma algebrica tra esportazioni e importazioni a dare la misura dell’incremento dei profitti), nell’espansione «keynesiana» l’aumento delle importazioni è netto e si traduce immediatamente in un disavanzo della bilancia commerciale. La conseguenza è che, quanto più una data economia dipende dalle importazioni (ovvero quanto più la sua bilancia commerciale è già compromessa), tanto più rapidamente l’espansione consentita dalla manovra fiscale toccherà il suo punto di massimo.
Proprio per ciò, è difficile che gli Stati Uniti si carichino del compito di far ripartire l’economia mondiale a forza di deficit spending: l’entità del loro disavanzo commerciale indica che i margini di espansione consentiti da una manovra fiscale sono piuttosto ridotti. Il modello, piuttosto, suggerisce che essi possono conseguire una crescita stabile a condizione che, contemporaneamente al pump priming, orientino i propri imprenditori verso una politica di investimenti diretti all’estero, cioè verso un’espansione «luxemburghiana», di cui sarebbero parte essenziale quella svalutazione del dollaro che gli industriali americani richiedono sempre più insistentemente e un esplicito révirement verso politiche protezionistiche. E poiché in un’«economia della paura» – come quella in cui, secondo Paul Krugman, viviamo dopo l’11 settembre – l’unico modo per indurre le imprese a fare investimenti all’estero è quello di presidiare militarmente le zone «calde» del pianeta (che sono anche quelle maggiormente profittevoli per disponibilità di risorse naturali, forza-lavoro a basso prezzo e potenzialità di consumo), non è azzardato ipotizzare che l’operazione Enduring Freedom rappresenti un prodromo del rilancio in grande stile di una strategia «imperialista», come quella che contraddistinse le economie capitaliste negli ultimi trent’anni del secolo XIX e – passando per due guerre mondiali – i primi cinquanta del «secolo breve»: l’Afghanistan (lo ricordava alcune settimane fa il Sole 24 Ore) siede sulle vie del greggio e una pipeline che aggirasse il Caucaso e l’altopiano iranico, portando il greggio (e il gas) dal Turkmenistan e dalle altre repubbliche ex sovietiche direttamente verso l’India o il Pakistan, cioè verso il mare, potrebbe garantire agli Usa l’affrancamento dai rifornimenti di greggio provenienti dal Golfo Persico, senza per ciò rivolgersi a Paesi – come la Russia e l’Iran – di cui essi tradizionalmente diffidano.
D’altra parte, una «strategia mista» Luxemburg-Keynes, sollecitando un potenziamento della capacità militare, risolverebbe anche il problema relativo al «come» spendere: non solo perché gli armamenti forniscono uno sbocco senza creare ulteriori problemi di accrescimento della capacità produttiva, ma anche perché si tratta di un settore in cui gli Usa sono leader per tecnologia impiegata e in cui, quindi, una manovra keynesiana potrebbe funzionare in modo meno esposto al ricatto della bilancia dei pagamenti.
Quanto all’Europa, è palese che nessun beneficio potrà trarre da una ripresa dell’imperialismo statunitense, visto che negli ultimi anni sono state proprio le importazioni americane (di merci e di capitali) a garantirle cospicui sbocchi.
Ciò farà venire al pettine i molti nodi accumulati grazie alla cecità delle sue classi dirigenti (di destra e di sinistra) e darà non poche preoccupazioni a noi e ai nostri figli, che saremo ancora chiamati a scegliere se conservare quel po’ di diritti sociali che ci sono rimasti (e però subire politiche fiscali e monetarie restrittive) oppure sacrificarli in cambio di un po’ di spesa pubblica (naturalmente in infrastrutture). E sono, come si vede, ottimista.