Jugoslavia: la cancellazione di un paese e di un popolo

Il voto del Parlamento Federale jugoslavo del 4 febbraio scorso ha rappresentato un compimento simbolico del progetto revanscista e sanguinario messo in atto ai danni di questo grande paese europeo e dei suoi cittadini a partire almeno dal 1990.
Con questo voto, la Federazione jugoslava è stata “rimossa” persino dalle cartine geografiche; nel contempo, è stata sancita la nascita di una labile “Unione di Serbia e Montenegro” destinata a durare al massimo tre anni.
Paradossalmente, questo atto è tanto più gravido di inquietanti implicazioni e significati per essere passato sotto silenzio da tutta la stampa: in particolare, è mancato qualsiasi eco o commento “da sinistra”.
Mentre infatti i commentatori borghesi con malcelata soddisfazione continuano ad “infierire sul cadavere”1, “a sinistra” – dopo tanti squilli di tromba per la “caduta del regime di Milosevic” nell’ottobre 2000 – impera, sulla Jugoslavia, un imbarazzato, ignobile silenzio. Quello che mi propongo di fare in questa sede è una stringata analisi della “rimozione della Jugoslavia” tanto in senso stretto quanto in senso lato, cioè politico-ideologico, nonché culturale, sociologico, forse persino psicologico e psicanalitico.

Come spaccare un paese in otto parti addossandone poi tutta la colpa alle vittime

La disgregazione della Repubblica Federativa Socialista di Jugoslavia (RFSJ) – per tutto il secondo dopoguerra Stato-cuscinetto tra i due blocchi, che godeva di ampia autonomia e prestigio nel contesto dei rapporti internazionali – è stata voluta, agevolata e sancita dalle consorterie occidentali, come conseguenza della loro “vittoria” al termine della Guerra Fredda. L’interesse strategico dei paesi imperialisti per i Balcani risulta evidente già solo abbozzando una stringata cronologia del loro ruolo nel più recente processo di disgregazione e soggiogamento; e d’altronde, non per caso questa semplice operazione di “mettere in fila” gli avvenimenti viene generalmente elusa dagli studiosi e dalla stampa, preferendo questi piuttosto sbizarrirsi con interpretazioni irrazionalistiche e lombrosiane, dal contenuto volutamente disinformativo. Potremmo ad esempio partire dagli anni Ottanta e dalle politiche devastanti imposte da FMI e BM alla Jugoslavia di Markovic. Ma, per fissare una data precisa, consideriamo piuttosto il 29 novembre 1990, quando – mentre si festeggia la festa nazionale della RFSJ2 – tutti i giornali pubblicano le “rivelazioni” della CIA che “scommette” che il paese si sta per disintegrare. All’inizio dello stesso mese, guarda caso, il Congresso USA aveva approvato la legge 101/513 per l’appoggio a tutte le leadership liberiste, nazionaliste e secessioniste3. Alla fine di giugno 1991 si hanno le prime “dichiarazioni di indipendenza” di Slovenia e Croazia.
Il 15 gennaio 1992 i paesi della Comunità Europea, nonostante la situazione altamente pericolosa ed instabile sul terreno4, riconoscono formalmente le secessioni slovena e croata, sancendo così gli effetti della “forzatura” di parte tedesca e vaticana. Successivamente, la Bosnia-Erzegovina verrà invitata a seguire l’esempio attraverso l’indizione di un referendum illegittimo e largamente boicottato dalla popolazione. La diretta conseguenza del riconoscimento della “indipendenza” della Bosnia saranno tre anni di guerra fratricida. La secessione della Bosnia, centro simbolico e storico della Lotta Popolare di Liberazione e della “Unità e Fratellanza” jugoslave, rappresenta il più grave colpo inferto al cuore della Jugoslavia multinazionale. La popolazione di Sarajevo, scesa subito in piazza il 5 e 6 aprile contro tutti i progetti di divisione “etnica”, viene fatta bersaglio da cecchini di dubbia appartenenza politico-nazionale. È il primo episodio di una strategia stragista (o “della tensione”) che sarà riapplicata sovente nel corso degli anni successivi e servirà ad affogare, possibilmente per sempre, la idea jugoslavista in un lago di sangue e di menzogne.
Gli Stati Uniti d’America hanno usato prima la Germania e poi l’intera Comunità Europea come battistrada, ma il loro appoggio a livello mediatico, diplomatico, finanziario e militare ai secessionismi, e specialmente al separatismo bosniaco-musulmano, sarà sempre più sfacciato. L’attivismo USA nei Balcani surclasserà via via di gran lunga quello degli europei. Dopo avere cinicamente sfruttato il risorgere di revanscismi “mitteleuropei” e destre neonaziste nell’Europa “post-Ottantanove”, gli USA si scatenano, assumendo un ruolo diretto. In Bosnia, a livello diplomatico, gli USA sono i veri responsabili del fallimento dei piani di pace, a partire dal piano Cutileiro5. Via via, gli USA riusciranno a screditare e far fallire ogni intervento attuato sotto l’egida delle Nazioni Unite, imponendo la progressiva sostituzione delle missioni ONU con missioni più direttamente gestite dall’Alleanza Atlantica.
È il periodo delle grandi “stragi a mezzo stampa”6, delle rimozioni dei vari Morillon, MacKenzie, Akashi, eccetera, e delle prime operazioni di guerra “tradizionale” della NATO in Europa. Nel settembre 1995, USA ed UE scatenano ai danni dei serbi della Bosnia la prima grande campagna di bombardamenti sul suolo europeo dai tempi della II Guerra Mondiale. I serbi vengono prima diffamati e poi colpiti perché, tra gli jugoslavi, sia per ragioni storiche sia perché vivono in quasi tutte le repubbliche ex-federate, sono quelli che meno di tutti hanno interesse alla frantumazione del loro paese. Nell’autunno 1995, la firma degli accordi di Dayton consente, tra l’altro, lo stanziamento “sine die” di truppe della NATO sul territorio, interamente ridotto ormai a protettorato internazionale.7
Il paese è già stato spaccato in cinque parti, ma evidentemente non basta. Nella primavera del 1999, dopo anni di strumentalizzazione del movimento separatista pan-albanese8, USA ed europei bombardano la Repubblica Federale di Jugoslavia – ciò che resta della RFSJ dopo le secessioni, e cioè Serbia e Montenegro. Da chilometri di altezza sono colpite infrastrutture civili e militari, causando centinaia di morti civili. Gli jugoslavi hanno estratto i cadaveri di concittadini, amici e parenti nelle piazze dei mercati, dalle lamiere dei treni sventrati, dai resti dei convogli di profughi, dagli ospedali, dalle abitazioni. La NATO ha colpito per mettere in ginocchio tutto il paese, devastandolo. Hanno infatti bombardato obiettivi situati a molte centinaia di chilometri di distanza dal Kosovo-Metohija che dicevano di dover “salvare”. In Kosovo-Metohija hanno bombardato con l’uranio impoverito. Hanno bombardato il petrolchimico di Pancevo, a pochi chilometri da Belgrado, intenzionalmente per causare la fuoriuscita di gas altamente venefici. Attraverso l’effetto di lunga durata degli agenti cancerogeni, la NATO sta uccidendo ancora oggi9: così la Jugoslavia è stata costretta alla resa. Nel Kosovo-Metohija regna oggi un regime del terrore: sotto gli occhi disattenti ovvero complici di decine di migliaia di soldati NATO è stata oggi pressoché completata la epurazione delle nazionalità non-albanesi e degli albanesi non-secessionisti, e prosegue la distruzione delle vestigia della cultura tardo-bizantina10. I “desaparecidos” sono migliaia, gli attentati a sfondo razzista continuano. La zona è in mano agli ex-guerriglieri dell’UCK, sostenuti economicamente dai traffici di droga, armi e prostituzione. Le grandissime risorse della provincia, specialmente minerarie, sono state espropriate allo Stato jugoslavo in vista dell’acquisizione da parte delle multinazionali, ed ogni produzione è bloccata. Le poche possibilità di lavoro “onesto” per i giovani kosovaro-albanesi vengono dalle truppe straniere di occupazione: ad esempio nell’immensa base militare USA di Camp Bondsteel, presso Urosevac, il più grande insediamento militare USA all’estero dai tempi del Vietnam11.

La “democratizzazione”

Due piccioni con una fava, come suol dirsi. I bombardamenti della primavera 1999 da una parte aggravano in maniera irrimediabile la questione del Kosovo-Metohija, gettando le basi per la sua annessione a quella Grande Albania che Michel Collon ha significativamente definito “una nuova Israele in Europa”; dall’altra essi creano nella Repubblica Federale di Jugoslavia una situazione di fatto non più gestibile da parte delle forze di governo. Nel 1999-2000 si verificano nel paese una serie di attentati ed assassinii politici non rivendicati. Nell’ottobre 2000 – mentre, nonostante tutto, è in atto un grande, eroico sforzo per la ricostruzione del paese, ad esempio alla Zastava di Kragujevac – in occasione delle elezioni, politiche e presidenziali, le pressioni occidentali raggiungono un nuovo apice. L’apparato mediatico antigovernativo è mobilitato, in Jugoslavia ed all’estero; le navi da guerra pattugliano l’Adriatico; le diplomazie minacciano ulteriore isolamento e l’inasprimento di un embargo ingiusto che dura ormai da sette anni. Si vuole impedire ad ogni costo lo svolgimento del secondo turno elettorale, che pure sancirebbe l’avvicendamento alla Presidenza federale con la vittoria del nazionalista filooccidentale Vojslav Kostunica: perciò si plaude all’assalto del Parlamento – dove la coalizione di governo ha nuovamente conquistato la maggioranza – ed alla devastazione dell’ufficio elettorale, con relativa distruzione delle schede. Nei giorni successivi verranno attaccate le sedi dei partiti della sinistra e dei sindacati, e molti militanti verranno fatti oggetto di vigliacche aggressioni.12
Il nuovo regime delle destre si regge sulle ibride alleanze che costituiscono la DOS (ovvero “Opposizione Democratica della Serbia”) ed in particolare sull’ambiguo equilibrio tra due personaggi: da una parte Kostunica, che, pur essendo il nuovo Presidente e godendo di una discreta popolarità per le sue posizioni comunque improntate all’orgoglio nazionale, non gode in effetti di alcun potere reale; dall’altra Zoran Djindjic, il primo ministro della Serbia, che è fortemente impopolare ma gode di appoggi ad altissimo livello in sede internazionale e, nel paese, si avvale del sostegno dei settori doppiogiochisti dei servizi segreti, della mafia e di nascenti poteri occulti, nonché del club di tecnocrati ultraliberisti legati a FMI e BM, riuniti attorno al cosiddetto “Gruppo 17”.
Sono questi ultimi a governare di fatto, ancora oggi dopo il misterioso omicidio di Djindjic, avvenuto lo scorso 12 marzo, e la “rimozione”, oltreché della “Jugoslavia”, anche del suo ormai superfluo presidente Kostunica… Sono loro i “Barberini” della Serbia: “quod Bombardieri non fecerunt, fecerunt Barberini”. In circa due anni e mezzo costoro sono riusciti a ridurre la popolazione in condizioni misere, interrompendo tutti gli sforzi di ricostruzione del paese ed offrendone in svendita agli stranieri le ricchezze, adeguandosi ai diktat delle istituzioni finanziarie internazionali. La disoccupazione in Serbia ha raggiunto livelli record ed è in continua crescita (oltre un milione di persone, ufficialmente). Il maggior polo industriale – la “Zastava” di Kragujevac già smembrata in vista della spartizione – è stato offerto su di un piatto d’argento ad un piccolo imprenditore statunitense, Briklin, il quale tuttavia non ha nemmeno dato seguito ai suoi progetti ed ha evidentemente ormai rinunciato alla acquisizione. Intanto, le famiglie dei lavoratori patiscono la fame: l’aiuto che arriva dall’Italia, grazie al movimento delle “adozioni a distanza”, è per loro adesso più indispensabile che mai.13
Tutti i settori strategici sono in via di dismissione: liquidate le principali banche dello Stato (gennaio 2002), svenduti i potenzialmente assai redditizi cementifici (primavera 2002), il complesso siderurgico di Smederevo “Sartid” preso a prezzo stracciato dalla US Steel Corporation (è notizia di questi giorni), e cosi’ via. L’Esercito sta subendo devastanti “riforme”, consistenti in tagli e purghe, in vista della inclusione nella “Partnership for Peace” della NATO. Il sistema giudiziario è stato fatto oggetto di attacchi feroci da parte del governo, tali da far impallidire il peggior Berlusconi… La guerra contro la magistratura, a causa delle inchieste in corso che coinvolgono esponenti del governo (innanzitutto lo stesso Djindjic) in episodi di corruzione e rapporti con la mafia, ha avuto una brusca accelerazione dopo l’omicidio, in seguito al quale la facente funzione di Presidentessa della Serbia Natasa Micic14 ha immediatamente – ed anticostituzionalmente, ma questo ormai in Serbia non fa più notizia – dichiarato lo “stato d’emergenza”.
Ufficialmente, il responsabile dell’omicidio di Djindjic sarebbe un ufficiale dei corpi speciali denominati “Berretti rossi”, “reo confesso”, che avrebbe agito su mandato del “clan di Zemun”; clan i cui due boss, però, sono stati uccisi durante il tentativo di arresto per “aver fatto resistenza”. In realtà, questa versione dei fatti puzza molto di bruciato. Lo “stato d’emergenza” in Serbia non è stato imposto a causa dell’uccisione del primo ministro: viceversa, è la morte di Djindjic ad essere stata presa a pretesto per imporre lo stato d’emergenza e promuovere una svolta autoritaria “risolutiva”. Invece di dimettersi, il ministro federale di polizia, Zoran Zivkovic, è diventato il nuovo primo ministro della Serbia. Il ministro repubblicano, Dusan Mihajlovic, soprannominato dalla gente “Dule Cia”, ha dichiarato sfacciatamente che lo stato d’emergenza è servito alle autorità serbe per regolare i conti con una serie di oppositori politici: non solamente i sostenitori di Milosevic, ma anche i radicali di Seselj e persino gli ambienti di Vojslav Kostunica, “scomodo” ex-presidente. Fintantochè è stato in carica, Kostunica non solo si è opposto, almeno verbalmente, ad una serie di scelte (dalla collaborazione con il “Tribunale” dell’Aia alla nuova ultraliberista Legge sul Lavoro), ma è stato anche testimone di una serie di fatti imbarazzanti riguardanti i legami di Djindjic con la mafia. Un “caso” riguardante intercettazioni ai danni di Kostunica è scoppiato mesi fa, essenzialmente allo scopo di spaccare i servizi segreti dell’Esercito. Nell’ambito delle “misure di emergenza” il capo di questi servizi, il generale Aco Tomic, è stato arrestato, ed i servizi sono stati messi sotto il controllo diretto del governo DOS, cioè sotto il controllo americano. È stato arrestato anche il consigliere di Kostunica, Rade Bulatovic, nonché il generale Pavkovic, protagonista della difesa del paese nel 1999 e recentemente candidato alla Presidenza della Serbia.
Il risultato delle purghe nella magistratura è il licenziamento di almeno 35 giudici, di cui 7 della Corte Suprema compreso il presidente, ed il licenziamento e in qualche caso l’arresto di una serie di Pubblici Ministeri. Sono state poi frettolosamente promulgate una serie di leggi, tra cui una, vergognosa, sulla carcerazione preventiva, ed un’altra sui media, che dovrebbe far molto riflettere i nostrani sostenitori dei “media indipendenti” e delle “radio b52” di turno… I quali invece oggi, ermeticamente, tacciono.
In tutto, un mese di “stato d’emergenza” ha significato almeno 10mila tra arresti e fermi di polizia (in base alle cifre dello stesso governo), ed in prigione si trovano tuttora circa 4500 persone, il che significa che migliaia di persone sono state private dalla loro libertà illegalmente. Si parla inoltre di casi di maltrattamento e di tortura in carcere. Tra gli arrestati ci sono alcuni giornalisti: molti sono stati rilasciati, ma sono state chiuse le redazioni dei due unici giornali che non erano sotto il controllo diretto del governo15 e molte altre redazioni sono state sottoposte ad intimidazioni di vario genere. Ci sono state persino delle sparizioni, come quella di Predrag Polic, chimico a capo della sua Facoltà all’Università di Belgrado, di orientamento filo-Kostunica, noto in Italia per una serie di conferenze sui letali effetti dei bombardamenti della NATO, ritrovato cadavere dopo alcune settimane dalla sparizione.
Per quanto riguarda le reali ragioni e dinamiche dell’attentato a Djindjic, è il caso innanzitutto di sottolineare il delicato momento in cui esso è avvenuto, vale a dire alla vigilia della aggressione contro l’Iraq – pressoché coincidente con il quarto anniversario dei bombardamenti sulla Jugoslavia –, mentre gli USA cercavano di estorcere agli staterelli balcanici un appoggio anche logistico alla loro nuova impresa militare – con scarso successo, poiché le locali leadership, Djindjic compreso, si sono dimostrate piuttosto schierate sulla linea “tedesca” –, ed in una fase di profondissimo malcontento sociale. Con la sua uccisione, il despota Djindjic è stato trasformato dai media in un martire. Il vero grande sospettato per l’omicidio, Milorad Lukovic “Legija”, ex volontario nella Legione Straniera e poi doppiogiochista dei servizi deviati in Serbia, non è stato catturato e l’attenzione si è invece spostata sugli avversari politici, esplicitamente additati come “mandanti”. D’altronde, uomini come Legija potrebbero rendere testimonianze poco opportune sulle loro frequentazioni, passate e presenti, con gli ambienti della DOS e sui servizi resi per il “golpe” dell’ottobre 2000. Vista la scarsissima popolarità della DOS, c’era in effetti bisogno di un espediente per distruggere la dissidenza politica. Lo dimostrano gli arresti e gli interrogatori dei leader di opposizione. Senza nessuna ragione sono stati arrestati il presidente dell’Associazione “Sloboda” e presidente del Comitato per Slobodan Milosevic, Bogoljub Bjelica, il membro della stessa Associazione e capo redattore del settimanale Smisao (la rivista teorica del Partito Socialista) Uros Suvakovic, ed il funzionario della JUL e stretto collaboratore di Mira Markovic, Goran Matic. La stessa Markovic, in Russia da febbraio per motivi personali, non può più rientrare perché rischia perlomeno l’arresto in seguito ad una pretestuosa accusa di essere la mandante della sparizione di Ivan Stambolic, avvenuta nel 2000. È stato poi sottoposto ad interrogatorio Vladimir Krsljanin, membro di “Sloboda” e consigliere di Milosevic. Per non parlare delle tante perquisizioni, e di quanto hanno subito gli esponenti dei partiti dell’opposizione conservatrice (Kostunica, Seselj, eccetera).

La battaglia dell’Aia

L’Associazione “Sloboda” assiste nella preparazione della difesa di Milosevic all’Aia. In quel “Tribunale ad hoc” si sta svolgendo in questo periodo la fase centrale del “processo” a Milosevic: dopo la presentazione delle “accuse” e delle “prove” per i tre “capi di imputazione” (per le guerre in Croazia, in Bosnia ed in Kosovo), si sta passando adesso alla fase della autodifesa dell’imputato. Per gli accusatori di Milosevic il “processo”, non riuscendo di fatto a dimostrare la colpevolezza dell’ex presidente, è un fallimento ed è motivo di estremo imbarazzo e preoccupazione. Contro Milosevic il “Tribunale” ha usato ogni mezzo di pressione politica, mediatica e fisica (a causa del suo stato di salute e di cure inappropriate). Malgrado tutto ciò non sono riusciti spezzare la difesa di Milosevic.
Di fatto, lo “stato d’emergenza” è servito anche ad impedire l’opera dei collaboratori di Milosevic, e per questo molti osservatori ritengono che esso sia stato deciso di comune accordo con il governo DOS da chi “muove i fili” all’Aia.
Il caso del “Tribunale ad hoc per i crimini commessi sul territorio della ex Jugoslavia”16 chiarisce molto bene la collateralità di certe neonate istituzioni penali internazionali ai progetti egemonici dei paesi imperialisti. Esso è stato fondato nel 1993 dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per l’insistenza del Segretario di Stato Albright17. Il normale canale per creare un Tribunale come questo, come a suo tempo ha puntualizzato lo stesso Segretario Generale, avrebbe dovuto essere “un Trattato Internazionale stabilito ed approvato dagli Stati Membri che avrebbero permesso al Tribunale di esercitare in pieno nell’ambito della loro sovranità” (Rapporto n° X S/25704, sezione 18).
Tuttavia, Washington ha imposto un’interpretazione arbitraria del Cap.VII della Carta delle Nazioni Unite, che consente al Consiglio di Sicurezza di prendere “misure speciali” per restaurare la pace in sede internazionale. Perciò il “Tribunale ad hoc” è una struttura illegittima e para-legale. Esso è finanziato dai paesi della NATO, e soprattutto dagli USA18, in maniera diretta oltreché attraverso l’ONU, ma anche da altri paesi non proprio neutrali nella problematica jugoslava, come l’Arabia Saudita, nonché da enti e personaggi privati, come George Soros. Il sostegno della NATO al “Tribunale ad hoc” è particolarmente indicativo delle vere finalità di questa struttura para-giudiziaria. Secondo l’ex portavoce della NATO Jamie Shea “la NATO è amica del Tribunale, è la NATO che detiene per conto del Tribunale i criminali di guerra sotto accusa… Sono i paesi della NATO che hanno procurato i fondi per istituire il Tribunale, noi siamo tra i più grandi finanziatori.”19 Oltre ad attestare il sostegno finanziario e la “amicizia” della NATO – proprio mentre questa bombardava i convogli di profughi ed il petrolchimico di Pancevo – Jamie Shea rivendica dunque ad essa il ruolo di “polizia giudiziaria”. La quale, come s’è visto in decine di occasioni, specialmente in Bosnia ma anche nel caso di Milosevic, opera attraverso colpi di mano e rapimenti, nel corso dei quali alcuni “sospetti” sono stati persino uccisi – mentre diversi serbi-bosniaci detenuti all’Aja sono deceduti per presunti infarti e suicidi.
Il Tribunale dell’Aja ha sistematicamente dichiarato il non luogo a procedere per le documentate accuse di crimini di guerra mosse da varie parti alla NATO. La sproporzione tra le incriminazioni nei confronti di esponenti serbi rispetto a quelle di croati, kosovari albanesi e bosniaci musulmani, responsabili di gravi crimini, è resa evidente dai numeri20. Ancor più evidente è il fatto che dei tanti “imputati”, gli unici con responsabilità eminentemente politiche siano appartenenti alla parte serba (Milosevic, Milutinovic, Karadzic) mentre i leader delle fazioni secessioniste sono stati tutti indistintamente “risparmiati” nonostante (ad esempio) i loro torbidissimi trascorsi.21 La “giustizia” del Tribunale dell’Aja è dunque quella di una parte in causa contro l’altra, il contrario esatto del “super partes”. Il “Tribunale ad hoc”, analogamente al nostro famigerato Tribunale Speciale nel Ventennio, lavora come uno strumento politico, totalmente sotto controllo dei vincitori, cioè degli aggressori, devastatori ed invasori della Jugoslavia.
Noti giuristi e commentatori hanno spiegato come, nel suo funzionamento, il Tribunale dell’Aja violi tutti i principi del diritto internazionale. In sostanza, esso non rispetta la separazione dei poteri, né la parità fra accusa e difesa, né tantomeno la presunzione di innocenza finché non si giunge ad una condanna: la regola 92 stabilisce che le confessioni siano ritenute credibili, a meno che l’accusato possa provare il contrario, mentre in qualsiasi altra parte del mondo l’accusato è ritenuto innocente fino a quando non sia provata la sua colpevolezza22. Esso formula i propri regolamenti e li modifica su ordine del Presidente o del Procuratore, assegnando ad essi carattere retroattivo: attraverso una procedura totalmente ridicola, il Presidente può apportare variazioni di sua propria iniziativa o ratificarle via fax ad altri giudici (regola 6)! Il regolamento stesso non contempla un giudice per le indagini preliminari che investighi sulle accuse. Il Tribunale ad hoc utilizza testimoni anonimi, che si possono dunque sottrarre al confronto con la difesa; secreta le fonti testimoniali, che possono essere anche servizi segreti di paesi coinvolti nei fatti. Esso usa la segretezza anche sui procedimenti aperti (regola 53). Ricusa o rifiuta a proprio arbitrio di ascoltare gli avvocati della difesa (regola 46), allo stesso modo dei tribunali dell’Inquisizione; può rifiutare agli avvocati di consultare documentazione probatoria (regola 66); può detenere sospetti per novanta giorni prima di formulare imputazioni, con l’evidente scopo di estorcere confessioni. Dulcis in fundo, recentemente il “giudice” May si è persino arrogato il diritto, d’accordo con la “pubblica accusa” Nice, di revisionare la trascrizione del dibattimento, censurandola allo scopo di impedire la divulgazione di quegli interventi di Milosevic considerati “ad uso esterno” e dunque irrilevanti o inopportuni per gli Atti del “processo”.
L’imputazione contro l’allora Presidente della Repubblica Federale di Jugoslavia Slobodan Milosevic veniva resa pubblica dalla “procuratrice” Arbour su pressione di Madeleine Albright proprio durante la aggressione della NATO, nella primavera del 1999, nell’ambito della campagna mediatica di demonizzazione della Jugoslavia e dei suoi dirigenti. Un tassello, insomma, della più ampia operazione di disinformazione strategica e guerra psicologica23. Per la effettiva cattura di Milosevic, però, dovevano maturare le condizioni politiche in Jugoslavia. Questo cambiamento è avvenuto solo nell’autunno del 2000, quando a Belgrado si è instaurato il regime-fantoccio filooccidentale. La rocambolesca cattura di Milosevic è avvenuta mesi dopo, il 31 marzo 2001: in cambio al nuovo governo sono stati accordati 50 milioni di dollari già promessi dagli USA. I dirigenti belgradesi, per ottemperare ai ricatti militari ed economici degli USA, della Nato e del Tribunale dell’Aja, hanno commesso una serie di macroscopiche illegalità. Milosevic è stato detenuto per tre mesi senza che nessuno delle centinaia di testimoni ascoltati avesse fornito prove a sostegno della pretestuosa imputazione di “abuso di potere” (diversa da quella di “crimini di guerra” usata all’Aia). Al termine delle due proroghe della detenzione preventiva, Milosevic avrebbe dovuto essere scarcerato; invece, un ulteriore, grande scandalo è stata la modalità della sua “estradizione” da Belgrado in Olanda, tramite una operazione-lampo illegale ed anticostituzionale curata dai settori più filo-americani del governo di Zoran Djindjic24. Il sequestro ed il trasporto all’Aia su velivoli della RAF inglese avveniva in base a un decreto del solo premier e del ministro degli interni, con un governo dimezzato dal ritiro dei ministri montenegrini; un decreto che violava, insieme alle Costituzioni jugoslava e serba25, la posizione del Parlamento Federale nonché l’orientamento dei partner di maggioranza e dello stesso presidente jugoslavo Kostunica. Il giorno dopo il trasferimento di Milosevic, i governanti jugoslavi ottenevano il loro ulteriore premio: la promessa di 1.360 milioni di dollari, stanziati dalla “Conferenza dei donatori” alla condizione della totale privatizzazione dell’economia nazionale.
All’Aia, Milosevic ha da subito tenuto un atteggiamento fermo ed inequivocabile: si dichiara prigioniero politico, non riconosce legittimità al “Tribunale ad hoc”, e rifiuta di essere assistito da avvocati, compresi quelli designati “d’ufficio” dal “Tribunale” stesso26. Le prime udienze (tra luglio 2001 e gennaio 2002) sono state dedicate a problemi procedurali, ma Milosevic non ha mancato di dire la sua ogni volta che gli è stato concesso di parlare, e fintantoché il microfono non gli è stato spento in malo modo. Il 29 ottobre 2001, ad esempio, dopo la lettura della “imputazione sulla Croazia” ha detto che «è assurdo accusare la Serbia ed i serbi per la secessione armata della Croazia, che ha causato una guerra civile, conflitti e sofferenze per la popolazione civile.» Il giorno dopo, commentando “l’imputazione sul Kosovo”, egli ha fatto notare che essa «riguarda solamente fatti avvenuti dal 24 marzo alla fine della prima settimana di giugno [1999], laddove (…) tutto il pianeta sa che è proprio dal 24 marzo fino alla prima settimana di giugno compresa che la Nato ha commesso la sua criminale aggressione contro la Jugoslavia. (…) Se la corte non vuole prendere in considerazione questi fatti, allora è ovvio che questa non è una corte ma solamente una parte del meccanismo atto ad eseguire crimini contro il mio paese e la mia gente. Se quest’ultimo è il caso (…) e dunque se la corte è parte dell’ingranaggio, allora per piacere, date lettura ai verdetti che vi è stato detto di formulare e smettetela di annoiarmi.»
Dopo la lettura del “capo d’imputazione” sulla Bosnia-Erzegovina, Milosevic dichiarava invece: «Questo testo miserabile che abbiamo qui ascoltato è l’apice dell’assurdità. Devono darmi credito per la pace in Bosnia, e non per la guerra. La responsabilità per la guerra in Bosnia è delle potenze che hanno distrutto la Jugoslavia e dei loro satrapi in Jugoslavia, e non della Serbia, né del suo popolo, né della sua politica. Questo è un tentativo…» Qui il microfono veniva spento. Ancora, in dicembre, Milosevic si richiamava a fatti di estrema attualità: «Per me è assolutamente chiaro il motivo per cui questo falso pubblico ministero insiste sulla unificazione [dei tre “capi d’accusa”]. La causa di questo è l’11 Settembre. Loro vogliono mettere in secondo piano le accuse contro di me sul Kosovo perché queste inevitabilmente aprono la questione della collaborazione della amministrazione Clinton con i terroristi nel Kosovo, compresa la organizzazione di Bin Laden. (…) Quello che si può trovare sotto la superficie di questi “capi d’imputazione” non sono altro che i detriti ed il fango di dieci anni di guerra mediatica, condotta con l’obiettivo di demonizzare sia la Serbia, sia il popolo serbo e la sua dirigenza, ed anche me personalmente, e addirittura la mia famiglia. Perché la guerra mediatica ha preceduto quella reale, ed ha avuto come obiettivo quello di convincere l’opinione pubblica occidentale che siamo delinquenti, anche se non abbiamo mai dato argomenti per avvalorare questo. Voi oggi avete letto qui che il 6 Aprile 1992 l’Unione Europea riconobbe la Bosnia-Erzegovina. Questo è stato fatto sotto l’influenza dell’allora Ministro degli Esteri tedesco Hans Dietrich Genscher, perchè il 6 Aprile era il giorno in cui nel 1941 Hitler attaccò la Jugoslavia bombardando Belgrado. C’era un desiderio di simboleggiare, in questo modo, il capovolgimento degli esiti della II Guerra Mondiale.»

Note:

1 Secondo un dispaccio “mortuario” dell’ANSA, diramato lo scorso febbraio dopo il voto del Parlamento Federale, la Jugoslavia sarebbe stata addirittura “una polveriera durata 74 anni”.

2 Il 29 novembre 1943 a Jajce, nel cuore della Bosnia-Erzegovina, il Comitato Antifascista di Liberazione Nazionale (AVNOJ) poneva le basi del paese multinazionale, fondato nella eroica lotta contro le potenze occupatrici ed i collaborazionisti, rappresentati dai nazionalisti, nazisti e monarchici.

3 AAVV: “NATO in the Balkans”, ed. International Action Center, 1997; una versione italiana è uscita per Editori Riuniti: “La NATO nei Balcani”, 1999.

4 Persino la europea Commissione Badinter aveva sconsigliato il riconoscimento della Croazia a causa degli irrisolti problemi con la popolazione serba autoctona, nettamente contraria alla secessione della Repubblica.

5 Marzo 1992: l’ex ambasciatore USA a Belgrado, Zimmermann, invita musulmani e croati a ritirare la loro firma dall’accordo di Lisbona per la cantonalizzazione della Bosnia-Erzegovina.

6 Sulle stragi “del pane” e di Markale a Sarajevo, e più in generale sul carattere strategico della disinformazione dei media, si vedano ad esempio i libri di Michel Collon “Poker Menteur” e “Monopoly” (ed. EPO, Bruxelles).

7 Si vedano i contributi di S. Gervasi e M. Chossudovsky su “NATO in the Balkans”, op.cit.

8 La “Lega Democratica del Kosovo” di Ibrahim Rugova e la sua politica di separatismo su base etnica è stata appoggiata sin dal 1990 non solo da settori “pacifisti” e da militanti per i “diritti umani”, ma anche da note centrali della disinformazione quali la Fondazione Soros e la Ruder&Finn Public Global Affairs. Su quest’ultima agenzia di “lobbying” si veda: Jacques Merlino, “Les Verites yougoslaves ne sont pas toutes bonnes a dire” (Paris: Albin Michel, 1993). Per quanto invece riguarda il ruolo dell’UCK (“Esercito di Liberazione del Kosovo”), formazione armata “contras” attiva dal 1997, e l’appoggio a questa fornito da parte della NATO, si veda ad esempio l’ottimo libro di Juergen Elsaesser “Menzogne di guerra” (Napoli: La Città del Sole, 2002).

9 In Italia la migliore documentazione su questo altro “buco nero” informativo è stata prodotta dal comitato Scienziate/i contro la Guerra: per i riferimenti ai testi pubblicati si veda il sito http://www.scienzaepace.it. Da segnalare anche il video “Bombe sulle industrie chimiche” di Sasha Adamek, nell’edizione italiana a cura di Alberto Tarozzi.

10 Due fonti “insospettabili” ne parlano: la rivista “30GIORNI” diretta da Giulio Andreotti (sul n.2/2003: “A quattro anni dalla ‘guerra umanitarià in Kosovo. Dopo le bombe il caos”) e “La Tribuna di Treviso” con una intervista a Massimo Cacciari (martedì 4/3/2003).

11 Anche sulla questione della “pulizia etnica” e del terrore oggi instaurato nel Kosovo-Metohija esiste una preziosa documentazione video di M. Collon e V. Stojiljkovic. L’edizione italiana (“I dannati del Kosovo”, 80min.) è disponibile presso “SOS Yugoslavia” di Torino ([email protected]…).

12 Trovare documentazione su questo argomento, nel buio di una censura di fatto, è arduo. Nondimeno segnaliamo gli articoli di Fulvio Grimaldi per questa rivista, nonchè gli opuscoli di R. Giusti, A. Hoebel e F. Grimaldi (“La NATO in Jugoslavia: dalla guerra al colpo di Stato”) e di E. Vigna (“Jugoslavia 2001”), editi da La Città del Sole (Napoli, 2001). La situazione jugoslava è comunque costantemente seguita dal bollettino JUGOINFO su internet (si veda: http://groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/messages/).

13 Sulle campagne di solidarietà, ed il modo di contribuirvi, si veda ad esempio: http://www.ecn.org/coord.rsu/ guerra.htm

14 In effetti già dallo scorso autunno, in seguito al fallimento delle elezioni presidenziali tanto in Serbia quanto in Montenegro a causa della palese disaffezione popolare e del non-raggiungimento dei quorum, nel paese si è determinata una gravissima crisi istituzionale a tutti i livelli, che la trasformazione da “Federazione” ad “Unione” lo scorso febbraio, e l’attuale incertissimo iter per la riscrittura delle Costituzioni, non fanno altro che aggravare.

15 Si tratta di “Nacional” e “Identitet”, mentre al montenegrino “Dan” viene vietata la distribuzione in Serbia. Si tenga comunque presente che dopo l’ottobre 2000 insieme agli spazi di espressione politica in Serbia e Montenegro sono drasticamente diminuiti gli strumenti di comunicazione dei settori di opposizione anche per ragioni immediatamente economiche. Si deve inoltre registrare il fenomeno di acquisizione dei media da parte di società straniere: in particolare (oltre a Soros) da parte della Westdeutsche Allgemeine Zeitung di Bodo Hombach, che oggi possiede il principale quotidiano belgradese “Politika”, un tempo prestigiosa testata.

16 Questo “Tribunale ad hoc” non va confuso con la preesistente Corte Internazionale atta a dirimere le controversie tra gli Stati, che ha sempre sede all’Aia ma è organismo ben più legittimato.

17 La presidentessa del Tribunale, Gabrielle Kirk McDonald, il 5 aprile 1999 veniva insignita di una onoreficenza dalla Corte Suprema degli USA. In quella occasione essa spiegava senza alcun imbarazzo: «Abbiamo beneficiato del forte sostegno dei governi interessati e degli individui che si sono adoperati, come il Segretario Albright. [Si noti che i bombardamenti sulla Jugoslavia erano iniziati da pochi giorni] Come rappresentante permanente alle Nazioni Unite, essa ha lavorato incessantemente per creare il Tribunale. In effetti, noi spesso ci riferiamo a lei come alla “madre del Tribunale”…» Dunque la “mamma” del Tribunale dell’Aia non è Emma Bonino!

18 In un comunicato stampa diramato all’Aia il 19 aprile 1999 (JL/PIU/397-E) si legge: «Per conto del Tribunale Penale Internazionale per la ex Jugoslavia il Presidente del Tribunale, giudice Gabrielle Kirk McDonald, ha espresso il suo grande apprezzamento al governo degli Stati Uniti per la sua concessione di 500mila dollari USA destinati al Progetto Outreach del Tribunale. Harold Koh, Vice segretario di Stato USA per la democrazia, i diritti umani ed il lavoro, ha annunciato la donazione in una conferenza stampa presso il Tribunale venerdì 16 aprile 1999. Questa generosa contribuzione, che ammonta a più di un terzo del budget complessivo di Outreach, “consentirà al Tribunale” – come nota lo stesso Vice Segretario di Stato Harold Koh – “di portare il suo messaggio di giustizia imparziale non solamente ai governi ed ai rappresentanti legali dell’ex Jugoslavia, ma, soprattutto, alle famiglie delle vittime”.» Una dichiarazione tanto nobile da far venire le lacrime agli occhi, soprattutto se si pensa che questo signore mentre parlava rappresentava uno Stato – gli USA – che proprio in quei giorni stava causando dolori enormi e disgrazie a quelle stesse famiglie tramite i bombardamenti.

19 Conferenza stampa tenuta il 17 maggio 1999.

20 Le recenti incriminazioni ed arresti contro alcuni esponenti minori della “manovalanza” UCK non mutano questo quadro complessivo; lo stesso vale per l’arresto di Nasir Oric, musulmano della Bosnia responsabile di micidiali “sortite” delle sue truppe dalla “enclave protetta” di Srebrenica a danno dei serbi dei villaggi circostanti nel 1992-1993 – e dunque ben prima dei fatti del 1995 sui quali la stampa internazionale ha tanto insistito, benché la loro vera dinamica ed entità sia tuttora da chiarire (si veda in proposito in: Juergen Elsaesser, op. cit.). Nel caso dei croati, mentre nessun leader politico è stato “incriminato” dall’Aia, lo Stato croato ha finora negato ogni tipo di collaborazione anche per i militari responsabili della eliminazione fisica degli abitanti serbi della Slavonia e delle Krajine.

21 Franjo Tudjman, oggi defunto, è stato l’autore di testi revisionisti sul nazismo; Alija Izetbegovic, autore della “Dichiarazione Islamica” e legato all’Arabia Saudita, all’Iran, al Pakistan ed a Bin Laden, è sospettato di avere fatto parte dei filonazisti “Giovani Musulmani” durante la II Guerra Mondiale; i leader dell’UCK, anche macedone, sono personaggi ricercati dalle polizie di mezzo mondo per le loro frequentazioni criminali. Tutti costoro subirono condanne e spesso scontarono pene nella RFSJ per reati quale l’”istigazione all’odio tra le nazionalità”.

22 La pagina 11467 degli Atti, relativa alla seduta del 10 ottobre 2002, resterà leggendaria poiché in essa per la prima volta nella storia un “magistrato” (Richard May) dichiara che la Corte accetta il “sentito dire” come prova.

23 La “necessità” di una indagine contro Milosevic veniva annunciata alla conferenza stampa congiunta tenuta dalla “madre del Tribunale ad hoc”, Albright, e dall’ex-procuratore Louise Arbour (successivamente sostituita dalla Del Ponte) a Washington D.C. il 30 aprile del 1999: si veda il documento ufficiale dell’ufficio del portavoce del Dipartimento di Stato USA: http://secretary.state.gov/www/statements/1999/ 990430a.html .

24 A sottolineare il vero e proprio affronto operato da questi agenti della NATO nel governo serbo, ai danni del paese e della sua stessa dignità e memoria storica, basti guardare al giorno in cui il sequestro è avvenuto: 28 giugno, una data altamente simbolica per la nazione serba. Quel giorno, nel 1389 si concludeva la nota battaglia contro i Turchi; nel 1914 avveniva l’attentato di Sarajevo; nel 1989 Milosevic teneva il famoso discorso a Kosovo Polje, invocando la convivenza e la parità tra tutte le etnie ( per il testo si veda):
http://it.groups.yahoo.com/group/crj-mailinglist/message/1112 ). Non è perciò un caso se una manifestazione internazionale contro il “Tribunale” dell’Aia è stata convocata dal comitato “Sloboda” all’Aia per il prossimo 28 giugno.

25 La opinione contraria della Corte Costituzionale è stata formalizzata il 6 novembre 2001; il testo è stato pubblicato sulla Gazzetta Ufficiale della RF di Jugoslavia N.70/01 il 28 dicembre 2001.

26 I cosiddetti “Amici curiae”, la cui scarsa serietà è dimostrata dal fatto che dopo pochi mesi uno di loro ha rilasciato alla stampa una intervista dicendosi convinto che Milosevic sarà condannato, e per questo è stato sostituito nell’incarico in seguito alle proteste di Milosevic.

La seconda parte di questa analisi sui Balcani verrà pubblicata nel prossimo numero de l’’ernesto.