Islam e movimenti di liberazione nell’area mediorientale

All’indomani dell’undici settembre, la strategia americana e israeliana della “guerra preventiva” al terrorismo ha spinto gran parte dei media ad associare i partiti e i movimenti che non accettano lo status quo delle occupazioni israeliane dei territori palestinesi della West Bank, libanesi (le Fattorie di Sheba e le alture di Kfar Shuba) e siriani (il Golan), invasi nel 1967, – da Hamas, al Fronte popolare in Palestina, alla resistenza islamica degli Hizbollah in Libano – cori i movimenti jihadisti e la galassia terrorista di al Qaida. Un’operazione politico-mediatica, questa, assai comoda per Israele che, in tal modo, può continuare a rifiutarsi di trattare “una pace completa in cambio di un ritiro completo”, adducendo la mancanza d’interlocutori credibili: prima Arafat, poi Abu Mazen, quindi Hamas, il governo siriano e persino l’unione dei paesi arabi che, nel vertice di Beirut della Lega Araba, ha proposto, senza ottenere risposta, una soluzione complessiva del conflitto arabo israeliano.

L’assimilazione dei gruppi islamonazionalisti a quelli jihadisti-terroristici è assai pericolosa in quanto, prima di tutto, impedisce di distinguere le radici nazionali dei movimenti di liberazione, sbarrando la strada ad una loro possibile integrazione nel sistema politico e, in secondo luogo, lasciando incancrenire l’invasione israeliana dei territori arabi, finisce col rafforzare, invece che indebolire, le ali jihadiste portatrici di una visione del mondo in cui impera lo scontro fra religioni e intere civiltà. In questo quadro mal tracciato ai popoli del Medioriente – e agli stessi paesi europei – non resterebbe che scegliere tra Bush ed i regimi arabi suoi alleati, e Bin Laden, mentre resterebbe inalterato il presidio di Israele sui territori palestinesi, libanesi e siriani. Mettere assieme fazioni così diverse e spesso opposte fra loro è, invece, un grave errore, perché cancella le profondissime divergenze che esistono nella stessa scena politica islamista, tra la corrente maggioritaria islamo-nazionalista e quella minoritaria dell’islamismo transnazionale, di cui fa parte al Qaida.

Tra i movimenti islamo-nazionali, uno dei più importanti è senza dubbio quello degli Hizbollah, o “Partito di Dio”sciita libanese, la cui strategia è stata influenzata in modo determinante dal contesto politico libanese sin da quando, nel 1982, si formarono i suoi primi quadri – spesso provenienti dall’ala sciita moderata di Amal – sulla base della spinta al protagonismo sciita, sorta con la rivoluzione iraniana del 1979, e della necessità di combattere contro l’occupazione israeliana del Libano. Gli Hizbollah hanno infatti modificato l’originario obiettivo della costruzione di una repubblica islamica sul modello iraniano accettando, già negli anni Novanta, il carattere multiconfessionale delle istituzioni e della società libanesi, e la via democratica per l’accesso al governo e alla trasformazione sociale.

Questa politica ha fatto sì che, attualmente, il partito disponga di 14 deputati in parlamento, controlli gran parte dei comuni dalla periferia sud di Beirut al confine con Israele, abbia due ministri nello stesso governo Siniora, e gestisca una capillare rete di welfare a favore della popolazione libanese, in particolare quella delle zone sciite. Tale trasformazione, che pur non ha cambiato il carattere di movimento di resistenza armata contro gli israeliani presenti nelle aree libanesi, è andata accentuandosi a seguito del ritiro d’Israele dal sud del Libano, dopo 22 anni di occupazione, grazie ad una efficacissima lotta iniziata dal Partito comunista e, successivamente, portata avanti dagli stessi Hizbollah. Una tappa storica per il Medioriente, la data maggio 2000 quando, per la prima volta dal 1948, Israele fu costretta ad abbandonare un territorio che aveva invaso dalla fine degli anni Settanta. Un successo, quello della resistenza libanese che, sulle onde televisive delle reti arabe come “al Jazeera” e soprattutto “al Manar”, vicina al “Partito di Dio”, ha rafforzato non poco le correnti islamo-resistenziali a danno sia dei regimi e dei leader filo-Usa sia dei movimenti jihadisti. E non solo in Libano. Basta tener conto dell’evoluzione di Hamas in Palestina, giunto al governo del paese, o delle prese di posizione del leader sciita radicale iracheno, Moqtada al Sadr, e di vari schieramenti della resistenza irachena sunnita contro l’esponente di al Qaida in Mesopotamia, Abu Musab al Zarqawi e, soprattutto, in avversione al suo progetto di provocare una guerra civile con la comunità sciita – contribuendo così indirettamente alla sua uscita di scena.

Questa tendenza, per quanto riguarda il movimento degli Hizhollah, si è ulteriormente rafforzata dopo l’undici settembre, attraverso una critica sempre più dura alle teorie ed alla prassi della corrente jihadista e di al Qaida. Non a caso l’ultimo discorso dello stesso al Zarqawi, prima di essere ucciso in un bombardamento Usa, fu una vera e propria requisitoria contro il “Partito di Dio”, tacciato d’impedire ai militanti jihadisti di oltrepassare il confine per attaccare Israele e – con una singolare eco alle accuse mosse dagli Stati Uniti – di rappresentare “uno stato nello stato”, che andrebbe al più presto “disarmato”.

In questi ultimi anni la resistenza islamica libanese ha continuato, da una parte, a portare avanti la lotta sia per la liberazione delle fattorie di Sheba ancora occupate da Israele – un’enclave, alle pendici del monte Hermon, strategica non solo per la sua posizione, là dove si toccano i confini tra Siria, Libano e Israele, ma anche per le risorse idriche, prime fra tutte le sorgenti del Wazzani – sia per la difesa del confine dalle violazioni israeliane della sovranità libanese, nonché per ottenere la scarcerazione dei detenuti nelle prigioni israeliane. Dall’altra parte, invece, essa ha puntato su una politica interna di natura moderatosocialdemocratica, culminata con l’ingresso al governo, nel 2005, di due ministri, e perfezionata con la costruzione di una sorta di “Partito dei sindaci” dalla buona amministrazione, ed in nuove, inedite alleanze con vari movimenti “nazionali” cristiano-maroniti, in particolare con quello “patriottico” del generale Michel Aoun. In tal modo possiamo affermare che gli Hizbollah abbiano accentuato progressivamente il loro carattere di movimento “nazionale”, definendosi agli antipodi di quello jihadista internazionale di al Qaida. Una svolta, questa, operata anche dal gruppo di resistenza islamica palestinese Hamas, per merito del leader tetraplegico dell’organizzazione, lo sheik Yassin che, poche settimane prima di venire ucciso da un ordigno israeliano, il 22 marzo del 2004, ordinava: precedenza della politica sulla lotta armata, sospensione degli attacchi in Israele, divisione del potere con l’Anp e partecipazione alle elezioni. Analoga anche l’evoluzione di parte della resistenza irachena, quella “patriottica”, impegnata su due fronti: la lotta all’occupazione americana e al governo fantoccio filo-iraniano, e lo scontro – politico ma anche militare – con le fazioni jihadiste vicine ad al Qaida. E’ di queste settimane la denuncia – ignorata da gran parte dei media – dei metodi e delle azioni del gruppo di al Zarqawi da parte di sei organizzazioni armate della resistenza irachena. Le stesse che – di concerto ai candidati delle liste elettorali sunnite – hanno imposto ad al Qaida, nel corso delle ultime elezioni in Iraq, una rispettabilissima tregua.

Certamente questi cambiamenti dei movimenti islamo-nazionalisti non sono privi di contraddizioni, ma sembra proprio che il loro essere, da una parte, baluardo contro al Qaida e, dall’altra, avversari di una pax israelo-americana, ne stia facendo i protagonisti della scena mediorientale come importanti interlocutori di chi vuole battere i fautori dello “scontro tra civiltà”.

Purtroppo le possibilità di una trattativa per sciogliere il contenzioso legato alle occupazioni israeliane di territori arabi, apertasi con il rafforzarsi di queste correnti islamonazionali e con la loro accettazione di una possibile soluzione diplomatica, è stata respinta da Israele e dagli Usa (con il silenzio dell’Europa) che hanno, invece, puntato sul rifiuto di qualsiasi accordo con le controparti palestinese, libanese e siriana e tentato di imporre una “normalizzazione” dei confini di Israele, senza un ritiro dello stesso entro i limiti del 1967. Ci troviamo in presenza del tentativo israeliano d’imporre con la forza l’annessione di oltre il 60% dei territori invasi palestinesi, compresa Gerusalemme est, le fattorie di Sheba libanesi e il Golan siriano, concentrando la popolazione palestinese all’interno di vere e proprie “riserve indiane” a cielo aperto, come la striscia di Gaza e le varie enclavi che il muro dell’apartheid sta ritagliando all’interno della West Bank. Per realizzare questo obiettivo Stati Uniti ed Israele hanno cercato di schiacciare, assimilandoli al fenomeno terroristico, tutti i movimenti di resistenza islamo- nazionali o laici che si oppongono alla definitiva annessione dei territori presidiati. Così ne sono derivati: la rioccupazione di una parte di Gaza e le stragi quotidiane che vi si consumano, l’accelerata colonizzazione della West Bank, il rifiuto a trattare con il legittimo governo palestinese di Hamas, il taglio di tutti gli aiuti alla popolazione palestinese colpevole di non aver votato come avrebbero voluto Usa e Ue, lo stratagemma di creare in Libano un governo filo-Usa-Francia-Arabia Saudita pronto a isolare e a disarmare la resistenza degli Hizbollah – preludio di un trattato di pace separato con Israele – e ancora, l’assedio alla Siria, le minacce all’Iran e infine, visto il fallimento di questa tattica – anche grazie al disastroso andamento della guerra in Afghanistan e in Iraq e all’impossibilità per i regimi arabi moderati d’appoggiare Usa e Israele — il tentativo mal riuscito di distruggere gli i Hizbollah, nella guerra del luglioagosto 2006 dove, per la prima volta, ha trionfato un’entità non statale araba. Ciò ha fatto sì che, da un lato, gli Usa stiano cercando di coinvolgere nella loro politica anche attraverso l’invio di forze multinazionali (l’Unifil II) con il compito di impedire ogni attività della resistenza nel sud del Libano mentre, dall’altro, ha portato ad un ulteriore rafforzamento e successo degli Hizbollah. Questi ultimi, nelle recenti settimane, hanno conferito nuova linfa alla loro politica “nazionale”, sia nei confronti di Israele sia a livello interno, con lo sforzo di creare un fronte di opposizione all’asse Hariri-Jumblatt-destre maronite (sostenuto da Usa, Francia e Arabia Saudita), alleandosi con il generale maronita “patriottico” Michel Aoun, i sunniti “nazionali” di Sidone, quelli filo-siriani di Tripoli, i cristiani maroniti di Franjie, il Partito comunista ed, infine, i laici indipendenti come Selim el Hoss. Il tutto in vista di un cambio di governo, di future nuove elezioni e, soprattutto, di possibili ingerenze dell’amministrazione Bush che, prima di uscire di scena, potrebbe imporre sul paese una sorta di mandato coloniale, al fine d’isolare la resistenza libanese e palestinese per deragliare i negoziati sul ritiro dalle fattorie di Sheba dal binario palestinese e siriano, destabilizzando anche la Siria e l’Iran. Una scommessa difficile quella degli Hizbollah che, rappresentanti del nuovo, interconfessionale fronte di opposizione e di governo, cercano di tenere il Libano fuori dagli effetti catastrofici della “distruzione creativa” portata avanti dagli Usa in Iraq, ed ora a rischio di espandersi sia nel loro paese attraverso una “cantonizzazione confessionale”, che in Siria, tramite la nascita di mini-stati religiosi in perenne lotta fra loro. Una prospettiva pericolosissima non solo per il Medioriente ma altresì per quei paesi che si affacciano sul Mediterraneo, interessati ad una soluzione negoziata del conflitto arabo-palestinese e, soprattutto, israelo-palestinese, nonché alla difesa dell’esistenza di stati multiconfessionali e multi-etnici.E, se mai sarà raggiunta una sponda di dialogo dall’altra parte del Mediterraneo e verranno compiuti passi avanti verso la pace concordata del conflitto israelo-palestinese, allora gli Hizbollah e gli altri movimenti islamo- nazionali riusciranno a perfezionare il loro carattere “nazionale”, sino a realizzare l’integrazione completa nel sistema politico dei rispettivi paesi.