Iraq: voci dall’orlo dell’abisso

Rare se non del tutto inesistenti sono le voci irachene, sia dei responsabili politici, sia di semplici cittadini, che si possano ascoltare in Italia. Come con i serbi al tempo dei bombardamenti, le vittime non devono essere né viste, né udite. Potrebbero provocare qualche perplessità, se non qualche soprassalto di coscienza (mai scorta un’immagine sulle distruzioni e sui morti delle ininterrotte incursioni anglo-americane?) E non fu la direttrice allora del TG3, Lucia Annunziata, a intimarmi per il mio reportage dall’Iraq, di non fare assolutamente vedere bambini ammalati o soggetti sofferenti a causa di embargo, uranio o bombe, “per non criminalizzare l’Occidente e fare un favore a quel farabutto di Saddam”?
Ci pare perciò una necessaria riparazione, agli iracheni e all’opinione pubblica italiana, far parlare alcuni dei protagonisti della vita politica e della resistenza irachena.

Tariq Aziz, vicecapo del governo e da vent’anni numero due del potere.

Il vostro parlamento ha respinto la risoluzione USA all’ONU, nonostante Russia, Francia e Cina vi abbiano assicurato circa un’intesa implicita che un attacco potrà verificarsi solo dopo un’altra decisione del Consiglio di Sicurezza. Poi il Consiglio di comando della Rivoluzione l’ha accettata.

La nostra decisione di accettare il ritorno degli ispettori, anche a costo di condizioni scandalosamente vessatorie e illegali (le scorte armate, lo spadroneggiamento in tutto l’Iraq, il trasporto fuori dall’Iraq dei testimoni e delle loro famiglie, chiaramente a fini di ricatto, e altre) è stata sollecitata da due elementi: la necessità di non imporre al nostro provatissimo popolo ulteriori sofferenze, e le sollecitazioni che ci venivano dai paesi arabi, i quali ci chiedevano di evitare un confronto e, con esso, un’inevitabile catastrofe in tutta la regione.

E, accettando queste condizioni, pensate davvero di poter sventare, o almeno ritardare, l’attacco USA?

Non siamo noi a poter decidere i tempi e modi dell’attacco. Sappia-mo solo che le minacce USA vanno prese sul serio, che Washington e Israele puntano in tempi brevi al controllo militare – e dunque politico, economico, sociale e culturale – di tutto l’arco del petrolio mediorientale ed asiatico, dall’Algeria al Caspio. Hanno già definito i propri piani: rimuovere con l’aggressione militare, quando non saranno possibili colpi di Stato, molti dei governi dell’area, per sostituirli con giunte militari che obbediscano ai loro ordini, cedano il proprio petrolio solo alle multinazionali angloamericane e adottino il tipo di modello sociale e di “democrazia” congeniale agli USA. Quello di Pinochet.
Noi stiamo preparando, per quanto possibile nella situazione, le nostre difese. Nel frattempo, oltre ad agevolare incondizionatamente gli ispettori, faremo tutto il possibile, a livello politico e diplomatico, per evitare l’aggressione. In questo senso, ci aiutano moltissimo le grandi manifestazioni di solidarietà e per la pace che si succedono negli stessi Stati Uniti, in Europa e nel mondo arabo.
Sempre più americani ed europei si stanno rendendo conto che una guerra contro l’Iraq è anche una guerra contro i lavoratori dei loro paesi. Sono loro che la pagheranno in termini economici e di diritti civili.
Comunque, a me pare che ci sia una bella differenza tra le intenzioni degli USA e la posizione assunta dal Consiglio di Sicurezza. Gli americani sanno benissimo che non abbiamo armi di distruzione di massa. Gli altri paesi vogliono semplicemente la verifica che non nascondiamo nulla.
Gli USA hanno tentato di sequestrare l’intero CdS, ma ho la sensazione che non ci siano riusciti e che il loro attacco non passerà tanto facilmente.

Bush ha formulato la nuova teoria della guerra preventiva, da porre in atto non appena gli USA lo ritengano necessario. Non le sembra contrario a quanto stabilito nello statuto e nelle norme dell’ONU?

Certo. Ma questa politica sta incontrando forti resistenze in tutto il mondo, perfino tra gli alleati degli USA. In Europa, per esempio, i governi sono o apertamente contrari o in forte disagio. Sono segni di una profonda crisi dell’unilateralismo imperialista americano che un’aggressione farà esplodere. Il Medioriente non sarà più lo stesso, ma non nel senso desiderato da USA e Israele.

Saranno onesti e imparziali gli ispettori ora sul campo?

Non lo so. In passato, come hanno ammesso gli stessi capi degli ispettori Unscom, ispettori e ispezioni furono manipolati dagli USA e da Israele per i propri scopi aggressivi. Noi stiamo attuando la più totale collaborazione, sempre che non tornino a fare le spie e i provocatori. I segnali non sono buoni, gli USA sembrano decisi a trovare un pretesto per attaccarci.

Quindi gli USA attaccheranno lo stesso, a dispetto delle ispezioni e risoluzioni?

C’è da aspettarselo. Avrà notato che Bush insiste a indicare obiettivi che non sono contenuti nella risoluzione, come il cambio del nostro governo. Un simile cambio esige l’aggressione e l’occupazione dell’Iraq. E dunque un pretesto. Molto prima che gli ispettori venissero ritirati dagli USA era già stato accertato fino in fondo che non esistevano più armi di distruzione di massa e che tutti gli impianti erano stati distrutti o posti sotto costante monitoraggio. Lei stesso ha potuto constatare come nei siti di fabbricazione di presunte armi non ci fossero che macerie, o produzioni del tutto innocue.

Cosa succederà se gli USA vi attaccheranno?

Ovviamente non pensiamo di poter sconfiggere la potenza militare americana. Ma ci difenderemo, combatteremo sul nostro suolo, che conosciamo a perfezione, e con un popolo interamente schierato con noi nella difesa della sua patria, come dei palestinesi e degli arabi tutti.

Pensa che riuscirete a coinvolgere altri paesi in questa guerra?

Se qualche governo o popolo vorrà sostenerci ne saremo felici. Ma non tenteremo di far entrare altri paesi dell’area in questo conflitto. Le sue ripercussioni nella regione saranno automatiche e inevitabili, anche perché gli USA estendono le loro mire a Iran, Siria, Yemen, Arabia Saudita, Libia e altri Stati. Non credo che il mondo resterà indifferente a lungo al martirio di palestinesi e iracheni.

E se Israele dovesse partecipare all’aggressione, come ha minacciato?

Non abbiamo i mezzi per attaccare Israele, come ho ripetuto molte volte. Quando nel 1991 avevamo tali mezzi, io stesso dichiarai a Ginevra che certamente sì, avremmo attaccato Israele se fossimo stati aggrediti. Allora avevamo missili a lunga gittata che ora non possediamo più.

Come vede il futuro del suo paese?

Se ci lasciano in pace e toglieranno finalmente l’embargo, l’Iraq tornerà, non in anni, ma in mesi, sul cammino dello sviluppo e dell’equità sociale. L’Iraq è un paese ricco, può essere un paese felice e può assicurare le migliori condizioni di vita al suo popolo, aiutando anche gli altri paesi arabi e del Terzo Mondo, come in passato. Gli iracheni ricordano bene come stavano prima dell’aggressione e non gli è difficile fare un confronto con le condizioni di vita dei loro vicini governati da fantocci americani. Questa è la base del consenso per il governo.

Per ora non c’è pace né per gli arabi, né per gli iracheni.

Né per il mondo. La pace non è un concetto presente nelle menti di Bush e Sharon. Non ci credono. Non la vogliono. Credono nella paura, nel terrorismo, nell’aggressione. Usano la loro potenza militare per soggiogare e distruggere paesi e ogni ordinamento giuridico. Sono cose orrende, al di là di ogni immaginazione. E questo ci impone di difenderci. Lo faremo con coraggio ed efficienza. Abbiamo sette milioni di cittadini con l’arma in casa. Alla fine gli USA falliranno. L’Iraq sente su di sé una responsabilità per tutto il genere umano.

Huda Ammash, biologa, membro della segreteria del Partito Baath.

Che ne pensa dei nuovi ispettori?

Mi posso solo augurare che resistano alle pressioni americane. In passato hanno spiato, provocato ininterrottamente, mentito. Forse non si affretteranno troppo a trovare un falso pretesto per scatenare l’aggressione. C’è l’opposizione di tanta parte del mondo e ci sono i loro stipendi fuori sede, da mille a 3mila dollari al giorno. Per parte nostra avevamo già adempiuto a tutte le condizioni precedenti, sia per la fine dell’embargo, sia per l’accusa di avere armi di distruzione di massa. Avevamo osservato tutti i punti delle risoluzioni, riconosciuto il Kuwait, ridisegnato i confini, pagato i danni e completato il disarmo. Avevamo cooperato in tutto e per tutto. E avevamo pagato con un milione e mezzo di morti. Tocca a noi chiedere al Consiglio di Sicurezza di far rispettare le sue risoluzioni, come quella sulla fine dell’embargo e l’altra su una regione libera da armi di distruzione di massa. E questo riguarda anche Israele e Turchia.

Vi si accusa di mancanza di democrazia.

Democrazia di tipo occidentale, come quella americana che tiene sotto il livello di povertà 40 milioni di cittadini, discrimina le minoranze, perseguita gli oppositori, trucca le elezioni presidenziali e annega nella corruzione? Fuori da questo paese si ignorano fatti fondamentali e qui sta anche un nostro difetto di comunicazione. Intanto, come potremmo avere una democrazia compiuta quando da vent’anni siamo sotto attacco, con etnie sobillate contro di noi, con complotti e piani per colpi di Stato, sotto un embargo del quale vogliono approfittarsi gli speculatori? In Iraq ci sono centodieci organizzazioni che rappresentano gli interessi di quella che voi chiamate “società civile” e li difendono autorevolmente. Per legge bastano 20 persone per chiedere al Ministero degli Interni, dell’Istruzione, della Ricerca di costituirsi in associazioni indipendenti. Sono assicurate libertà di riunione, di espressione sui media, si autofinanziano con i tesseramenti e, se lo richiedono, possono ottenere aiuti statali.
Nel Partito e nelle istituzioni nessuno viene nominato, tutti sono eletti. Le nomine finirono dopo la guerra Iraq-Iran, come richiesto dallo Statuto del Partito Baath che vanta 2 milioni di iscritti su 22 milioni di abitanti. E non è un partito di milionari o di èlite. È un partito di studenti, lavoratori, operai, agricoltori. Abbiamo 25 quotidiani indipendenti. Per esempio, sull’accettazione o meno della risoluzione ONU si sviluppò un dibattito accesissimo, con vari interventi nettamente contrari alla decisione finale. Con questo non dico che siamo già soddisfatti della nostra democrazia. La vorremmo più ampia. Ma ci troviamo in una condizione di assoluta emergenza imposta dagli USA. Se davvero gli occidentali ci volessero normali, ci lascerebbero vivere normalmente.

Come vede il futuro?

Abbiamo 6000 anni di storia e civiltà e ciò ci da forza. Le radici sono profonde, regalano tenacia, sopportazione, resistenza. Sono 6000 anni di unità e di creatività il cui effetto si è visto in questi 12 anni nei quali all’embargo e ai bombardamenti abbiamo reagito con innovazioni e progressi tecnologici, per quanto possibile, per affrontare almeno i problemi quotidiani della gente. Gli ingegneri iracheni, i medici, gli scienziati, gli insegnanti, gli artisti hanno saputo reagire e tenerci in piedi. Gli italiani, i lavoratori che hanno sconfitto il nazismo, tutto il vostro che è un paese di grande cultura dovrebbero capirci meglio di tutti. 4000 anni fa inventammo la ruota. Oggi tutta la tecnologia è basata sulla ruota. Abbiamo per primi formulato il diritto, quel diritto che gli USA stanno disintegrando. Abbiamo inventato la scrittura e aperto la prima biblioteca pubblica del mondo. Forse abbiamo un credito con l’umanità. Forse per questo la barbarie ci vuole cancellare. Ma abbiamo anche un debito. Con noi stessi e con i popoli oppressi.

Anise Tawfiq, dirigente della Federazione Generale delle donne irachene.

Le donne in Iraq avevano conosciuto un grande processo di emancipazione negli anni dalla rivoluzione. Oggi le loro condizioni sono le peggiori di tutte.

La donne si devono sobbarcare il peso massimo della situazione. Con il 90% della forza lavoro privata e il 60% di quella pubblica disoccupata, cade su di loro il peso di far andare avanti la famiglia, la società. Se hanno un lavoro, devono cercarsene un altro per sostenere il costo della vita e in più risolvere i sempre più pesanti problemi domestici. Ci sono professoresse che vanno a fare le pulizie, o a guidare un autobus. Sono di molto calate le nascite, un tempo numerose in ogni famiglia. È precipitata la fertilità di uomini e donne. Gli aborti sono quintuplicati. Non si possono nutrire tanti figli e le scuole rimaste in piedi scoppiano. C’è poi il dramma terribile dell’uranio che colpisce soprattutto le popolazioni del sud. Un’intera generazione è stata devastata e minata alla base. Ogni minuto in Iraq muore un bambino per colpa dell’embargo o dell’uranio. Non pare all’Occidente che l’Iraq abbia già dato, qualunque siano le sue “colpe”?

A giudicare dai veli nelle strade e dai toni del regime, c’è in questo paese, già il più laico della regione, un forte ritorno alla religiosità islamica. Che effetti ha avuto questo processo sul ruolo reciproco di uomini e donne?

Per legge siamo su un piano di assoluta parità nel lavoro, nel salario, nello studio, nella politica e in famiglia. Siamo presenti a tutti i livelli in tutte le professioni. Nel settore tecnologico avanzato siamo le più numerose. Nella forza lavoro siamo il 60%. E cerchiamo di mantenere, nonostante le terribili difficoltà, gli standard sociali conquistati. Una gestante va in licenza maternità 21 giorni prima del parto, fino a 51 giorni dopo. Le spettano sei mesi a salario pieno se allatta e se il bambino richiede cure, come oggi succede sempre più spesso, la licenza si estende ad altri sei mesi a metà stipendio. Successivamente si possono avere fino a due anni senza paga ma col diritto al rientro.
E anche la religione islamica, quella vera, impone il dovere del rispetto reciproco tra donna e uomo. Le decisioni vanno prese insieme.
Quanto all’influenza di un presunto integralismo islamico, quello non è mai stato di casa da noi. Bisogna vedere come si interpreta la religione e a questo proposito le diffamazioni esterne si sprecano. Abbiamo più donne velate di un tempo, è vero. Nella disperazione ci si rivolge ad Allah e ai suoi rappresentanti. Ma il modo di vestirsi è differenziato da sempre tra le varie regioni irachene e nessuno viene costretto a portare il velo o a non portarlo. Credo sia difficile trovare un altro paese altrettanto rispettoso delle varie tradizioni che ospita. Lo chieda ai cristiani di qui, e poi lo chieda ai cristiani e ai musulmani di Palestina.