Iraq: una resistenza nazionale

*Giornalista, esperto di questioni del Medio Oriente

A più di dieci mesi dall’inizio dell’invasione dell’Iraq, l’Amministrazione Bush si trova impantanata in quel Paese in una situazione disastrosa, dalla quale non riesce a trovare una via di uscita; e le sue difficoltà sono destinate ad aggravarsi con la possibile, anzi probabile, saldatura – almeno sul terreno oggettivo – tra la resistenza armata, che non è stata affatto indebolita dalla cattura di Saddam Hussein, e la crescente ribellione contro il dominio anglo-Usa della componente maggioritaria, fino a ieri “moderata”, della comunità sciita. Il piano americano per la cosiddetta transizione dei poteri entro giugno a un governo iracheno, che per le procedure di nomina previste sarebbe non meno fantoccio di quello “provvisorio” oggi in carica, è di fatto già saltato sotto la pressione della piazza sciita, e il presidente Bush e il proconsole Bremer sono stati costretti ad ammettere la necessità di “modificarlo”. Per questo gli Stati Uniti tornano a cercare l’aiuto, anzi il soccorso, dei Paesi alleati ed “amici” (o ex-alleati ed ex-amici) oltre che delle stesse Nazioni Unite, cercando in realtà soltanto carne da cannone destinata a morire al posto dei marines e una “copertura” che mascheri verso l’esterno il prolungamento dell’occupazione, senza cedere minimamente né sul controllo politico e strategico dell’Iraq, né sullo sfruttamento a proprio profitto delle sue risorse, petrolifere e non. Tutto ciò è aggravato dal fatto che anche nel vicino Afghanistan, a oltre due anni dall’attacco del 7 ottobre 2001, la situazione è tutt’altro che “normalizzata” e la guerra di fatto continua; tanto è vero che, nonostante i trionfalismi mediatici sull’approvazione da parte della Loya Jirga della nuova Costituzione, il presidente Karzai governa ancora oggi solo sulla carta (e di fatto solo su Kabul), nonostante la massiccia e diretta “protezione” americana. Certo la guerriglia afghana (anche per il ruolo dei “signori della guerra”) è per taglio ed ampiezza diversa da quella irachena, così come il regime dei Talebani non era assimilabile al regime del Baas di Saddam, pur con tutti i suoi limiti e le sue colpe. Quando si scriveva un anno fa, alla vigilia della guerra, che l’Iraq non è l’Afghanistan, si intendeva proprio questo, si faceva cioè riferimento a una realtà politica, storica, geografica ed anche umana diversamente complessa e articolata, che avrebbe reso – e in effetti ha reso – la guerra contro l’Iraq assai più difficile e costosa, in termini sia militari che politici, della guerra contro l’Afghanistan. Il che trova conferma appunto nello sviluppo e nella incidenza della resistenza ed anche nella sua struttura articolata e composita, che non è limitata ai sostenitori del deposto regime baasista, e proprio da questo trae la sua forza e, se così possiamo dire, la sua indiscutibile legittimazione. Il primo elemento da sottolineare quando si parla della resistenza è che essa non è affatto circoscritta – come vorrebbero i media filo-americani – al famoso triangolo sunnita con perno tra Baghdad e Tikrit, che è la naturale roccaforte dei gruppi che si richiamano al regime di Saddam; l’attività della resistenza investe l’intero territorio nazionale, da Mosul e Kirkuk nel nord a maggioranza kurda fino a Nassiriya, Karbala e Bassora nel sud sciita. Un fenomeno dunque veramente “nazionale” e non solo nel senso geografico del termine, con buona pace di chi continua a presentare strumentalmente l’Iraq come la somma artificiale di diverse “zone etnico-religiose” ignorando la realtà di una “identità irachena”, e di un conseguente senso di appartenenza, le cui radici risalgono alcuni millenni indietro, quanto meno all’epoca dei Sumeri, e che si è consolidata dopo l’indipendenza perfino nel periodo monarchico, di soggezione all’influenza britannica, ma soprattutto dopo la rivoluzione repubblicana del 1958. Non a caso tutta l’azione del proconsole Bremer è volta proprio a tentar di scardinare l’unità dell’Iraq promuovendo un processo di “libanizzazione”, evidente fin dall’inizio nei criteri di contrappeso etnico e religioso con cui è stato formato il governo provvisorio fantoccio. Per contro, proprio l’ampiezza e l’articolazione della resistenza concorrono nel condannare al fallimento queste manovre e questi tentativi; e questo nonostante qualche elemento di ambiguità, o piuttosto di ambivalenza, che si può riscontrare nell’atteggiamento della leadership sciita, soprattutto quella della componente maggioritaria dello Sciri (Consiglio supremo della rivoluzione islamica in Iraq), che finora aveva mantenuto una posizione oscillante fra la resistenza passiva e la collaborazione critica. Anche qui tuttavia i margini si stanno rapidamente consumando. Il rifiuto americano di consentire al più presto elezioni regolari e la pretesa di insediare entro giugno un’Assemblea provvisoria e un governo nominati e controllati dalle forze di occupazione, stanno portando l’insieme degli sciiti verso il passaggio alla resistenza di massa (sciopero generale), cui potrebbe seguire la presa delle armi; tenendo conto che sia lo Sciri sia la frazione più intransigente che fa capo a Muqtada Sadr (che già si oppone frontalmente all’occupazione) dispongono di milizie armate, alla luce del sole. Alla resistenza armata già attiva concorrono, oltre alle formazioni dei seguaci o eredi del Baas di Saddam, alcuni gruppi di orientamento islamico – non necessariamente integralisti, e sia sunniti che sciiti – e numerose forze di orientamento nazionalista (nel senso nasseriano del termine), laiche e di sinistra, inclusi l’ala filo-siriana del Baas e un settore del Partito comunista iracheno che ha contestato la scelta del segretario generale di entrare nel cosiddetto “consiglio di governo provvisorio” come esponente sciita, mentre un’altra frazione comunista si oppone all’occupazione ma non condivide il ricorso alle armi. Si tratta anche di forze che fino a un anno fa erano all’opposizione contro Saddam, spesso duramente perseguitate, ma che sono altrettanto decise nell’opporsi con ogni mezzo a una dominazione coloniale imposta dagli Stati Uniti. Non è dunque errato affermare che la lotta contro l’occupazione – che coinvolge necessariamente e legittimamente nei suoi attacchi i contingenti di altri Paesi, come l’Italia, operanti per conto e agli ordini degli anglo-americani – è condotta, direttamente o in modo indiretto, dall’insieme del popolo iracheno. La presenza sul territorio di piccoli gruppi (come Ansar el Islam) o di singoli elementi riconducibili ad Al Qaeda non consente in alcun modo di etichettare la resistenza come un fenomeno di terrorismo, tanto meno pilotato “dall’esterno”. Ciò dimostra fra l’altro quanto sia sbagliato parlare – come è accaduto nel dibattito in corso all’interno di Rifondazione comunista – di una perversa “spirale tra guerra e terrorismo”: la vera spirale è tra guerra e resistenza, o piuttosto tra imperialismo e resistenza, essendo oggi la guerra lo strumento essenziale di dominio dell’imperialismo; altrimenti dovremmo considerare terrorismo ogni altra lotta di popolo, inclusa quella del popolo palestinese. Il terrorismo certo esiste, ma esiste su entrambi i versanti: con la differenza che nelle lotte di resistenza è una componente occasionale e marginale, o piuttosto una deviazione, mentre sul versante dell’imperialismo è del tutto intrinseco alla sua stessa natura. La guerra – e soprattutto la guerra nella sua versione moderna ipertecnologica – è terrorismo al massimo livello, lo è la guerra di Bush in Iraq come lo è la guerra di Sharon in Palestina. Contro questo terrorismo i popoli hanno il pieno diritto di resistere con ogni mezzo, diritto inequivocabilmente sancito dalla Carta delle Nazioni Unite e che non può essere contestato, criticato o limitato assumendo come un valore assoluto il principio della non-violenza, valido (forse) in altri luoghi e in altri tempi ma privo di senso (oltre che di efficacia) in una realtà come quella irachena, e non solo.