Iraq, Medio Oriente e imperialismo Usa

Saranno gli Stati Uniti i promotori della generale democratizzazione nel Sud del mondo, del mondo arabo e dell’Iraq in particolare?
L’occupazione dell’Iraq faceva sin dall’inizio parte dei piani americani di controllo militare del pianeta. Il blocco inflittogli per tredici anni ha preparato la facile invasione di un paese all’ultimo respiro. Perché la presenza di armi di distruzione di massa non è stata che una deliberata menzogna, di cui del resto non parla più nessuno.
Con l’istallazione a Bagdad di un governo che raggruppa personalità di ogni apparente obbedienza (borghesi, islamici e pure comunisti – solo il partito Baas rimane escluso), e dopo la cattura di Sad­dam Hussein, gli Stati Uniti pretendono di promuovere in Iraq una democrazia che dovrebbe diventare un modello per gli altri paesi della regione.
La domanda che ci si deve porre è questa: il progetto degli Stati Uniti per l’intero pianeta è compatibile con la democrazia? La risposta che mi sono dato è negativa. Perché di fatto l’unico obiettivo della strategia di Washington è quello d’imporre un tributo al mondo intero, grazie al controllo militare del pianeta, che vada a rimpiazzare il flusso di capitali che ha coperto sinora “spontaneamente” il deficit americano.
Essendo la permanenza di questo flusso ormai minacciata, la questione denuncia la vulnerabilità della società statunitense, incapace di mantenere con la sua capacità produttiva il proprio eccessivo livello di consumo.
Tale progetto implica la sottomissione dell’insieme del Sud del mondo al selvaggio diktat imperialista di Washington, il sistematico smantellamento di ogni capacità di resistenza economica (la distruzione delle infrastrutture industriali, scientifiche e sociali, ricorrendo se occorre alla guerra), politica (con l’insediamento di regimi di lacché, che annichiliscono per ciò stesso qualsiasi prospettiva democratica), e evidentemente militare.
In Iraq l’obiettivo di Washington non è altro che quello del brutale saccheggio delle risorse petrolifere del paese.
E perché ciò sia reso possibile, occorre smantellare qualsiasi capacità industriale e scientifica relativamente sviluppata in questo paese, capacità che ne facevano un candidato a divenire un attore attivo nella costruzione dell’ordine regionale. Saddam Hussein stesso è diventato il nemico da abbattere il giorno in cui ha pensato di vendere il suo petrolio in euro invece che in dollari. L’Iraq è ormai minacciato da un’incredibile regressione, incompatibile evidentemente con qualsiasi prospettiva della propria democratizzazione.
Si potrebbe tuttavia immaginare che gli Stati Uniti rinuncino al loro smisurato e criminale progetto globale a beneficio di una gestione condivisa di quel che ho chiamato l’imperialismo collettivo della triade? Questa eventualità non modificherebbe di molto le cose per quel che riguarda il Sud in generale e l’Iraq in particolare.
L’unica alternativa a questo (o questi?) modello “d’apartheid su scala mondiale” implica l’accettazione del principio della ricostruzione di un sistema mondiale multipolare, e, in questo quadro, della messa in opera di sistemi di regolazione che aprano degli spazi sulla via del progresso sociale e della democrazia, indissociabilmente.
Ma, anche a supporre che ci si impegni in questa direzione, le società arabe in generale, e la società irachena in particolare, sapranno democratizzandosi da se stesse?

I paesi arabi e l’Iraq sono in grado d’innescare la loro democratizzazione?

La risposta che ho dato a questa domanda (cf, S. Amin e Ali El Kenz, Le monde arabe, pp. 6-12) è misurata. Sino ad oggi la cultura politica araba non è ancora uscita da ciò che ho chiamato il “sistema mammalucco”. L’Iraq non fa eccezione.
In queste condizione, ciò che l’Iraq ha conosciuto di “migliore”– come altri paesi del Sud – non ha superato i limiti di ciò che potremmo qualificare come “dispotismo illuminato”, in analogia con l’Europa del XVIII secolo: modernizzazione, laicizzazione e progresso dei diritti delle donne, industrializzazione, educazione, sanità. I partiti Baas in Siria e in Iraq, il kemalismo in Turchia, il nasserismo, e pure il regime qualificato come “comunista” in Afghanistan appartengono a questa medesima famiglia.
Il “dispotismo illuminato” avrebbe potuto aprire la via ad una evoluzione democratica? Gli esempi della Corea del Sud e di Taïwan suggerirebbero una risposta positiva. Osserviamo tuttavia che in questi due casi gli Stati Uniti hanno sostenuto attivamente, per motivi geostrategici, lo sviluppo economico e sociale voluto dai regimi in carica. Ma altrove Washington e l’insieme delle potenze della triade hanno combattuto con forza contro il medesimo progetto. Questo fatto dimostra che il capitalismo mondializzato realmente esistente non può prendere in considerazione lo “sviluppo” dei paesi del Sud, la loro modernizzazione, la loro efficace industrializzazione, la loro eventuale democratizzazione, perché tale sviluppo annullerebbe i vantaggi di cui i centri sono i beneficiari nel sistema, imperialista per natura.
L’Iraq è una delle maggiori vittime di questa logica imperialista. La deriva del regime – fino ad essere sanguinario – è stata aggravata dalle illusioni di Saddam Hussein, il quale ha creduto che il suo paese avrebbe potuto guadagnare l’amicizia degli Stati Uniti “lavorando” per loro e impegnandosi nella guerra contro l’Iran, all’epoca il nemico numero uno per l’establishment americano. Saddam ha ricevuto allora ben più che promesse, con le armi fornite dagli Stati Uniti (specialmente chimiche)e mezzi finanziari (forniti dall’alleato saudita di Washington).

L’imbroglio iracheno

A dispetto dei “successi” proclamati dall’apparato propagandistico americano (e la cattura di Saddam Hussein è uno di questi), gli Stati Uniti si sono impantanati in una occupazione che non verrà mai accettata dal popolo iracheno. Sin dal primo giorno di questa occupazione, la risposta si è manifestata con vigore.
La resistenza, che comprende tutti i segmenti dell’arco politico e ideologico del paese, andrà probabil-mente rafforzandosi a dispetto della repressione coloniale che si annuncia sempre più violenta. Di fatto la presenza di Saddam Hussein costituiva un’imbarazzante ipoteca per lo sviluppo della resistenza, finendo col nutrire il timore del ritorno di una dittatura aborrita dalla maggioranza. Il suo arresto allora costituisce sì una vittoria per Bush nella sua corsa verso la rielezione, ma non rappresenta una vittoria sul terreno politico iracheno.
Detto ciò, l’imbroglio politico iracheno rimane intatto. I media hanno preso l’abitudine di dare dell’Iraq l’immagine di un paese la cui vita politica si ridurrebbe al confrontarsi delle sue tre componenti (scita, sunnita e kurda).
L’autorità occupante stessa sembra esserne convinta, e crede di potere, su questa base, approfondire le divisioni interne del paese. Essa incoraggia visibilmente l’Islam politico (presso gli Sciti e pressi i Sunniti) per fare da contrappeso alle potenti correnti laiche presenti nella società, come pure spinge alcuni dirigenti kurdi a preparare la secessione. Senza dubbio l’occupante potrà forse registrare con i suoi mezzi qualche successo a breve termine, non fosse altro che perché, avendo la dittatura veramente liquidato tutte le organizzazioni politiche vive della storia moderna dell’Iraq (in particolare i comunisti), i ripiegamenti “comunitaristici” possono apparire per gli uni o per gli altri i soli mezzi d’affermazione possibili. Gli Stati Uniti, la cui stessa cultura politica è largamente fondata su i “comunitarismi”, lusingano questi ripiegamenti che fanno il loro gioco. D’altronde ovunque (lo si è ben visto in Yugoslavia) Washington ha dato la sua preferenza al sostegno di regimi “di etnocrazie”. Per ciò stesso la politica dell’occupante è divenuta il maggiore ostacolo alla democratizzazione dell’Iraq. Tale politica si congiunge allora a quella dell’alleato israeliano, che più di tutto teme un mondo reso più forte dalla democratizzazione e per ciò stesso capace di far rispettare i diritti dei palestinesi.
Senza dubbio l’unità dell’Iraq è stata all’origine imposta agli Sciti e ai Kurdi, a beneficio non dei Sunniti in generale, ma di una classe dirigente uscita da questo gruppo e costruita dai Britannici per insediare il regime monarchico reazionario del mandato. La deriva sanguinaria del regime di Saddam Hussein, soprattutto dopo la sua sconfitta nel 1991, è egualmente responsabile dello Stato attuale di divisione e di scompiglio fra gli iracheni.
Tuttavia i maggiori conflitti politici che hanno caratterizzato la storia moderna dell’Iraq sono stati di tutt’altra natura. I comunisti sono riusciti con successo a insediarsi fra gli uni e fra gli altri. Il partito Baas stesso ha trasgredito senza difficoltà lo spirito comunitaristico, che di solito si presenta come “viscerale”. I partiti democratici e socialisti kurdi sono stati dei partner al potere nei momenti migliori di questa storia (in governi all’epoca combattuti dalle potenze occidentali). I Kurdi dell’Iraq hanno beneficiato allora di uno statuto che essi non hanno mai ottenuto in Turchia, la quale tuttavia è incondizionatamente sostenuta dagli Stati Uniti e candidata ad entrare in Europa. E tutto questo dice perché tanto gli uni quanto gli altri hanno ancora un avvenire davanti ad essi (assimilare il partito Baas unicamente allo strumento che è diventato con la deriva del suo “capo” significherebbe commettere un grave errore).
Il regime uscito dalla rivoluzione del Luglio 1958 era riuscito a far trionfare un autentico fronte popolare nazionale. Il popolo iracheno e la sua resistenza sono in grado di fornirne nuovamente la prova oggi.