Iraq, l’ultimo azzardo di Bush e lo spettro della sconfitta

*Direzione Nazionale Prc

Con 132 soldati uccisi (127 dei quali americani), il mese di maggio è stato il peggiore per le truppe di occupazione dal gennaio 2005, il terzo più sanguinoso negli oltre quattro anni di guerra e occupazione. La causa di questo aumento delle perdite fra gli occupanti è la cosiddetta upsurge strategy, vale a dire l’ultima disperata scommessa lanciata da Bush pochi mesi fa, quando di fronte al quadro impietoso della gestione della guerra tracciato dall’ Iraq Study Group, presieduto dall’ex segretario di Stato James Baker, decise di aumentare il numero di truppe sul terreno e di tentare di vincere la “battaglia di Baghdad”. A quattro mesi di distanza la situazione è la seguente: gli Usa a Baghdad controllano, più o meno saldamente, 146 quartieri su 457; la media delle perdite giornaliere fra gli occupanti è salita a 3,48 contro le 2,39 della fase precedente. Gli attentati e gli attacchi nella “zona verde” dimostrano la fragilità dell’occupazione e l’inutilità del massiccio apparato difensivo nel momento in cui questo si trova privo di qualsiasi appoggio nel paese occupato. Al tempo stesso, l’esercito Usa è costretto a prolungare i turni di servizio in Iraq da 12 a 15 mesi, logorando truppe e materiali. La brutalità dell’occupazione avvelena e corrode il morale dei soldati Usa (che, è bene ricordarlo, nonostante non siano soldati di leva, sono comunque in gran parte reclutati fra gli strati più poveri della popolazione, giovani che speravano di pagarsi gli studi, immigrati in cerca di regolarizzazione…). Alla propaganda di guerra sono sempre in meno a credere, anche negli stessi Stati Uniti. Vista retrospettivamente, l’avventura irachena di Bush appare come una sequenza ininterrotta di errori di calcolo, imprevidenza, improvvisazione, il tutto nutrito di una solida ignoranza che ha circondato la cricca della Casa Bianca. Sbagliava e sbaglia, quindi, chi pensa che tutto ciò che avviene sia conforme a un “piano” accuratamente studiato e messo in pratica da un onnnipotente burattinaio imperialista. “Piani” ne sono stati fatti, certo, e molti; ma uno dopo l’altro sono drammaticamente falliti. Il presupposto iniziale della guerra era che gli Usa avrebbero potuto vincere una guerra-lampo tecnologica, occupare il paese e poi limitarsi a presidiarlo appoggiandosi su un’alleanza con gli sciiti e con i curdi. Secondo questa previsione, 60mila soldati in alcune grosse basi sarebbero stati sufficienti a garantire il controllo del paese; oggi sono oltre 150mila e devono uscire tutti i giorni a combattere, data la scarsa affidabilità delle truppe dell’esercito iracheno. Indubbiamente c’è stato e c’è un collaborazionismo di forze sciite, innanzitutto legate allo Sciri, partito sciita filoiraniano (che, guarda caso, proprio recentemente ha deciso di togliere l’aggettivo “rivoluzionario” dalla propria sigla), e alla famigerata Brigata Badr, anch’essa addestrata in passato dagli iraniani e in questi anni protagonista degli atti più efferati (torture, rapimenti, esecuzioni), spesso compiuti da suoi esponenti integrati nelle forze di polizia al servizio dell’occupante. Tuttavia questa collaborazione con gli sciiti ha provocato una catena di complicazioni non previste per gli americani. In primo luogo, rafforza l’influenza dell’Iran e questo, a sua volta, suscita preoccupazione e ostilità dei regimi arabi del Golfo, a partire dall’Arabia Saudita, tradizionali alleati degli Usa. In secondo luogo, il collaborazionismo divide la stessa comunità sciita. L’ascesa dell’Esercito del Mahdi di Moqtada al-Sadr dimostra come una larga parte della comunità sciita (che è al suo interno estremamente eterogenea, comprendendo sia i settori più ricchi che quelli più poveri della popolazione) non può e non vuole accettare di collaborare con chi, attraverso due guerre e dieci anni di embargo spietato, ha ridotto il paese a un cumulo di macerie insanguinate. Al di là dell’ambiguità politica del suo capo, capace di tenere un piede nel governo e uno nella guerriglia, il movimento di al-Sadr esprime chiaramente una frattura di classe; la sua base sociale è paragonabile a quella dell’Hezbollah libanese. Resisi conto delle complicazioni causate dalla loro precedente strategia, gli Usa (o almeno una parte dell’Amministrazione) hanno tentato di effettuare una svolta – caldeggiata anche dai sauditi – riaprendo le porte a parte delle organizzazioni sunnite, che ritengono essere la componente principale della resistenza armata. La manovra è rimasta tuttavia senza esito e questo sbandare da una parte all’altra non ha portato alcuna stabilizzazione; al contrario, non fa che gettare benzina sul fuoco dei conflitti intestini su base etnica e confessionale. Va tuttavia rilevato come, nonostante vi siano forze che hanno lavorato alla frantumazione dell’Iraq e a uno scenario di guerra civile di tipo jugoslavo o libanese, tale esito (che costituirebbe una catastrofe di dimensioni tali da fare impallidire tutti gli orrori fin qui vissuti nel conflitto iracheno) non è ancora inevitabile. Nonostante l’Iraq sia un paese composito, i cui confini vennero tracciati col righello dalle potenze imperialiste nella fase della disgregazione dell’impero turco, esiste nonostante tutto un sentimento nazionale che affonda le radici nella storia del paese, a partire dalla rivolta contro l’occupazione britannica negli anni ’20 del secolo scorso, che alimenta la lotta di oggi contro l’occupazione e che non accetta che il veleno dello scontro interconfessionale possa portare il paese all’autodistruzione. La raffigurazione del conflitto iracheno come fronte dello “scontro di civiltà” e come uno degli scacchieri della jihad internazionale non permette quindi una reale comprensione di quanto accade, che è innanzitutto riconducibile a una lotta di liberazione nazionale. Solo a partire da questo punto di vista è possibile comprendere anche le divisioni e i contrasti interni alle forze che combattono l’occupazione, divisioni acutamente analizzate anche in un articolo del mai abbastanza compianto Stefano Chiarini e pubblicato sullo scorso numero questa stessa rivista. Non è un caso, quindi, che forze della resistenza sunnita abbiano pubblicamente manifestato la loro rottura (politica e miltiare) con le cellule di al-Qaeda, dichiarando di non riconoscersi nei loro fini e metodi. D’altra parte, nonostante la propaganda americana, al-Qaeda non ha mai rappresentato la parte più significativa della resistenza e più di una volta la dinamica di attacchi indiscriminati e barbarici compiuti da cellule qaediste (vere o presunte…) contro gli sciiti ha fatto pensare a una collusione, per lo meno oggettiva, con gli interessi dell’occupante americano, quantomai ansioso di evitare ogni possibile unificazione dei diversi settori della resistenza. Un episodio significativo si è avuto quando in un quartiere di Baghdad gli americani hanno avviato la costruzione di un muro “per proteggere” un quartiere sunnita dagli attacchi; questo tentativo ha suscitato forti manifestazioni di protesta da parte di entrambe le comunità, sunnita e sciita, e non a caso anche al- Sadr ha fatto appello a lottare contro queste misure di libanizzazione della società irachena, a dimostrazione appunto del fatto che chi vorrebbe portare il conflitto fino alla conclusione estrema di una spartizione del paese su basi etnico-confessionali non ha ancora raggiunto il proprio obiettivo. Un altro settore che in Iraq ha dato un effettivo appoggio all’occupazione Usa sono stati i due partiti nazionalisti curdi, che hanno colto l’occasione per stabilire il proprio controllo nel nord del paese. Tuttavia anche qui si accumulano le contraddizioni. C’è innanzitutto il problema di Kirkuk, città etnicamente mista, rivendicata dai curdi ma che vede al suo interno forti componenti arabe e turcomanne, pronte ad osteggiare una soluzione che implica il rischio di una pulizia etnica. Ma la questione curda si complica soprattutto per le sue influenze in Turchia (dove vive la maggior parte dei curdi). La Turchia, potenza regionale e tradizionale alleato degli Usa, è oggi a sua volta destabilizzata da una crisi di regime che vede il tradizionale blocco di potere militare sulla difensiva di fronte al partito islamico moderato Akp, di fatto oggi più vicino gli Usa. Non è questa la sede per approfondire l’argomento; basti qui ricordare che la questione curda è da sempre considerata tabù dal vertice politico-militare dello Stato turco. Già nel 2003, al tempo dell’invasione dell’Iraq, la Turchia prese le distanze dagli Usa negando il passaggio alle truppe americane. Oggi il conflitto va oltre, con minacce esplicite dei generali turchi di avviare operazioni su vasta scala oltre il confine col Kurdistan iracheno (scaramucce ve ne sono già state numerose), inviando le proprie truppe a distruggere quelle che considerano le retrovie del Pkk. Gli americani stanno facendo di tutto per scongiurare questo ulteriore conflitto che li porrebbe in un contrasto di difficile soluzione con un alleato chiave della Nato. La questione della liberazione nazionale si pone quindi oggi in temini urgenti ma al tempo stesso complicati: la parola d’ordine dell’autodeterminazione può essere, a seconda del contesto, tanto una leva potente per la mobilitazione delle masse nella lotta per la loro emancipazione quanto un’arma nelle mani di quelle stesse potenze imperialiste che negano un futuro degno alla grande maggioranza del pianeta. La nostra bussola su questa come su ogni altra questione, deve essere fornita da un punto di vista di classe. Il peso della lotta per la liberazione ricade innanzitutto sulle classi oppresse, sui lavoratori, i disoccupati, i contadini. Proprio per questo dobbiamo fare la nostra parte affinché, oltre al necessario sostegno alla lotta contro l’occupazione, le masse che cercano la strada per l’indipendenza nazionale possano trovare punti di riferimento credibili in una prospettiva di liberazione sociale, di rivoluzione. Che nel mondo arabo esista una spinta in questa direzione lo dimostra la popolarità della rivoluzione bolivariana e di Hugo Chavez, i cui ritratti fanno la loro comparsa nei Territori occupati in Palestina come nei campi profughi o nelle manifestazioni di massa in Libano. Ogni passo in direzione della costruzione di una forte alternativa comunista e rivoluzionaria in Occidente è anche un grande passo avanti politico nella lotta dei popoli oppressi nel mondo arabo e non solo. Fu questo un tema mai realmente compreso dai partiti comunisti nel dopoguerra, che oggi dobbiamo tornare a discutere e ad approfondire se non vogliamo limitarci ad essere spettatori o, nel migliore dei casi, a solidarizzare astrattamente con una lotta il cui destino riguarda invece da vicino anche il nostro futuro. Per concludere: la Casa Bianca ha in larga misura perso il controllo della spirale bellica. In Afghanistan le cose non vanno affatto bene, la guerra dei nervi con l’Iran non approda a nulla, si apre un nuovo fronte nel Corno d’Africa, dove il coinvolgimento Usa è sempre più pesante, così come in Libano… Ma proprio per le implicazioni a vasto raggio, planetarie si potrebbe dire, di quanto avviene in Iraq e di una possibile sconfitta americana, risulta tutt’ora difficile ipotizzare le prossime tappe. Di certo è già sfumata l’illusione di chi pensava che sarebbe bastata la nuova maggioranza (risicata) dei democratici nel Congresso Usa per vedere materializzarsi la tanto sospirata exit strategy. Dopo le prevedibili schermaglie parlamentari i finanziamenti necessari al proseguimento della guerra sono infine arrivati. Del resto una delle poche cose realistiche dette da Bush riguardo all’Iraq è stata la sua dichiarazione secondo la quale “fissare la data del ritiro equivarrebbe a fissare la data della sconfitta”.