Iraq: contro i popoli e contro Dio

Pensavamo che la data del 15 febbraio 2003 sarebbe rimasta indelebilmente scolpita nella coscienza della gente che ama la pace in questo Paese e nel mondo come la giornata del risveglio e della ribellione, della resistenza contro la guerra e della mobilitazione, attiva quanto mai, contro un governo in procinto di far scendere in campo le proprie guarnigioni in spregio del diritto internazionale a fianco di un esercito invasore. Pensavamo tutti (ma nessuno aveva l’ardire di dirlo ad alta voce) che quell’evento fosse eccezionale e che avesse segnato un momento apice nella storia delle manifestazioni in Italia (e nel mondo). Lo pensavamo non soltanto per il numero di persone che avevano partecipato alla manifestazione romana, ma anche per l’intensità di quella partecipazione, il coinvolgimento emotivo, la condivisione della riflessione e la corresponsabilità palpabile di fronte al rischio della guerra. Finché vivo non potrò cancellare dalla mia memoria il volto di Pietro Ingrao che sul palco, subito dopo aver mostrato alla folla la bandiera arcobaleno tenuta con Oscar Scalfaro, voltandosi mi regala un abbraccio e piangendo mi singhiozza: “Sono anziano al punto d’aver visto tante cose e d’aver organizzato e partecipato a tante manifestazioni, ma questa – credimi – è la più bella di tutte”. Ebbene dobbiamo essere sinceri e ammettere che forse nessuno tra gli stessi organizzatori della manifestazione dello scorso 20 marzo si aspettava una partecipazione corale del tipo che s’è verificata. Ancora una volta la sorpresa non è arrivata dalle grosse organizzazioni che avevano predisposto la partecipazione dei propri aderenti e simpatizzanti, quanto da quella marea di partecipanti spontanei, giunti magari con le rispettive famiglie in treno dopo lunghe ore di viaggio… Insomma siamo riusciti a replicare un successo inaspettato almeno nelle proporzioni in cui è avvenuto. Ci sarebbe da chiedersi che cosa spinge la gente ad accogliere l’invito a scendere per le strade. Sono convinto che anche nella verifica che abbiamo fatto convocando un’apposita riunione tra le realtà che compongono il cartello del Comitato “Fermiamo la guerra”, non sono emerse tutte le ragioni profonde che spingono la gente ad uscire di casa per dire “NO” al rigurgito della guerra e a tutte le sue conseguenze. Nella manifestazione del 20 marzo poi, è apparso ancora più interessante verificare come i partecipanti mostrassero una maturità maggiore sia della classe politica ripiegata in un dibattito della vigilia che poneva a confronto due manifestazioni inconfrontabili, sia il risalto dato ai veti incrociati sulla partecipazione degli esponenti di partito che avevano votato strano sul rifinanziamento della missione militare italiana in Iraq e altrove per il mondo. La verità è che la gente ha compreso molto in anticipo sui propri rappresentanti nelle istituzioni che la guerra è uno strumento obsoleto e che non solo non serve più a dirimere le crisi internazionali, le aggrava mietendo vittime, prima tra tutte la verità. In questa vicenda irachena il mucchio di menzogne che hanno preparato ed accompagnato l’intervento militare sono state ancora più evidenti.
Per quanto riguarda i cattolici che si accompagnano il cammino del popolo della pace, oggi non possiamo fare a meno di rilevare che il loro numero è cresciuto a dismisura e coinvolge non più soltanto quelle realtà le cui sensibilità e attenzioni erano note e provate.
Oggi ci sono istituti religiosi, oratori, parrocchie, centri giovanili, istituti missionari che contribuiscono col valore aggiunto delle loro esperienze, conoscenze, sensibilità. Si tratta di realtà il cui “NO” alla guerra è radicale e intransigente, senza se e senza ma. Deludente l’e-ditoriale di un anno fa di Ernesto Galli Della Loggia che riconosceva questo schieramento come determinato e deciso ma lo attribuiva al “diapason del Papa” contro la guerra che aveva accordato gli strumenti di tutti i cattolici. Se solo l’intellettuale del Corriere pensasse a quanti altri insegnamenti del Papa (ad esempio in materia di morale sessuale) non vengono seguiti dai cattolici, si renderebbe conto che le motivazioni di quella presenza devono essere cercate altrove. Proprio nella menzogna rivelata da questa guerra. Ricordiamo tutti che la pretesa iniziale per legittimare (?) l’attacco armato era il non rispetto da parte dell’Iraq della risoluzione dell’ONU che prevedeva le ispezioni. Ebbene è vero che l’Iraq ha contravvenuto molte volte alle Risoluzioni dell’ONU, ma è stato calcolato che le violazioni delle Risoluzioni sono avvenute 91 volte, e 59 volte sono state commesse da Stati alleati degli Stati Uniti: Israele e Turchia.
Israele non ha rispettato 32 Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza dell’ONU: l’ultima — la n. 1435 del 2002 — esige “il ritiro rapido delle forze israeliane dalle città palestinesi e il ritorno alle posizioni occupate prima del settembre 2000”; ma, come le precedenti, è rimasta lettera morta. La Turchia ha violato 24 Risoluzioni del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite tutte riguardanti Cipro, occupata a Nord dalle truppe turche, delle quali l’ONU ha chiesto invano il ritiro.
A sua volta, il Marocco non ha osservato 16 Risoluzioni dell’ONU riguardanti il Sahara occidentale. Ora per nessuna di queste violazioni delle Risoluzioni dell’ONU gli Stati Uniti sono intervenuti militarmente. D’altra parte, l’Iraq ha accettato l’ultima Risoluzione delle Nazioni Unite — la n. 1441 dell’8 novembre 2002 — permettendo agli ispettori di accedere a tutti i siti che desideravano visitare (Fonte: Civiltà Cattolica, gennaio 2003). E così cadono tutte le altre motivazioni riguardo il possesso di armi di distruzione di massa, la particolare crudeltà del regime di Saddam Hussein, la mancanza di democrazia, l’appoggio dato al terrorismo. Alcune di queste imputazioni non sono mai state provate e altre purtroppo ricorrono frequentemente nella storia e nella geografia senza che da parte degli Stati Uniti si sia scelto di ricorrere all’uso unilaterale della forza, se non in taluni casi per sostenerne il regime. Ciò che giustifica quell’intervento è il controllo da parte americana di un’area nella quale si estrae il petrolio di cui gli americani hanno assoluto bisogno. Per soddisfare le esigenze degli USA, la capacità produttiva dei pozzi dell’Arabia Saudita dovrebbe superare, a partire dal 2010, i 14 milioni di barili al giorno: ciò che l’Arabia Saudita non sembra in grado di fare. Di qui la necessità per gli Stati Uniti di avere accesso sicuro al petrolio iracheno, le cui riserve accertate sono di 112 miliardi di barili (l’11% di quelle mondiali), seconde sole a quelle dell’Arabia Saudita; ma è probabile che siano il triplo.
La produzione massima attuale è di 2,8 milioni di barili al giorno; ma in cinque anni potrebbe raddoppiare. Di fronte all’uso sistematico della menzogna come strumento di annientamento di massa che fa uso delle televisioni e dell’informazione in generale, di fronte alla propaganda stucchevole e retorica che ha preso il posto del silenzio rispettoso che si doveva nei confronti delle vittime di Nassirya, rispetto alla manipolazione palese per cui i soldati italiani spuntano in televisione durante la Domenica Sportiva e Sanremo… ci sarebbe stato bisogno di una più tenace opposizione politica che rappresentasse degnamente la volontà della gente e di tanti cattolici in particolare.
E’ un errore miope e di basso profilo non aver saputo creare un ponte tra il dissenso diffuso nell’opinione pubblica sulla guerra e le istituzioni.
Personalmente non mi importa tanto di incoraggiare una visione politica o una forza di partito, quanto piuttosto di arginare questo dilagante rigurgito della cultura della guerra che, se fosse legittimata dal consesso internazionale sotto le spoglie dello strumento preventivo, sarebbe una sciagura per tutti. In questo senso auspichiamo tutti una politica capace di volare alto, di pensare in grande, di intercettare queste derive pericolose e di spendersi senza sosta per scongiurarle. Le tempeste nel bicchiere della sinistra italiana sono davvero poca cosa di fronte ad una tale minaccia. Non c’è che da riporre fiducia e speranza nella base di ciascuna parte (compresa quella cattolica) affinché contagino di questa sete di pace le donne e gli uomini che siedono a Montecitorio, a Strasburgo, nei consigli comunali e, perché no, anche a Palazzo Chigi oggi e domani.

Post scriptum : È il 16 aprile. Aggiungiamo queste note mentre in Iraq la guerra estende il suo fuoco e il suo orrore, sino a divenire un inferno, dopo che anche l’esercito italiano e i suoi bersaglieri, a Nassirya, sono entrati tragicamente in guerra e dopo che il giovane italiano Fabrizio Quattrocchi è stato atrocemente ucciso.
Chi ha deciso questa guerra ne risponderà alla propria coscienza, a Dio e all’umanità. Chi ha deciso che perfino i luoghi di preghiera sono obiettivi strategici, chi ha deciso di bombardare anche una moschea in Iraq per uccidere coloro che vi si sono rifugiati ha definitivamente deciso che non esistono santuari di pace, spazi di riconciliazione, luoghi di intima ricomposizione, di sofferta invocazione, di coraggiosa e profetica verifica del nostro agire. L’uomo non ha più dove rifugiarsi, non ha più dove essere accolto, non ha più dove riconoscere gli errori e ricominciare, l’uomo non ha più dove sognare e progettare, l’uomo non ha più dove ascoltare il proprio Dio e abbracciarlo. All’uomo resta solo la fuga, la paura, la rabbia e il desiderio di vendetta.
Non possiamo più permettere che siano solo le armi a risolvere le crisi.
Ecco perché il 9 aprile, venerdì santo, giorno della Passione di Gesù, guardando al crocifisso abbiamo denunciato un divario, evidente e insormontabile, fra chi, nella propria debolezza, vive ed esercita la forza dell’amore per gli uomini e per Dio e chi, nello spiegamento della propria forza militare e mortale, vuole rendere gli altri deboli e, in definitiva, vuole eliminare anche Dio. C’è una distanza incolmabile fra chi è disposto a spendere la vita per il bene di ogni uomo e di ogni donna e chi è pronto ad immolare la vita ( propria e degli altri) sull’altare degli interessi, dell’economia, del potere, della supremazia.
Questo vogliamo testimoniare ai nostri fratelli mussulmani e cristiani, nient’altro che il Vangelo di Gesù.
Non è possibile questo ripetersi continuo di ingiustizia e di morte; per noi cristiani questo è il tempo della speranza, la Pasqua è il simbolo concreto della pacificazione tra l’uomo e Dio, la passione di Cristo in queste giornate così cariche di violenza è ancora una volta la passione dei popoli che vivono il terrore della guerra.
Facciamo un invito alle comunità cristiane: offrite un gesto di solidarietà e vicinanza ai fratelli musulmani portando alle loro moschee un segno di riconciliazione, un ramo d’ulivo e una bandiera con i colori della pace, primavera dell’uomo.