Investimenti, occupazione, ambiente, ecologia

Marilde, sicuramente avrai seguito tutto il dibattito che si è acceso dopo l’annuncio della crisi della Fiat e delle dimissioni dell’ amministratore delegato Cantarella: si è parlato e sparlato di mercato, di intervento dello Stato, di svendita alla General Motors. Alla luce della tua esperienza di consigliere comunale di Torino: ha senso chiedere che l’impresa di produzione automobilistica nazionale resti italiana? Non sarebbe sufficiente che resti un produttore per garantire l’occupazione?

Piuttosto che niente va bene un produttore, che possibilmente non sovrapponga il suo prodotto (specie in Europa) a quello realizzato in Italia (come nel caso della la General Motors). Ma, certo, sarebbe meglio che l’industria restasse italiana, al fine di potere essere competitivi sul know how del sistema prodotto e a livello di produzione tecnologica. Poiché non è difficile capire che non è la stessa cosa essere leader in campo della ricerca sul prodotto e sui sistemi di produzione, dall’essere un buon assemblatore su licenza di altri ed essere competitivi solo se si hanno costi di produzione (forza lavoro) a buon mercato.

Va bene, ma secondo te ha ancora valore difendere e rilanciare questo prodotto a tecnologia matura a Torino e in Italia?

Certo che ha valore. Intanto non è casuale che in tutti i paesi industrialmente più sviluppati esista un’industria automobilistica, che serve a garantire un livello di produzione locale in grado di garantire occupazione di massa e competere con gli altri paesi per ciò che riguarda un prodotto di largo impatto e di largo consumo (e va detto che il livello produttivo alto e di qualità è funzionale anche alla difesa dell’ambiente, delle cui regole ogni nazione è ancora sovrana). Inoltre, il livello produttivo alto rende possibile la ricerca sul prodotto stesso, che è in grande evoluzione. Non dico che siamo in una fase di mutazione della mobilità cittadina ed extraurbana simile a quella nella quale si passò dalle carrozze a cavalli all’automobile, ma non ci siamo lontani.

Però l’impressione che si ricava è che sia il Governo che la famiglia Agnelli pensino a disinvestire piuttosto che rilanciare: secondo te che cosa si dovrebbe fare?

Vanno identificati con chiarezza i ruoli e le responsabilità di ognuno: innanzi tutto dell’attuale azionista di maggioranza, quindi del Governo, della Regione Piemonte, della Provincia di Torino e soprattutto del Comune di Torino. Ognuno di questi soggetti ha delle responsabilità relative alla crisi che si è manifestata. La famiglia Agnelli da lungo tempo non investe più “ del suo ” in questa impresa; la ricerca sul processo produttivo è ai minimi termini, mentre quella sul prodotto è quasi nulla. Sono anni, dalla cura Romiti, che si recupera solo sul taglio dei costi, attraverso la diminuzione della forza lavoro, del salario e aumentando i carichi di lavoro. Così si è condannata l’Azienda a non essere competitiva sul fronte principale: l’affidabilità del prodotto, la competitività nel rapporto qualità – prezzo. A questi azionisti (la famiglia Agnelli) bisogna far capire che, siccome sono determinanti nelle decisioni proprietarie, devono aprire le casseforti di famiglia (Ifil e Ifi) e devono investire; non sto parlando del debito, per risanare il quale c’è già un piano e le Banche disponibili, mi riferisco al fatto che, quegli azionisti, devono rendere alla collettività le centinaia di miliardi di lire, non calcolabili con precisione, incassati negli anni e che dovevano essere finalizzati al mantenimento della produzione e dell’occupazione.
Il Comune di Torino può avere un ruolo importante nel fare comprendere che questa operazione ha del vantaggioso per la Famiglia: quanti e quali ritorni di rendita si attende la Famiglia dai suoi terreni su cui sorgono o sorgevano immobili o aziende dismesse? Perché non si tengono uniti gli interessi materiali di realizzo della Famiglia alla condizione di un ritorno di interesse alla città per il prosieguo della produzione automobilistica? Ci sono forse comunanze di altri interessi o prospettive più vantaggiose che non è dato conoscere? E’ per questo che il sindaco di Torino ha consentito alla Famiglia di iniziare le operazioni di dismissione dell’Auto a Torino, lo stabilimento di Rivalta, facendo capire che tutta l’area su cui sorge la Fiat Avio sarebbe stata fortemente valorizzata? Ma alla città di quell’immensa area ne serve solo una parte e molto marginali , non interessata alla produzione. Perché ha fatto questo regalo alla Famiglia che si è subito precipitata ad accelerare la chiusura della Fiat- Auto? Oggi la città può cercare di rimediare agli errori del sindaco, ma bisogna decidere in fretta. Il Governo, supportato da regione e Provincia, ha anch’esso un ruolo che può essere determinante, definendo un piano di settore della mobilità individuale e collettiva, identificando i segmenti produttivi e gli stabilimenti da sostenere per la ricerca su processo e prodotto in relazione ad obiettivi di occupazione e produzione che si danno in relazione alla strategicità della questione, in relazione al traffico stradale, al traffico intenso nelle città e alle conseguenze ambientali.
Sulla base di questo piano nazionale Torino potrebbe essere poi determinante; qui si potrebbero trovare le risorse umane ed imprenditoriali volte a definire il Distretto dell’Auto di oggi e del mezzo di trasporto di domani, sia come prodotto assoluto sia come vari componenti che lo costituiscono.
La disattenzione della nostra Regione, ma anche della Provincia di Torino su quanto sta accadendo, è quanto meno colpevole per i silenzi che si sono lasciati e che permangono. Volendolo, oggi possono recuperare, possono rivendicare il ruolo di programmazione e controllo, di tutela del territorio, dell’occupazione, della valorizzazione e sviluppo dei saperi.