Intifada d’Iraq*

*tratto dal settimanale “L’espresso” del 22 aprile 2004, traduzione di Mario Baccianini

Caduta nelle mani degli americani il 9 aprile del 2003, a un anno di distanza Baghdad sta insorgendo contro di loro. Secondo il ministro della Difesa, Donald Rumsfeld, la resistenza sarebbe composta da un pugno di “criminali, banditi e terroristi”. Ma è una pericolosa illusione. La guerra contro l’occupazione viene oggi combattuta in campo aperto, da comuni cittadini che difendono le loro case e i loro quartieri: è scoccata l’ora dell’intifada irachena.
“Ci hanno rubato il posto per giocare”, mi ha detto un ragazzino di otto anni di Sadr City, indicando sei carri armati parcheggiati in un campo sportivo, accanto a un castello di tubi metallici arrugginiti dove si arrampicano i bambini. Si tratta di un prezioso fazzoletto di verde in una periferia circondata da acque putride e cumuli d’immondizia.
Questo sobborgo di Baghdad ha beneficiato ben poco delle ingenti risorse stanziate per la “ricostruzione”, il che spiega in parte come mai Moqtada al Sadr e le sue milizie godano qui di molte simpatie. Prima che il proconsole americano, Paul Bremer, spingesse il leader sciita allo scontro armato chiudendo il suo giornale e arrestando e uccidendo i suoi luogotenenti, l’esercito di Mahadi non combatteva contro le forze della coalizione, ma le affiancava. Il governo provvisorio alleato, che controlla ormai da un anno la capitale irachena, non è ancora riuscito a far funzionare i semafori né a garantire un minimo di sicurezza alla popolazione civile. Così a Sadr City, capita di assistere allo spettacolo delle “milizie fuorilegge” di Moqtada impegnate in attività sovversive quali dirigere il traffico e proteggere le fabbriche dai saccheggiatori. In un certo senso, l’esercito di Mahdi è figlio di Bremer quanto di al-Sadr: il governatore americano ha abbandonato la città a se stessa, creando un vuoto che il leader sciita ha semplicemente riempito.
Ma con l’avvicinarsi del “passaggio dei poteri” agli iracheni, previsto per fine giugno, Bremer vede al-Sadr e le sue milizie come nemici da schiacciare, insieme alle popolazioni che se ne fanno scudo. Ecco perché l’occupazione dei campi di gioco è stata solo l’inizio di quel che mi è capitato di vedere a Sadr City la settimana scorsa.
All’ospedale di Al-Thawara, ho incontrato Read Daier, 36 anni, guidatore di un’autoambulanza colpito al basso addome da una delle dodici pallottole sparate contro la sua vettura da una jeep americana. Secondo le autorità sanitarie, quando è stato attaccato, stava trasportando sei persone ferite dai soldati americani, fra le quali una donna incinta che era stata colpita allo stomaco e aveva perso il suo bambino.
Ho visto automobili carbonizzate che, secondo decine di testimoni oculari, erano state sventrate da missili Usa e i loro conducenti, stando alle notizie confermate dagli ospedali locali, erano bruciati vivi. Ho visitato inoltre l’isolato numero 37 del distretto di Chuadir, a Sadr City: una fila di case dove ogni porta, come hanno raccontato i residenti, era stata crivellata dai proiettili sparati dai carri armati americani che sfilavano lungo la strada. Cinque persone sono rimaste uccise, fra le quali un bambino di 4 anni, Murtada Hammad.
Giovedì, 8 aprile, ho notato qualcosa che mi ha fatto ancor più spavento: una copia del Corano forata da una pallottola. Giaceva fra le rovine dell’ex quartier generale di Moqtada a Sadr City. Poche ore prima, secondo alcuni testimoni, due cingolati americani avevano abbattuto i muri dell’edificio mentre due missili telecomandati avevano sfondato il tetto, lasciando enormi crateri nel pavimento e un cumulo di macerie.
Ma i danni peggiori sono stati compiuti a mani nude. Stando al racconto di chi si trovava negli uffici di al-Sadr, i soldati americani sono piombati all’improvviso e hanno fatto brandelli delle fotografie dell’ayatollah al-Sistani, la massima autorità religiosa sciita in Iraq. Quando ho visitato i locali messi a soqquadro, il pavimento era cosparso di libri strappati, fra cui varie copie del Corano lacerate e sforacchiate da proiettili. E ai religiosi sciiti qui presenti non era sfuggita la notizia che, poche ore prima, era stata bombardata la moschea sunnita di Falluja. Per mesi interi la Casa Bianca ha avanzato sinistre previsioni di una guerra civile fra la maggioranza sciita, convinta che sia giunta la sua ora per assumere la guida dell’Iraq, e la minoranza sunnita, che vuole conservare i privilegi ottenuti sotto il regime di Saddam Hussein. Ma nei giorni scorsi è avvenuto invece il contrario.
Sciiti e sunniti hanno assistito ad attacchi contro le rispettive zone d’insediamento e i propri luoghi religiosi dissacrati. Insorti contro uno stesso nemico, stanno cominciando a unire le loro forze per opporsi all’occupazione. E anziché massacrarsi a vicenda, stanno per dar vita a un fronte comune.
Lo si è visto giovedì 8 aprile nelle moschee di Sadr City, dove migliaia di sciiti facevano la fila per donare il sangue ai sunniti feriti in seguito agli attacchi contro Falluja. “Dobbiamo ringraziare Paul Bremer”, mi ha detto Salih Ali. “ E’ riuscito a unire finalmente l’Iraq. Contro di lui”.