Intervista ad Alexander Höbel

Alexander Höbel è nato a Napoli nel 1970; vive e lavora a Roma. Iscritto a Rifondazione comunista fin dalla sua nascita, è membro della redazione dell’Ernesto e tra i promotori dell’associazione Marx XXI. Dottore di ricerca in Storia presso l’Università “Federico II” di Napoli, ha collaborato con la Fondazione Istituto Gramsci, la Fondazione Di Vittorio e l’Istituto Nazionale per la Storia del Movimento di Liberazione in Italia. Si occupa in particolare di storia del movimento operaio e comunista. Ha pubblicato saggi sul crollo dell’URSS, sul rapporto tra PCI e movimento comunista internazionale, sul PCI negli anni ’50-70, sull’antifascismo e sul sindacato. È autore con Gianpaolo Iannicelli de La strage del treno 904. Un contributo delle scienze sociali (Napoli, Ipermedium, 2006), e ha curato il volume Il PCI e il 1956. Scritti e documenti (Napoli, La Città del Sole, 2006). L’uscita di un suo libro sul PCI negli anni 1964-1968 per la ESI di Napoli è prevista per i prossimi mesi. Attualmente è borsista della Fondazione Luigi Longo e sta lavorando alla biografia del grande dirigente comunista. È infine tra i promotori della rivista “Le classi, la storia”, per il rilancio di una lettura critica della storia contemporanea.

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D. Sei stato uno dei cento, tra intellettuali, quadri operai, dirigenti politici e sindacali, artisti, che il 17 aprile del 2008 firmarono l’ormai famoso Appello per l’unità dei comunisti. Un Appello assunto dall’ultimo Congresso Nazionale del PdCI, a Salsomaggiore; che ha segnato l’ultimo Congresso Nazionale del PRC, a Chianciano; che è entrato prepotentemente nel dibattito politico generale tra i comunisti in Italia e si è “fissato nella testa di migliaia e migliaia di compagni e compagne come una bandiera”. A due anni di distanza da quella tua adesione, consideri ancora l’Appello valido e attuale?

R. Certamente sì. L’esigenza dell’unità dei comunisti è anzi oggi più forte che mai. Va fatta però una precisazione. Essa non è un feticcio, qualcosa a cui siamo attaccati per motivi meramente ideologici o addirittura “sentimentali”, come forse qualcuno crede, ma è un’esigenza reale. L’unità dei comunisti non è fine a se stessa, è uno strumento essenziale in primo luogo alla ricomposizione del vasto mondo del lavoro salariato, oggi così diviso non solo per i nuovi sviluppi dell’organizzazione del lavoro ma anche per la mancanza di un progetto politico forte e unificante, di quello che si chiama un programma minimo di classe, e prima ancora di una precisa identità e coscienza di classe, intesa non in astratto ma appunto come consapevolezza di essere parte di un unico soggetto sociale, per quanto diviso, frammentato e diversificato nelle sue mansioni. In secondo luogo l’unità dei comunisti è funzionale a una ricomposizione della sinistra politica, ossia di tutte le forze decise a fare una vera opposizione al governo Berlusconi e al “berlusconismo”. I comunisti uniti, cioè, potrebbero essere il nucleo di un terzo polo di cui si sente sempre più il bisogno, di fronte a quello che Domenico Losurdo definisce “bipolarismo apparente”, dietro cui si nasconde una larga comunanza di valori e progetti dei gruppi dirigenti dei due poli attuali. Solo la ripresa di un percorso unitario – sul piano sociale e sul piano politico – può ridare fiducia ai lavoratori. Come ha detto Mario Geymonat nella sua intervista, infatti, la divisione a sinistra “viene vissuta come elemento di sconforto e di ulteriore allontanamento da un reale cambiamento politico e dalla trasformazione sociale in senso progressista”, e la divisione tra comunisti è “vissuta – proprio per la cultura storica dell’unità che ha sempre contraddistinto i comunisti – in maniera ancor più desolante”.

D. Perché, a tuo avviso, la maggioranza del PRC – a cominciare dal suo segretario, compagno Paolo Ferrero – ha respinto la proposta dell’unità dei comunisti?

R. La motivazione principale addotta da Ferrero mi sembra debole. Quando il segretario del nostro partito dice che coi compagni del PdCI siamo d’accordo sul 90% delle questioni, ma non sul restante 10%, e quindi è meglio non unirsi perché poi si litigherebbe, è evidente che questa motivazione è debole e pretestuosa. Credo che anche tra i compagni del PRC non vi sia un accordo completo su tutte le questioni, altrimenti non si spiegherebbe la presenza di varie aree all’interno del partito, e l’esistenza di un dibattito ampio persino al loro interno. Dunque non mi pare questo il vero motivo del “no” alla riunificazione, che peraltro – non dimentichiamolo – non dovrebbe riguardare solo PRC e PdCI, ma anche altri soggetti politici e soprattutto quelle migliaia di comunisti senza partito, che magari sono passati nelle nostre organizzazioni ma poi se ne sono allontanati: è un patrimonio di molte migliaia di compagni, che solo un nuovo e forte progetto unitario potrebbe rimotivare e riportare alla militanza politica in un partito.
Il vero motivo mi sembra invece di carattere politico-culturale, o meglio di cultura politica. In troppi settori del PRC l’esperienza storica del PCI e in generale del comunismo novecentesco, pur non essendo più oggetto degli attacchi e dei giudizi liquidatori dell’epoca di Bertinotti, è in larga parte rimossa, considerata una sorta di “ferro vecchio”, anche se la cosa non viene più proclamata; di fatto il problema della riappropriazione critica di una storia – funzionale a sua volta alla costruzione di una moderna identità comunista – è stato lasciato senza risposte. Il PdCI viene invece percepito come un soggetto politico fortemente ancorato a quelle esperienze, quella del PCI in primo luogo, e questo forse crea qualche problema. Non ci si fa più portatori del “nuovismo” “alla Bertinotti”, ma al tempo stesso non si vuole essere confusi con quei comunisti del PdCI, che evidentemente si giudicano “passatisti”. Il fatto poi che questi compagni siano più avanti di noi ad esempio nel cogliere l’importanza dei nuovi media (vedi l’esperienza di PdCI-Tv), e il fatto che nei territori l’unità d’azione abbia fatto in questi anni enormi passi avanti, raccogliendo dove questo accade risultati importanti, vengono fortemente sottovalutati. In questo credo ci sia un forte limite e un serio problema politico, perché se non cogliamo il senso e le potenzialità della spinta unitaria, rischiamo di condannarci a una presenza residuale, non in grado di incidere nella realtà.

D. Naturalmente, l’Appello per l’unità dei comunisti sottintendeva e sottintende l’esigenza sociale, politica, culturale del rilancio di un Partito Comunista più forte, nel nostro Paese. Condividi quest’assunto di base? E perché? E come dovrebbe essere, oggi, un Partito Comunista all’altezza dei tempi e dell’odierno scontro di classe?

R. È appunto quello che dicevo poc’anzi. Il punto è fare tutto il possibile per evitare quella riduzione della presenza dei comunisti e di una vera sinistra in questo paese a una presenza minoritaria e residuale. Occorre invece un forte Partito comunista, e come sempre un forte Partito comunista è anche il motore essenziale di una forte unità a sinistra. Mi chiedi come dovrebbe essere oggi questo partito. È una questione enorme. È evidente che dovrebbe essere un partito radicato tra i lavoratori e tra quelle che si chiamavano “le masse popolari”, nei luoghi di lavoro e nei territori, a partire dai quartieri popolari, dalle periferie abbandonate a se stesse, dai piccoli centri in cui magari non c’è più né un cinema né la sezione di partito, e dove quindi la gente ha difficoltà a ritrovarsi, e ripiega in casa, davanti alle TV di Berlusconi o berlusconizzate. Dunque condivido il richiamo fatto ancora da Geymonat sulla necessità di costruire cellule e nuclei di comunisti in tutti i luoghi di lavoro, dalla fabbrica al call-center, anche se dobbiamo essere consapevoli che questo è molto più difficile di prima, e che soprattutto – per riunificare i lavoratori dispersi ed avere un minimo di credibilità ai loro occhi – per rivolgersi a loro in modo efficace bisogna avere delle proposte precise e unificanti, parole d’ordine e obiettivi praticabili e mobilitanti, elementi di quel programma minimo che richiamavo prima. D’altra parte, credo che non possiamo abbandonare i territori, e la dimensione anche territoriale dell’organizzazione. In effetti tra le due componenti non c’è necessariamente una contraddizione; anzi, nei primi decenni di vita del PCI, le sezioni stesse erano punto di riferimento e di coordinamento di cellule più piccole, e le stesse cellule dei luoghi di lavoro facevano capo a sezioni, “zone” o federazioni. Accanto ai luoghi della produzione, anche i quartieri possono essere spazi adatti a un processo di ricomposizione di classe. Pensiamo ad esempio a quale grande valore simbolico avrebbe una lotta per i posti negli asili nido o per la case popolari, condotta assieme da lavoratori italiani con le loro famiglie e lavoratori immigrati, tra occupati, disoccupati e precari. Credo quindi che questo doppio livello – con un nuovo protagonismo dell’organizzazione nel luogo di lavoro che inverta la marcia rispetto ai decenni scorsi, ma anche con una nuova capacità di essere presenti e visibili nei territori, e in particolare nei quartieri popolari – vada mantenuto e rilanciato.

A differenza di altri Paesi ed aree del mondo, il movimento comunista italiano soffre, oggi, di una crisi profonda. Quali, a tuo avviso, le ragioni di fondo di tale crisi?

R. Questo è un punto abbastanza controverso. So che molti compagni attribuiscono la particolare gravità della crisi dei comunisti in Italia anche a scelte politiche fatte dal PCI negli anni ’70, se non addirittura nei decenni precedenti. E ovviamente è giusto ricercare le radici storiche di problemi che, come ci ha ricordato il compagno Sorini al nostro recente seminario, non nascono all’improvviso ma hanno una loro complessa genesi. Tuttavia su questo terreno mi muoverei con una certa cautela, nel senso che se è vero che i primi segnali di una certa “mutazione genetica” emergono chiaramente nella seconda metà degli anni ’70, è anche vero che quel decennio segna uno dei punti di massima forza della strategia dell’egemonia del PCI tra le masse e nella società italiana, portandolo vicino anche ad assumere ruoli rilevanti al livello dello Stato. Sappiamo poi com’è andata, per la gestione politicistica di quella linea, ma anche per la straordinaria convergenza di avversari e nemici di ogni genere, che usarono tutti i mezzi per bloccare quella prospettiva. E questo credo sia anche uno dei motivi della nostra crisi attuale, nel senso che un paese che ha visto un tale grado di partecipazione politica, tali livelli di protagonismo di massa, e in cui larghi settori popolari legavano questo protagonismo a una prospettiva di cambiamento politico, di cambiamento del blocco sociale e dei gruppi dirigenti al vertice dello Stato, di fronte al forzato arresto di questo processo – prima con le bombe e le stragi, poi con la politica democristiana dei tatticismi e degli infiniti rinvii, sempre con l’intorbidamento della vita pubblica e l’uso della violenza politica e di tutti gli apparati eversivi possibili – di fronte dunque a questa reazione, alla sconfitta di quella prospettiva (ripeto, per limiti propri ma anche per la grande forza messa in campo dagli avversari, a livello nazionale e internazionale), un processo di riflusso era fisiologico, direi quasi inevitabile. Quindi direi che la sconfitta di un’ipotesi strategica, che era proprio quella facente capo al PCI e la violenza della reazione e della stessa ristrutturazione capitalistica, hanno avuto effetti pesanti; e quanto più in avanti si era andati, quanto più in alto si era saliti, tanto più – come ha ricordato di recente Mario Tronti – la caduta è stata rovinosa.
Al fondo, poi, ci sono ovviamente fattori strutturali, la tradizionale tendenza del capitalismo italiano ai bassi salari, accresciuta dalla mondializzazione capitalistica, i mutamenti nell’organizzazione e nel mercato del lavoro, mettono i lavoratori in una condizione sempre più subalterna; se a questo si aggiunge la subalternità culturale, anzi ideologica, la deformazione mentale, di valori e di costume, costruita sistematicamente da Berlusconi e dalle sue TV, ma anche da altri mezzi di comunicazione di massa, è chiaro che riproporre una prospettiva e un’identità comunista diventa molto difficile.
C’è però in tutto questo una particolare responsabilità soggettiva dei gruppi dirigenti. Mi riferisco innanzitutto al gruppo dirigente che decise e condusse lo scioglimento del PCI, privando i lavoratori e il Paese di un argine decisivo a una destra sempre così forte in Italia; alla successiva damnatio memoriae in cui questi dirigenti si sono impegnati per far dimenticare il passato, cancellare la loro appartenenza a un partito comunista, cancellare le differenze e confondere tutto in una notte in cui tutte le vacche sono nere, i partigiani sono uguali ai “ragazzi di Salò” e così via. E anche le riforme elettorali, volute da quei gruppi dirigenti per conquistare forzosamente un’egemonia a sinistra che avvertivano difficile, hanno pesato e pesano molto, perché hanno messo i comunisti in una posizione scomodissima, nella necessità di dover scegliere tra la confluenza in coalizioni in cui comunque la difesa degli interessi popolari risultava largamente minoritaria, e il rimanere isolati, con in più l’accusa di “far vincere le destre”. È esattamente da questo angolo che noi dobbiamo uscire; perciò accennavo alla necessità di costruire, in prospettiva, un terzo polo, di cui i comunisti siano il nucleo e il lievito.
Infine c’è una responsabilità anche dei gruppi dirigenti che sono stati alla guida del PRC negli anni scorsi. Anch’essi hanno contribuito a rimuovere, accantonare, qualche volta dileggiare l’identità e il patrimonio storico e teorico dei comunisti, ingenerando un disorientamento che è diventata vera e propria disistima tra i lavoratori allorché ai proclami barricadieri si alternavano accordi al ribasso o comparsate nei salotti della “Roma-bene”. È un problema anche di costume, di stile, oltre che di linea politica, e in una società dove gli elementi simbolici pesano molto credo che abbiamo pagato anche questo.

D. La fase politica italiana appare essere in fase tellurica. Il dominio berlusconiano, il suo sistema di potere, sembrano in crisi. Il grande capitale, la borghesia italiana, sembrano alla ricerca di un nuovo referente politico. Come giudichi questo passaggio? E, all’interno di esso, che compiti sono affidati ai comunisti e alla sinistra anticapitalista?

R. Mi pare che siamo di fronte a un passaggio molto delicato e difficile, irto di pericoli di ogni tipo, da possibili “colpi di coda” di Berlusconi e dei suoi fedelissimi al possibile emergere di una sorta di mucillagine, un fronte indistinto da Fini al PD, che riconduca la crisi in un alveo moderato. Sono le ipotesi che oggi avanza sul “Manifesto” Valentino Parlato, il quale non a caso parla di “tentazioni autoritarie”. Dunque è una fase molto pericolosa, e i comunisti e la sinistra giungono del tutto impreparati all’appuntamento. Credo che la proposta avanzata dal segretario Ferrero, di un’alleanza tattica, una sorta di fronte democratico, che si ponga pochi obiettivi – cambiare la legge elettorale in senso proporzionalista e fare la legge sul conflitto d’interessi – sia una proposta ragionevole. Al tempo stesso, però, i comunisti devono ricostruire il loro insediamento sociale, individuando alcune priorità su cui impostare delle serie campagne di massa: la difesa dei posti di lavoro, l’abolizione delle leggi sulla precarietà, la tutela dei salari, un reddito di cittadinanza per i precari ecc. Dunque, in sostanza, ricostruzione di una propria presenza autonoma a partire dai temi di maggiore rilevanza sul terreno sociale, e al tempo stesso capacità di non isolarsi, e di stare all’interno di uno schieramento democratico e antifascista che in questa fase potrebbe essere necessario (anche per scongiurare la saldatura del PD con la forze più moderate del panorama politico), mi pare debbano essere i due assi dell’iniziativa dei comunisti nel breve periodo.
Accanto a ciò, avvierei subito un’altra campagna, sul tema della democrazia. Che cosa significa oggi questa parola? Tutti vedono ormai che i poteri pubblici e privati sono privi di ogni controllo, fanno il bello e il cattivo tempo, rubano, corrompono, trafficano tra loro. In questa situazione, che ha generato un disgusto ma anche un’indignazione di massa, rilanciare l’obiettivo di forme di controllo democratico sulla spesa pubblica, sul comportamento degli eletti nelle istituzioni (a partire da quelle locali) ma anche nei consigli di amministrazione dei vari enti, stabilire che almeno i comunisti che sono presenti in questi luoghi si rapportino in modo diretto e trasparente ai lavoratori, ai cittadini che li hanno eletti, oltre che al partito che li ha indicati, mi pare sia un’altra priorità che potrebbe ottenere un consenso ampio e diffuso.

D. Per ultimo, ma non ultimo: lo scorso 19 dicembre, a Roma, anche con la tua adesione e presenza, è stata presentata pubblicamente l’Associazione politico-culturale “Marx XXI”. Quali sono i suoi compiti?

R. I suoi compiti sono ben definiti dal documento fondativo e dallo Statuto. Secondo me, Marx XXI dev’essere uno strumento attraverso cui riavviare quella elaborazione collettiva, quella riflessione organizzata e non lasciata a se stessa di tanti intellettuali e quadri comunisti, di cui in questi anni si è avvertita acutamente la mancanza. È evidente infatti che senza un’analisi forte della realtà attuale, oltre che della storia passata e delle questioni più strettamente teoriche, di che cosa intendiamo per socialismo del XXI secolo e di come procedono le forze che nel mondo si stanno ponendo questo obiettivo, non si va da nessuna parte. Peraltro, anche in questi anni bui, sul terreno dell’elaborazione sono sorte varie esperienze– centri studi, associazioni, case editrici, riviste – per cui credo che uno dei primi compiti da porsi sia quello di promuovere qualche forma di coordinamento tra queste realtà, di cui Marx XXI potrebbe essere un elemento catalizzatore.
In secondo luogo credo che si debba affrontare il tema della formazione, e ricominciare un lavoro sistematico in tal senso. C’è poi il problema della comunicazione, sempre più importante in una società come la nostra, la questione dei nuovi media e dell’uso che i comunisti possono farne; e anche questo mi pare possa essere un compito di Marx XXI. Infine credo che questa associazione, movendosi su un terreno politico-culturale, quindi legato alla politica ma andando oltre le diverse appartenenze e i problemi più immediati della contingenza, possa svolgere un ruolo importante anche nei territori, nel mettere in relazione i comunisti diversamente collocati, farli discutere, diminuire distanze e diffidenze, e quindi in tal senso possa avere anche una ricaduta politica positiva per l’unità dei comunisti. Naturalmente questo aspetto non deve andare a scapito del lavoro di elaborazione, e tutto questo percorso va messo su binari ben definiti dal Comitato direttivo e dal Comitato scientifico che credo si costituiranno già nelle prossime settimane. Occorre che i marxisti, gli intellettuali e i quadri politici interessati a questo progetto, che dev’essere il più ampio e unitario possibile, avviino una discussione a tutto campo, come da tempo non se ne vedono, e collettivamente individuino dei percorsi, delle priorità, dei filoni di ricerca e di iniziativa che possano poi essere sviluppati non in modo anarchico e spontaneistico, ma con una chiara programmazione e progettualità, a livello nazionale e nelle sedi periferiche di cui l’associazione riuscirà a dotarsi.