Intervista a Fosco Giannini, senatore Prc e direttore de l’ernesto

In una tua interrogazione parlamentare di questi giorni – datata 13 settembre e rivolta al Ministro della Difesa e al Ministro degli Esteri – riapri in qualche modo la “questione afgana”. Di che cosa si tratta ?

Si, mi rivolgo a D’Alema e Parisi chiedendo loro per quale motivo è stato annunciato, in questi giorni, in un’ audizione tenuta dal Ministro della Difesa, l’invio a Kabul – entro dicembre – di altri 250 soldati italiani, che andranno ad aggiungersi agli altri 2.300 nostri militari già operativi tra Herat e Kabul.

E quale potrebbe essere il motivo?

Quello “ufficiale”, malamente argomentato da Parisi, sarebbe il seguente: poiché spetta all’Italia, ora, l’assunzione della responsabilità del comando militare della regione di Kabul è anche tempo di rafforzare il nostro contingente, come già fecero, in occasione del loro turno di comando – parole di Parisi – Francia e Turchia. Il concetto mi pare sgangheratamente , e per molti versi ipocritamente, argomentato poiché non si vede il nesso stretto tra l’assunzione del comando e l’invio di altri uomini (e non pochi : 250!) sul fronte di guerra. Senza contare che si è deciso di inviare anche altri 40 carabinieri in Iraq e si è evocata la possibilità di rafforzare anche il nostro contingente in Libano…

E i motivi “non ufficiali” di questo ulteriore invio di militari?

Mettiamola così : vi sono motivi di base, per così dire oggettivi (e sicuramente drammatici ); motivi contingenti e motivi tattici.
Quelli di base sono i seguenti: l’Afghanistan è più che mai un inferno di guerra; “ la grande offensiva estiva ” americana al sud – tanto sbandierata da Bush e ritenuta dagli strateghi Usa e Nato “definitiva, liberatoria e vincente”, in verità ha lasciato sul campo le cose come stavano, con i taleban più che mai organizzati e agguerriti e legati al proprio popolo e con i soldati della coalizione occupante – pur con tutte le loro sofisticatissime armi, con tutto il loro “spaziale” equipaggiamento – incattiviti, disorientati e dispersi sul territorio. Un segno probante della sconfitta dell’offensiva estiva e del conseguente “nervosismo” ( e volontà truce di vendetta) degli Usa e della Nato è stato dato dalla stessa ferocia con la quale gli americani hanno attaccato, in tutti questi mesi, la popolazione civile afgana, un attacco su vasta scala che ha prodotto – anche ad Herat e Kabul, aree di competenza militare italiana – migliaia di morti tra donne, anziani e bambini. Un orrore del quale il nostro governo deve ritenersi complice, a meno che non si vogliano rimuovere, in modo autoconsolatorio, le responsabilità obiettive con l’antica, colonialista categoria “degli italiani brava gente”.
Vi sono poi i motivi più contingenti, che spingono oggi Parisi ad inviare altri 250 soldati a Kabul: il fatto che la richiesta incessante, da parte degli Usa e della Nato ai paesi europei di inviare in Afghanistan più uomini e mezzi, si sia, proprio in queste ultime settimane, nelle sedi dell’Alleanza Atlantica, alzata di tono, come va alzandosi di tono la richiesta Usa al governo italiano di mettersi definitivamente in riga, secondo la linea di subordinazione espressa da Prodi e dall’intero governo italiano relativamente al raddoppio della base americana di Vicenza, o rispetto alla firma segreta – di inquietante natura “extraparlamentare” – che i rappresentanti del governo Prodi ( quali?) hanno apposto alla Casa Bianca sullo “scudo stellare” americano in Europa.
Vi è poi un terzo motivo, di ordine – abbiamo detto – “tattico”, che consiglia al Ministro della Difesa di forzare ora per l’invio di nuove truppe italiane in Afghanistan: il fatto è che tra pochi mesi, gennaio-febbraio 2008, dovrà di nuovo votarsi la proroga al rifinanziamento della missione italiana a Kabul e, dunque, è meglio – dal punto di vista del governo – rafforzare ora il nostro contingente, dare ora risposte positive agli Usa e alla Nato, piuttosto che nella fase alta – quella del voto al Senato – del prevedibile scontro tra l’ala moderata del governo e l’ala comunista, radicale e pacifista. Insomma: si cerca di inviare altri 250 uomini in guerra non sotto i riflettori politici, ma “a fari spenti nella notte”. E non saranno certo dolci “emozioni”.

Questo nuovo invio di soldati italiani in Afghanistan contribuisce a modificare la natura politica del governo Prodi ?

Credo proprio di si, ed in senso ulteriormente negativo. In verità tale scelta si colloca in un quadro internazionale segnato, oltre ché da imponenti spinte liberatrici e antimperialiste, anche da una politica internazione statunitense in rapida involuzione . Il punto è che l’economia americana appare essere sempre più speculativa e fragile, come ampiamente dimostrato dalla crisi dei mutui. E la risposta di Bush è ancora quella volta a rafforzare – come primario tentativo di fuoriuscita dalla crisi – la via militare, sia relativamente al rilancio dell’industria bellica interna che al rilancio continuo – sul fronte esterno – del progetto strategico della “guerra infinita e permanente”. Una guerra infinita che sempre più chiaramente mette a fuoco i principali nemici strategici degli Usa : la Cina e la Russia. Si spiega in questo modo la volontà ferrea di Bush di imporre lo scudo spaziale in Europa; di estendere la Nato ad est, passando attraverso il rafforzamento delle basi americane e Nato nel vecchio continente, come a Vicenza; di piegare ogni possibile resistenza agli Usa e nel contempo attaccare e provocare Putin, come nel caso della scelta americana volta ad accelerare la secessione del Kosovo dalla Serbia
( secessione subito condivisa da Prodi e D’Alema).
Entro questo contesto, segnato da una ulteriore spinta imperialista Usa, che si esplica in Medio Oriente attraverso nuovi attacchi al popolo palestinese e alle forze, ai popoli, agli stati non subordinati e in lotta; in America Latina attraverso l’aumentato sogno “golpista” contro Chavez e – ad esempio – attraverso la forte pressione su Sarkozy per far rientrare – dopo quarant’anni – la Francia nella Nato, in questo contesto – si diceva – la sempre più profonda omogeneizzazione e subordinazione della politica estera italiana agli interessi Usa segna chiaramente il carattere politico del governo Prodi: sempre più atlantista e sempre più lontano da ogni volontà di autonomia, cambiamento e politiche di pace.

Tra pochi mesi, dicevi, di nuovo il voto sul rifinanziamento della missione italiana ad Herat e Kabul. Cosa pensi ?

Penso che la questione sia divenuta maledettamente più complicata per tutte le parti in causa. Sia per l’ala moderata del governo, che dopo essersi inventata – con Parisi e D’Alema, duranti i voti precedenti – prima la barzelletta dell’ “osservatorio sul terreno afgano”, poi una del tutto improbabile “conferenza di pace” ( infatti, mai seriamente partita) come “espedienti” per ottenere il consenso della sinistra d’alternativa, ora non sa davvero più cosa inventarsi ed è verosimile pensare che non potrà che rifugiarsi dietro il più classico, silente , “degasperiano” e tetragono filoatlantismo. Ma le cose sono molto complicate anche per i comunisti e i gruppi di sinistra, anch’essi ormai “nudi alla meta” : in Afghanistan siamo complici di una guerra imperialista, ne siamo consapevolmente partecipi e davvero sarà difficile votare di nuovo la guerra, magari dopo aver votato la vera e propria controriforma su pensioni e welfare insita nell’accordo governo-sindacati del 23 luglio.