Intervista a Domenico Moro

DomenicoMoro. Sociologo ed economista, lavora come consulente e ricercatore per la CGIL e collabora come giornalista con quotidiani e periodici nazionali. Si interessa soprattutto di questioni di economia e politica internazionale, spaziando dalla condizione dei lavoratori alla geostrategia ed alle questioni militari. Sulle modificazioni della Costituzione e delle Forze Armate italiane ha pubblicato “La repubblica ed il militare”.  Negli ultimi anni si è occupato del rapporto tra crisi e mondializzazione alla luce della teoria di Marx con la pubblicazione del “Nuovo Compendio del Capitale”, che è uscito anche in Francia col titolo di “La crise du capitalisme et Marx”. È membro del comitato centrale del PdCI e responsabile dell’area formazione dell’Associazione Marx XXI.

D: Sei stato uno dei cento, tra intellettuali, quadri operai , dirigenti politici e sindacali, artisti, che il 17 aprile del 2008 firmarono l’ormai famoso Appello per l’unità dei comunisti. Un Appello assunto dall’ultimo Congresso Nazionale del PdCI, a Salsomaggiore; che ha segnato l’ultimo Congresso Nazionale del PRC, a Chianciano; che è entrato prepotentemente nel dibattito politico generale tra i comunisti in Italia e si è “fissato nella testa di migliaia e migliaia di compagni e compagne come una bandiera”.
A due anni di distanza da quella tua adesione, consideri ancora l’Appello valido e attuale ?

R: Ritengo quell’appello ora ancora più attuale che nel 2008. La mancanza di un partito comunista adeguato alla fase storica risalta a fronte della debolezza nella risposta all’acuirsi della crisi e dell’attacco sia politico che economico mosso dal capitale contro i lavoratori salariati. Soprattutto, la necessità dell’autonomia non solo culturale ma anche politica ed organizzativa dei comunisti trova fondamento nell’attualità/necessità del comunismo. Questa è dimostrata dall’incapacità del modo di produzione capitalistico di funzionare al livello ormai mondiale che gli scambi economici hanno raggiunto. É ormai palese il fallimento della proprietà e della produzione privata nel produrre e distribuire la ricchezza sociale e nel dirigere l’umanità verso un percorso di pace e stabilità.

D: Perché, a tuo avviso, la maggioranza del PRC – a cominciare dal suo segretario, compagno Paolo Ferrero – ha respinto la proposta dell’unità dei comunisti?

R: Bisogna distinguere. Da una parte, è comprensibile che ci siano, all’interno del Prc, dei dubbi e delle paure. Unire due partiti divisi da dieci anni non è facile, né era pensabile che avvenisse di colpo. Ci sono, infatti, all’interno del Prc e fra il Prc e il PdCI differenze più o meno marcate sul piano della cultura politico-organizzativa e degli orientamenti ideologici. Differenze dovute anche al modo in cui la rifondazione comunista è stata praticata sin dall’inizio, cioè non come sintesi ma come giustapposizione di culture politiche e di micro-organizzazioni. Infatti, al momento della crisi del Prc, seguita al fallimento del governo Prodi, l’insieme di queste componenti si è scollato, dando luogo a una lunga teoria di scissioni. Dall’altra parte, però, non è stato avviato da parte della maggioranza del Prc alcun percorso che “istruisse” la pratica dell’unità, alcun processo che favorisse il raggiungimento di quell’approdo, iniziando un confronto di ampio respiro tra i compagni che facilitasse il superamento delle differenze. La mia impressione è che, sottostante a tale irresolutezza, predomini la sfiducia nella possibilità stessa di una forza comunista autonoma nell’agone politico. Mi sembra si continui a pensare a soluzioni “ibride”, che hanno già dimostrato ampiamente la loro debolezza, come avvenuto con l’Arcobaleno. Alcuni compagni si ispirano a modelli, ad esempio a quello della Linke, che non hanno senso se staccati dalla situazione specifica della Germania, dove , dopo la Seconda guerra mondiale, non si è affermato alcun significativo partito comunista. La stessa nascita della Federazione della sinistra è sembrata avvenire in alternativa all’unità dei comunisti, incarnando la difficoltà a definire un assetto organizzativo dei comunisti dopo la sconfitta del 2008. Il risultato è che la Federazione non è né carne né pesce, cioè non è né l’unità dei comunisti né una alleanza larga tra le varie anime della sinistra. Probabilmente oggi avremmo bisogno di entrambe le cose, prima di un partito comunista unificato, e poi di una più ampia alleanza tra la sinistra comunista e non comunista. Senza il primo non vedo neanche la possibilità della seconda. Il pessimo risultato ottenuto nelle elezioni regionali, che ci fa arretrare rispetto al parziale recupero delle europee, conferma l’inadeguatezza della Federazione. Ad ogni modo, non raccogliere l’appello all’unità dei comunisti è stato un grave errore, che, se non sarà corretto in tempi rapidi, sarà pagato a caro prezzo dalla classe lavoratrice italiana.

D: Naturalmente, l’Appello per l’unità dei comunisti sottintendeva e sottintende l’esigenza sociale, politica, culturale del rilancio di un Partito Comunista più forte, nel nostro Paese.
Condividi quest’assunto di base? E perché? E come dovrebbe essere, oggi, un Partito Comunista all’altezza dei tempi e dell’odierno scontro di classe?
R: Sin dall’inizio della mia militanza, mi è stato insegnato che, come comunista, il mio primo dovere fosse lavorare per l’unità e per il superamento delle divisioni fra comunisti. L’unità è importante, dunque, ma bisogna intendersi su che cosa essa sia e come ci si arrivi. Infatti, non dobbiamo intendere l’unità come una somma o come un semplice assemblaggio dell’esistente. La questione principale è la ricostruzione di un partito comunista che sia sintesi organica e soprattutto che sia adeguato. Essere adeguati, dunque, non può essere ridotto ad una questione di dimensione, pure importante. Vuol dire, soprattutto, in primo luogo porsi l’obiettivo di modificare a nostro favore i rapporti di forza tra le classi, e, in secondo luogo, individuare le modalità per farlo. Il primo passo per arrivare a questo è capire la realtà italiana, europea e mondiale in continua trasformazione. Solo sulla base di una analisi comune si costruisce una vera e forte unità. Dopodiché, si deve praticare la coerenza tra analisi e prassi. Non possiamo dire certe cose e poi farne altre, come accaduto col governo Prodi. Inoltre, la tattica deve essere coerente con la strategia di trasformazione della realtà e non deve viceversa essere ridotta a tatticismo del giorno per giorno, cioè alla ricerca della pura sopravvivenza, al politicismo, al governismo. Non dobbiamo mai scordarci che noi esistiamo e lavoriamo per rivoluzionare, per modificare alla radice questo modo di produrre e le forme dello Stato. Il compromesso fa parte della pratica politica. Ma c’è compromesso e compromesso. C’è il compromesso che ti rafforza e quello che ti indebolisce. Il punto non è non fare compromessi, bensì farli quando e solo se portano ad una modifica dei rapporti di forza a favore della classe lavoratrice. La fase in corso è molto diversa da quella in cui è sorto ed è cresciuto il P.C.I. La ricca tradizione di quel partito deve vivere in noi, ma saremmo ben miseri eredi di Gramsci e Togliatti se volessimo replicarla in un periodo storico diverso. Oggi, il nostro compito non è rifare il P.C.I., bensì costruire un nuovo partito comunista in un contesto nuovo. Il che significa fare i conti con la tradizione e la storia del P.C.I. allo scopo certamente di prendere quanto aveva di buono, ma anche di criticarne gli errori politici, organizzativi e ideologici che hanno portato al suo suicidio.

D: A differenza di altri Paesi ed aree del mondo, il movimento comunista italiano soffre, oggi, di una crisi profonda. Quali, a tuo avviso, le ragioni di fondo di tale crisi?
R: C’è una questione di fondo. Il movimento comunista è in crisi, da tempo, nei Paesi più “centrali” del sistema capitalistico ed imperialistico, Italia, Francia e Spagna fra tutti, mentre in altre realtà europee (Portogallo e Grecia) e nelle realtà più “periferiche” si è mantenuto stabile o è cresciuto (India, Estremo Oriente, America Latina). Da una parte, ciò dipende dal fatto che nei Paesi “centrali” i rapporti di produzione capitalistici sono più forti ed offrono meno varchi e dal fatto che qui l’ideologia dominante è più articolata e pervasiva. Dall’altra, però, i p.c. italiano, francese e spagnolo hanno commesso dei gravi errori, e non sono riusciti ad essere all’altezza del livello di scontro più alto, almeno sul piano politico ed ideologico. Anzi, sul piano ideologico e politico hanno rivelato una tendenziale subalternità all’avversario, cioè un opportunismo, che anziché favorirli, come taluni forse pensavano, alla fine li ha lentamente esauriti e allontanati dai lavoratori. Oggi, però, la crisi può riaprire i giochi anche al centro del sistema, che sembra meno capace, rispetto alle “periferie”, di reagire alle devastanti conseguenze della recessione. Ma ciò può avvenire solo se c’è una capacità autonoma di leggere la realtà secondo il marxismo e soprattutto se sono autonome la tattica, la politica, l’organizzazione dei comunisti. Solo su questa base è possibile stabilire le alleanze, perché solo l’esistenza di un forte partito autonomo garantisce dal cadere nella subalternità alle altre forze politiche con cui ci si allea.

D: La fase politica italiana appare essere in fase tellurica. Il dominio berlusconiano, il suo sistema di potere, sembrano in crisi. Il grande capitale, la borghesia italiana, sembrano alla ricerca di un nuovo referente politico. Come giudichi questo passaggio? E, all’interno di esso, che compiti sono affidati ai comunisti e alla sinistra anticapitalista?

R: Berlusconi si è indebolito, alle europee e ora maggiormente alle regionali, anche se l’entità di questa flessione mi sembra francamente enfatizzata. Il fatto è che a trarne giovamento è la Lega, le cui posizioni non esito a definire ancora peggiori di quelle del già pericoloso Cavaliere. Anche su Berlusconi dobbiamo avere il coraggio di dire le cose come stanno. La lotta politica negli ultimi anni è stata ridotta ad un continuo referendum pro o contro il personaggio Berlusconi. Ampi settori di sinistra sembrano ipnotizzati da Berlusconi e concentrano i loro strali sul personaggio, demonizzandolo senza riuscire a capire la radice della sua forza, che non è solo nelle Tv ma anche nella capacità di coagulare un ampio blocco sociale. Ma soprattutto molti sembrano non capire che la destra – il PdL e la Lega – vincono perché il centro-sinistra gli ha aperto la strada facendo politiche di destra. Forse dovremmo chiederci se, nell’affermazione di Berlusconi e della Lega, ha avuto una qualche responsabilità il fatto che le controriforme dello Stato, della Costituzione e del mercato del lavoro hanno ricevuto il sostanziale contributo del centro-sinistra. La precarizzazione del lavoro, ad esempio, è stata di fatto avallata dal centro-sinistra, allorché il governo Prodi rifiutò di cancellare la Legge 30, come richiesto da Prc e PdCI. La legge elettorale maggioritaria fu negli anni 90 il cavallo di battaglia del Pds e più recentemente il Pd ha imposto gli sbarramenti elettorali, che hanno condotto alla sparizione della sinistra dal Parlamento. Sempre il Pd, attraverso la “bozza Violante” propone una riforma dello Stato, che  è basata sul rafforzamento dei poteri del premier (premierato forte) e di quelli del governo sul Parlamento. Non a caso si tratta di una bozza di legge su cui si è modellata quella del centro-destra. Non parliamo poi della partecipazione alla guerra in Afghanistan in cui ha brillato l’atteggiamento bipartisan del Pd. Il fatto è che, fino ad ora, siamo stati costretti ad ingoiare bocconi indigesti con la motivazione che questo sarebbe servito a fermare Berlusconi. Il risultato è che Berlusconi e la destra non sono stati fermati e noi ci siamo logorati, scontentando gran parte del nostro elettorato e consegnandolo all’astensionismo, alla Lega, e infine alla protesta sterile dell’antipolitica. E, cosa ancora più grave, l’Italia è andata sempre più a destra e i rapporti di forza sono peggiorati a sfavore della classe lavoratrice, sempre con l’avallo di parte del centro-sinistra, come accaduto ad esempio con l’astensione del Pd sul federalismo fiscale. Mi chiedo: non sarebbe ora di sottrarsi alla trappola del ricatto e chiarire che il nostro appoggio a chicchessia, per quanto modesto esso sia, non può essere né gratuito né scontato? La realtà ci pone davanti ad una sfida non facile da sostenere. Ma, a mio parere, non c’è alternativa, dobbiamo accettarla. Se non ci diamo tale coraggio saremo costretti a continuare per la strada che abbiamo intrapreso, una strada in progressiva discesa. Riecco, quindi, il tema del partito: solo un partito unito e forte – culturalmente e politicamente – può sostenere le dure prove che il secolo appena iniziato ha cominciato a metterci davanti.

D: Per ultimo, ma non ultimo: lo scorso 19 dicembre, a Roma, anche con la tua adesione e presenza, è stata presentata pubblicamente l’Associazione politico-culturale “Marx XXI”. Quali sono i suoi compiti?

R: Per rispondere a questa domanda, mi rifaccio a quanto detto sopra sulla necessità di avviare un processo di unità dei comunisti mediante la costruzione di una nuova sintesi. Presupposto di ogni unità politica non può che essere la condivisione di una analisi comune della realtà e la socializzazione del metodo e delle categorie di analisi di quella realtà. Infatti, senza un linguaggio comune non è possibile costruire una pratica comune. Dunque, l’associazione Marx XXI vuole essere la sede di questa ricerca e di questa riflessione, incentrata sul recupero del marxismo e del leninismo. Al tempo stesso l’associazione non può essere intesa come un cenacolo accademico, staccato dai nostri compiti politici. Difatti, l’associazione ha un duplice compito. Da una parte, supplire alle carenze di ricerca, di analisi e di formazione dei quadri, che i nostri partiti hanno accumulato dalla loro nascita e la cui risoluzione non è più rinviabile. Spesso si parla di tornare davanti alle fabbriche e nei territori, ma senza un partito e senza personale politico preparati nessun radicamento è possibile. Dall’altra parte, l’Associazione Marx XXI deve essere uno strumento per praticare da subito, su alcuni piani, l’unità dei comunisti. Strumento di questa pratica deve essere l’organizzazione, a livello territoriale, della sua attività, in modo da cominciare a far lavorare insieme i compagni del Prc e del PdCI.