Intervento integrale di Fosco Giannini – CPN 10-11 Aprile 2010

La crisi che attraversa il mondo capitalistico, o per meglio dire il modo di produzione capitalistico, è così, seppur rozzamente, riassumibile: siamo di fronte al fallimento dell’autoregolamentazione del mercato, siamo cioè di fronte alla crisi dell’autonomia stessa del capitale.
In altri termini, in questa fase – che non si può prevedere breve – il capitalismo regge grazie soprattutto al fatto che i governi dei paesi ad alto sviluppo capitalistico – a cominciare dagli USA- sono espressione diretta della classe dominante, dei padroni, dei grandi gruppi capitalistici e finanziari.
Almeno quattro fenomeni – in grande sintesi – dimostrano tale assunto:

primo, gli aiuti dello Stato al settore bancario hanno superato, in questa crisi, i 14 mila miliardi di dollari, una cifra pari ad un quarto del PIL mondiale, una cifra mai registratasi nella storia dell’economia capitalistica;

secondo, a riprova della subordinazione di fase del capitale produttivo al suo oscuro gemello finanziario, l’immensa liquidità emessa dagli stati capitalistici non ha in nessun modo risolto o alleviato la crisi , come dimostrano i 52 milioni di disoccupati in più che, all’inizio del 2010, si registrano nel mondo capitalistico;

terzo, il prodotto interno lordo nell’area dell’Euro ha avuto un solo, timido, sussulto : uno 0,1% in più. Ma in Germania, locomotiva d’Europa, è stato dell’0% e in Italia è arretrato dello 0,2%;

quarto, il deficit pubblico medio dei principali paesi industrializzati è passato dal 2,2% del 2007 al 10,2% del 2010.

In sintesi, il mondo capitalistico punta oggi, pressoché ovunque, a superare la propria crisi subordinando completamente a sé le politiche statali e governative ( tendendo conseguentemente a servirsi senza scrupolo alcuno delle vecchie e nuove destre politiche e plasmando a propria immagine e somiglianza le sinistre “moderate”); costruendo scientificamente una disoccupazione e una precarizzazione di massa e – chiedendo, in Italia, aiuto alla Lega – un vasto esercito industriale di riserva, immigrato e indigeno; puntando ad un più alto plus-valore estratto dalla forza-lavoro rimasta in produzione; alla distruzione dello Stato sociale e al proseguimento consapevole di un ciclo di sovrapproduzione altrettanto consapevolmente non assorbibile da mancate politiche di rialzo salariale, come dimostra il fatto che alcune, piccole “ripresine” – come quella degli USA – non sono state determinate da un’espansione della domanda, come potrebbero testimoniare ( non “narrare”, poiché non se ne può più di questa “narrazione” e lascerei questa nobile pratica agli scrittori e non a tutti quei funzionari di Partito di stampo vendoliano che ormai “narrano” – azioni che non fanno – ad ogni piè sospinto ), come potrebbero testimoniare, dicevo, tanti magazzini aziendali del nord d’Italia.

Nel nostro Paese, come dimostrano i dati forniti dall’ISTAT e dalla Confindustria, la crisi del capitale si è abbattuta come un uragano:
– circa 20mila aziende già chiuse;
– oltre due milioni di disoccupati;
– 300 mila lavoratori licenziati ;
– 70% dei giovani già collocabili nel mercato del lavoro privi di occupazione;
– sottosalarizzazione di massa nell’area dell’occupazione;
– indebitamento delle famiglie in costante ascesa;
– l’area generale dell’occupazione segnata da un 30% di lavoro flessibilizzato con salari da 400 a 600 euro mensili;
– un salario complessivo pro-capite abbassato del 15% in virtù della distruzione dello stato sociale e il “ welfare familiare” – i nonni e i genitori che mantengono i nipoti e i figli – ormai all’estinzione.

In questa crisi sociale italiana dall’oscuro orizzonte non ha un’importanza fondamentale decodificare il dubbio dei padroni, indecisi se cambiare spalla al loro fucile, indecisi se volgersi più al PDL o alla Lega, o quanto dividere tra queste due forze il loro consenso: la questione fondamentale, il cuore delle cose, sul quale dobbiamo appassionarci e riflettere, è che all’attacco violento portato dal capitale contro il lavoro e alla democrazia e all’asservimento dello Stato e dei governi agli interessi del capitale, non vi è nessuna, nostra, risposta.

Il movimento comunista, la sinistra di classe e il sindacato confederale sono polverizzati o sotto schiaffo. E questa assenza dal conflitto, questa rinuncia ad esso è la base materiale delle nostre sconfitte, sino all’ ultima delle “regionali”.

In questo quadro generale segnato da una egemonia totale e capillare del capitale occorre stare attenti a non trasformare una – seppur giusta, necessaria e da perseguire – unità di lotta contro le destre in una forma diversa di subordinazione agli interessi del potere capitalistico e ai dogmi di Maastricht e di Lisbona, come avvenuto nel governo Prodi.

Non possiamo più cercare scorciatoie politicistiche, pena un’ulteriore involuzione del quadro sociale e politico; non possiamo più ammutolire il conflitto e l’opposizione in virtù di false ed impotenti politiche di alternanza, pena la complicità alla costruzione di un nuovo fascismo, pena la consunzione finale dei nostri, già residui, rapporti di massa.

La questione centrale è la rimessa in campo, la ricostruzione di una forza organizzata e presente sul piano nazionale, capace di sviluppare una lotta anticapitalista e antimperialista, di sostenere quel lungo, determinato, necessario conflitto sociale solo attraverso il quale potremmo spuntare le unghie ai padroni, cambiare i rapporti di forza sociali.
Prima di pensare al che fare, domani, con Vendola, è a questo che occorre pensare. E se non pensiamo a questo, al ritorno alla lotta, il pensare a Vendola rischierà di significare il subordinarsi a Vendola.

Occorrerebbe, per il ritorno al conflitto prolungato, un forte partito comunista, di quadri e di massa ( come dimostrano le lotte greche), un partito capace di guidare le lotte e di evocare e attrarre attorno a sé le altre forze della sinistra anticapitalistica e di movimento; un partito come lo era il PCI prima di Occhetto e come forse poteva divenirlo il nostro senza Bertinotti.

Per ora abbiamo la Federazione della Sinistra, una Federazione che –oggi – sarebbe da irresponsabili mettere in discussione per ambigui ed equivoci “orgogli” di partito, anzi di partitino ( ma diciamoci la verità: chi oggi mette in discussione la Federazione mette in verità in discussione il rapporto politico con il PdCI, mette in discussione la possibilità dell’unità dei comunisti, per una difesa acritica ed un rilancio di una Rifondazione essenzialmente bertinottiana!).

Al contrario, questa Federazione, che certo non è esente da critiche, che non permetteremo divenga – come qualcuno vorrebbe – un nuovo partito di sinistra, dobbiamo rafforzarla, portandola nelle piazze, davanti alle fabbriche e davanti alle scuole, nel tentativo di mettere finalmente in campo un soggetto di lotta, comunista e di sinistra anticapitalista.

Ma per rafforzarla, per farle poter svolgere il ruolo conflittuale necessario occorre svuotarla di ambiguità, superando innanzitutto la divisione dei comunisti interna ad essa; dobbiamo cioè dotarla di un perno comunista solido, in grado di saper indicare la strada delle battaglie più avanzate ( lotta contro le guerre imperialiste, contro le basi NATO, per un progetto di nazionalizzazione delle banche, per una politica fiscale che finalmente si sposti dal proletariato alle classi abbienti); che sappia mettere a fuoco il senso nobile ed utile alla “classe” della politica delle alleanze senza precipitare nel tunnel degli accordi a tutti i costi; dobbiamo far sì che i 46 mila iscritti al PRC e i 30 mila al PdCI si sentano un corpo unico e non – come accaduto in questa campagna elettorale per le regionali – due corpi divisi, in competizione e in lotta tra loro.

La divisione competitiva dei comunisti all’interno della Federazione ha prodotto – in questa campagna elettorale – disorganizzazione, afasia, mancanza di una guida centrale, di un disegno; ha prodotto inerzia e incapacità di iniziativa  sociale e politica.

Solo il superamento della divisione comunista potrà produrre una nuova passione, una nuova militanza, in grado di strutturare la Federazione, allargarla ad altre forze della sinistra di classe, ai movimenti, trasformandola in quel soggetto che oggi non è, che è lontano da essere: una forza concreta e organizzata per la  lotta di classe.
Al contrario, il permanere della divisione comunista ed il permanere di due diversi interessi comunisti partitici, porterà all’implosione della Federazione stessa e alla drammatica consumazione – con esiti politici, sociali e psicologici devastanti – dell’ennesimo tentativo fallito di rimettere in campo una forza di classe, tendenzialmente di massa.

Noi non pensiamo che la nefasta ed ormai insensata ( sono i padroni a riderne, con ogni probabilità anche la CIA) divisione dei comunisti e delle comuniste possa superarsi attraverso una pura sommatoria dei gruppi dirigenti: lo abbiamo sempre detto.

Pensiamo, invece, che ( intrecciandosi alla lotta sociale comune) all’interno della Federazione si debba avviare una vasta, aperta, libera ricerca politica e teorica in grado di superare le debolezze e gli equivoci culturali degli uni comunisti e degli altri. Che si debba avviare una ricerca in grado di riconsegnare al movimento comunista italiano un profilo politico e teorico all’altezza dei tempi e dell’odierno scontro di classe. Un profilo segnato essenzialmente dalla consapevolezza che il terreno privilegiato dell’organizzazione del consenso sia quello del conflitto sociale, dello scontro capitale/lavoro.

Per cogliere questo decisivo risultato occorre essere più modesti e – insieme – più ambiziosi. Occorre che il PRC ed il PdCI riconoscano le loro, attuali, fragilità culturali, i loro profondi errori e ricomincino, insieme, un nuovo percorso, cogliendo così quel senso comune dei comunisti e delle comuniste di base dell’uno e dell’altro partito che, a differenza di tanta parte dei gruppi dirigenti e a partire dalle loro condizioni di vita materiali e dalla loro coscienza politica scevra da bizantinismi, fanno prevalere l’interesse concreto dell’unità sull’ insensatezza della divisione, che fa bene solo ai padroni.

Occorre avviare un percorso volto alla ricostruzione di un partito comunista contemporaneo, incline alla lotta e al radicamento sociale ben più che alla “sistemazione” istituzionale ( che non deve essere vissuta come obiettivo finale della lotta, ma come rappresentazione e prolungamento, in ambiti istituzionali, del conflitto sociale). Volto a riconsegnare alla “classe” un punto di riferimento comunista certo e credibile, dotato di una forte pulsione unitaria, in grado di dare senso sociale e politico alle altre forze della sinistra anticapitalista e di movimento.

Il punto è che – sinora – a mettersi in discussione e a votarsi ad un superamento di sé per un progetto più grande è solo il PdCI, mentre la maggioranza del PRC – sulla base di una propria autoreferenzialità culturalmente superba ed essenzialmente immotivata – non fa altro che rilanciare se stesso, costruendo in tal modo – all’interno della Federazione – una “impasse” fortemente negativa per lo sviluppo stesso del soggetto unitario.

Senza il superamento della divisione dei comunisti, dunque, è largamente probabile che la Federazione non decolli come dovrebbe; senza un “cuore” comunista solido e dall’unico battito è anche molto probabile che la Federazione non possa farcela a radicarsi socialmente e irrobustirsi politicamente e ciò sarebbe la base materiale certa di un rischio : quella di un’interpretazione subalterna delle politica delle alleanze, che potrebbe sfociare o in una resa al PD o in una  genuflessione a Vendola.

Solo con una Federazione forte, segnata dal superamento della divisione interna tra i comunisti e capace di offrirsi alla “classe” come soggetto davvero unico, privo di paralizzanti fibrillazioni interne e capace dunque di lottare fuori di sé e non dentro di sé, si potranno ricostruire i legami sociali e costruire una propria autonomia, evitando di consegnarsi ad ogni attrazione fatale, a cominciare da quella di Vendola.

Ma a proposito del rifiuto del cambiamento e della mancanza dell’afflato unitario: il compagno Paolo Ferrero, nel suo libro appena uscito – ricco peraltro di importanti spunti analitici sulla fase e di indicazioni volte alla ricostruzione del conflitto – opera una censura ed una rimozione particolarmente pesanti e significative. Ferrero indica nel nostro coinvolgimento nel governo Prodi le basi della nostra crisi.
E naturalmente condividiamo tale assunto.

Ciò che non condividiamo è il fatto che Ferrero salvi invece tutta la fase bertinottiana precedente il governo Prodi; tutta la fase monarchica bertinottiana segnata ( come ebbe a dire lo stesso Ferrero) da una “ pars destruens” volta a polverizzare l’intera cultura politica comunista, senza – peraltro – offrire come contromisura nessuna “pars costruens”.

Ferrero non trova, non cerca, cioè, il nesso che ha legato la deriva governista di Bertinotti con la fase di distruzione culturale bertinottiana.Non trova e non cerca il nesso tra quella lunga fase e l’approdo bertinottiano : il comunismo come tendenza culturale e – al Congresso di Chianciano – il tentativo (capeggiato da Vendola, ricordiamolo tutti) di cancellare definitivamente l’autonomia comunista.

E diciamo questo non per spirito accademico, ma per chiedere a Ferrero, e ad altri e altre, che cosa vuol dire, oggi, “ riprendere il percorso della Rifondazione comunista”.

Vuol dire riassumere in toto – come par di capire – quella “marcia” politico-culturale bertinottiana che ha portato Bertinotti a definire il comunismo una tendenza culturale? Vuol dire brandire la memoria e la bandiera bertinottiana per respingere il progetto del superamento della diaspora comunista?

Ferrero ricorda nel suo libro l’affermazione di Althusser secondo la quale l’ideologia produce fatti materiali.
E’ vero: l’ideologismo bertinottiano ha prodotto il fatto tutto materiale della messa in crisi dell’autonomia – di prassi e di pensiero – comunista.

Noi pensiamo invece che per ricostruire un Partito Comunista più forte e sanare la vasta diaspora comunista occorra abbandonare ogni immotivata boria di parte e lanciare e sostenere un processo di ricerca politico-teorico profondo che – unito ad una prassi di lotta – sia in grado di unire le comuniste e i comunisti in un progetto rivoluzionario adatto ai tempi.

Non è facile, ma è tutto ciò che ci rimane.