Intervento di Gianluigi Pegolo alla Direzione Nazionale di Rifondazione Comunista

Preliminarmente, è d’obbligo porre l’accento sul vulnus alla democrazia interna che è stato perpetrato da questa maggioranza. Non vi sono giustificazioni a scelte compiute in ambiti ristrettissimi, che non solo non hanno coinvolto il corpo ampio del partito, ma che neppure sono stati condivisi dall’insieme dei gruppi dirigenti. Il congresso è stato scippato agli iscritti. Ora, lo stesso simbolo è scomparso dalle prossime elezioni politiche. E’ stato scelto, sempre in camera caritatis, il leader della coalizione. Il programma della coalizione verrà deciso con i vertici delle altre forze politiche. Dopodiché la consultazione appare davvero come una foglia di fico o come un atto propagandistico inserito nella campagna elettorale. Non c’è da meravigliarsi, a questo punto, che nel partito regni il disagio, la demotivazione, se non lo sconcerto e il rifiuto.

Ma veniamo alla questione del simbolo unico. La scelta è pericolosissima, in primo luogo, dal punto di vista strettamente elettorale. Sappiamo tutti come il passaggio a nuovi simboli rappresenti sempre una scelta rischiosa, quando poi questa avviene nell’imminenza delle elezioni, e per di più con sistemi elettorali che permetterebbero di mantenere il simbolo del partito, allora siamo di fronte al non senso. La ragione di questa forzatura è evidente. È il tentativo di imporre nei fatti il partito unico. Con questa scelta la maggioranza si è assunta una grave responsabilità. Ciò che particolarmente ferisce i nostri compagni è che il vertice di questo partito non abbia fatto nulla per difendere il simbolo, accettando quello degli altri, perché – come ben sappiamo- l’arcobaleno è il simbolo di Sinistra Democratica e dei Verdi. Con questa scelta il gruppo dirigente ristretto rinuncia a difendere l’identità e il progetto del partito. Le conseguenze in termini di tenuta del corpo politico possono essere gravissime.

Ma andando al merito dell’operazione politica che oggi si compie con la presentazione della lista unitaria, occorre dire con chiarezza che si tratta di un’operazione debole. Non solo si assemblano forze molto diverse fra loro, ma ancora non esiste uno straccio di programma comune, diverse sono le propensioni nei confronti del PD e del centro-sinistra in genere e pesa, infine, il retaggio di un’esperienza di governo deludente, nella quale Rifondazione Comunista e le altre forze non sono riuscite, non dico a contrastare le pulsioni moderate della coalizione, ma neppure a darsi un profilo convincente. Una debolezza che diventa scarsa credibilità nel momento in cui ci si cimenta nella competizione col Partito Democratico. Qui tutti sottolineano i rischi del voto utile, tutti sottolineano come vi sia il rischio di essere stritolati, da un lato dall’astensionismo e, dall’altro, dalla crescita del PD, ma chiediamoci: l’Arcobaleno è oggi un soggetto credibile, in grado di presentarsi come alternativo?

Oggi qui si paventa il rischio delle larghe intese fra Veltroni e Berlusconi nel dopo elezioni, ma prima – quando gli stessi convergevano sulla legge elettorale per stracciare i piccoli partiti – cosa abbiamo fatto noi? Non li abbiamo forse sostenuti? E ancora, che immagine abbiamo dato- in termini di alternatività- nel momento in cui abbiamo chiesto un “governo di scopo” che andava da Rifondazione Comunista a Forza Italia?

Il segretario ha chiesto qui un patto di solidarietà per gestire una campagna elettorale difficile. Io sono d’accordo, abbiamo bisogno di un clima più sereno per evitare un disastro elettorale. Ma un patto simile richiede che la maggioranza garantisca l’agibilità politica a chi dissente. Ciò significa due cose. La prima è che nelle elezioni amministrative non si pretenda di omologare tutte le situazioni intorno alla scelta del simbolo unico, rispettando anche scelte diverse. La seconda è che nella composizione delle liste, sia per le politiche che per le amministrative, si rispetti il pluralismo interno evitando di ripetere le discriminazioni nei confronti delle minoranze compiute in passato. È chiaro che se si puntasse per l’ennesima volta a liquidare le minoranze ben difficilmente si potrebbe contenere la protesta e il disgusto di molti compagni.