Intervento di Fosco Giannini, senatore PRC e direttore de L’Ernesto

Nella fase del nostro V° Congresso nazionale il compagno Fausto Bertinotti teorizzava che la fase politica internazionale e nazionale non offriva le basi materiali per spazi riformisti, per vie neokeynesiane.

Da lì Bertinotti partiva per negare – strutturalmente – ogni ipotesi di accordo governativo con il centro sinistra, con il quale – asseriva il nostro ex segretario – “non si poteva prendere neanche un caffè ”.

Da qui la scelta – giusta – di legarsi con il movimento dei movimenti, con i movimenti di lotta per cambiare innanzitutto – ancor prima dei rapporti politici – i rapporti di forza sociali.

Ci chiediamo: a distanza di pochissimi anni dal nostro V° Congresso è cambiato qualcosa sul piano strutturale, sul piano internazionale e nazionale, per farci supporre che gli spazi riformisti si siano aperti e costituiti, che col centro sinistra si possa prendere non solo un caffè, ma ci si possa fare intavolare un pranzo nuziale?

In verità nulla è cambiato : siamo cambiati solo noi, che passiamo – nella stessa fase strutturale – dal privilegiare i rapporti con i movimenti al privilegiare i rapporti con D’Alema e Padoa Schioppa, rischiando di scegliere Epifani al posto della FIOM, Parisi al posto del movimento “No Dal Molin” di Vicenza.

In verità noi siamo nella fase piena ( socialmente drammatica per i giovani, per il movimento operaio, per gli immigrati, i precari, per i sette milioni e mezzo di poveri, per gli otto milioni di cittadini vicini alla miseria, per il popolo meridionale, per ogni povero cristo con mille euro al mese) , siamo nella fase piena della competizione globale.

Lo scontro interimperialistico e intercapitalistico ( altrochè avvento dell’Impero, della fine dell’imperialismo e delle contraddizioni interimperialistiche!) è durissimo, il più duro dal secondo dopoguerra.

I poli capitalistici internazionali, per conquistare i mercati, per battere la concorrenza, vedono ora, in questo ciclo di sviluppo capitalistico, solo una strada: non quella del compromesso socialdemocratico tra capitale e lavoro, ma la strada dell’abbattimento del costo delle merci attraverso l’abbattimento del costo del lavoro, dei salari, dei diritti, dello stato sociale.

E’ in questo contesto che dovremmo dirci, avere la consapevolezza, – come teorizzava il Bertinotti legato ai movimenti di pochi anni fa – che non possiamo aprirci spazi di vera redistribuzione del reddito se la nostra azione si riduce e si restringe solo nell’ambito infecondo, grigio e paludoso del governo e del parlamento.

Che non vi erano ( nemmeno nella fase del nostro VI° Congresso, luogo della costituzione della nostra via governista) gli spazi per una via neokeinesiana.

Che la nostra azione, se chiusa nell’arena istituzionale, si riduce ad una risibile schermaglia, con noi nelle vesti di un esile spadaccino, di un Aramis contro le corazzate della NATO, dell’ Unione europea, della Confindustria, dell’intera borghesia italiana.

La questione centrale è che gli attuali rapporti di forza tra capitale e lavoro ci dicono che un compromesso favorevole al movimento operaio non è un dato oggettivo, un frutto storicamente maturo, spontaneamente fiorito sull’albero sociale, che rimane solo da cogliere. Non è così.

Per una seria redistribuzione del reddito occorreva – da questo punto di vista – un governo di centro sinistra che non navigasse sull’onda della corrente liberista, che non fosse esso stesso il segno dello stato presente delle cose, ma andasse decisamente controcorrente, che – soggettivamente – si ribellasse alla fase iperliberista e producesse una politica almeno parzialmente autonoma da quella dettata dal Fondo Monetario Internazionale, dai Patti di Stabilità dell’Unione europea e dalla Confindustria.

Invece, com’era per la verità sin troppo facilmente prevedibile, il governo Prodi è stato sin qui ( e ancor più sarà nel prossimo futuro, in virtù dell’avvento del Partito Democratico) l’esecutore materiale dei diktat del FMI, dell’Europa di Maastricht, della Confindustria e del capitale finanziario italiano, che più di tutti vuole scardinare la struttura pensionistica pubblica per privatizzarla e farla propria ( ed il Protocollo governo-sindacati del 23 luglio molto aiuta questo intento di privatizzazione delle pensioni).

E’ su questa base analitica che va fatto il bilancio del governo Prodi: una prima Finanziaria ( 2006) priva di ogni redistribuzione del reddito, segnata da uno spostamento ingente ( circa il 40% ) di risorse verso le imprese e verso le spese militari. Una politica estera completamente consegnata agli USA e alla NATO, con le ciliegine acide del regalo della base di Vicenza e del maggior impegno in Afghanistan; della firma extraparlamentare e segreta ( a casa di Bush) sullo scudo stellare USA in Europa e l’accettazione supina e pericolosissima ( da parte di Prodi e D’Alema) dell’indipendenza del Kosovo, con relativa e grave provocazione alla Serbia e alla Russia. Per non parlare del Darfur, per il quale si evoca già un nostro vicino impegno filo imperialista, e del Libano, il cui contesto oggettivo può trasformare a breve la nostra missione in un aiuto filo israeliano e antipalestinese.

Ed ora una Finanziaria 2007 segnata da ulteriori regali alle imprese, ai padroni, con una spruzzata di carità sociale, di tipo cattolico. Con il Protocollo del 23 luglio – che peggiora la Legge Maroni sulle pensioni e ratifica la Lgge 30 – come regalo natalizio ai lavoratori.

Il punto vero è che non si dovrebbe cadere nell’illusione, nel cretinismo parlamentare, secondo il quale le contraddizioni possono essere sciolte attraverso le asfittiche scaramucce istituzionali; il punto vero è che l’assunzione della categoria della “riduzione del danno” è già il segno dell’inizio della nostra mutazione genetica: da partito comunista a forza genericamente di sinistra ?

La questione centrale, nel nostro Paese, ma in tutta questa Unione europea delle multinazionali e non dei popoli, è quella di un cambiamento dei rapporti di forza attraverso la riapertura di un nuovo e lungo ciclo di lotte sociali.

Siamo invece di fronte – ed è un vero paradosso – alle titubanze e ai silenzi del nostro gruppo dirigente, che non trova il coraggio, in questi giorni, di trasformare la manifestazione del 20 ottobre in una grande lotta di popolo volta al cambiamento radicale degli accordi del 23 luglio, a trasformarla in una pressione forte sul governo Prodi, al fine di invertirne la rotta economica liberista. Che non trova il coraggio – questo nostro gruppo dirigente – di schierarsi chiaramente a fianco della FIOM e degli operai di Mirafiori, di Melfi, dei Cantieri Navali di Genova, della Sammontana toscana, della ItalCementi di Vibo Valentia, dei 300 delegati RSU che dalle pagine di Liberazione hanno lanciato un appello per il no agli accordi governo-sindacati e per la costituzione dei Comitati per il NO in tutte le fabbriche e nei luoghi di lavoro! Che non ha trovato il coraggio di dire ai lavoratori : votate no e costituite ovunque i comitati contro gli accordi del 23 luglio! Così dovrebbe fare – sarebbe naturale ! – un Partito Comunista ! Non avete trovato questo coraggio minimo.

Siamo o non siamo – dunque – prigionieri del governo Prodi ?

E’ in questo contesto segnato dal rischio della subordinazione al governo, segnato dalla rottura con il movimento per la pace e con la rottura con i movimenti di lotta che si vuole far nascere la Cosa Rossa, superando di fatto la nostra autonoma cultura e prassi comunista!

Il gruppo dirigente, da una parte, accelera il processo di costituzione della Cosa Rossa e parla di stati Generali della Sinistra e, d’altra parte, ci assicura che entro tale, nuovo, soggetto l’autonomia del nostro Partito permarrà. Queste parole non ci rassicurano, compagni della maggioranza, poiché se anche voi ne foste convinti ( e non so se lo siete) vi è qualcosa che trascende la vostra soggettività, poiché la questione è che il processo che mettete in moto ha già, e avrà ancor più domani, una sua forza oggettiva, diretta alla costruzione di un altro partito, con un’altra cultura e natura politica, non più comunista!

E allora dobbiamo dircelo con franchezza di che cosa stiamo discutendo: dobbiamo dirci se ci crediamo o no che in questa fase storica e per il futuro sia o no necessario il Partito Comunista!

Noi crediamo di si e rimaniamo comunisti, non per tigna, come ha detto Bertinotti, ma perché il Partito Comunista è una necessità sociale, è l’organizzazione antimperialista e anticapitalistica per eccellenza, è lo strumento principale di lotta in difesa della pace e dei diritti dei lavoratori, per il superamento del capitalismo e per tenere aperto l’orizzonte socialista.

Costruire “La Sinistra”, dunque? No, grazie! Io mi batterò perché il mio Partito non sia consegnato al pur bravo, ma socialdemocratico, compagno Fabio Mussi, questo Mussi votato al bipolarismo, che non ha detto una mezza parola sulle pensioni ed evita accuratamente di scendere in piazza con noi il 20 di ottobre!

Non consegnerò il mio Partito alle culture governiste, funzionali agli interessi degli USA e della NATO, dell’Unione europea e della borghesia italiana.

Mi batterò invece per il rilancio di un Partito Comunista culturalmente e politicamente autonomo, legato al movimento operaio e ai movimenti di lotta, un Partito Comunista capace di una profonda autoriforma democratica interna, capace di rilanciare l’originario progetto di rifondazione comunista, una rifondazione senza nostalgie né liquidazionismi , per un partito rivoluzionario, all’altezza dei tempi e dell’odierno scontro di classe.

Mi batterò per un Partito comunista autonomo e nel contempo unitario, capace di costruire sul campo, nel conflitto sociale, l’unità della sinistra anticapitalista e d’alternativa, capace di mettersi alla testa di un nuovo, necessario, ciclo di lotte sociali e liberarsi dai ricatti e dalle spire del governo Prodi.