Intervento di Fosco Giannini al Senato sul Protocollo del 23 luglio

Signor Presidente,

colleghi, compagne e compagni della sinistra: io sono contrario, razionalmente e decisamente contrario al Protocollo del 23 luglio.

Sono contrario e credo che i comunisti non dovrebbero mettere al primo posto la tenuta di questo governo (sempre più subordinato agli Usa e alla NATO, alla Confindustria e al Vaticano), sospingendo al secondo – o all’ultimo posto – le sofferenze, la miseria, persino la morte degli operai, dei lavoratori, delle donne, dei precari, dei giovani senza futuro.

Sono contrario e credo che i comunisti dovrebbero votare no a quest’accordo che umilia i lavoratori, toglie loro le speranze residue, approfondendo ancor più la distanza tra le forze di sinistra, il movimento sindacale e il movimento operaio complessivo.

Sono contrario e credo che l’intera “Cosa Rossa” dovrebbe votare no per nascere con un battesimo di lotta e non con la benedizione dei padroni.

Si dice che i simboli non contano, che contano le politiche, eppure è strano che appena si cancellano il martello dei lavoratori e la falce che taglia le radici del vecchio mondo, si è pronti ad abbassare la testa e dire si a chi vuole aumentare lo sfruttamento sulle donne, sui giovani, sulla classe operaia bianca, sui lavoratori immigrati.

L’accordo del 23 luglio, in verità, riassume l’intera legislazione del lavoro del governo Berlusconi e, tradendo Seattle, tradendo Genova, tradendo l’intero movimento altermondista, tradendo il milione di lavoratrici e lavoratori del 20 ottobre, riassume la filosofia profonda della mondializzazione capitalistica: precarizzazione estrema, flessibilizzazione liberista, apologia di quel sistema macchinico capitalistico che produce crisi continue di sovrapproduzione trasformando gli esseri umani in pura merce di scambio, cancellando la garanzia suprema: quella del lavoro.

I comunisti, le forze di sinistra, non sono nati – storicamente – per assecondare tali orrori sociali: sono nati per combatterli, per riconsegnare alle donne e agli uomini una vita degna!

Non sono nati per assecondare il profitto, ma per l’uguaglianza e la libertà, anche dai bisogni.

Nella mia città, Ancona, gli operai comunisti del Cantiere Navale, negli anni ’50, venivano facilmente licenziati; per sopravvivere facevano contrabbando di sigarette e con i soldi si ricompravano il posto di lavoro, pagando i dirigenti del Cantiere!

Oggi noi non riusciamo a sopportare l’idea che i lavoratori vengano di nuovo presi in giro, mortificati, che le loro minime garanzie sociali vengano sacrificate sull’altare confindustriale del governo Prodi, sull’altare del ministro Padoa Schioppa, un banchiere con il cuore di un banchiere.

Ci si dice, in modo sconsolato, perdente, che l’alternativa a questo governo è la destra, è Berlusconi.

Ma ci chiediamo – e sempre più se lo chiedono i lavoratori, l’intero popolo di sinistra, i movimenti: ma questo governo è l’alternativa alle destre, a Berlusconi?

Sappiamo, a partire dall’essenza delle cose, dall’essenza delle politiche concrete, che non lo è, che il governo Prodi non è l’alternativa a Berlusconi.

Da qui il pericolo grande della disillusione di massa, della stanchezza, della separazione dalla nostra gente, dal nostro blocco sociale, dai movimenti; anche da qui le basi materiali dell’antipolitica, dell’espansione molecolare dell’anticultura oscura della destra nel senso comune di massa.

Da qui la nostra, possibile e verosimile, sconfitta strategica e la vittoria speculare del capitale, nelle sue diverse forme: o nella forma della subordinazione moderata e confindustriale alla Veltroni o nella forma della destra reazionaria e aggressiva di Berlusconi. O nell’insieme delle due forme, come la stessa politica odierna va evocando, quando ci parla della Grande Coalizione o dell’accordo elettorale antidemocratico.

Insomma: dalla disillusione di massa alla fine della passione popolare per la trasformazione sociale.

Noi non possiamo cadere nell’illusione di poter cambiare le cose attraverso queste sterili schermaglie da spadaccini istituzionali.

Si è visto alla Camera, come il tentativo di piccole modifiche sia stato frustrato dall’ala destra – sempre più in ascesa – dell’Unione, dagli uomini di Montezemolo.

Non vi sono alternative: è impensabile organizzare un progetto di cambiamento all’interno di aree istituzionali che poggiano su dei rapporti di forza sociali sfacciatamente favorevoli al capitale; le cose si cambiano a partire dal cambiamento di tali rapporti di forza, attraverso il rilancio del necessario ciclo di lotte sociale, del conflitto.

Il Protocollo del 23 luglio cala come un’ulteriore mazzata sul grande disagio sociale italiano, segnato già da 7 milioni e mezzo di poveri e da 8 milioni di persone che per scivolare sotto la soglia della povertà hanno bisogno di poco: una rata del mutuo che non si riesce a pagare, il rifiuto di un’altra cessione del quinto dello stipendio, un figlio da mandare all’università.

Il Protocollo mette un altro mattone nella costruzione del disagio sociale di massa – e credo di dire questo con cognizione di causa, non retoricamente.

Perché non è vero che il Patto per l’Italia tra il governo e i tre sindacati cancella lo scalone Maroni, ma – anzi – con l’introduzione di nuovi scalini che prima non c’erano, allunga l’età pensionabile e peggiora le pensioni di anzianità delle donne.

Soprattutto – direi – per le donne, costrette (da un dominio maschile che non cambia perché nulla riusciamo a trasformare) non solo, come sempre, a lavorare duramente in casa, ma a lavorare più a lungo in fabbrica e negli uffici.

Vivo in una città dove le donne si alzano alle 5 di mattina, preparano il pranzo ai mariti, lo zainetto ai figli per mandarli a scuola; poi vanno in provincia (sino a sera, con un panino per pranzare) a lavorare negli scantinati, a fare le camiciaie, per 600 euro al mese!

Queste donne, queste lavoratrici noi non le liberiamo; anzi, facciamo loro un bel regalo: allunghiamo loro l’età pensionabile!

Queste donne, assieme ad un altro milione di persone, erano il 20 ottobre a Roma, ad una grande manifestazione di popolo che chiedeva di cambiare il Protocollo e di farla finita con le guerre e le spese militari. Una manifestazione che tutti hanno celermente e “naturalmente” dimenticato!

Ma il Protocollo del 23 luglio non è solo controriforma pensionistica: in esso c’è la cancellazione di fatto del lavoro usurante. Sino al punto che i poveri cristi che lavorano, si bruciano e muoiono negli inferni chimici e siderurgici non hanno più diritto a venir fuori qualche anno prima da quei lager dell’iperproduttività e del profitto.

E c’è – scandalosamente – la ratifica della legge 30, o legge Biagi: chiamala come vuoi tanto non cambia il senso: tu lavori quando vuole il padrone, quando gli servi, 3 mesi si e 6 mesi no; una settimana qua ed una là, senza più il minimo rispetto della tua vita, della tua sofferenza, del tuo futuro.

La chiamano precarietà, ma è la consunzione di una vita, di milioni di vite.

Ed i contratti a termine si allungano sempre più!

Ma nel Protocollo – dopo i tanti regali ai padroni – vi è anche la detassazione degli straordinari!

E qui non si capisce proprio, non si capisce il senso: attraverso gli straordinari degli operai, i padroni aumentano in modo esponenziale il loro profitto e su questo profitto extra (appunto, straordinario) non pagano tasse. Mentre gli operai, al contrario, le pagano esattamente in modo esponenziale, poiché in un salario appena più alto aumentano i coefficienti e le trattenute complessive sulla busta paga! E ciò su salari – mille euro al mese – che sono ormai tra i più bassi d’Europa e sui quali, da oltre un quindicennio, manca la scala mobile.

Gli operai ammazzati dal profitto alla Thyssen Krupp erano alla quarta ora di straordinario, oltre le normali 8 ore già passate in fonderia!

Nessuno fa 13 ore di fila in fonderia se non per sopravvivere.

E a questi lavoratori viene trattenuta una quota fiscale sull’ora di straordinario, ma ai padroni no !

Questi lavoratori, secondo il Protocollo, forse non fanno nemmeno lavori usuranti!

Questi lavoratori non possono andare in pensione qualche anno prima di morire!

La loro morte ci fa soffrire, tutti.

Ma dobbiamo strare attenti alla retorica, alle parole scarlatte che ho sentito anche in quest’aula, tra la sinistra.

Come per i soldati italiani in Afghanistan o in Libano, si sta dalla loro parte in un solo modo: non piangendo dopo, dopo la loro morte, ma combattendo prima, ora, per ridurre l’età pensionabile, per ridurre l’orario di lavoro, alzare i salari, reintrodurre la scala mobile, allargare l’area dei lavori usuranti, abolire gli straordinari: perché i lavoratori debbono vivere degnamente, non giungere a 13 ore al giorno per sopravvivere!

Sono contrario al Protocollo e credo che il Partito della Rifondazione Comunista dovrebbe votare no, o – in subordine – votare la fiducia e poi ritirare la propria delegazione dal governo.

All’interno del mio Partito e del mio gruppo, con le mie forze, mi sono battuto per cogliere questo obiettivo.

Lo stesso compagno e Presidente Bertinotti ha dichiarato il fallimento del centro sinistra.

La possibilità di un mio voto diverso da quello del Gruppo non mi è concessa, pena l’espulsione.

Ho parlato in questa fase con gli operai di Mirafiori, gli operai della Ital-Cementi di Vibo Valentia, con le lavoratrici Telecom, con tanti altri lavoratori e centinaia di compagni e compagne del Partito.

Personalmente non ho paura di nulla, nemmeno di una eventuale espulsione.

Ma d’accordo con tutti loro debbo continuare nel mio Partito una battaglia politica ed evitare l’ulteriore diaspora di migliaia di iscritti e militanti.

Ma credo che questo Protocollo sarà una ferita profonda sul movimento operaio, ed i gruppi dirigenti che sceglieranno di sostenere Prodi piuttosto che le lavoratrici e i lavoratori si assumeranno una pesante e grave responsabilità!