Intervento di Fosco Giannini al CPN del 28/29 Novembre 2009

“Dividetevi da Turati e poi alleatevi con lui!”, indicava con forza Lenin ai comunisti italiani nella fase della scissione di Livorno e negli anni che preannunciavano l’avvento del fascismo. E ciò non spingeva nessuno a definire il capo della Rivoluzione d’Ottobre un moderato.

In quelle parole di Lenin vi è tutto lo spirito che caratterizza la cultura comunista dell’autonomia e dell’unità, valori e pratiche – autonomia e unità – che hanno sempre segnato sia la storia del movimento comunista mondiale che quella del Partito comunista italiano, che chiama “ l’Unità ” il quotidiano fondato da Antonio Gramsci, che costruisce l’unità sul campo in tutte le lotte del secondo dopoguerra ( a cominciare dalla lotta di liberazione contro il nazifascismo ) e che nel contempo non rinuncia mai – se non nel processo che porta al suicidio della Bolognina – alla propria autonomia politica e culturale.

E’ da questo punto di vista che oggi ci stupiscono le posizioni di quei compagni che pur provenendo da una cultura comunista né massimalista né settaria, pur avendo completamente assunto e rappresentato – per tutto il dibattito congressuale che ci ha portati a Chianciano – l’idea-forza dell’unità dei comunisti, oggi criticano aspramente la Federazione proprio perché in essa sono oggettivamente presenti spinte significative all’unità dei comunisti, spinte che per la loro oggettiva razionalità si vanno estendendo sul piano generale e che trovano dunque forma anche all’interno della Federazione.

Ci stupisce il fatto paradossale che per l’incongruente avversione all’unità dei comunisti, questi compagni che poco più di un anno fa si battevano per essa, oggi finiscono meccanicamente per estendere l’avversione all’unità dei comunisti allo stesso progetto unitario che segna la Federazione di Sinistra.

Occorre dire, inoltre, che appare davvero tortuosa l’idea per la quale si sarebbe contrari all’unità dei comunisti – e, conseguentemente, a quella Federazione che ne sarebbe il Cavallo di Troia – per difendere una sorta di purezza rivoluzionaria del PRC, che con tutta evidenza è invece un Partito in cerca di se stesso e di una sua più certa identità politica e culturale.

Vediamo anche noi i pericoli di una strutturazione troppo rigida della Federazione; nel contempo vediamo gli elementi positivi volti ad unificare i comunisti – e le forze anticapitaliste – sin dalle istanze territoriali. Per queste ragioni sarebbe bene, anzi occorre, che l’intera Federazione – per non divenire un partito e nel contempo mantenere la propria funzione di iniziale levatrice dell’unità dei comunisti – si strutturi, in ogni sua istanza e articolazione, secondo le logiche e la natura del coordinamento, piuttosto che con le logiche dell’organizzazione partitica.

Il punto è che il mondo complessivo del lavoro – donne, occupati, precari, immigrati – vive la fase materialmente più dura degli ultimi decenni. La sottosalarizzazione di massa; la cancellazione del meccanismo della “scala mobile”; una precarizzazione e flessibilizzazione del lavoro che giunge ormai a segnare circa il 30% dell’intera area lavorativa, avviandosi – se contro di essa non si alzerà la necessaria e sinora drammaticamente assente battaglia sociale, politica, culturale – a divenire la forma totale del lavoro futuro; la cancellazione dei diritti nelle fabbriche e nei luoghi della produzione, materiale e immateriale; l’attacco continuo al sistema pensionistico; la distruzione del contratto nazionale di lavoro: tutto ciò va costituendosi quale base materiale di un sempre più vasto disagio e di una vera e propria sofferenza sociale che – in assenza di un solido e credibile punto di riferimento sociale e politico comunista e di sinistra e nell’ormai pesante mancanza di un sindacato di classe e di massa – corre il rischio di degenerare nel qualunquismo e nel populismo o di essere attratta dalle nefaste sirene della destra conservatrice, leghista, razzista e reazionaria.

Il punto è che, assieme alle forme globali dell’attuale sfruttamento capitalistico; assieme alle politiche antisociali di un’Unione europea subordinata ai Trattati liberisti di Lisbona e di Maastrich ( non sufficientemente avversati dalle forze comuniste e di sinistra italiane), agiscono negativamente e duramente, su tanta parte del mondo del lavoro, quei processi produttivi ormai affermatisi su vasta scala e tendenti alla divisione e alla parcellizzazione della produzione , un fenomeno che divide la classe sin dalla sua prima sorgente costitutiva: la modalità di produzione.

Di fronte a questo cupo orizzonte sociale, di fronte agli attacchi virulenti alla democrazia e alla Costituzione, di fronte a questo regime berlusconiano reazionario e di massa diventa una necessità sociale e politica oggettiva – e non una dubbiosa possibilità – l’esigenza di unire le forze comuniste e di sinistra anticapitalista in un progetto di lotta comune volto sia a riconsegnare un punto di riferimento all’intero mondo del lavoro che alla ricostruzione di un’opposizione dai caratteri di massa, oggi totalmente e colpevolmente assente.

Il compagno Targetti, nel suo intervento, ha sollevato una questione: ha affermato che evocare l’unità dei comunisti e della sinistra anticapitalista come “stato di necessità” potrebbe essere funzionale allo snaturamento e al superamento di Rifondazione comunista. Credo, compagno Targetti, che le questioni non possano porsi in questo modo: da una parte lo “stato di necessità” è reale, il regime di destra si manifesta innanzitutto sulla pelle dei lavoratori ed essi sono i primi a riconoscerlo; lo riconoscono nelle migliaia di casi fabbriche chiuse in tutto il Paese, nella difficoltà sempre più grande di tirare avanti sino alla fine del mese, nella fatiscenza delle scuole ove i ragazzi debbono portarsi ormai anche la carta igienica…e certo non capirebbero la ritrosia, da parte dei comunisti, ad unirsi con le forze della sinistra più avanzata nel tentativo di battersi contro questi padroni sempre più aiutati, nella loro durezza antioperaia, dall’attuale “spirito dei tempi”.

D’altra parte – caro compagno Targetti – la perdita di essenza comunista, da parte del PRC, non deriverebbe da un possibile rapporto unitario con altre forze, ma essa è già il prodotto di un decennio di monarchia bertinottiana, contro la quale non tutti – quand’era tempo – si sono battuti…

L’unità è una necessità sociale, dunque e la Federazione di Sinistra che va nascendo deve rispondere a questo primo, essenziale, ordine di problemi e ciò che dobbiamo eventualmente rimarcare è che questa Federazione, rispetto alla questione sociale, è ancor priva – come dimostra anche il documento politico sul quale nasce – di forti e mobilitanti obiettivi di lotta. Su salari, scala mobile, legge 30, contratto nazionale di lavoro e precarietà le indicazioni sono assenti o deboli, come se si fosse voluto far prevalere un precipitoso disegno organizzativo e strutturante della Federazione, piuttosto che la messa a fuoco delle brucianti questioni sociali da affrontare attraverso un’immediata unità d’azione (cosa ben diversa ed efficace di quell’ennesimo, consunto, progetto partitico di riduzione ad uno della sinistra di bertinottiana memoria che in molti ancora vorrebbero affidare alla Federazione).

Ma vi è un punto, per noi centrale : assieme all’esigenza dell’unità tra forze comuniste e di sinistra anticapitalista vi è anche in campo, con tutta la sua pesantezza, una seconda questione, non discussa, non sufficientemente sentita e anzi spesso colpevolmente rimossa: la questione comunista, che in troppi, anche nel nostro Partito, tendono a dimenticare o sminuire.

Il punto è che in virtù di un lungo e ormai trentennale attacco all’autonomia politica e culturale comunista siamo oggi di fronte ad una crisi storica del movimento comunista italiano, che corre verosimilmente il rischio di scomparire per una lunga fase.

Noi dobbiamo sapere e dirci, senza balbettii e diplomatismi, che tale crisi si può affrontare e risolvere solo attraverso un rilancio cosciente e determinato ( del tutto assente, da Chianciano in poi) dell’autonomia culturale, politica e organizzativa comunista (per la quale la Federazione non deve in nessun modo essere d’intralcio o d’ostacolo); solo attraverso un rilancio della ricerca politica e teorica aperta; solo attraverso la prioritaria collocazione dei comunisti nel conflitto sociale, solo attraverso il processo di unità dei comunisti.

Da questo punto di vista la Federazione non è la risposta alla crisi del movimento comunista: essa – essendo solo la risposta, giusta e necessaria, all’esigenza dell’unità d’azione tra comunisti e sinistra anticapitalista – può dialetticamente aiutare a rimettere in campo i comunisti ma non può assolvere il compito della ridefinizione della loro autonomia di prassi e di pensiero.

Dovremmo essere invece capaci di costituire un proficuo rapporto tra il ruolo dei comunisti nella costruzione dell’unità d’azione e del conflitto con le altre forze della sinistra anticapitalista e il rilancio dell’autonomia comunista,che proprio in questo movimento potrebbe trovare nuova linfa.

Ben sapendo che i due progetti strategici (rapporto unitario tra forze della sinistra d’alternativa e autonomia comunista) sono e debbono rimanere distinti.

Occorrerebbe, da questo punto di vista, che, insieme alla costruzione della Federazione, le due forze comuniste all’interno di essa, Prc e PdCI e comunisti esterni ai due partiti, iniziassero, abbandonando ogni risibile autoreferenzialità, un percorso comune di ricerca teorica, politica e programmatica, non vincolato a immediate scelte organizzativistiche, ma volto a ridefinire unitariamente un profilo comunista all’altezza dei tempi e dell’odierno scontro di classe. E insieme ad esso un percorso di ricollocazione unitaria dei comunisti nel conflitto sociale quale forma alta e costituente dell’unità.

E’ sbagliato – sia per chi avversa che per chi sostiene l’unità dei comunisti –affermare che la Federazione ne sia la matrice primaria. Può rappresentare sia l’unità d’azione tra forze diverse che una base per riavvicinare i militanti Prc e PdCI, non così distanti, culturalmente, come si vuol far credere. Ma il sempre più necessario progetto dell’unità dei comunisti e la definizione di un profilo politico e teorico comunista all’altezza dei tempi hanno invece bisogno – assieme alla lotta comune – di un disegno dal consapevole respiro politico e culturale, scientemente sorretto e sviluppato, non lasciato al moto spontaneo ma progettualmente perseguito.

Siamo per l’unità delle forze comuniste e della sinistra anticapitalista e insieme – anzi, dialetticamente – siamo per la costruzione di un più forte, combattivo e contemporaneo Partito comunista, da ricostruire sia attraverso l’unità dei militanti e dei dirigenti comunisti, oggi insensatamente divisi, che attraverso lo studio senza sconti della nostra storia e lo studio scientifico e non empirico dello stato presente delle cose.

E diciamo ciò con molta speranza, poiché questa linea ( questa concezione di un partito comunista riunificato e tenuto unito non dal collante dell’uno o dell’altro dogma religioso, ma dalla necessità di una ricerca aperta e dalla centralità del conflitto) è così di buon senso che non può essere di pochi, ma può e deve essere di tutti e tutte. La sua spinta unitaria oggettiva potrebbe finalmente riunirci, potrebbe cancellare aree e correnti, potrebbe essere decisiva per costruire tra di noi un nuovo punto solidale: quello di un Partito comunista per la classe e volto a vaste costruzioni unitarie. Fatemelo dire così: una casa dove si vive insieme e dalla quale non si vede l’ora di uscire, uniti, nelle strade, nelle piazze, dentro e fuori delle fabbriche, di nuovo a lottare e riaccendere il sogno di cambiare il mondo. Un sogno che da troppo tempo abbiamo spento.