Intervento conclusivo di Fosco Giannini alla presentazione pubblica dell’Associazione “Marx 21°”

Care compagne e cari compagni,

giudico questo sabato 19 dicembre un giorno importante per le comuniste e i comunisti del nostro Paese.

Nasce l’Associazione politico – culturale “ Marx 21°”.

Nasce ponendosi l’obiettivo di contribuire al rilancio di un pensiero comunista e rivoluzionario all’altezza dei tempi e dell’odierno scontro capitale/lavoro; con l’obiettivo di contribuire e partecipare al processo di riunificazione dei comunisti in un unico Partito dal carattere antimperialista, internazionalista, anticapitalista e di classe; con l’obiettivo strategico di contribuire alla ricostruzione di un blocco sociale e storico dal carattere egemone che, a partire dalla riunificazione del movimento operaio complessivo, riapra in Italia un processo di transizione al socialismo. Un obiettivo forse lontano, forse lontanissimo ma che va perseguito sin da ora.

Da questo punto di vista lasciamo la parola allo stesso documento politico dell’Associazione, che in un suo passaggio così esplicitamente recita:

“ La ricostruzione di un rinnovato partito comunista è un’esigenza, in primo luogo, delle masse popolari e di tutti coloro che sono interessati a contrastare i processi reazionari in corso. L’Associazione MARX 21° nasce dalla volontà di favorire questo nuovo processo di unità e autonomia teorica e politica dei comunisti in Italia, nella convinzione che esso non possa essere rinviato ulteriormente né che esso possa avanzare solo con la pur giusta rivendicazione di un nome, di un simbolo, di una bandiera, ma solo con una rinnovata capacità di analisi della società italiana e del contesto mondiale”.

“ Marx 21°” nasce in una fase particolarmente difficile per la democrazia italiana, per le condizioni materiali della classe operaia e del mondo complessivo del lavoro, per i giovani, le donne, gli immigrati. Nasce in una fase difficile e persino drammatica per la sinistra intera e per il movimento comunista del nostro Paese.

Ed è a partire da ciò che va apprezzato il coraggio, la libertà dallo spirito dei tempi e l’assunzione – viceversa – del senso storico di lungo periodo che segnano il lavoro delle compagne e dei compagni che hanno voluto dar vita e vogliono fornire un forte senso culturale, politico e sociale all’ Associazione.

Vale per essi e per chi vorrà lavorarci il monito di Lenin ai bolscevichi negli anni durissimi della Russia post rivoluzionaria del 1921 : “Non è scusabile per dei rivoluzionari – scriveva Lenin – cedere allo scoramento”. E noi non cederemo! Non cederemo né di fronte alla marcia egemonica della nuova destra reazionaria e fascista italiana, né di fronte al pullulare dei liquidazionisti di sinistra che partecipano – complici della cultura dominante – al tentativo di cancellare dalla storia e dalla società italiana la più profonda e scientifica analisi delle contraddizioni capitalistiche; il più forte pensiero politico e sociale; la più efficace teoria della rivoluzione; la più densa prassi della trasformazione sociale mai apparse nella storia delle classi subordinate e dei popoli: il comunismo!

Assumere sino in fondo il monito di Lenin a non cedere non vuol dire dimenticarsi -. tuttavia – dell’assunto gramsciano relativo all’ottimismo della volontà e al pessimismo della ragione.

Siamo rinfrancati nel nostro impegno dal fatto che anche la crisi attuale del capitalismo ribadisca la già accertata impossibilità storica del capitale a fuoriuscire dal proprio sviluppo anarchico e antiumanistico, poiché intimamente votato alla spoliazione imperialista dei popoli e dei paesi della Terra; sappiamo di essere nel giusto poiché di conseguenza è posta di fronte all’umanità – come affermano i compagni Fidel Castro e Hugo Chavez – la questione storica del socialismo come unica alternativa al capitalismo; sentiamo l’ottimismo della volontà perché le forze politiche e statuali antimperialiste e rivoluzionarie latinoamericane, asiatiche, africane ed europee hanno, in un solo quindicennio, polverizzato la profezia illusoria e idealistica di Fukujama diretta – dopo la caduta dell’URSS- a ratificare la fine della storia e il dominio eterno del capitale, dichiarando “naturali” i rapporti capitalistici di produzione.

Siamo ottimisti poiché una parte immensa dell’intera umanità è oggigiorno guidata e governata dalle forze comuniste, che costruiscono sul campo modelli di sviluppo e di produzione che hanno al centro non il profitto del capitale ma gli interessi dei popoli e dei lavoratori. E nel contempo contengono e respingono le spinte egemoniche e di guerra degli stati e delle forze imperialiste, agendo positivamente sui rapporti di forza internazionali.

Nel contempo siamo anche segnati dal pessimismo della ragione, che ci aiuta a non nascondere la polvere sotto i tappeti, a mettere a fuoco la drammatica questione comunista italiana, che ha bisogno, proprio in virtù del suo stato di prostrazione, di rilanciarsi attraverso un progetto culturalmente, politicamente ed organizzativamente autonomo.

Qui, nel nostro Paese, e non altrove, il movimento comunista vive una crisi profonda, che trova le sue ragioni nello scientifico e ormai trentennale attacco al movimento operaio e comunista del nostro Paese. Un attacco che trova una delle sue origini nel lungo e per molti versi ancora inesplorato processo di socialdemocratizzazione del PCI; un processo che sbocca, dapprima, nell’angusta teoria dell’eurocomunismo, una teoria con la quale si supera la concezione internazionalista e il pensiero stesso di Palmiro Togliatti; una teoria che induce il Partito comunista italiano a prendere sempre più le distanze dal movimento comunista, antimperialista e rivoluzionario mondiale; ad assumere una cultura regionalista e provincialista, nella quale si illanguidiscono i valori centrali dell’antimperialismo e dell’internazionalismo, una teoria che induce infine il PCI a costruire i propri rapporti preferenziali con le socialdemocrazie europee di Willy Brandt e Olof Palme.

Un lungo attacco alla cultura e all’autonomia comunista che trova il punto alto e liquidazionista nella Bolognina occhettiana e infine nel devastante fenomeno del cosiddetto bertinottismo, che dopo un lungo inganno, dopo la cancellazione di tutta la storia comunista del ‘900; della categoria dell’imperialismo; di quella gramsciana “dell’intellettuale collettivo”; assumendo ambiguamente quella della “non violenza” quale cavallo di troia per la rinuncia alla difficile trasformazione socialista, alla lotta di classe e persino alla concezione stessa del potere rivoluzionario, getta la maschera tentando di cancellare l’autonomia comunista di Rifondazione e costruire strategicamente, partiticamente, l’Arcobaleno, un partito di sinistra vaga che aveva in sé il progetto di ridurre il comunismo ad una “tendenza culturale”.

Siamo ora qui – in Italia – tra le macerie fumanti prodotte da mille liquidazioni, cancellazioni, tradimenti. Ma siamo qui, nel nostro orto desertificato, con la consapevolezza che il movimento comunista mondiale – seppur non privo certamente di problemi – è vivo e vegeto, ricopre un ruolo internazionale decisivo e può contribuire – assieme all’imprescindibile lavoro e progetto soggettivo dei comunisti del nostro Paese – a rendere il tentativo di rilancio del movimento comunista in Italia un tentativo verosimile.

Ed è anche a partire da questa considerazione che dovremmo tentare di mettere a fuoco gli obiettivi, i piani di lavoro, il programma politico e teorico dell’Associazione “ Marx 21°” .

Il lavoro da fare è grande, per certi versi smisurato, essendo pari alla devastazione politica e culturale anticomunista e antimaterialista che è stata prodotta negli ultimi trent’anni.

Occorrerà che l’Associazione si doti di un Comitato scientifico di valore ( obiettivo che è nelle sue possibilità), un Comitato in grado di mettere a fuoco i temi di carattere teorico e politico da affrontare; in grado di costruire gruppi di lavoro e di studio capaci di sviluppare questi grandi temi. Occorrerà, poi, che l’Associazione sia in grado di divulgare quella ricerca compiuta sui territori, tra i quadri e i militanti comunisti, con lo scopo di fornire nuova linfa vitale all’ormai culturalmente esangue e disorientata militanza e dirigenza comunista. Con lo scopo di unire le comuniste e i comunisti non solo – come è indispensabile – nei territori e nella lotta sociale e politica comune, ma anche in una teoria e in una prassi comuniste al passo coi tempi, libere sia dalla nostalgia che dal liquidazionismo.

Molti sono i nodi politici e teorici che sono andati aggrovigliandosi e che la stagione comunista successiva alla Bolognina non ha saputo sciogliere, non ha saputo in nessun modo “rifondare”.

Il primo nodo da sciogliere è sicuramente quello relativo alla storia del socialismo storicamente realizzatosi. Allo stato delle cose il giudizio ufficiale del mio Partito, il PRC, su questa storia è pressoché liquidatorio. Un giudizio così tranchant e così privo di approccio dialettico che rischia di essere funzionale all’uscita dalla stessa cultura comunista. Un giudizio ed un approccio culturalmente così deboli da concentrarsi, organizzarsi e ridursi su di una sola e monotematica argomentazione: quella della supposta e totale mancanza della democrazia nei paesi del socialismo realizzato, a cominciare, naturalmente, dall’Unione Sovietica. Tralasciando le questioni strutturali, essenziali, che dovevano e debbono trasformare l’analisi in lezioni per l’oggi e per il domani.

Come, ad esempio, l’impossibilità di estendere storicamente l’emulazione e lo stakanovismo quali motori idealisti ed etici della spinta produttiva; l’incapacità di allargare la produzione – anche dopo il secondo dopoguerra sovietico – alla merci leggere e di consumo popolare; la rinuncia aprioristica ad immettere elementi dinamizzatori ( magari spuri, ma funzionali alla rilancio dello sviluppo produttivo socialista generale) dell’economia sovietica e quindi l’impossibilità finale di trarsi fuori dalla stagnazione economica.

Credo, anche, che vada affrontata la questione della soggettività comunista e rivoluzionaria, nel senso leninista e gramsciano del termine, recuperando appieno il valore dell’affermazione di Gramsci secondo la quale “la Rivoluzione d’Ottobre è rivoluzione contro il Capitale”. Un’affermazione tendente a superare il positivismo della Seconda Internazionale e la caricatura meccanicistica del marxismo. Tendente a costruire – nel determinare l’azione dei comunisti – il giusto rapporto tra condizioni oggettive e soggettive, senza che l’una condizione sovrasti e annulli l’altra. Ricostruendo il nesso tra tattica e strategia.

Pongo tale questione poiché credo in verità che una sorta di filosovietismo di maniera sia stato a lungo utilizzato, dalla potente ala socialdemocratica del PCI, al fine di affidare – in senso positivista – alla sola Unione Sovietica il compito di allargare l’area socialista mondiale e di sostenere il processo rivoluzionario internazionale. Affidamento di un compito che prevedeva il venir meno di un altro compito: quello della lotta anticapitalistica e antimperialista conseguente che dovevano volgere i comunisti in Italia.Il venir meno, dunque, della soggettività leninista e gramsciana.

Altra questione da affrontare, per i comunisti, è sicuramente quella della loro forma-partito. Lenin rompe con la Seconda Internazionale proprio a partire dalla struttura organizzativa del partito rivoluzionario; mette in luce il carattere di oggettiva mediazione sociale che ha in sé la Sezione territoriale ( unica istanza organizzativa conosciuta dai partiti socialisti) e propone un’istanza organizzativa sin lì sconosciuta: la cellula di produzione, l’organizzazione del Partito comunista direttamente nei luoghi della produzione e del conflitto capitale/lavoro. Un’istanza organizzativa che segnerà per sempre i partiti comunisti e a lungo lo stesso Partito comunista italiano, che giungerà ad organizzare – oltre le necessarie Sezioni territoriali – 56 mila cellule nelle fabbriche e nei luoghi di lavoro, per poi, mano a mano, abbandonare questo tipo di organizzazione e tornare alle sole Sezioni territoriali di stampo secondointernazionalista.

Si tracciano dunque, di fatto, due linee tra loro parallele: quella dell’involuzione socialdemocratica di tipo politico e culturale del PCI e quella dell’involuzione della sua struttura organizzativa.

I due partiti comunisti italiani successivi al PCI e alla Bolognina non sono stati in grado di rilanciare un’organizzazione comunista di tipo leninista e gramsciano, accompagnando tale mancanza, non a caso, con una certa inclinazione istituzionalista; e poiché anche la memoria storica e la consapevolezza teorica della struttura organizzativa direttamente costruita nei luoghi della produzione va spegnendosi e non segna più la cultura dei quadri e dei giovani comunisti, credo sia opportuno che l’Associazione riapra la ricerca sulla forma-partito, come questione dirimente per la natura politica e culturale di un partito comunista.

Essendo naturalmente consapevole della vastità delle questioni che l’Associazione dovrà affrontare, non voglio qui rinchiudermi in una pressappochista e sbrigativa “lista della spesa”.

Aggiungo solamente tre questioni che reputo centrali nel lavoro di rilancio di un’opzione marxista e comunista: la prima è relativa all’analisi del mondo del lavoro in Italia e cioè lo studio attento della scomposizione e della ricomposizione della classe, sulla base dei nuovi processi produttivi e della nuova composizione del capitale. Questione dalle quale ne deriva un’altra, centrale: quella del rilancio di un sindacato di classe e di massa.

La seconda questione è relativa al mondo dei padroni: qual è – oggi – la natura del capitalismo italiano? Qual è la sua forza? Qual è il suo grado di autonomia e di dipendenza dall’imperialismo e dal capitale internazionale? Qual è il suo intreccio col capitale finanziario? Qual è il grado di concentrazione monopolistica? Come avviene, oggi, concretamente, l’estrazione di plus valore dal lavoro materiale e da quello immateriale? Conoscere il nemico di classe, insomma, a partire dal fatto che forse, per la battaglia che intendiamo condurre, lo conosciamo troppo poco…

La terza ed ultima questione – credo completamente abbandonata nella discussione politica e teorica dei comunisti in Italia – è quella relativa alla “transizione al socialismo”. Qui non abbiamo nemmeno il tempo di evocarla, una questione di tali dimensioni, che dovrà essere invece al centro della ricerca dell’Associazione. Mi limito solo ad indicare, rozzamente, un solo campo d’indagine. Quello relativo alla categoria e all’esperienza concreta del “socialismo attraverso l’economia di mercato” o della “combinazione tra economia pianificata ed economia di mercato”, e cioè di una delle forme possibili di transizione al socialismo, una forma che oggi viene praticata nella Repubblica Popolare Cinese dal gruppo dirigente del Partito comunista e in vari altri paesi socialisti.

La questione che occorrerà sviscerare è la seguente: a fronte della critica che una parte dei comunisti in Italia rivolge all’esperienza cinese ed altre esperienze volte al “socialismo di mercato” (una critica severa anche se assumibile nella sua parte relativa alla messa in luce delle contraddizioni sociali che il “socialismo di mercato” produce ) occorrerà riprendere – oltreché l’analisi concreta dell’attuale situazione concreta, da allargare sul piano dei rapporti di forza internazionali entro i quali l’esperienza del “socialismo di mercato” ha preso corpo- occorrerà riprendere, dicevamo, l’ampia ricerca politica e teorica che Lenin sviluppò successivamente alla cosiddetta fase “del comunismo di guerra” e che fu trasformata in prassi – col nome di Nuova Economia Politica – a partire dal marzo 1921.

Tale politica .- la NEP – si sorreggeva su almeno tre grandi cardini messi a fuoco da Lenin attraverso una lunga e dura fase di elaborazione politica e teorica: il primo cardine era rappresentato dall’esigenza storica – per la Rivoluzione d’0ttobre – di sopperire all’assente accumulazione capitalistica originaria attraverso una nuova accumulazione sostenuta dallo stesso potere rivoluzionario e funzionale allo sviluppo economico comunista; il secondo cardine era rappresentato dalla categoria intrinseca al termine russo “uklad”, entrato a far parte dell’analisi leninista sulla NEP e indicante l’esigenza della creazione e dello sviluppo di una struttura socialista in grado di competere con l’economia capitalista sul mercato internazionale e sullo stesso mercato interno; il terzo cardine era rappresentato dalla concezione di Lenin delle “alture strategiche”, un’immagine militare che rinviava all’esigenza che aveva ( e che ha) il “socialismo di mercato” di controllare ( appunto dalle alture strategiche) le aree di sviluppo neocapitalistico della NEP.

Tutto ciò per dire che le attuali scelte sul campo operate dai partiti comunisti – con in testa quello cinese, che governa una parte rilevante dell’ intera umanità – e volte ad un loro e originale modello di transizione al socialismo, non sono solo provviste di una loro autonoma progettualità politica e teorica, ma trovano ascendenze storiche di primissimo livello.

Tutto ciò per dire che è nostro dovere uscire dal provincialismo culturale in cui la nostra crisi può farci scivolare, imboccando la strada più virtuosa dello studio serio e privo di superstizioni, cristallizzazioni, dogmi e pregiudizi.

E’ la scienza, infatti, l’arma in più dei marxisti e dei comunisti. Che, se recuperata, può metterli di nuovo in marcia, per un cammino che sarà lungo e duro, ma che potrà trovare conforto nel fatto tutto materiale che – al contrario di ciò che racconta la mistificante cultura dominante – il movimento comunista mondiale segna di sé anche questa fase storica; esso ha grandi e socialmente incisive presenze organizzate in ogni continente; può contare, complessivamente, su circa cento milioni di militanti nel mondo; governa stati e regioni immense del pianeta ed influisce sulla politica mondiale.

E il comunismo non è riducibile, come qualcuno ambiguamente vorrebbe, ad essere solamente “il movimento reale che abbatte lo stato presente delle cose” ma, più materialisticamente, è la combinazione tra scienza e storia; tra la scienza marxista che mette a fuoco, irreversibilmente, l’oggettività dello sfruttamento capitalistico attraverso la legge economica del plus-valore e attraverso la stessa, concreta, storia novecentesca del comunismo, una storia segnata da rivoluzioni e lotte così grandi da trasformare in pura superstizione il presunto carattere “naturale” del capitalismo; rivoluzioni e lotte così grandi da sfiorare la costruzione antropologica del tabù culturale dello sfruttamento dell’uomo sull’uomo; così grandi da poter abbattere uno dei più minacciosi e potenti mostri della storia: il nazifascismo; così politicamente, socialmente ed eticamente pregnanti da estendersi ed organizzarsi sul piano universale.

E oltretutto – come diceva Majakovskij – il comunismo è uno dei pochi sogni che possono essere sognati dall’intera umanità, da una collettività universale. E, per questo, realizzarsi.

Buona fortuna e lunga vita all’Associazione “ Marx 21°” !

Fonte: www.lernesto.it