In ricordo di Alessandro Vaia

Sono passati 15 anni dalla sua scomparsa. Difficile dimenticare la vita e l’opera di questa eccezionale figura di comunista che ha lasciato un segno indelebile nella storia del movimento operaio. La sua lunghissima vita di militante, iniziatasi a metà degli anni 20, si è conclusa settanta anni più tardi nei caotici giorni che hanno segnato la dissoluzione del PCI e la nascita di Rifondazione comunista. È stata una lunga cavalcata attraverso le varie fasi, non sempre vittoriose e gratificanti, del movimento comunista del XX secolo. Galeotto nelle carceri fasciste, quando il regime sembrava dovesse durare secoli, generale delle Brigate internazionali nella guerra di Spagna, comandante partigiano durante la Resistenza: più di dieci anni trascorsi a combattere una guerra feroce e sanguinosa contro il dilagare del nazifascismo in Europa. Infine, negli anni del dopoguerra, infaticabile costruttore a Milano e in Lombardia del Partito comunista di massa, di cui è stato un dei dirigenti più autorevoli e prestigiosi. Poi la sua emarginazione dai gruppi dirigenti, al termine di un aspro scontro politico interno alla federazione di Milano, troppo sbrigativamente etichettato come resa dei conti tra una sconfitta ala “operaista”, cosiddetta settaria, e cosiddetti “rinnovatori”, fautori, si diceva, di una politica di larghe alleanze. Lo spessore della cultura marxista di Vaia rendono assai poco credibili le accuse di settarismo che gli furono mosse, e quella vicenda ebbe conseguenze strategiche importanti sul futuro assetto politico del PCI, e può essere considerata come l’inizio – allora impercettibile – della sua svolta a destra. Come era facilmente prevedibile per chiunque lo conoscesse, il tentativo di emarginare Vaia, di estrometterlo dalla politica attiva e di collocarlo a riposo a custodire i ricordi di un socialismo ormai ritenuto impossibile, si trasformò invece in un clamoroso boomerang. Benché giunto al crepuscolo della sua vita, un’età nella quale è facile cedere alla tentazione di sedersi in poltrona abbandonandosi ai rimpianti e macerandosi per le tante delusioni patite, il compagno Vaia, senza minimamente indugiare nei ricordi nostalgici, ha ricominciato con il grintoso impegno di sempre il suo lavoro di militante e di educatore comunista. Meticoloso curatore dei diari di Pietro Secchia, ci ha fornito una chiave di lettura non banale delle cause che provocarono, dapprima in misura impercettibile poi in forme sempre più evidenti la deriva a destra del PCI, fino al nefasto epilogo del suo scioglimento a Rimini nel 1991. Una ricerca ed una critica quella di Vaia, che, sebbene accompagnata da frequenti richiami all’unità del partito, non gli fu mai perdonata dai gruppi dirigenti, decisi ormai a consumare fino in fondo la mutazione genetica del partito, e perciò insofferenti nei confronti di qualsiasi forma di opposizione interna. Quello di Vaia è stato un impegno militante durato fino al giorno della morte, con inesauribile energia ma anche con una sorprendente metamorfosi del suo carattere, che, da inflessibile e superesigente quale era (soprattutto con se stesso), divenne un modello pedagogico di relazioni umane tra i compagni, che gli consentì di conquistarsi la fiducia e la stima dei giovani comunisti raggruppati intorno alla scomoda ma lungimirante esperienza di Interstampa. Molti di quei giovani sono poi diventati dirigenti autorevoli comunisti e, dovunque collocati, conservano un ricordo immutato del nostro piccolo, grande Sandro. Non ci resta che raccomandare di leggere, o di rileggere, il suo libro autobiografico (Alessandro Vaia, Da galeotto a generale, Ed. Teti). Sono bellissime pagine di storia, che ci aiutano a resistere alle dinamiche del dilagante revisionismo – spesso coperto dal massimalismo parolaio e dall’estremismo infantile di certa sinistra radical – e che ci lasciano immaginare con quanta paziente tenacia Va i a avrebbe lottato contro i liquidatori che oggi, dopo essere sbarcati sulle tranquille spiagge della “modernità” postcomunista, tentano ancora di cancellare come parentesi criminosa la sua e le nostre storie, archiviandoci, con molto poco garbo e ipocrisia, nel museo degli orrori del 20° secolo. Chi è cresciuto a quella scuola sa tuttavia come districarsi, anche oggi, dalle insidie dell’opportunismo e dalle tentazioni delle fughe in avanti, e conserva intatta l’ambizione di ricomporre i comunisti in un’unica grande forza organizzata.

Grazie compagno Vaia.