Imperialismo USA: un pericolo per l’umanità

Nonostante il prezzo pagato a Nassiriyah per il sostegno all’aggressione unilaterale di Stati Uniti e Gran Bretagna contro l’Iraq, il governo italiano ha deciso l’invio di un ulteriore contingente militare di 400 uomini in un altro paese teatro della guerra preventiva e permanente di Bush, l’Afghanistan. Con quali funzioni?

Ufficialmente con funzioni di ordine pubblico all’interno di un accordo Nato, in realtà ci troviamo di fronte ad una vera e propria spedizione militare, che agirà nell’ovest del paese all’interno della missione statunitense “Enduring Freedom”, con combattimenti e rastrellamenti. Legittimando in questo modo una guerra di aggressione, quella del 2002, e la successiva occupazione realizzate completamente al di fuori della legalità internazionale e pianificate dall’attuale amministrazione Usa ben prima del fatidico 11 settembre 2001.
Ci troviamo di fronte, insomma, ad una vera e propria spedizione militare, che contrasta, come nel caso dell’Iraq, con quanto disposto dall’articolo 11 della Costituzione Italiana

Quali le ragioni geostrategiche della guerra e dell’occupazione del territorio afghano tanto per gli Stati Uniti quanto per l’Italia?

Sull’Italia non vi è nulla da sottolineare, si tratta semplicemente di una pura e semplice operazione di servilismo rispetto agli Usa. Evidentemente, tra Berlusconi e Bush vi è un accordo di reciproco sostegno, oggi tocca al primo e domani, chissà, al secondo…
Quanto agli Stati Uniti, occorre precisare che le offensive contro Afghanistan ed Iraq sono state pianificate, ormai esistono prove sufficienti a tal proposito, ben prima non solamente dell’11 settembre 2001, ma addirittura del colpo di stato elettorale del novembre 2000 che ha portato al governo Bush. Si tratta di operazioni ragionate e realizzate a freddo, a partire dal 1998 e sulla base delle teorie neoconservatrici relative al “nuovo secolo Usa”, non sull’onda emotiva di quanto accaduto alle Torri Gemelle di New York. L’11 settembre si è rivelata, semplicemente, una splendida occasione.
Sul piano strategico esiste, certamente, la volontà di controllo di materie prime e fonti energetiche, con relative sfere di influenza. Ma questo non basta per comprendere le ragioni profonde alla base della strategia della guerra preventiva di Bush e dei disegni di dominio imperiale mondiale di Washington. Da una parte, vi è la volontà di controllo rigido sulla politica planetaria, nonostante la crisi della globalizzazione capitalistica, e degli stessi Usa in testa, sia profondissima. Come dire, più diminuisce il consenso intorno al modello Usa ed alla globalizzazione capitalistica, più aumenta il grado di coercizione, vale a dire la risposta squisitamente militare.
Dall’altra, stanno emergendo giganti mondiali non omologati e potenzialmente concorrenti, che potrebbero in un futuro prossimo insidiare l’egemonia statunitense, primo fra tutti la Cina. Tra 10 o 12 anni Pechino potrebbe riempire lo spazio lasciato libero dalla caduta dell’Unione Sovietica, prospettiva che gli Stati Uniti intendono stroncare con ogni mezzo. Washington intende pertanto utilizzare l’attuale superiorità militare per ridurre la Cina al ruolo di comprimaria o, ancora meglio, per annichilirla. Da questo punto di vista, le guerre contro la Jugoslavia, utile per cambiare le regole all’interno della Nato, l’Afghanistan, che ha dimostrato la capacità di Washington di agire in solitudine, e l’Iraq, con la relativa demolizione delle Nazioni Unite, l’unilateralismo e la riduzione di tutti al ruolo di comprimari, sono preparatorie per il grande scontro con la Cina. In questo contesto, la guerra contro l’Afghanistan ha consentito agli Usa di penetrare con una presenza militare stabile nella maggior parte delle repubbliche dell’Asia Centrale ex sovietica, a partire dalla Kirghisia, minacciando così direttamente non solamente Pechino, ma anche Mosca. Quanto all’Europa, per il momento non costituisce elemento di grande preoccupazione per gli Usa, anche se, in prospettiva, potrebbe divenire un alleato recalcitrante.

Andiamo con ordine. Il tuo giudizio sull’11 settembre è estremamente duro…

Ti voglio raccontare un aneddoto. In un saggio del 1997 (attenzione alle date) Gore Vidal ricostruisce un dialogo realmente avvenuto nel 1948, ormai in piena Guerra Fredda, tra il Presidente Truman ed il suo Segretario di Stato Acheson. Quest’ultimo, tentando di rispondere al cruccio del presidente sulle modalità di armare il paese senza incorrere in grandi proteste di massa, teorizzò semplicemente che il solo sistema possibile era quello di terrorizzare la popolazione. Cinquant’anni dopo, nel 1998, gli analisti neoconservatori consideravano con preoccupazione la lentezza con la quale procedevano le trasformazioni “rivoluzionarie” del quadro internazionale, con una sola incognita auspicabile: solamente un evento simile a Pearl Harbor avrebbe potuto velocizzarle…
L’11 settembre è servito da pretesto per un impressionante progetto di riarmo da parte degli Stati Uniti, che è destinato ad accrescere ulteriormente la risposta coercitiva alla crisi della globalizzazione ed a produrre ulteriori effetti negativi e distorsioni tanto sull’economia statunitense quanto su quella “globale”.

Afghanistan ed Iraq, due territori occupati dopo guerre illegittime da tutti i punti di vista. Quale la situazione in entrambi?

In Afghanistan, gli Stati Uniti hanno potuto contare su un esercito bene equipaggiato che lavorava per loro, i tagiki, e su un governo, quello dei Talebani, che godeva ormai di un consenso bassissimo da parte della popolazione. L’attuale parlamento, la Lloya Jirga, è stato letteralmente “preso in affitto” per 2/3 dagli Stati Uniti, e Karzai rappresenta solamente una parte della comunità Pashtun. Ci troviamo, insomma, in una fase transitoria, dove ciascuno fa i suoi calcoli. La sensazione, però, è che le forze di occupazione controllino solamente Kabul, trovandosi addirittura in una condizione peggiore dei sovietici, che almeno controllavano tutti i grandi centri urbani. Quanto successo recentemente ad Herat, con l’uccisione del Ministro dei Trasporti ed i successivi scontri armati, dimostra che il fuoco cova sotto la cenere, anche se un effetto domino sul breve periodo è assai improbabile. Più semplicemente, i singoli “signori della guerra” agiscono sulla base dell’interesse immediato, il più delle volte a sostegno di chi li paga in quel momento.
Quanto all’Iraq, il contesto è assai differente. Gli Usa non avevano nessun appoggio sul terreno né, evidentemente, alcun piano per il dopoguerra, nessuna ipotesi di ricostruzione politica dopo la caduta di Saddam Hussein. Pensavano, semplicemente, di essere accolti come liberatori, sottovalutando il fatto di trovarsi di fronte ad un paese con una grande tradizione politica. Tra i paesi arabi, l’Iraq è senza dubbio il più maturo e ricco di politica, un paese che ha avuto un grande Partito Comunista ed un grande partito Ba’ath. Esiste un abisso tra le masse afgane ed irachene sul piano del livello politico ed organizzativo, quanto, senza voler offendere nessuno, tra i Bantu e la Francia. Da qui una catastrofe politica, di dimensioni ancora tutte da valutare, con gli Stati Uniti che non hanno risolto nessuno dei problemi sociali del paese, con un governo che non rappresenta nessuno e con una resistenza che gode di un vastissimo consenso popolare e che è destinata a svilupparsi nel tempo, prolungando la propria azione. E’ una sciocchezza confondere questa resistenza col terrorismo: vi possono essere certo componenti fondamentaliste, ma in generale ci troviamo di fronte ad una guerriglia armata e decentrata, con partecipanti diretti e vaste coperture popolari. In Iraq la gente vive peggio oggi di qualche mese od anno fa, col dittatore Saddam e con l’embargo economico. Gli sciiti sono rimasti calmi per quasi un anno perché pensavano di vincere le elezioni e giungere per la prima volta al potere, elemento questo che sarebbe inaccettabile per i curdi. D’altro canto uno stato autonomo di questi ultimi, anche in un contesto assai complesso di Iraq confederato (e tripartito), sarebbe inaccettabile per la Turchia… Più rimangono le truppe straniere di occupazione, più le possibili soluzioni si allontanano e la popolazione si esaspera ulteriormente.

Quali le ragioni alla base della sollevazione sciita di queste settimane, che segna senza dubbio un salto di qualità nella resistenza irachena all’occupazione?

Gli Stati Uniti avevano forse pensato di poter saldare gli interessi di sciiti e curdi a scapito dei sunniti, ma la situazione si è rivelata, come già detto, assai più complessa. La comunità sciita, o almeno la parte più radicale e decisa di essa, che fa riferimento ad Al Sadr, ha capito che gli Stati Uniti sono in Iraq per restarvi a lungo e non è disposta né a tollerare l’occupazione né a farsi di nuovo mettere ai margini nella gestione effettiva del potere.

Altro passaggio delicato riguarda gli “ostaggi” catturati da diversi gruppi della resistenza. Tra questi i quattro italiani dipendenti di un’agenzia di sicurezza privata statunitense, uno dei quali è stato ucciso nei giorni scorsi.

Sarebbe davvero interessante sapere che cosa effettivamente facessero i quattro italiani catturati in Iraq, dove sono stati presi e perché. L’elemento che trovo francamente inaccettabile è il ricorso alla canea retorica e stucchevole di stampo nazional-populista, scomodando addirittura gli “eroi”. All’abiezione ed alla stupidità, evidentemente, non c’è limite: come spiegare altrimenti le uscite del ministro Frattini ed il titolo di Repubblica del 16 aprile (“Così muore un italiano”), testata che si ritiene di area riformista ma che, evidentemente, ha la coscienza sporca per aver sostenuto nel recente passato altre guerre più o meno “umanitarie”?
Sul piano generale, poi, è del tutto inutile tentare di rimuovere quella che è un’amara realtà di molti paesi occidentali, compreso evidentemente il nostro. In diversi casi accertati, non è possibile parlare né di guardie del corpo e neppure di mercenari, ma di interi eserciti e veri e propri squadroni della morte che vengono assoldati, anche in Italia, da società private che operano nel settore “sicurezza” per eliminare fisicamente chi crea problemi. Dove? Dovunque, dal Mozambico, al Kenya, allo Zimbabwe, all’America Centrale.
Tutti lo sanno, anche la maggior parte dei giornalisti, ma l’ignavia la fa da padrona. Quello che è davvero sbalorditivo è lo stupore, come si trattasse di un fulmine a ciel sereno…

Iraq significa anche Medio Oriente. Come valuti il quadro complessivo, alla luce anche dell’eliminazione “mirata” da parte dell’esercito israeliano dello sceicco Yassin, fondatore di Hamas?

Il termine esatto da utilizzare in questi casi è “assassinio politico di stato”. L’uccisione di Yassin dimostra quanto poco gli Stati Uniti siano interessati sul piano generale a normalizzare la situazione in Medio Oriente e quanto invece lo siano ad accrescere inquietudine e destabilizzazione. L’atteggiamento formalmente prudente a volte utilizzato da Bush deve essere letto solamente in chiave elettorale. In realtà, l’amministrazione Usa è decisa a ridisegnare l’intera area, un po’ come avvenuto nei Balcani, ridefinendo assetti e sfere di influenza. Per poter procedere su questa via (i Balcani insegnano), occorre prima innescare un gigantesco processo di destabilizzazione, all’interno del quale l’assassinio di Yassin costituisce un passaggio non secondario.
Ho parlato degli Stati Uniti e non di Israele perché Sharon non ha agito da solo, e la simbiosi tra Washington e Tel Aviv, nonostante brevi e sporadici dissensi, pare essere totale.

E veniamo all’Europa, argomento oggi di grande attualità. Un’Europa che si è divisa sulla guerra in Iraq, insieme alla stessa Nato. Con il governo Berlusconi tra i protagonisti del fronte favorevole all’intervento militare …

Sull’Europa insistono oggi dinamiche sfavorevoli: la componente filostatunitense è molto forte anche dopo il voto spagnolo, rafforzata dall’ingresso di alcuni paesi dell’Europa Orientale ed ex sovietica, tutti subalterni a Washington. Francia e Germania si sono opposte per ragioni profonde alla strategia Usa, dopo averne misurato la pericolosità. A noi è giunta una caricatura delle posizioni franco-tedesche, mentre la resistenza di Parigi e Berlino potrebbe rivelarsi forte anche in prospettiva. L’attuale divisione dell’Europa costituisce un elemento acquisito, anche se il quadro potrebbe subire modifiche interessanti. Da una parte, Gran Bretagna, Francia e Germania stanno sperimentando una forza comune di intervento al di fuori della Nato, e questo potrebbe essere un segnale degno di nota, derivante forse dalla precarietà della posizione di Blair, che potrebbe favorire una maggiore apertura sul fronte europeo. Dopo le elezioni in Spagna e le evidenti difficoltà di Berlusconi, gli equilibri potrebbero mutare …

La vittoria dei socialisti in Spagna segna un passaggio politico di grande importanza per tutti noi. Quali sono le ragioni della sconfitta del governo Aznar e le prospettive future?

La sconfitta di Aznar è legata all’evento drammatico e terribile dell’11 marzo, ma sarebbe sbagliato fermarsi qui. Dopo la strage di Madrid, sarebbe stato forse più prevedibile un’ulteriore scivolamento a destra dell’elettorato spagnolo. In realtà, la differenza è stata fatta dal forte movimento popolare che si è creato contro la guerra in Iraq, con la maggioranza dell’opinione pubblica spagnola contraria all’intervento militare, sostenuto invece da Aznar. Anche per questo il governo spagnolo, secondo e grave errore, ha tentato di occultare la verità sui veri responsabili delle bombe di Madrid, manipolando pesantemente l’informazione e chissà cos’altro. Non bisognerebbe sorvolare, come ha fatto invece la stampa italiana, su quanto accaduto nella notte precedente la data delle elezioni a Madrid. Anche perché non è detto che un quadro simile non possa presentarsi anche in Italia …

Questo sul piano generale. Dal punto di vista economico, invece, chi pagherà i costi della crisi globale e del connesso riarmo degli Stati Uniti?

Partiamo pure dal fatto che la Banca Centrale Europea si trova in forte disagio rispetto alla politica di Bush, considerato il vero disturbatore della quiete internazionale. Con la svalutazione del dollaro che supera ogni aspettativa, Washington dimostra la propria indisponibilità a pagare i debiti, scaricando così i costi sull’Europa e l’euro. Per il momento, i gruppi dirigenti economici e finanziari europei subiscono questa politica, ma fino a quando? I cinesi non hanno rivalutato la propria moneta, lo yuan, nonostante le forti e continue pressioni Usa. A pagare i costi della guerra e delle politiche statunitensi sono così Europa e Giappone. Intendiamoci, fino a novembre negli States le vacche saranno grasse, ma dopo le presidenziali può succedere di tutto: l’indebitamento di Washington si è dilatato oltre ogni limite, e prima o poi i conti si devono pur fare. E che cosa accadrebbe se dovesse scoppiare un’altra “bolla” di speculazione finanziaria globale? L’Europa seguirà gli Usa fin dentro al baratro con la logica che “siamo tutti sulla stessa barca”?

Una domanda cattiva. Abbiamo parlato della subalternità del governo Berlusconi agli Stati Uniti. Anche P rodi, però, nel suo “Manifesto”, legittima la guerra in Kosovo e conferma la necessità dell’integrazione nel contesto euro-atlantico di una futura Europa unita…

Domanda legittima. Io non sono convinto che Prodi pensi esattamente quanto scritto in quella che senza alcun dubbio è la parte più debole del documento, e non sembri un paradosso. Egli paga un tributo agli orientamenti attuali di parte del centro-sinistra (Margherita e maggioranza DS), che non intendono disturbare più di tanto il manovratore di là dall’Atlantico. Producendo una mediazione sbagliata, arretrata ed inaccettabile.

La guerra ha diviso la stessa Nato. Contemporaneamente, a Francia e Germania si è aggiunta la Russia di Putin a criticare decisamente la strategia di Bush.

Nel contesto della guerra preventiva di Bush il peso della Nato è destinato a ridursi. Quest’ultima in realtà, anche nelle sue nuove funzioni, si è indebolita e potrebbe essere utilizzata a geometria variabile, il più delle volte come strumento di copertura.
Per quanto concerne la Russia, Putin ha intrapreso una linea non equivoca di grande autonomia, fregandosene, in buona sostanza, delle opinioni Usa, almeno sul piano interno. Egli pare non essere interessato a ricevere la patente di grande democratico, contrariamente a quanto avveniva con Eltsin, cavalcando la grande ondata nazionale russa. Basti pensare che quasi tutti i candidati alle elezioni presidenziali erano schierati per la lotta contro gli oligarchi e per la fine tanto della dominazione occidentale quanto del capitalismo a guida statunitense. Gli Stati Uniti stanno tentando di ridisegnare l’intera geografia dell’ Asia, estendendo il loro controllo, oltre a quanto si è detto in precedenza sull’Asia centrale exsovietica, anche al Caucaso, a partire da Azerbajgian e, anche rispetto ai recenti avvenimenti, Georgia. A tal proposito, il silenzio russo non deve essere interpretato come acquiescenza. Proprio in questi giorni, poi, si sono tenute le più grandi esercitazioni navali ed aeree degli ultimi quarant’anni, con l’utilizzo di sommergibili nucleari (nel dicembre 2001 è stato ultimato il sommergibile nucleare Ghepard, il più avanzato tecnologicamente mai costruito dai militari sovieticorussi), bombardieri strategici e missili balistici. Con Putin che ha assistito all’intera esercitazione a bordo di un incrociatore.

Quanto può pesare la costruzione di un Fronte Antimperialista in Asia per la costruzione di un mondo multipolare, a partire dal “gruppo di Shanghai”, che vede unite Russia, Cina ed alcuni paesi dell’Asia Centrale ex sovietica, al Forum Sociale Mondiale di Mumbai?

Moltissimo, anche e soprattutto in riferimento a quanto si è detto rispetto i piani di penetrazione Usa in Asia. I governi che si stanno contrapponendo alla strategia unilaterale statunitense esprimono interessi, non semplici alzate di testa, in un contesto nel quale si allarga la forbice tra gli interessi di Washington e quelli del resto del pianeta. Cancun è stata, da questo punto di vista, la prova del nove. Terminata l’euforia della globalizzazione e della ricchezza per tutti (nessuno ha più il coraggio di parlare della new economy), la crisi si è fatta aspra e non si intravedono segnali di modifica di nessun tipo al modello dominante, a partire dalla riforma del sistema finanziario globale. Persino un’eventuale ripresa economica potrebbe non bastare: da un certo punto di vista, equivarrebbe ad aumentare la velocità di una locomotiva che si sa essere destinata a schiantarsi contro un muro di cemento armato.
Non dobbiamo stupirci se in un contesto simile sempre più paesi, a partire da quelli del sud del mondo ma non solo, tentano di coalizzarsi e difendersi, mandando a farsi benedire istituzioni che parevano insopprimibili come il WTO.
Quanto al Forum di Mumbai, dobbiamo avere la consapevolezza del peso che può rivestire per il contesto generale la presenza in Asia di un movimento maturo ed articolato contro i guasti della globalizzazione. Movimento che, con un grande sforzo di unificazione intellettuale, ha prodotto un documento finale avanzato ed interessante. Anche se l’ottimismo, per la verità, finisce qui. Soprattutto se riflettiamo sul fatto che il gruppo dirigente Usa è il più potente ed aggressivo mai conosciuto nella storia dell’umanità, che ha dimostrato il cinismo necessario per portare avanti i propri piani di dominio mondiale nonostante le accresciute esistenze.
L’interrogativo drammatico è, ancora oggi, il come possiamo fermarli, prima che sia davvero troppo tardi per tutti.

Oltre al ritiro dei militari italiani impiegati nelle missioni militari all’estero, come rilanciare il movimento contro la guerra nel nostro paese?

La richiesta del ritiro dei contingenti militari italiani non solamente dall’Iraq ma anche da Afghanistan e Kosovo costituisce un fattore importante. Oltre a questo, però, dal momento che io credo nella forza dei simboli, sarebbe opportuno rilanciare il movimento delle bandiere ai balconi, elemento che ha costituito e potrebbe costituire una propaganda di grande impatto ed effetto. Oltre a questo, dato anche l’approssimarsi delle elezioni, dobbiamo riuscire a mobilitare ancora una volta la nostra ricchissima società civile, determinando una possente e formidabile pressione, magari partendo proprio dai futuri eletti. Perché non far sottoscrivere ai candidati disponibili una dichiarazione comune nella quale si impegnano solennemente al rigido rispetto dell’articolo 11 della Costituzione e a non sostenere alcuna azione militare funzionale alla guerra preventiva? Oppure un appello che superi anche i partiti di appartenenza di ciascun candidato: chi sottoscrive il rispetto dell’articolo 11 è un nostro candidato, chi non lo fa diviene automaticamente un nostro avversario politico, al di là, ribadisco dei partiti di appartenenza di ciascuno.