Imperialismo globale e resistenza dei popoli

LA MINACCIA – CHE SI ESTENDE SU SCALA PLANETARIA – DELLE POLITICHE DI GUERRA DEGLI USA E LA CENTRALITÀ DELLA LOTTA ANTIMPERIALISTA. INTERVISTA A ENZO SANTARELLI.

Lo scorso marzo, in vista del convegno che l’ernesto stava organizzando a Milano sul tema “Il potere, la violenza, la resistenza”, chiedemmo ad Enzo Santarelli un contributo scritto. Enzo, da tempo costretto a letto da quel male che ora ce l’ha portato via, non fu in grado di scrivere. Per non essere però del tutto assente dal dibattito – assenza che lo faceva soffrire – ci inviò, un po’ di tempo dopo, in occasione della sua adesione alla Conferenza internazionale di solidarietà con il popolo iracheno ( Parigi, 15 maggio 2004) un’intervista che aveva rilasciato alla rivista Giano, chiedendo di pubblicarla su l’ernesto.
L’intervista (tratta dal numero 43 di Giano, gennaio/aprile 2003) è quella che in questo numero proponiamo ai lettori.
Chi scrive queste note ha avuto la fortuna di conoscere bene Santarelli e di apprezzarne il coraggio politico (la grandezza dello storico non ha bisogno di essere ricordata in queste modeste righe). Enzo aveva condiviso con tanti altri compagni e compagne l’impegno contro la “mutazione genetica” del PCI e poi contro la “Bolognina” e aveva aderito – tra l’altro – alla battaglia politica e ideale che su questo versante conduceva la rivista interna al PCI Interstampa. Anche in quest’ultimo decennio, di fronte all’ondata anticomunista , Santarelli non aveva mai abdicato e pur non potendosi più esprimere al meglio, aveva continuato a porre come centrali le questioni della lotta antimperialista e dell’orizzonte comunista e rivoluzionario. E aveva deciso, per queste ragioni, di appoggiare in pieno, assieme ad altre riviste, l’ernesto. Per la stima che abbiamo avuto di Enzo, per l’uomo, per lo studioso, per il dirigente comunista, diciamo questo con estremo orgoglio.

-il direttore-

– In un tuo saggio di analisi della guerra del 1991 – “Come è stata costruita la guerra nel Golfo” (Giano, n. 7, gennaio-aprile 1991) – tu rilevavi il “delinearsi della figura relativamente nuova di un imperialismo globale in una fase di svolta tra un’epoca e l’altra”. A dodici anni di distanza, di fronte a questa nuova guerra contro l’Iraq, ti pare di poter confermare quel giudizio?

Riconfermo il giudizio e la previsione. Siamo di fronte ad un imperialismo globale che coincide in gran parte con l’imperialismo americano. A questo punto però sarà necessaria un’ulteriore riflessione per valutare in modo puntuale quello che è accaduto appunto in questi dodici anni tra la prima e la seconda guerra del Golfo. Tuttavia, io vorrei introdurre questa questione, lanciando un messaggio, per così dire, sia agli americanisti che agli antiamericanisti. Questo è un punto di dibattito, di discussione, di agitazione prevalentemente tra la destra e la sinistra, tra le forze della pace e le forze guerrafondaie. Bene. Esiste uno studio accurato, approfondito, di Alberto Acquarone, uno storico di formazione liberale oggi scomparso. Questo studio è uscito presso il Mulino e occupa un volume di circa 600 pagine: Le origini dell’imperialismo americano. Se volete negare l’esistenza dell’imperialismo americano, allora dovete andare contro una parte notevole della storiografia italiana e anche della storiografia americana, dovete chiudere gli occhi sulle caratteristiche fondamentali dell’età contemporanea! Quelle origini sono lontane, nello studio di Acquarone vanno dal 1897 al 1913.
Però veniamo a noi, ai nostri tempi. La riflessione ulteriore di cui parlavo è la riflessione sulle ultime forme, sulle strutture, sulle radici, sulla cultura dell’imperialismo americano oggi, perché, se non facciamo questa ulteriore riflessione, non comprendiamo nulla di questa guerra e non possiamo nemmeno analizzarla e, quindi, combatterla. In realtà, ci viene in soccorso una os-servazione elementare e nello stesso tempo acuta di Artur Schlesinger junior, citata anche da un editoriale de il manifesto: bisogna rendersi conto della svolta strategica, ideologica, culturale, politica, molto profonda e radicale, che ha avuto luogo nella politica estera degli Stati Uniti, per cui si è arrivati alla guerra preventiva, alla guerra contro tutti, all’isolamento stesso dell’imperialismo americano e dell’imperialismo globale.
Cosa è cambiato nello Stato e nella società degli Stati Uniti? Sono cambiate molte cose in questi ultimi 12 anni. C’è la tendenza al “pensiero unico”, cioè, detto in parole povere, abbiamo ragione solo noi, la nostra ragione va al di sopra delle organizzazioni internazionali, possiamo fare la guerra da soli e facciamo la nostra guerra preventiva. Ormai, credo sia chiaro anche di fronte all’opinione pubblica che non si tratta di dare una risposta al terrorismo di Osama bin Laden, ma è un pretesto quello dell’11 settembre 2001 e dell’abbattimento delle Torri Gemelle. La guerra, infatti, viene portata in un Paese del Golfo, che non è il Paese dove crescono i ravanelli – come dice Edoardo Galeano – ma è tra i massimi produttori di petrolio nel mondo. Allora le radici di questo imperialismo globale e americano sono lontane nel tempo: fine Ottocento, sviluppo monopolistico degli Stati Uniti, loro partecipazione ai conflitti imperialistici, gli Stati Uniti che diventano una potenza rivale dell’Inghilterra nell’Atlantico, che sostituiscono la Spagna nel Pacifico, conquistano le Filippine, le Hawaii e arrivano a partecipare alla spedizione imperialista contro la Cina, nel 1900. Questa è la storia vecchia dell’imperialismo americano, la storia recente è diversa.
C’è ormai negli Stati Uniti una classe agiata, molto larga, che identifica il suo benessere, il livello dello standard della sua vita, che è molto al di sopra di quello di tutti gli altri Paesi, che si adegua ad una politica estera aggressiva. C’è poi al vertice degli Stati Uniti la lobby petrolifera di cui fanno parte Bush senior e Bush junior, Dick Cheney, che è il vicepresidente degli Stati Uniti, e i consiglieri principali della Casa Bianca. Tutto questo non si spiega senza l’involuzione in senso fondamentalista di larghi strati della classe agiata e della stessa intellettualità statunitense; altrimenti non si sarebbe arrivati a concepire una guerra preventiva unilaterale, illegittima, contraria alle Nazioni Unite.
A questo punto, credo di aver detto tutto quello che era necessario prima di giungere all’ultimatum di Bush contro Saddam Hussein, al convegno decisivo delle Azzorre a cui hanno partecipato, con Bush, Blair e Aznar.

– A che punto è la crisi dell’Onu? Se ne parlava già nel 1991, ma questa volta agli Usa non è riuscito di strappare un mandato al Consiglio di Sicurezza, neppure al di là dei suoi membri permanenti. Sarà sufficiente, per una ripresa delle Nazioni Unite, il fronte dei Paesi del “no”, tra i quali ci sono tre dei cinque membri del Consiglio di Sicurezza?

Anche la crisi dell’Onu non avviene a caso. Sono lunghi gli anni in cui si avverte la tracotanza dell’unica potenza imperiale, dell’unica potenza grande rimasta nel mondo e si sente anche l’acquiescenza degli altri membri dell’Onu. Non c’è stato un braccio di forza reale dentro l’Onu. Qui si potrebbe tornare, però, almeno al punto discriminante che ha segnato una svolta tra l’Onu e gli Stati Uniti, la svolta delle Azzorre a cui accennavo prima. Il Corriere della sera ha parlato a questo proposito, basandosi sul comunicato ufficiale, di un “doppio ultimatum”. Alla volontà di guerra di Bush viene riconosciuta questa originalità. In realtà, già nelle ultime settimane la polemica con l’Onu era diventata pesante e la presenza degli Stati Uniti nell’Onu era assolutamente vergognosa. C’era la caccia ai voti, ai Paesi poveri venivano promessi aiuti se avessero dato il loro voto, come membri non permanenti del Consiglio di Sicurezza, per avallare la politica aggressiva degli Stati Uniti. Questa è una pugnalata alle spalle, una mazzata che cade sull’Onu. Questa è la realtà. L’Onu è rimasta tramortita.

– L’Unione Europea è stata spaccata dal problema della guerra. Ma essa – specie se consideri il prolungamento dell’asse Parigi-Berlino fino a Mosca – resta pur sempre l’unica forza potenzialmente concorrente rispetto agli Usa, soprattutto in uno scenario in cui l’elemento militare si ritragga in seconda linea, ed emergano i concreti interessi socioeconomici e si chiariscano le differenze culturali tra le due sponde dell’Atlantico. Cosa c’è, in conclusione, nel futuro dell’Europa e del suo rapporto con gli Usa?

Anche l’Europa è rimasta tramortita. C’è poco da credere nella ripresa dell’Onu o nella Unione Europea. Bisognerebbe cambiare radicalmente, mentre c’è il fuoco della guerra, i termini della lotta per la pace. Non ci si può affidare alle vecchie diplomazie, non è questione di mettere d’accordo questo o quell’altro, di comprare e vendere i voti, di rimettere su politiche che hanno fatto naufragio. Certo l’organizzazione internazionale, l’Organizzazione delle Nazioni Unite, deve vivere, è nata dall’alleanza antifascista internazionale, dalla vittoria sul nazismo. Non c’è nessuna ragione per cui l’Onu debba rimanere seppellita dall’imperialismo globale degli americani.
Quanto all’Europa, credo assai poco a un asse rabberciato all’ultimo momento, eterogeneo, da Parigi a Mosca! Un asse Parigi- Berlino potrebbe anche reggere, ma si prolunga fino alla Russia, cosa vuol dire? Intanto l’Europa non è più quella dei dodici o dei quindici, è diventata un’Europa dei venticinque e gli ultimi dieci comprendono la Polonia, l’Ungheria, la Repub- Settembre – Ottobre 2004 81blica Ceca, una serie di Paesi che hanno una concezione mercantile del loro ruolo nell’Europa, e sono entrati nell‘Unione Europea più come alleati degli Stati Uniti che con un’idea autonoma dell’Europa. Questa è la realtà oggi, quindi le mie speranze, di uomo di pace e di studioso, sono basate sulla mobilitazione di larghe masse popolari e resistenti alla guerra.

– Le tue analisi della politica estera dell’Italia sono sempre state nettamente critiche. Come valuti ora la condotta del governo Berlusconi?

Quando si arriva a parlare del governo Berlusconi purtroppo il tono della conversazione, degli scambi di idee, della discussione, si abbassa fatalmente. Vorrei ricordare solo che nel corso di questa crisi, quando si profilava la guerra, Berlusconi è uscito con questa frase: “La sinistra ha perso la testa, i pacifisti non l’ hanno mai avuta”. Come si fa a discutere della politica di un Paese come l’Italia sulla base di questi chiacchiericci di un pubblicitario come Berlusconi? Ci serve, invece, sapere perché Berlusconi ha tentato, a un certo momento, di “fare l’anguilla”, di svicolare in tutti i modi, di sfuggire alla stretta. Si sa che la politica estera di Berlusconi è stata molto ambigua fra gli Stati Uniti, da una parte, e l’Unione Europea, dall’altra, che il ministro degli esteri Ruggiero è stato costretto alle dimissioni e che Berlusconi è stato ministro degli Esteri ad interim per vario tempo. Ma adesso abbiamo come ministro degli Esteri Frattini, che è noto soltanto per avere inventato una legge che non è una legge per annullare il conflitto di interessi fra Berlusconi e lo Stato italiano. La formula ultima di questo venditore di fumo, che è Berlusconi, è la non belligeranza dell’Italia, ma nello stesso tempo i missili partono dalla base di Sigonella, che è la più avanzata verso l’area del conflitto, e partono anche i parà dalla base di Vicenza. Perché allora questo tentativo risibile di “non belligeranza”, che è stata la stessa formula con cui Mussolini è entrato in guerra accanto a Hitler? Credo che Berlusconi abbia sentito la forza enorme, unanime, delle bandiere arcobaleno in tutte le case di Roma e d’Italia, la forza enorme della mobilitazione di base suscitata da Giovanni Paolo II, insomma si sente stretto fra la sua vocazione liberista, padronale, filoamericana e la mobilitazione di pace che c’è in Italia, stretto, in due parole, fra gli Stati Uniti d’America e il Vaticano . Questa è la posizione italiana classica.
Sostanzialmente Berlusconi segue la linea dei peggiori capitani di ventura al tempo delle invasioni dell’Italia pre-unitaria, nel Cinquecento – “tra Francia e Spagna purché se magna”. Questa è una concezione terra-terra, adeguata alla condizione peninsulare, mediterranea e nello stesso tempo cattolica dell’Italia, ma non è una politica da Repubblica italiana che ripudia la guerra, non è una scelta attuale che possa andare verso il sentimento e gli interessi della grande maggioranza degli italiani. E qui forse bisognerebbe dire anche che c’è un grave pericolo che incombe sugli italiani, una spada di Damocle, e che altri hanno nelle mani questa spada. Noi dobbiamo armarci di idee politiche e la politica di pace in tempo di guerra è difficile, è ardua.

– Il centro-sinistra – anche in considerazione della partecipazione del governo D’Alema alla guerra anti-jugoslava del 1999 – può rappresentare un’alternativa politica precisa e affidabile?

Non credo che noi possiamo coinvolgere, nemmeno ragionando, il vecchio governo D’Alema. Oggi la situazione è completamente diversa. Domandiamoci perché ospiti, in un certo senso, del governo portoghese, gli spagnoli, gli inglesi, gli americani hanno lanciato l’ultimatum dalle Azzorre? Perché c’era una base americana nell’ isola di Terceira. Domandiamoci cos’è l’Italia oggi? Quante basi ha nel proprio territorio?
Il progetto, il disegno militare del Pentagono di portare le forze schierate ad Aviano sulla soglia Est, sul confine orientale, le truppe che erano servite a far partecipare l’Italia alla guerra dell’Onu e del Patto Atlantico contro il Kosovo per smembrare la Federazione Jugoslava, quelle truppe sono passate attraverso Vicenza e adesso sono nel Nord dell’Iraq.

– Qual è il tuo giudizio sul movimento pacifista in corso?

Credo che sia implicito nelle cose che ho detto, però, per essere razionale fino in fondo nell’analisi, credo anche che bisogna parlare delle caratteristiche della guerra che è deflagrata a partire dal 19 marzo, guerra che si combatte nel Golfo dopo l’avanzata delle forze di invasione anglo-americane dal Kuwait all’Iraq, verso Bassora e Baghdad. Questa guerra, come è concepita nella visione del mondo dell’oligarchia e della consorteria che guida gli Stati Uniti d’America, è una guerra che vede contrapporsi i Paesi del massimo benessere, del massimo consumo di petrolio, del monopolio dei mezzi di comunicazione di massa, ai Paesi poveri oppure a un Paese povero, dal punto di vista del livello di vita e che ha soltanto il petrolio e il deserto per la propria popolazione. Quindi, è una guerra che si configura come guerra contro il Terzo Mondo, tanto è vero che gli americani parlano di “asse del male” e quale è l’asse del male? Gira gira, alla fine l’asse del male attorno all’Iraq è costituito dall’Iran e dalla Siria, su cui sono caduti i missili dell’armata di invasione angloamericana. Non dimentichiamo che questa guerra è stata aperta in Medio Oriente guardando al bordo occidentale del Pacifico, alla stessa Cina. Non dimentichiamo le parole, irose e irate, di Bush a proposito della Francia e della Germania, su cui è caduto il giudizio che questi Paesi avrebbero un comporta-mento assimilabile a quello della Libia o di Cuba, e questo è molto grave se si pensa al disprezzo col quale vengono trattate la Libia e Cuba. Non c’è da stare tanto tranquilli per gli europei!
Allora, quale pacifismo? Un pacifismo che nasca dal basso, da cento, mille focolai di pace nei diversi popoli del mondo, un pacifismo che lotta contro l’imperialismo americano o contro l’imperialismo globale, non per la ricostituzione del Consiglio di Sicurezza, ma per ridare ruolo ed autorevolezza all’assemblea delle Nazioni Unite. Quindi un pacifismo di massa che ricomprenda anche la massa delle resistenze anti-Usa.
Abbiamo di fronte la lezione del ventesimo secolo da cui deriviamo. Il ventesimo secolo è stato un secolo di grandi guerre ma anche di grandi insurrezioni contro la guerra. In tutta l’Europa, Italia compresa, Germania, Francia, Russia, il 1917 è stato un anno che preludeva alla pace per la stanchezza e la volontà dei popoli, dei soldati, dei marinai, degli uomini e delle donne. Abbiamo avuto anche a metà degli anni Settanta, nel 1975, dopo dieci anni di intervento americano, l’offensiva dei vietnamiti che avevano difeso le loro città, ma soprattutto i loro villaggi e le loro risaie, con armi povere contro i missili, contro i defolianti. Questa nuova guerra è una guerra distruttiva e le popolazioni hanno fame e sete, come a Bassora; è una guerra repressiva e i contadini arabi, i giovani arabi, stanno lottando come non avevano mai lottato, sembra quasi che l’ombra del Vietnam sia arrivata sul Golfo.
In tutto il mondo è cresciuta una protesta di pace inaspettata mentre Bush preparava la guerra. Allora, grande mobilitazione di pace, con le forze religiose e con le forze laiche. Questa grande mobilitazione di pace, religiosa e laica, universale, di popoli poveri e di popoli europei, che va dalla Cina fino alla Spagna, dalla Francia fino alla Russia, questa mobilitazione ha grandi possibilità; per ora soltanto sulla carta, ma data la lezione delle guerre mondiali e delle guerre coloniali, non è detto che le sorti non possano essere rovesciate e l’aggressore respinto e isolato.
E soprattutto non è detto che i sentimenti di pace non possano di nuovo trionfare e unificare gli uomini e i popoli di tutto il mondo.