Imperialismo, competizione globale e riarmo: la nuova sfida dello “scudo spaziale”

La scelta dei gruppi dominanti degli Stati Uniti di riproporre il progetto di uno “scudo antimissile”, versione più realistica e fattibile (dunque più pericolosa) del progetto reaganiano di “guerre stellari”, si delinea come una delle questioni centrali del confronto internazionale: una questione di portata planetaria, densa di enormi implicazioni strategiche e chiarificatrice di alcune dinamiche che caratterizzano i processi di “globalizzazione” in atto sul terreno economico, politico e militare.

Essa viene giustificata dall’amministrazione americana con l’esigenza di proteggersi dall’eventuale minaccia nucleare degli Stati che Washington definisce come “terroristi” (Iraq, Corea del Nord, Libia, Iran…). E dalla eventualità che, nel corso di una acuta crisi internazionale che veda coinvolti alcuni di questi Paesi in un confronto militare con gli Stati Uniti, alcuni di essi – messi alle strette – possano reagire con il lancio di una o più testate nucleari contro il territorio americano (testate e relativi missili a lungo raggio di cui, secondo la Cia, questi Paesi sarebbero già in possesso o di cui potrebbero disporre nel giro di pochi anni).

In realtà – come hanno messo in evidenza anche i dirigenti di paesi atlantici chiave, come Francia, Germania e Italia, che hanno preso le distanze dal progetto americano – costruire un complesso e costosissimo sistema anti-balistico al solo scopo (dichiarato) di fronteggiare la presunta minaccia di paesi il cui potenziale nucleare starebbe a quello degli Usa in un rapporto di uno a mille, sarebbe come dotarsi di un cannone per potere, all’occorrenza, sparare su una formica. Lasciando intendere anch’essi che altri (non dichiarati) sarebbero i veri obbiettivi strategici del “nuovo scudo”. E cioè, l’affermazione esponenziale di una supremazia politico-militare degli Stati Uniti nel mondo del 21° secolo, destinata a supportare e a “corazzare” la volontà di egemonia globale dell’imperialismo americano in campo economico. Non solo a danno dei popoli del mondo intero, e segnatamente dei più poveri, che sono poi la grande maggioranza della popolazione del pianeta; non solo a danno di popoli e paesi che in vario modo perseguono, o dichiarano di perseguire obiettivi e progetti economici, politici e di modello sociale alternativi o comunque non omologati a quelli della mondializzazione capitalistica; ma anche a danno di altri interessi capitalistici e imperialistici, fortemente radicati e strutturati nell’Unione europea e in Giappone, che con l’imperialismo americano competono, col il supporto dei rispettivi Stati nazionali o raccordandosi in entità semi-statuali regionali (vedi Unione europea) per rafforzare la propria influenza su un mercato mondiale sempre più globalizzato, ma certo non privo di contraddizioni anche acute. (1)

L’installazione di uno “scudo anti-missile” comporterebbe, tra l’altro, la violazione e la rimessa in discussione di quel Trattato ABM (1972) che proibisce i sistemi anti-balistici, su cui è retto da un quarto di secolo l’equilibrio strategico militare e la credibilità della deterrenza (cioè della ritorsione credibile in caso di attacco nucleare), che ha finora scoraggiato le potenze nucleari dall’usare le armi atomiche le une contro le altre. E incoraggerebbe una nuova corsa al riarmo nucleare e convenzionale e la progettazione di armi sempre più pericolose e sofisticate, a partire da quelle chimiche e batteriologiche (le cosiddette “atomiche dei poveri”, perché terrificanti e poco costose).

Ciò metterebbe gli stessi paesi europei della Nato e il Giappone di fronte all’alternativa se accettare una subordinazione agli Usa ancora più accentuata, in nome della “sicurezza comune”, o se procedere al contrario ad una forte accelerazione di una politica di riarmo (anche nucleare) in proprio, autonoma dalla Nato e dall’egemonia americana, di cui non mancano i sostenitori in Francia, in Germania, in Giappone. Il che produrrebbe, tra l’altro, un enorme dispendio di risorse ed una accentuata militarizzazione della vita interna e della stessa cultura politica di questi paesi. (2)

È evidente che la deterrenza verrebbe meno qualora una potenza nucleare disponesse di un sistema anti-missile, di uno scudo, che la rendesse capace di “colpire senza essere colpita”. E qualora gli Stati Uniti, grazie alla loro superiorità nella scienza e nella tecnologia militare, dovessero dotarsi di tale dispositivo, potrebbero poi contrattarne la sua estensione al territorio dell’Unione europea, del Giappone e di altri paesi, in cambio di una loro ulteriore sottomissione all’egemonia americana, in nome della “sicurezza comune” contro tutto ciò che nel mondo possa minacciare gli interessi complessivi del sistema capitalistico. E vanificare al tempo stesso il potere di deterrenza nucleare di paesi come la Russia o la Cina, che vengono percepiti dall’establishment americano tra i maggiori ostacoli all’egemonia globale Usa nel 21° secolo. Ciò in ragione del loro potenziale economico e di risorse naturali, di quello geopolitico e militare, dei loro interessi nazionali e regionali; e del fatto che il modello socio-economico che in questi paesi (pur così diversi) si affermerà nel futuro più o meno prossimo- trattandosi di paesi segnati da grandi rivoluzioni popolari e da una lunga storia di ispirazione socialista, che resta diffusa nel senso comune e nella identità di quei popoli, e dalla presenza di forti partiti comunisti – resta un’incognita per tutti. Suscettibile cioè (è una possibilità, non una certezza) anche di evoluzioni contradditorie con la logica di una piena e incondizionata adesione al sistema capitalistico e al modello neo-liberista. Ciò vanno ormai da tempo sostenendo non i “nostalgici del vecchio comunismo” (lasciamo stare banalità e caricature), ma i modernissimi Kissinger e Brezinskj, i cui orientamenti influenzano e riflettono largamente la politica internazionale delle amministrazioni Usa, nelle sue linee strategiche fondamentali e di lungo periodo. (3)

Il progetto americano di scudo spaziale ha suscitato una vasta, pressoché unanime opposizione al di fuori degli Stati Uniti, sia pure originata – come si è detto – da motivazioni diverse. Solo la Gran Bretagna del “laburista” Tony Blair, il Canada e pochi altri paesi di stretta osservanza anglo-americana (il “gruppo Echelon”) hanno appoggiato il progetto. La Russia lo ha respinto con nettezza. Prima minacciando di rivedere la ratifica dello Start-2 e di interrompere ogni trattativa sulla riduzione degli armamenti strategici. Poi, ricorrendo ad una tattica sottile, suggerita dall’ex premier Primakov (che oggi discretamente orienta il gruppo di consiglieri che assistono il neo-presidente Putin): una tattica volta a coinvolgere l’Europa nell’opposizione allo “scudo”, per dividere la Nato e rendere più difficile l’attuazione del progetto. E cioè dicendo agli Stati Uniti che esso potrebbe essere “preso in considerazione” alla sola condizione che gli Usa siano disposti a mettere la loro tecnologia a disposizione dell’Europa, della Russia e di altri Paesi, per la costruzione di uno “scudo comune”.

Ciò, come era facilmente prevedibile, ha provocato l’immediato e imbarazzato rifiuto degli Stati Uniti, evidentemente indisponibili a socializzare una tecnologia che dovrebbe servire proprio a rafforzare la loro supremazia globale, ma ha costretto gli Usa a rendere evidente a tutti che la minaccia dei cosiddetti “Stati terroristi” era solo un pretesto e che le motivazioni strategiche del progetto erano ben altre. Del tutto priva di attendibilità (e del resto nessun osservatore attento e informato l’ha sostenuta) si è rivelata invece la tesi stravagante per cui la controproposta di Putin avrebbe avuto il significato di proporre agli Stati Uniti, all’Unione europea e alla Nato una improbabile gestione condominiale dei rispettivi interessi di potenza, uniti contro il Sud del mondo. Tanto è vero che proprio la Cina e l’India, che sarebbero state le maggiori potenze nucleari escluse e penalizzate qualora gli Usa avessero accettato la proposta russa – le prime ad avere più di un motivo per dolersene – non hanno contrastato l’ipotesi Putin, ne hanno inteso l’autentico significato tattico (probabilmente concordato), si sono limitate a bocciare il progetto americano e hanno lasciato che la Russia facesse il suo gioco di sponda con l’Europa per ostacolare, isolare e cercare di far naufragare il progetto Usa. Allo stesso modo hanno agito governi progressisti come Cuba e il Vietnam, che di antimperialismo un poco se ne intendono.

Solo dopo l’elezione del nuovo Presidente degli Stati Uniti, saranno più chiare la determinazione e le modalità con cui i gruppi dominanti dell’imperialismo americano intenderanno procedere nella politica del nuovo “scudo spaziale”. E quanto forte si rivelerà l’influenza delle multinazionali dell’industria militare e spaziale Usa, che in una nuova corsa al riarmo e nel progetto di difesa antimissile intravedono una straordinaria fonte di profitti (si parla, per la prima fase di installazione del nuovo “scudo”, di una spesa pubblica di circa 120.000 miliardi di lire : un gran bel supporto statuale per le imprese del settore).

La minaccia non va sottovalutata. Essa impone una iniziativa politico-diplomatica e una mobilitazione popolare di dimensioni mondiali, all’altezza delle sfide che i nuovi processi di globalizzazione capitalistica e imperialistica determinano anche su questo terreno. E che nel caso specifico dell’avversione al progetto di “scudo spaziale”, può vedere la convergenza di un largo schieramento internazionale di Stati, governi, popoli, partiti, sindacati, movimenti, Chiese, esponenti di prestigio mondiale nel campo della cultura e della scienza. Anche il segretario generale delle Nazioni Unite, Kofi Annan, solitamente così compiacente nei confronti delle suggestioni della Casa Bianca, si è espresso criticamente sul progetto americano. E se a tale proposito l’Assemblea generale dell’Onu diventasse la sede centrale di un confronto di grande spessore strategico e risonanza mondiale, ciò potrebbe contribuire alla rivitalizzazione e alla ripresa di ruolo e credibilità di un istituto che proprio gli Stati Uniti e la Nato vorrebbero sempre più svuotare.

È bene che queste problematiche entrino a pieno titolo nei nuovi movimenti che dopo Seattle sono sorti in diversi paesi, anche al fine di accrescerne la consapevolezza politica ed evitarne una deriva minoritaria e puramente testimoniale. Deve essere chiaro a tutti, ed in particolare alle classi subalterne, il risvolto anche immediatamente sociale della lotta contro una nuova corsa al riarmo, che vedrebbe – oltre a maggiori pericoli di guerra – un dispendio inimmaginabile di risorse; a tutto danno di ipotesi alternative di spesa pubblica finalizzata a creare lavoro, sviluppo sostenibile, giustizia sociale per i popoli del pianeta.

È necessario introdurre questa consapevolezza innanzitutto nelle file del movimento operaio, nelle sue avanguardie sindacali e politiche, nel mondo giovanile e studentesco, se si vuol dare al movimento di lotta per la pace quel carattere di massa e quelle possibilità di incidenza adeguate che oggi esso certamente non ha: come si è visto ad esempio in Europa (con la sola pregevole eccezione della Grecia) durante la guerra della Nato contro la Yugoslavia. Essa resta per tutti una vicenda tragicamente ricca di insegnamenti, su cui vale la pena di continuare a riflettere.

Note:

(1) Non credo siano dei visionari gli editorialisti del quotidiano spagnolo El Pais quando titolano a tutta pagina: “guerra commerciale degli Stati Uniti con l’Europa”; o quelli dell’inserto economico del francese Le Monde quando titolano di “Europa” che “dichiara la guerra dei brevetti agli Stati Uniti”. Quanto al sostegno che gli Stati imperialisti danno ai maggiori gruppi multinazionali dei rispettivi paesi, in un saggio di Noam Chomsky, pubblicato dalla rivista Rifondazione, si ricorda che “Reagan ha garantito una protezione dalle importazioni all’industria americana come nessun altro predecessore da più di mezzo secolo. Nel frattempo l’amministrazione promuoveva il trasferimento dei fondi pubblici al potere privato, soprattutto attraverso il sistema del Pentagono. Se queste misure estreme di violazione del mercato non fossero state perseguite, difficilmente i settori centrali dell’industria come quello dell’acciaio, delle automobili o dei semiconduttori, sarebbero sopravvissuti alla competizione del Giappone o sarebbero riusciti a fare il balzo in avanti che hanno fatto nelle tecnologie emergenti. (…) Un recente studio sulle 100 maggiori imprese transnazionali della lista stilata da Fortune ha evidenziato che tutte le imprese devono le loro fortune e i loro guadagni alle politiche commerciali dei loro governi in patria e almeno 20 di queste non sarebbero sopravvissute se non fossero state salvate in qualche modo dai loro governi”.

Come ha ben sintetizzato Samir Amin nel suo ultimo saggio pubblicato dalla Rivista del Manifesto (luglio-agosto 2000), “il capitalismo non esiste al di fuori della lotta di classi, del conflitto tra Stati, della politica”.

(2) Un armamento autonomo dell’Unione europea è del resto già in atto, anche se nell’ambito ancora prevalente di “pilastro europeo” della Nato. Dopo l’unificazione monetaria, l’Ue non nasconde di perseguire una sua unificazione nel campo della politica estera e di sicurezza, anche sul terreno militare. È già in atto la costituzione di un Corpo d’Armata Europeo composto da 60.000 militari con capacità operative a partire dal 2003, con un suo Stato Maggiore unificato. Javier Solana, Alto rappresentante per la Politica estera e di sicurezza comune europea (PESC) ha dichiarato in proposito che “il progresso dell’integrazione europea e lo sviluppo di interessi comuni europei, fa sì che gli Stati membri dell’Ue vogliono acquisire gli strumenti necessari a difendere questi interessi”. Parallelamente si sviluppa un processo intenso di fusioni e acquisizioni tra tutte le maggiori industrie europee nei settori aereonautico, aereospaziale, missilistico, radar e comunicazioni. L’obbiettivo dichiarato è la competizione con i giganti del complesso militare-industriale statunitense (vedi ad esempio la concorrenza feroce in atto tra il consorzio europeo Airbus e il gigante americano Boeing). Questo quadro di competizione aperta è probabilmente connesso all’esplosione dello scandalo “Echelon”: la rete mondiale di spionaggio sulle comunicazioni messa in piedi dagli Usa con Gran Bretagna, Canada, Australia e Nuova Zelanda, con finalità di spionaggio anche industriale verso le multinazionali europee, come ha ammesso in una recente intervista al Wall Street Journal l’ex direttore della Cia, Woolsey, e come ha scritto ai primi di luglio il giornale britannico Independent.

Secondo il liberale Ralf Dahrendorf, “il potere dell’Unione europea sorge dal tentativo di arginare l’egemonia americana nel mondo”.

(3) Se non credessimo almeno possibile un’avanzata o una ripresa di ispirazione socialista e alternativa in quei paesi dove i comunisti sono al potere o dove rappresentano, con i loro alleati, poco meno della metà della popolazione, come potremmo credibilmente agitare la prospettiva di un’alternativa al capitalismo e al neo-liberismo in Europa occidentale, dove la presenza comunista è assolutamente marginale, spesso ai limiti della sopravvivenza, e l’egemonia capitalistica sempre più incontrastata? O c’è qualcuno che crede che vi siano più elementi di socialismo, di antagonismo al nuovo ordine mondiale, o anche solo di programmazione, di controllo pubblico dello sviluppo, di “neo-keynesismo” nell’esperienza del governo della “sinistra plurale” in Francia – cioè nel modello capitalistico francese, integrato nel nuovo ordine fino al punto da partecipare attivamente alla guerra imperialista della Nato contro la Yugoslavia – di quanti non ve ne siano, con tutti i limiti che sappiamo, nell’esperienza cubana, cinese o vietnamita, pur diverse tra loro. Queste esperienze – c’è bisogno di dirlo? – non possono in alcun modo rappresentare un “modello” per i paesi capitalistici più sviluppati; ma possono fornire sperimentazioni interessanti, sia coi loro successi che con le contraddizioni di tipo nuovo che vi emergono, per i paesi che si trovano ad un corrispondente stadio di sviluppo e dove vive ancora la maggioranza della popolazione del pianeta.