Il voto nell’unione europea

UE – Il tasso di astensione raggiunge livelli record: 57%, il più alto da quando si vota per il Parlamento europeo (1979). Evidentemente questa UE non piace o non interessa ai suoi popoli. E nei pochi Paesi in cui i trattati UE sono stati sottoposti a referendum popolari (Francia, Olanda, Irlanda) sono stati bocciati.

UE – Il voto segna un complessivo e consistente spostamento a destra dell’Unione europea, un forte arretramento della socialdemocrazia, una tenuta complessiva delle forze comuniste e anticapitalistiche più solide e conseguenti, ed una avanzata in alcuni casi di formazioni xenofobe e apertamente reazionarie…Ciò seppellisce, per una lunga fase, l’illusione a lungo coltivata dalla socialdemocrazia e anche dal Partito della Sinistra Europea, secondo cui vi sarebbero – in questa fase – le condizioni oggettive e soggettive perché l’UE possa svolgere una funzione progressiva nelle relazioni internazionali ed essere portatrice di un modello sociale alternativo al capitalismo neo-liberista sul piano interno.
La ricostruzione di un progetto credibile per “un’altra Europa” passa necessariamente per la delineazione di un progetto alternativo all’Unione europea.

IL VOTO COMUNISTA EUROPEO – Prima di analizzare il risultato non positivo della lista comunista in Italia (ma non catastrofico: ci ritorneremo), è necessario esaminare il voto comunista nell’insieme del quadro UE, nei paesi dove il movimento comunista ha una sua base di consenso di massa. Emerge qui una situazione assai differenziata.

C’è una buona tenuta di alcuni partiti comunisti come il PCP portoghese (10,66%), il KKE greco (8,3%), l’AKEL di Cipro (35%), il KSCM della repubblica Ceca (14,2%). Questi partiti hanno in comune un percorso storico, politico e ideologico, di lungo periodo, diverso dalle dinamiche di socialdemocratizzazione e di rottura col leninismo che hanno caratterizzato l’esperienza euro-comunista: E non è un caso che due di essi (PCP e KKE) non hanno aderito al Partito della Sinistra Europea, mentre gli altri due vi hanno partecipato sinora (criticamente) solo in veste di osservatori.

Sul versante opposto si evidenzia la criticità del “caso italiano” (che implica quanto meno un bilancio impietoso di tutta l’esperienza di Rifondazione) ed il peggioramento ulteriore del “caso spagnolo” dove Izquierda Unida (che ingloba il PCE) raggiunge il suo minimo storico (3,7%), pur presentandosi in alleanza elettorale con la componente catalana eco-socialista (assai più moderata) di Iniciativa per Catalunya-Verdi.

In una dimensione intermedia si colloca l’esperienza francese, dove un PCF “in mezzo al guado” e dall’identità sempre più incerta, presentatosi alle elezioni con una lista di “Fronte della sinistra” insieme ad una componente di socialisti staccatasi dal PS, ottiene il 6,5%, supera lo sbarramento elettorale e riesce ad inviare al Parlamento europeo 5 deputati (di cui 2 del PCF). Mentre il Nuovo Partito Anticapitalista, animato dalla Ligue trotzkista francese, ottiene un dignitoso 4,8% ma non elegge deputati a causa dello sbarramento.

Un discorso a parte – tra i partiti di sinistra che fanno parte del Gruppo parlamentare europeo GUE-NGL – va fatto per la Linke tedesca (che passa dal 6,1 al 7,5%), per il Synaspismos greco (stabile sul 4,7%), per il Bloco de Izquierda portoghese (che raddoppia la sua percentuale e ottiene il 10,73%), per la sinistra verde nordica (che dimezza i consensi in Svezia e Finlandia) e per i socialisti olandesi (il partito del pomodoro, stabile sul 7%), non rubricabili nello schieramento dei partiti comunisti.