Il voto in Europa premia i comunisti

Nelle due settimane a cavallo tra il 27 settembre ed il 4 ottobre si sono svolte in Europa diverse consultazioni elettorali sulla cui importanza è necessario soffermarsi. E questo sia per i paesi in questione (Germania, Grecia, Portogallo), sia per il risultato che le varie forze politiche hanno conseguito. Quello che si delinea è un quadro assolutamente interessante, con una buona affermazione delle forze comuniste e di sinistra anticapitalista. Il che (e questo è un primo motivo per cui sarebbe esiziale rimuovere l’analisi su questa tornata elettorale) smentisce clamorosamente la tesi secondo cui la crisi delle forze comuniste e di sinistra, che ha investito e travolto quelle italiane, sia europea. Contemporaneamente si acutizza, invece, la crisi ed il calo di consensi per le forze socialdemocratiche.

1. IL CASO TEDESCO

Iniziamo dall’analisi del voto nei rispettivi paesi affrontando per primo il caso tedesco. Lo faremo in maniera sintetica anche perché questo numero della rivista ospita già un contributo analitico specifico su questo tema. In Germania il 27 settembre scorso sono stati eletti i membri del 17esimo Bundestag, la camera bassa del Parlamento tedesco [1]. Gli elettori sono 62,2 milioni, di cui 3,5 per la prima volta alle urne, mentre le circoscrizioni elettorali sono 299: il Land più piccolo è quello di Brema con 2 circoscrizioni, quello più esteso è il Nordreno- Westfalia con 64. Il sistema elettorale in vigore è proporzionale con una soglia di sbarramento al 5%. Dei 598 seggi di cui è composta la camera bassa una parte viene assegnata col sistema proporzionale e sulla base di liste concorrenti, l’altra viene decisa nei 299 collegi uninominali[2]. Dal dopoguerra in avanti la Germania è stata governata da diversi tipi di alleanze: quella tra i conservatori cristiani della Cdu ed i liberali della Fdp, oppure quella tra la Spd ed i liberali, oppure ancora da coalizioni rosso-verdi, con i socialdemocratici appoggiati dai verdi. Studi di settore ci dicono che l’Spd è un partito forte tra i giovani, gli operai ed i disoccupati; la Cdu tra anziani, pensionati, imprenditori e, grazie alla sorella bavarese Csu, è il partito di riferimento per cattolici ed agricoltori. I Verdi traggono la loro forza nella fascia più istruita della popolazione, un dato che li accomuna ai liberali della Fdp, rappresentanti dei professionisti e dei lavoratori autonomi. La Linke invece è cresciuta grazie alla peculiarità che caratterizza la sua storia. Originariamente traeva forza esclusivamente nei Länder orientali ma, prima in virtù della netta opposizione alla guerra in Jugoslavia operata dalla Pds, ed oggi grazie all’erosione dell’elettorato socialdemocratico ed al consenso che gli viene tra i senza lavoro e gli operai, è un partito presente in tutta la Germania. A partire dal Nord protestante, dalle zone ad alto tasso di sindacalizzazione (come il bacino della Ruhr) oppure nelle grandi città, tanto nel progressista Nord quanto nel conservatore Sud. Se dal dopoguerra le coalizioni di governo tedesche sono state essenzialmente di centro-destra o di centro- sinistra, la novità politica degli ultimi quattro anni è stata invece determinata dal fatto che i due grandi partiti perno del sistema politico, Cdu e Spd, si sono coalizzati dando vita alla Grosse Koalition. I quattro anni di questa esperienza sono stati contrassegnati da deludenti risultati elettorali per entrambi i partiti. Nelle elezioni regionali la Cdu è arretrata in tutte le consultazioni ma ha mantenuto la gran parte dei governi che aveva acquisito, grazie al salasso elettorale subito dalla Spd. Dalla riunificazione la Germania ha avuto tendenzialmente uno spostamento elettorale a tutto vantaggio delle forze progressiste, grazie al contributo di tre fattori: voto della popolazione dell’Est, crescita della scolarizzazione, voto degli immigrati di seconda generazione. Alla vigilia del voto non era chiaro se la cancelliera Merkel dovesse ricorrere ancora ad un governo di Grande Coalizione per governare, ma il responso è stato inequivocabile: la Grosse Koalition è stata bocciata, a tutto vantaggio per le componenti moderate, mandando in crisi il partito socialdemocratico. La signora Merkel infatti è riuscita a conservare la Cancelleria, ma col 33,8% la sua Cdu/Csu è rimasta poco al di sopra del peggior risultato storico del 31%, fatto registrare nel 1949. Ancora più disastroso il risultato del partito socialdemocratico che col 23,1% ottiene il peggior risultato storico dal dopoguerra, oltre cinque punti sotto il 28,8% portato a casa da Erich Ollenhauer nel 1953. La Linke, partito radicale di sinistra di Oskar Lafontaine e Lothar Bisky, è salita al 12,9% rispetto all’8,7% delle elezioni precedenti ed i Verdi hanno messo a segno il 10,2%, in linea con le previsioni della vigilia e in aumento rispetto all’8,1% del 2005.

PECULIARITA’ DELLA LINKE

L’importante risultato registrato dalla Linke è il frutto di un processo di radicamento in tutto il paese ed il suo successo fa ben sperare anche in Europa. Purché però non si confonda la peculiarità di questo partito, nel contesto specifico della politica tedesca, come un dato esportabile in modo automatico in altri contesti socio-politici. Del resto la Linke è l’espressione di un processo di unificazione di due partiti che avviene all’interno del processo di unificazione di due paesi che, fino a vent’anni fa, erano due stati “frontiera” di un mondo diviso in blocchi. E non solo i due stati appartenevano a due blocchi contrapposti, ma gli stessi partiti di origine che hanno dato vita alla Linke hanno una storia particolare: basti pensare al fatto che i socialdemocratici dell’Ovest rompono con l’Spd per dare vita ad una formazione di sinistra radicale (Wasg, Lavoro e Giustizia sociale – alternativa elettorale) che partecipa ai movimenti antiglobalizzazione e, caso unico in Europa, abbraccia la Pds post-comunista dentro un processo vincente (per la Germania) ma certo non esportabile. La stessa Pds (Partito del Socialismo Democratico) ha una storia peculiare essendo figlia della Sed, il vecchio partito unico che governava la Ddr e che, nel congresso straordinario organizzato la notte dell’8 dicembre ’89, decide di non sciogliersi e trasformarsi nella Pds. In questa nuova formazione confluirono le tre culture politiche della sinistra: comunisti, socialdemocratici e socialisti di sinistra. Proprio per queste ragioni le analisi e le letture apodittiche volte ed individuare e descrivere un fantomatico “modello tedesco” utile per dare risposte alla crisi del contesto italiano, paiono francamente poco condivisibili e per nulla giustificabili. E dimostrano la scarsa conoscenza (o una lettura superficiale) tanto delle peculiarità nazionali, quanto delle caratteristiche dei partiti fondatori (Pds e Wasg), a cui abbiamo brevemente accennato. Ma il punto centrale è che la Linke, in quanto partito di sinistra riformista, non fornisce alcuna risposta o chiave di interpretazione al nodo della questione comunista oggi, che invece in Italia è oggetto – dentro e fuori il Prc ed il Pdci – di profonda discussione e ricerca. Un conto infatti è dar vita ad una fusione di soggetti socialdemocratici di sinistra e post-comunisti e mettere in campo – nel panorama politico e sociale tedesco – una forza a sinistra dell’Spd, altro è la problematica della rifondazione di un partito comunista.

2. DOPPIO VOTO IN PORTOGALLO

In Portogallo nel giro di due settimane i cittadini sono stati chiamati alle urne, prima (27 settembre) per eleggere il nuovo parlamento[3] e successivamente (11 ottobre) per rinnovare gli organismi di potere locale (Camere e Assemblee municipali e quartieri) dei 18 distretti amministrativi in cui è suddiviso il paese[4]. Erano 9,5 milioni i cittadini chiamati alle urne per eleggere i 230 rappresentanti del parlamento ed il nuovo governo che, innanzitutto, dovrà fare i conti con l’esplosiva situazione sociale: il Portogallo è infatti il paese più povero dell’Europa occidentale, dove si registra il tasso di disoccupazione più alto degli ultimi 20 anni. Le urne riconfermano il socialista José Socrates alla guida del paese, ma all’interno di una sconfitta contrassegnata dal fatto che il partito socialista perde la maggioranza assoluta dei seggi. Si è registrata una importante avanzata delle forze a sinistra del Ps con il Blocco di Sinistra (Be) che passa dal 6,4% delle precedenti elezioni politiche al 9,85%, 16 deputati, ed il Partito Comunista Portoghese (Pcp) che passa – assieme ai Verdi nella coalizione Cdu – dal 7,6% al 7,88%, 15 deputati a fronte dei 14 precedenti, 30.000 voti in più. Il Be, ma sopratutto la Cdu, sono stati però vampirizzati nelle urne dagli appelli al voto utile per impedire il ritorno della destra al potere. I sondaggi infatti li davano con un consenso elettorale maggiore. La risalita del Ps sembra legata anche all’effetto boomerang dello scandalo del presunto spionaggio ai danni del capo dello stato, il conservatore Anibal Cavaco Silva, vicino a Ferreira Leite, candidata dei conservatori. La vicenda, gestita in maniera contraddittoria dal presidente, sembra avere giocato a vantaggio di Socrates.

Quello che più salta agli occhi in questa tornata amministrativa è il risultato elettorale del Be che, per capirlo a fondo e comprenderlo, va indagato ed analizzato comparando i risultati delle politiche con quello delle amministrative. Non c’è dubbio che la forte esposizione mediatica del Be ha permesso a questa formazione di capitalizzare i voti in uscita dal Ps. Del resto lo stesso profilo politico – di sinistra radicale ma non sempre antigovernista e di “rottura” col Ps – lo pone in condizione di capitalizzare meglio il voto di chi, storicamente legato al Ps, decide di votare a sinistra come segnale di malcontento per le politiche fin qui adottate. Ma è altrettanto interessante osservare come questo consenso si sia fortemente ridotto nel giro di soli 15 giorni, durante i quali il Be ha visto praticamente ridurre fino a due terzi il consenso ricevuto alle elezioni politiche (una “doccia fredda”, hanno scritto i giornali). Il che si spiega prevalentemente col fatto che la forte copertura mediatica che questo raggruppamento abitualmente riceve, diventa insufficiente quando il voto riguarda i livelli amministrativi locali, lì dove conta principalmente la presenza organizzata e capillare nella società tanto nelle strutture sociali e sindacali, quanto nei luoghi di lavoro e di studio.

Di converso il già positivo risultato del Pcp alle elezioni politiche (dove pure si è assistito al “sorpasso” da parte del Be) è stato ancora di più rafforzato dal voto amministrativo che porta i comunisti portoghesi all’11%, con punte di consenso di straordinaria rilevanza [5], segno questo del forte e durevole radicamento sociale, territoriale e di classe di questo partito, che non a caso in queste competizioni raccoglie risultati storicamente migliori rispetto alle politiche. Bisogna riconoscere che il caso portoghese è assolutamente interessante: non solo perché la fascia di elettorato che vota a sinistra del Ps ha percentuali di tutto rispetto (18%), ma perché l’avanzata complessiva e simultanea delle forze di sinistra (Pcp e Be) avviene senza pasticci, diluizioni o minacce all’autonomia e all’identità dei diversi soggetti in campo. Anzi avviene in un contesto che, seppur caratterizzato da una oggettiva competizione elettorale, vede una interessante capacità di tenuta delle forze tradizionalmente organizzate e la capacità di intercettare quelle in uscita dalla crisi della socialdemocrazia. Il che sposta quindi complessivamente più a sinistra il baricentro politico del paese. Sarebbe del tutto normale, in una fase di riflusso come questa e con una campagna internazionale contro il comunismo – basti pensare alle risoluzioni votate dai vari parlamenti nazionali ed in ambito europeo -, che le forze comuniste venissero penalizzate a scapito di formazioni riformiste di sinistra. Eppure il risultato del Pcp smentisce questa tendenza e queste previsioni.

La tenuta di consensi elettorali dimostra infatti che un partito organizzato, presente tra il popolo e nelle lotte e rappresentante di un pezzo reale della società, riesce a mantenere il suo consenso anche in una fase di arretramento e difficoltà come questa. Anche nella società portoghese c’è una fascia mobile di elettorato, non fidelizzato, in fuga dal Ps e la capacità del Bloco, unito ad una sovraesposizione mediatica oggettiva, a tutto svantaggio del Pcp che viene descritto come partito “vetero”, ha permesso di intercettare quel malcontento. Ma la tenuta dei consensi elettorali in termini assoluti da parte del Pcp, una tenuta che oramai dura da 20 anni e che quindi non ha una natura episodica, unita agli straordinari risultati amministrativi, è il segno di una capacità di resistenza e di rinnovamento, segno di una forte attrattiva verso nuove forze ed energie tra le giovani generazioni.

DUE ASPETTI CENTRALI DEL VOTO PORTOGHESE

Anche in questo caso sarebbe sbagliato e fuorviante operare paragoni e trasposizioni tra questa esperienza e quella italiana. Pur tuttavia, a differenza del caso tedesco, il contesto portoghese mette in mostra due aspetti centrali anche per noi:

1) che è del tutto infondata la tesi di una irrilevanza storica per un partito comunista, in questa parte del mondo ed in questa fase. La crescita del Pcp (e non è certo l’unico caso in Europa), dimostra invece che lo spazio per una forza comunista che sia espressione conseguente di una politica “di rottura e cambiamento” – come recita lo slogan elettorale della Cdu – quindi di una politica antisistemica, esiste. E sta anche alla volontà delle comuniste e dei comunisti percorrerla, sapendo ovviamente fare i conti con una società profondamente cambiata e con un contesto sociale e politico che si sposta sempre più a destra. La questione comunista, quindi, non è archiviata “dalla storia e dalle sconfitte” ed i partiti comunisti non sono affatto destinati ineluttabilmente al declino. La forza storicamente consolidata del Pcp, il prestigio di cui gode tra la classe operaia e gli strati popolari attraverso la sua attiva presenza nel movimento sindacale, la sua solida e strutturata organizzazione, il prestigio consolidato dei suoi amministratori locali, smentiscono le tesi strumentali e interessate, diffuse anche in Italia, che danno erroneamente per scontato, nei paesi europei, il declino dei partiti comunisti di impianto leninista.

2) Che è possibile far convivere un progetto comunista e la costruzione di un partito rivoluzionario, accanto a quello di una forza di sinistra. Quello che non si può fare è commettere l’errore di pensare che una soluzione ibrida (ambigua sulla questione comunista, ma non dichiaratamente “oltrista”) sia in grado contemporaneamente di organizzare un pezzo radicale della società (che esiste e spesso non ha rappresentanza politica) e di intercettare un voto più moderato in uscita dalla socialdemocrazia e dalla sua crisi di rappresentatività e politica.

3. GRECIA. I COMUNISTI RESTANO LA TERZA FORZA POLITICA

Le elezioni politiche che si sono tenute in Grecia domenica 4 ottobre sono interessanti da diversi punti di vista[6]. La partecipazione al voto è stata molto alta (71% sui 9.929.440 cittadini aventi diritto), segno di una competizione elettorale molto accesa nel paese e che ha spinto i cittadini a ritornare in massa alle urne pochi mesi dopo le elezioni europee. Dopo una campagna elettorale polarizzata si assiste alla vittoria del Movimento Socialista Panellenico (Pasok), che giunge al potere dopo sei anni di governo conservatore (Nd, Nuova Democrazia). Il Pasok infatti ha raccolto il 44% dei voti e, grazie alla legge elettorale in vigore, acquisisce la maggioranza assoluta del parlamento: 160 seggi su 300 (53,3%). Alle elezioni del 2007 aveva ottenuto il 38,10% dei voti e 102 seggi. Il partito conservatore che esprimeva il governo precedente, Nuova Democrazia, ha raccolto invece il 33,48% dei voti e 91 seggi. Ne aveva 152 con il 41,83% dei voti. La terza forza del paese rimane il Kke, Partito Comunista di Grecia, che passa dall’8,15% e 22 seggi di due anni fa al 7,54% e 21 seggi di oggi. La quarta forza dell’arco parlamentare non è più la Coalizione di Sinistra Radicale Syriza, animata dal Synaspismos (che ottiene il 4,6% e 13 parlamentari), ma la forza di destra Laos (Raggruppamento Ortodosso Popolare) che passa dal 3,8% e 10 parlamentari, al 4,6% e 15 parlamentari che, con questo risultato, è riuscito a bloccare l’ingresso dei Verdi in parlamento, fermi al 2,53% (la soglia di sbarramento è al 3%).

UNA FORTE IMPRONTA BIPOLARE

Tutta la campagna elettorale (e conseguentemente i comportamenti degli elettori nelle urne) hanno avuto una forte impronta bipolare. E questo anche perché la storia politica greca sembra essere quella di un paese governato da due dinastie in guerra come gli Orazi e i Curiazi. Da un lato infatti c’è il vincitore Giorgio Papandreou, figlio di Andrea, ex professore universitario e fondatore del Pasok, che nel 1981 è andato al potere sconfiggendo il vecchio Costantino Karamanlis, il “padre della patria”. Dall’altro Costas Karamanlis, dimissionario a seguito del risultato elettorale, ma fino ad ora premier e capo di Nd. Anche lui è nipote e figlio di primi ministri e ministri della Grecia del dopoguerra. La caduta del governo conservatore è riconducibile non solo alla debole maggioranza parlamentare (poche unità di voti di scarto), ma soprattutto ad un malcontento popolare crescente rispetto all’incapacità di far fronte ai problemi del paese (sociali, economici, ma anche ambientali, come dimostrano gli incendi che hanno devastato il territorio in questi anni). L’assenza di misure efficaci contro tali emergenze ed i continui scandali che hanno posto con forza la “questione morale” al centro del dibattito politico, hanno determinato l’avanzata dei socialisti del Pasok, il cui appello al voto utile ha blandito fasce sensibili di elettori di sinistra. Papandreou si trova ora ad affrontare problemi economici e sociali molto seri di cui gli eventi ed i disordini del dicembre 2008 non sono stati che l’epifenomeno di quanto si muove nel profondo. Inoltre l’economia stagnante ed il forte indebitamento (la Grecia è seconda solo all’Italia) non lasciano presagire alcun segno di ripresa. Traslando l’attenzione nel campo dell’estrema destra, l’avanzata del Laos fa pensare ad un’ulteriore emorragia di voti di Karamanlis a favore del suo vecchio avversario interno Karatzaferis, sul terreno insidioso dell’immigrazione e della sicurezza. Inoltre, presentandosi con un programma a forte contenuto ecologista, ha sottratto voti ai Verdi. In un tessuto sociale povero e fortemente attraversato da fenomeni migratori, principalmente provenienti dai vicini Balcani, parole d’ordine populiste e razziste, hanno pagato elettoralmente, come insegnano tutte le altre esperienze simili europee. Tenuta delle forze comuniste e anticapitaliste È interessante osservare come le formazioni politiche a sinistra del Pasok (Kke e Syriza) conservano praticamente intatto il peso elettorale accumulato negli ultimi cinque anni: un altro segnale della tenuta delle forze comuniste ed anticapitaliste in Europa, che dovrebbe essere maggiormente apprezzato e che dovrebbe far riflettere anche in Italia. Il Pasok, pur essendo il vincitore assoluto di questa tornata elettorale greca e pur lanciando un segnale di ottimismo alle forze europee di centrosinistra uscite ridimensionate dalla disfatta dei socialdemocratici in Germania (e non dimentichiamoci che Papandreou è leader del Pse), non inverte il ciclo di crisi e difficoltà che ha investito le forze socialdemocratiche del vecchio continente. Già dalle prime dichiarazioni si capisce come in Grecia sia cambiato governo, ma non politica. Al punto che Aleka Papariga, segretaria generale del Kke, subito dopo il voto ha dichiarato: «la nave ha cambiato il suo “capitano” ma non la rotta!». E non può essere diversamente perché la politica del Pasok si inscrive nel solco neoliberista che ha caratterizzato i recenti governi di Nuova Democrazia, che associa al liberismo tipico della socialdemocrazia (oramai, non tanto più “temperato”, a causa della crisi economica) con la fedeltà totale ai dettami dell’Ue. Ed è proprio l’Europa una cartina di tornasole per registrare le differenti posizioni a sinistra, con il Pasok apertamente europeista, il Synaspismos sostenitore, seppur critico, di questa Europa (e sottolineiamo “questa Europa” e non il progetto di Ue) ed i comunisti che lottano contro l’Ue.

A sinistra si assiste invece a dati incoraggianti ed interessanti. La coalizione Syriza ha ottenuto il 4,6%, perdendo un solo parlamentare dalle scorse elezioni (ne aveva 14, con il 5,04%). Un risultato di tutto rispetto se pensiamo al fatto che durante la campagna elettorale, erano quotidiani gli articoli sulla stampa che descrivevano una situazione interna al Synaspismos assolutamente turbolenta ed incerta. Il vecchio gruppo dirigente, capeggiato da Alekos Alavanos, ha infatti cercato di mettere in minoranza la nuova leadership (nata nel febbraio del 2008 attorno al giovane Alexis Tsipras), impedendo la sua candidatura come capolista della coalizione. E questo perché, dal recente congresso vinto dall’ala più radicale del partito, è in atto uno scontro interno molto duro che avrebbe potuto pregiudicare l’esito elettorale. Il Synaspismos vive infatti una discussione non diversa da quella di tutte le coalizioni di sinistra riformista e non comunista, che oscillano da posizioni di radicalismo di sinistra (talvolta massimalista) a posizioni di concertazione governista con i socialisti e le forze socialdemocratiche (come nei fatti chiede Alavanos per il caso greco). E questo sempre in nome di una radicalità di contenuti e pratiche che ci ricorda molto da vicino il dibattito del Prc del congresso di Venezia[7]. Assolutamente straordinario il risultato del Partito Comunista di Grecia che, pur perdendo un parlamentare rispetto al 2007, resta la terza forza politica del paese. Risultato ancora più apprezzabile se si pensa alla campagna discriminatoria portata avanti nei confronti di questo partito in Grecia ed all’estero (inclusa l’Italia dove a dicembre scorso si è assistita una campagna anti-Kke sui quotidiani di sinistra, al limite della deontologia professionale).

Inoltre bisogna anche tener presente che nelle elezioni del 2007 il Pasok stava vivendo una grave crisi, tanto da considerarsi certa la vittoria di Nd, come di fatto avvenne a causa del forte malcontento popolare. Per questo motivo è opportuno confrontare i recenti risultati del Kke con quelli delle elezioni del 2004. Osservando quanto è avvenuto negli ultimi anni, registriamo i seguenti risultati: 5.89% e 12 eletti nel 2004; 8,15% e 22 eletti nel 2007 e 7,54% e 21 eletti oggi, con una fidelizzazione di voti che li porta sopra il mezzo milione di voti assoluti (erano 436mila nel 2004). Un trend che sta quindi a significare non solo un non scontato segno di tenuta, ma soprattutto una assoluta capacità di crescita per una forza coerentemente comunista e rivoluzionaria[8]. E questo premia in primo luogo un radicamento sociale capillare ed un legame di massa molto forte, che rende possibili risultati e consensi come questi recenti, che arrivano dopo il buon risultato delle europee ed il risultato straordinario dell’associazione studentesca della Kne (la Gioventù Comunista di Grecia) alle elezioni studentesche dopo i fatti del dicembre scorso. A testimonianza, qualora ce ne fosse bisogno, della non estraneità del Kke dal movimento di protesta e giovanile.

4. Alcune considerazioni per la politica italiana Mi sia infine permesso rilevare che risulta assai poco serio, ed anche un po’ opportunistico ed elusivo dei problemi sul campo, analizzare queste elezioni ed i risultati delle varie forze, mettendo in un unico sacco i risultati conseguiti dai partiti comunisti e quelli di formazioni di sinistra radicale e “nuova sinistra”. Quasi non esistessero diversità politiche ed ideologiche tra i vari soggetti in campo o trattamenti diversi da parte dei grandi mezzi di informazione, con vere e proprie campagne mediatiche (che spingono da un lato il malcontento popolare e giovanile verso i partiti radical-socialisti e dall’altro danno vita ad una campagna forsennata contro i partiti comunisti, descrivendoli come forze ormai in via di esaurimento e destinate all’oblio). Del resto, noi italiani questo dovremmo saperlo e comprenderlo bene, analizzando per esempio lo spazio che i media e la socialdemocrazia dedicano alla formazione “Sinistra e Libertà”, a scapito dei due partiti comunisti. Per non parlare poi degli atteggiamenti di alcuni commenti apparsi a commento di queste elezioni, caratterizzati da una mitizzazione del caso tedesco, la cui peculiarità (come ho brevemente cercato di chiarire) meriterebbe certo maggiore analisi, viste le caratteristiche storiche, politiche ed ideologiche di quel contesto, così diverso da quello in cui in questo paese – piaccia o meno – operano le forze comuniste e di sinistra. L’idea quindi secondo cui la spiegazione dei positivi risultati di tutti questi partiti (Die Linke, Pcp, Be, Kke, Synaspismos) risieda solo in una comune appartenenza al campo delle forze della sinistra alternativa e non nelle rispettive peculiarità in termini di radicamento, proposta politica e profilo politico ideologico di ciascuna forza, risulta francamente debole, agitata in maniera propagandistica da chi, di fronte ai compiti ed alle scelte che il contesto italiano impone, preferisce rimandare i problemi, mascherando questa debolezza e responsabilità dietro una retorica nuovista (che comunque va avanti da vent’anni). Per queste ragioni sarebbe necessario che chiunque oggi lavori ed abbia a cuore la ricostruzione di una forza comunista, rivoluzionaria, che respinge ogni suggestione socialdemocratizzante, governista ed adattativa avvii una riflessione seria su queste tematiche perché, rimuovendo il problema, si perpetuano gli errori che ci hanno portato alla crisi che, impietosamente, stiamo vivendo.

NOTE

1 È possibile consultare i risultati delle elezioni tedesche qui: http://www.bundeswahlleiter.de/en/bundestagswahlen/BTW_BUND_09/ergebnisse/bundesergebnisse/index.html

2 La determinazione del numero complessivo di componenti del Bundestag può variare da una legislatura all’altra, esso è uguale a 598 o superiore. I parlamentari eccedenti il numero di 598 sono designati esclusivamente secondo il sistema dei collegi uninominali.

3 Per prendere visione dei risultati eletto rali, si può consultare questo link: http://www.parlamento.pt/DeputadoGP/Paginas/GruposParlamentaresI.aspx

4 Puoi consultare i risultati delle elezioni per il rinnovo degli organismi di potere locale al link: http://autarquicas.sapo.pt/ 2009/resultados_2009/. Complessivamente in queste elezioni (caratterizzate dalla presenza di numerose liste locali di ispirazione conservatrice e reazionaria) si nota, rispetto al 27 settembre, una lieve ripresa del Partito Socialista (dal 36,6% al 37,7%) – che ha anche conquistato la presidenza della Camera Municipale di Lisbona – e una sostanziale tenuta (al di sopra del 40%) delle coalizioni dei partiti di centro-destra; in particolare nel nord e a Porto, la seconda città portoghese.

5 Assistiamo addirittura a percentuali del 42,2% a Setúbal (distretto di circa 800.000 abitanti), del 39,8% a Beja e del 34,1% a Evora, tradizionali zone rosse operaie e contadine. A Lisbona il miglior risultato è nei quartieri, con il 13,3%, a dimostrazione di un radicamento e di un legame profondo con il popolo portoghese.

6 Per i dati delle elezioni greche cfr. http://www.ekloges.ypes.gr/pages/index.html

7 Non è l’unico caso. Anche nella Die Linke assistiamo ad un dibattito analogo ed il tema del prossimo congresso (già fissato a Maggio 2010) sarà proprio il rapporto con l’Spd ed un’eventuale alleanza di governo coi socialdemocratici.

8 Il Kke raccoglie le percentuali più elevate nei centri urbani, dove in media ottiene l’8,8%. Nelle aree suburbane la percentuale è del 6% e nelle zone rurali al 6,1%, mentre raggiunge percentuali elevate (dal 10% al 20%) nei quartieri della classe operaia di Atene, Pireo, Salonicco, Patrasso e in altre grandi città. Sull’isola di Ikaria, che è stata luogo di esilio per i comunisti, dove il KKE raggiunge tradizionalmente alte percentuali, il partito è arrivato primo con il 37%. Secondo una ricerca sociologica, il KKE raggiunge percentuali superiori tra i giovani nella fascia di età compresa tra i 25 e i 34 anni (11%) e gli studenti universitari (11%), tra gli operai di età tra i 45 e i 54 anni (9%) e i lavoratori dipendenti del settore privato (11%) e tra i disoccupati (11%).