Il volto postmoderno della “nuova destra”

Viviamo in un’epoca in cui la superpotenza statunitense ha assunto su di sé l’onere di consolidare ed esportare l’ordine capitalistico, arrivando a violare anche in casa propria il più elementare dei princìpi di tutela della persona – l’ habeas corpus – e rinverdendo col volto dell’”etica umanitaria” la stagione degli stermini di massa – a suon di embarghi e bombardamenti da estendere “indefinitamente” ai quattro angoli del globo. Davanti a simile barbarie, direttamente dispensata da chi si è autoproclamato modello di democrazia e di istituzioni liberali, è legittimo chiedersi cosa ne sia dei rigori del pensiero e dell’azione delle destre propriamente dette. Come ha ricordato Saverio Ferrari nello scorso numero de l’ernesto, recensendo il libro di Pierre Milza Europa estrema. Il radicalismo di destra dal 1945 ad oggi, le destre estreme europee continuano ad avanzare, seppure “a viso coperto”, avendo indossato nuove vesti che comunque consentono loro di seminare le tradizionali tossine del populismo, della xenofobia e del razzismo: ciò a conferma del fatto che esse non rinunciano a candidarsi come opzione politico-culturale possibile e ancora perfettamente disponibile.
Non a caso, nel momento stesso in cui il leader del governo italiano di centro-destra si conferma nel ristretto novero dei più fidi alleati di Bush junior, i suoi colleghi di coalizione in una sorta di grottesco gioco delle parti non cessano di alimentare gli umori mefitici della vecchia destra di sempre. Ne ha dato ennesima testimonianza l’istruttiva sortita in parlamento del capogruppo leghista Alessandro Cè, il quale ha animato la dialettica interna alla cosiddetta “Casa delle libertà” prendendosela con il “colonialismo globale del pensiero unico”, con “l’universalismo illuministico” dell’Occidente ed ergendosi a difensore delle appartenenze etnico-comunitarie e delle differenze tra i popoli: concetti eleganti per intendere più prosaicamente chiusura delle frontiere e cannoneggiamento di extracomunitari.
Non è dunque inutile procedere ad una ricognizione del profilo politico-ideale di questa “nuova destra”, seguendo più da vicino le evoluzioni tematiche di uno dei suoi più autorevoli maîtres à penser.

Destra e sinistra: una coppia problematica

In un testo abbastanza recente, la cui traduzione italiana è comparsa nel 1999 sulla rivista Diorama1, il filosofo Alain de Benoist – in collaborazione con Charles Champe-tier, redattore del periodico Ele-ménts – si è incaricato di fissare i lineamenti tematici della Nuova Destra (d’ora in avanti: ND). Il carattere concettualmente eclettico e per nulla originale di questo pamphlet, peraltro assurto al rango di vero e proprio manifesto, consiglierebbe di dedicare il nostro prezioso tempo a letture più proficue. Tuttavia, meritevole di attenta considerazione è il valore politico di un’operazione culturale che ha consentito all’autore del breve scritto di proporre le sue pluridecennali riflessioni ad una cerchia ben più vasta del ristretto cenacolo di lettori sino a ieri raggiunto, non solo facendo bella mostra di sè nelle feste padane ma perfino arrivando a toccare corde sensibili anche a sinistra.
Nuova destra, dunque. Ora, se si ammette che abbia un significato univoco l’espressione “destra”, ciò evidentemente comporta che per noi abbia un senso altrettanto chiaro il suo opposto speculare “sinistra”. La questione è delicata, poiché sappiamo quanto si è detto e scritto nel tentativo di definire compiutamente cosa sia “sinistra”, cercando cioè di superare la vaghezza concettuale e l’eterogeneità dei possibili riferimenti concreti che questo termine di fatto ha incluso e tuttora include. In realtà – a semplificare la faccenda – accade che si possa efficacemente usare un termine anche in assenza di una definizione stretta (ed eventualmente in presenza di definizioni a maglie larghe e più o meno aperte); che insomma ci si intenda anche quando un’espressione del linguaggio comune (in questo caso, del linguaggio politico quotidiano) veicola quel che grosso modo è il suo concetto corrispondente.
Così si può ben dire che, nonostante gli affanni dei politologi, per tutto il ‘900 il senso comune (politico, socio-economico, elettorale) ha continuato a distinguere tra una “sinistra” e una “destra”, condensando – in un modo che, sebbene non compiuto, è risultato comunque sufficientemente chiaro – il significato di una distinzione formalmente introdotta almeno a partire dalla Costituente del 1789 nella Francia rivoluzionaria.
Quest’ultima sintetizzava, dislocandola su di un piano orizzontale, la contrapposizione tra il basso (il terzo stato) e l’alto (il re, la nobiltà, i vantaggi della nascita); in due parole, l’eguaglianza contro il privilegio. Il successivo ancoraggio alla storia del movimento operaio ha legato la suddetta distinzione alla contrapposizione tra operai e capitalisti: la sinistra riflette gli interessi dei proletari, la destra quelli dei proprietari; la sinistra “identifica il mutamento sociale verso un maggiore egualitarismo, mentre la destra il mantenimento dell’ordine tradizionale, ivi compreso l’assetto socioeconomico capitalista”2. In questo schema generale rientra la comune accezione che nel nostro paese in particolare si è dato al termine “destra”, col riferimento al regime fascista e poi alle tesi e all’azione della destra politica postbellica: orientamento a connotato autoritario, votato al mantenimento e al consolidamento dell’equilibrio (meglio: del disequilibrio) sociale dato. Dunque, ci si dovrebbe intendere perfettamente quando diciamo che Alain de Benoist è un autore di destra e che la sua operazione culturale porta acqua al mulino delle destre. Ciò resta vero; ma occorre immediatamente aggiungere che, quanto più si è appannato il taglio di classe impresso alla distinzione tra destra e sinistra, tanto più è andato confondendosi e perdendosi il suo senso. In proposito, emblematica di tale involuzione è stata l’introduzione nel nostro paese, all’indomani dell’’89, dell’assetto bipolare: non a caso tale innovazione istituzionale “normalizzante” è stata perseguita puntando alla sterilizzazione delle ali estreme dello schieramento politico (emarginazione/addomesticamento dei comunisti da un lato, “sdoganamento” dei postfascisti dall’altro), con conseguente inevitabile ottundimento della bipolarità sinistra/destra, svuotata sempre più di contenuti sociali e conflittuali, ridotta a simulacro di un neutro avvicendamento di governo.
In queste acque limacciose può pescare bene una destra che si dice “nuova”, che si rinnova assecondando la confusione e giungendo perfino ad assumere qualche connotato accattivante. Bisogna riconoscere che il filosofo de Benoist sa manovrare sapientemente questo gioco di specchi: neutralizzarne i miraggi può dunque servire non solo a ricondurre le evoluzioni della ND ad alcuni dei solidi ceppi della destra di sempre, ma anche a mostrare i pericolosi esiti di taluni scivoloni indotti da mode culturali accreditate a sinistra (quella moderata così come quella cosiddetta estrema).
La ND dichiara obsolete le opposizioni che hanno contraddistinto la Modernità. A cominciare appunto da quella tra destra e sinistra: è di destra o di sinistra – si chiede de Benoist3 – la nozione di ‘libertà’ o quella di ‘solidarietà’? Ed è lecito, oggi, ascrivere alla sinistra o alla destra il federalismo o l’ecologismo? Una volta relegati tra le anticaglie del vetero-materialismo i connotati di classe della suddetta dicotomia, non resta che imputarle un antico e sfiorito carattere strumentale, il segno dell’infausta influenza delle “ortodossie ideologiche”, dell’unilaterale rigidità dei guardiani delle burocrazie di partito e degli statalismi novecenteschi. Tale sclerosi del pensiero – si precisa – è stata invero condivisa dalla vecchia destra nostalgica e totalitaria, intellettualmente pigra e incapace di pensare “trasversalmente”. Quest’ultima è restata prigioniera del passato, contaminata dal “secolo delle ideologie” (liberalismo, comunismo, fascismo), risucchiata nell’abisso degli “orrori” in esso perpetrati: guerre, genocidi, caos sociale. Tocca quindi alla ND riscattarne le risorse fondamentali, facendo piazza pulita dei suoi sensi di colpa, puntando ad un’egemonia culturale da conseguire attraverso la proposta di una “nuova sintesi” che sappia rispondere alle domande del secolo appena iniziato: in pratica, chiudere i conti con la Modernità e il suo “terribile” carico ideologico, favorirne la crisi e strizzare l’occhio al trasversalismo postmoderno (esaltandone contestualmente le suggestioni premoderne).

L’accattivante volto postmoderno della Nuova Destra

Ma cos’è per de Benoist la Moder-nità? Essa è, né più né meno, l’universo concentrazionario, il mondo dei totalitarismi generato dai dogmi del razionalismo strumentale e riduttivista, dell’universalismo massificante e egualitario, del progressismo cieco della tecnoscienza e dell’economicismo lavorista. Sono queste le tossine concettuali che non solo hanno condotto ai regimi totalitari del ‘900 (nozione passe-partout con cui de Benoist, in perfetta sintonia col revisionismo storico, compendia comunismo e nazifascismo) ma che anche hanno plasmato lo spirito universalista e mercantile dell’Occidente, soffocando le radici culturali dei diversi popoli, distruggendo il comune senso di appartenenza delle singole comunità. In questa prospettiva, il comunismo non è che la radicalizzazione, perseguita con mezzi grossolani e violenti, del liberalismo, entrambi alimentati dall’illuministica fede in una ragione che prescrive i principi assoluti e spersonalizzanti dell’etica e dell’economia. Proprio qui la retorica metaforizzante del filosofo può arrivare paradossalmente ad incontrare un ascolto ben disposto anche ‘a sinistra’: complici, le requisitorie contro “il potere globalizzato del mercato” e l’alienante American Way of Life. Nella società razionalizzata e mercificata, l’individuo si fa astratto, membro serializzato di un’altrettanto astratta umanità, in nome della quale va ricondotta a norma qualunque differenza o trasgressione. Il singolo è sempre più sperso in una folla anonima, alla mercè dell’incertezza e dell’assenza di senso; la comunità e i suoi valori di riferimento sono devastati e sommariamente globalizzati. Non vi è davvero nulla di nuovo in queste spigolature socio-filosofiche4, che pure attingono al reale smarrimento, al profondo malessere di un mondo umano prostrato nel corpo e nell’anima dalla mondializzazione capitalistica. Anche per la ND – come già fu per la vecchia destra controrivoluzionaria – i diritti dell’uomo vengono a costituire l’imperativo categorico di un cosmopolitismo uniformante e aggressivo, punta di lancia planetaria di una forma particolarmente insidiosa di intolleranza5. Qui l’enfasi anti-borghese e la virulenza delle invettive contro la società omologata potrebbe anche catturare l’immaginazione di qualche sprovveduto. Ad esempio, è sufficiente convincersi che non è più questione di conflitti di classe, bensì dello spadroneggiare di non meglio precisate élites tecnocratiche; o che le aggressioni imperialiste non si producono sulla spinta di troppo materialistici interessi petroliferi, bensì scaturiscono da quella nefasta piega dello spirito che è appunto la ragione universalistica e strumentale: e il gioco è fatto. Marx sfuma in Heidegger, destra e sinistra dileguano in un blob indistinto.
In effetti il cocktail di de Benoist non è originale, ma è ben confezionato: egli riprende l’eredità antimoderna e antiuniversalista della destra tradizionale e reazionaria (da Burke a de Maistre, fino a Jünger e Spen-gler), vi aggiunge i toni aspri degli aforismi nietzscheani contro “l’impecorimento del gregge” e perfeziona il tutto richiamando il motivo heideggeriano del tramonto di una modernità la quale ha sancito “l’Oblio dell’Origine” e divelto l’individuo dalle sue radici e dalla sua memoria. Ma, soprattutto, rende ancor più appetibile la composizione adeguandola al gusto noglobal dei nostri giorni, accentuando la polemica contro il liberismo economico e il dominio del mercato. Veemente è la critica nei confronti del cinismo di una società che sacri-fica l’uomo all’economia6: il primato dell’economico (assieme alla “mitologia produttivistica” e “alla mistica del lavoro”) configura un regno della quantità senza qualità, dove le leggi dello scambio si estendono inesorabilmente ad ogni ambito delle relazioni umane. “Dittatura del denaro”, “ipertrofia dello scambio di merci”, “religione della crescita”. Tutto si piega alle impellenti necessità della “megamacchina” mercantile: dalla scienza (la quale, schiacciata dalla tecnica, abdica a qualunque funzione regolativa superiore e si riduce a “tecnoscienza”) alla politica (la quale, anziché coltivare il “perseguimento di ciò che è bene”, diviene teoria della scelta razionale, ovvero “gestione scientifica della società globale”).
Quanto più la denuncia della “società del mercato” si esprime in termini apocalittici fino a coincidere con la descrizione della catastrofe moderna, tanto più de Benoist si esalta nell’evidenziare il trasversalismo delle idee. Non è forse Marx che parla di alienazione e reificazione dei rapporti umani? E chi, se non i filosofi della scuola di Francoforte ha alimentato la rivolta contro l’ ideologia dei Lumi? Non è Hannah Arendt ad aver centrato la critica dei totalitarismi? E Marcuse non ha forse messo da parte la contraddizione dialettica e gli aspetti materiali dello sfruttamento capitalistico per mostrare dispositivi di esclusione non necessariamente connotati dal punto di vista del conflitto di classe propriamente detto? E, ancora, non è di André Gorz l’enfasi critica contro il produttivismo e l’ideologia del lavoro, così come la perorazione della gratuità del dono, caratteristica dell’epoca premoderna, di contro alla moderna dittatura utilitaristica del mondo delle merci?7 Alla luce crepuscolare del nuovo secolo, tutto sembra mescolarsi, tutto si confonde. Ma è davvero così? Tralasciamo gli effettivi cedimenti di certa ‘sinistra’ e le propensioni ondivaghe di alcuni suoi intellettuali; e continuiamo ad occuparci della ND. Ebbene, nel peggiore dei casi il suo gioco di specchi può abbagliare per un attimo; ma non tiene ad uno sguardo appena più attento. Gratta e rigratta e, sotto la sottile cortina fumogena della contemporaneità, viene fuori la destra di sempre, con tutti i suoi istinti reazionari e regressivi.

Contro le “utopie moderne”: l’eternizzazione del presente

Consideriamo più da vicino il giudizio critico nei confronti della “fede nel progresso” e della “vocazione messianica” del marxismo. Esso viene enunciato sullo sfondo tematico di uno scontro metafisico-religioso tra il monoteismo giudaico-cristiano, sul cui solco la Modernità si è insediata ed ha compiuto i suoi misfatti, e il paganesimo della vera destra rivoluzionaria. Quest’ultimo pone l’uomo in perfetta armonia con la natura e lascia al Cosmo tutta la sua originaria sacralità. Non c’è alcuna soluzione di continuità tra terra e cielo, tra visibile e invisibile: l’uomo aderisce ad un tempo alla vita e a ciò che la oltrepassa, restando in sintonia con le sue origini naturali e conservando la connessione misterica col sacro. La cultura della destra (e della ND) esprime al fondo un tale rapporto conciliato col mondo. Viceversa, l’unico dio del monoteismo apre una frattura incolmabile nel continuum cosmico, separando creato e increato ed imponendo al primo la legge assoluta di quest’ultimo. Un’astratta e coercitiva realtà sovramondana viene a contrapporsi alla realtà naturale dell’uomo, che resta in questo modo abbandonata al disincanto e alla chiusura materialistica tipica dello spirito moderno. Ciò ha effetti funesti sul vissuto temporale umano. Scisso dall’iperrealtà ideale e divina, il mondo umano diviene il luogo dell’imperfezione, di una mancanza che invano si cercherà di colmare: di qui, l’insopprimibile irrequietezza del divenire cui l’uomo dell’Occidente è votato. In luogo dell’eterna presenza dell’istante vissuto, emblematico della pienezza e della permanenza dell’Essere, la Modernità occidentale – figlia legittima della tradizione ebraico-cristiana – pone il futuro come dimensione temporale privilegiata: il passato ed il presente diventano momenti provvisori e sempre perfettibili.
Nasce qui, nel seno di questa vicenda metafisica, la concezione “vettoriale” e “teleologica” della storia, della quale il marxismo è eminente concrezione. Le ideologie, le utopie della Modernità, altro non sono che “religioni mondanizzate”: così come le religioni monoteiste proiettano il paradiso in un inattingibile Aldilà, esse istillano un’insana ansia di futuro, destinando l’essere umano ad una cieca (“nevrotica”) fede nel progresso, inibendo la sua capacità di vivere il presente (e, con esso, un armonico, “pagano” rapporto con la natura). La presunzione di raggiungere ciò che ancora non è e di realizzare la perfezione in terra, sta alla base del “terrorismo universalistico” e dell’“egualitarismo marxista”: il dio, il partito, lo stato totalitari provengono dal medesimo ceppo.
Enfatizzazione del presente, svilimento di ogni progettualità in vista del futuro: ecco svelato l’arcano di una scelta di campo, fondata sulla scorta di una costruzione metafisica ad hoc. Alla cosiddetta ideologia del progresso si contrappone una metafisica dell’eterno presente: guai a chi presume di cambiare il mondo. Da dietro la “contemplazione del mondo-così-come-è” sbuca la repulsione per il cambiamento, l’aristocratico disprezzo per chiunque pretenda di cambiare l’ordine naturale delle cose. La destra pagana, con la tempra dei “forti”, guarda il presente in faccia e rispetta ciò che è naturale, non cerca un senso progressivo nella storia e diffida del risentimento dei “deboli”. Fuori dalla metafora metafisica, ciò incarna il sentimento da sempre espresso dalla letteratura reazionaria: l’orrore per qualunque progetto di trasformazione sociale, per qualsiasi condotta razionale che metta consapevolmente in questione l’ordine costituito.
Così Burke ironizzava in merito alla pretesa dei giacobini di “dichiarare guerra ai cieli” e di “fabbricare in aria castelli magnifici”; de Maistre stigmatizzava la vanità di chi crede di creare ex novo in ambito etico-politico; e Spengler polemizzava con il “razionalismo” intellettualistico che vuole “sottomettere la realtà alle astrazioni”8. Come si è visto, il nostro contemporaneo filosofo della ND non è da meno.

Differenzialismo e comunitarismo: un intreccio reazionario

Ma il suddetto impasto metafisico non serve solo a cementare una generale opzione di classe: esso altresì supporta indicazioni politiche molto concrete. Il rigetto dell’“astrazione” universalista, connaturato come si è detto all’ispirazione naturalistica e neopagana della ND, fa tutt’uno con un’esasperazione dell’istanza differenzialista.
Monoteismo cristiano, universalismo liberale ed egualitarismo marxista sono accomunati dall’“odio per la qualità e le differenze”. A tale
volontà livellatrice la ND contrappone “la forza della diversità” e “l’avversione per l’indifferenziato”: “La diversità è implicita nel movimento della vita”9. Lungi dal ridurla e uniformarla, occorre potenziare la varietà bioculturale. Ancora una volta, vecchi arnesi ideologici si intrecciano – trasformati e rigenerati – alle nuove suggestioni postmoderne. Agli inizi della seconda guerra mondiale Julius Evola, uno dei massimi teorici della destra novecentesca, sosteneva che il buon razzista ama le differenze (di sangue, ma anche culturali). De Benoist perpetua la sostanza di tale atteggiamento, abbandonando però il tradizionale razzismo biologico ed affidandosi alla più sofisticata nozione di irriducibile diversità delle culture. L’evoluzionismo scientista, che ha fornito la base ideologica per un ordinamento gerarchico delle razze, è dunque messo fuori gioco: resta la differenza specifica che caratterizza nelle loro incommensurabili identità gli insiemi culturali, le civiltà, i popoli10. Beninteso, de Benoist non esclude – anzi auspica – la comunicazione tra i diversi, ma nel contempo legittima l’idiosincrasia per ogni mescolanza, vista come pernicioso veicolo di un’umanità “indifferenziata e deterritorializzata”, concretizzazione moderna dell’Erranza di Israele e del suo biblico “Dio nomade”, senza più dimora. Il vero diritto da conquistare è quello non di essere tutti uguali, ma tutti diversi: la mescolanza è ingiusta, perché indebolisce le intime risorse dei popoli. In definitiva, sarebbe bene che ognuno se ne stesse a casa propria, ciascuno con la sua cultura e la sua comunità. Non v’è dubbio che tali sollecitazioni costituiscano la base teorica ed emozionale dei programmi anti-immigrazione propugnati oggi dalla destra politica.
C’è una stretta correlazione tra il neorazzismo differenzialista e il neocomunitarismo reazionario. Per la ND “l’esistenza umana è indissociabile dalle comunità”11, dai circoscritti insiemi sociali nella quale essa è radicata: l’appartenenza comunitaria costituisce un modello anteriore, preposto alle azioni degli individui. Alla megamacchina che ha reso le donne e gli uomini della modernità schiavi di meccanismi astratti e impersonali, è qui contrapposto il ritorno alle “antiche appartenenze familiari, locali, tribali e religiose”. In tale indicazione riecheggia il monito di Evola: “L’uomo antico non si rivolgeva ad un Dio in generale, Dio di tutti gli uomini e di tutte le razze, ma al Dio della sua stirpe, anzi della sua gente e della sua famiglia”12. Tuttavia, come abbiamo visto, de Benoist si guarda bene dal farsi irretire in richiami meramente nostalgici: egli ammicca alle (utopiche) suggestioni postmoderne. Così, in questo contesto, non si fa sfuggire l’occasione per tuonare contro il “gigantismo” degli apparati burocratici, delle megastrutture politiche ed economiche: in nome di un “ritorno al locale”, della valorizzazione del “mondo fluido di reti cooperative”, del recupero di legami di vicinato e reciprocità che sappiano tenere insieme comunità responsabili, della rivitalizzazione di “tradizioni”, “convivialità”, “senso della festa”13. Dietro la comprensibile ricerca di una dimensione umana e vivibile, un siffatto idillico ripiegamento lascia trasparire la rinuncia al disegno “universalistico” e “prometeico” di trasformare la realtà capitalistica, con i suoi poderosi dispositivi di dominio, per accomodarsi e trovare rifugio in una nicchia più modesta e sicura: un esito che corrisponde agli interessi di fondo di un uomo di destra e che, d’altro lato, equivale alla dichiarazione di resa di una sinistra che voglia dirsi rivoluzionaria.
Non a caso dal suddetto contesto culturale trae alimento una delle istanze politiche più ambiziose delle destre europee: l’attacco alla cosiddetta “Europa delle nazioni”, in vista della destrutturazione degli stati nazionali multietnici e del contestuale potenziamento di entità etnicamente omogenee, di un’ Europa di stati regionali monoetnici. Entro questa prospettiva il centralismo statuale è visto innanzitutto come alterazione forzata dell’integrità etnoculturale dei popoli, negazione dell’ Heimat (ovvero di un’appartenenza priva di connotazioni di classe al luogo delle origini). Federalismo etnico e tutela delle “piccole patrie” devono costituire gli assi portanti del progetto europeo, secondo un modello “imperial-federale”: “mentre il ‘vecchio’ federalismo moderno cercava di unire le diversità, quello postmoderno dovrà cercare di rendere autonome e indipendenti le differenti comunità minacciate dall’omologazione”14. Scardinando gli stati-nazione: troppo grandi per regolare i piccoli problemi e troppo piccoli per affrontare i grandi.
Ad oltre mezzo secolo dalla sconfitta dell’“europeismo” nazista, l’Europa è nuovamente chiamata a confrontarsi con le altre grandi aggregazioni di “civiltà”. Un’Europa – diremmo noi comunisti – che si vuole ben attrezzata dal punto di vista della competizione interimperialistica, con i lavoratori al loro posto e gli immigrati “in esubero” a casa loro: è così che, all’indomani della caduta del muro di Berlino, gli scaltri eredi della croce uncinata lasciano intendere di voler contendere alla bandiera a stelle e strisce lo scettro del mondo. In realtà si tratta di due opzioni diverse ma funzionali ad un medesimo esito reazionario, entrambi tese a fare dell’ossessione della sicurezza (nei confronti dell’immigrato così come del terrorista) l’architrave ideologico attorno al quale stringere il cappio repressivo e organizzare l’asservimento di popoli e classi.

Note

1 Alain de Benoist e Charles Champetier, La Nuova Destra del 2000, in Diorama letterario, ottobre-novembre 1999, 229-230, pp.13-31 (reperibile in Internet, al sito http://diorama.it/nd2000.html)
2 Piero Ignazi, L’estrema destra in Europa. Da Le Pen a Haider, Il Mulino 1994, p.16.
3 Si veda l’intervista concessa da Alain de Benoist a Francesco Germinario e comparsa sul settimanale Liberal del 5 agosto 1999 in versione ridotta, sotto il titolo: Alain de Benoist, la destra e la sinistra. Il riferimento è qui alla versione integrale disponibile sul sito Internet http://www.diorama.it /germinario.html
4 Quanto alla tematizzazione della crisi di identità del soggetto, del logoramento del senso e dei valori nella società massificata, de Benoist si dichiara in particolare debitore nei confronti della letteratura neocomunitaria: il riferimento è soprattutto ai lavori di Alasdair MacIntyre, Christopher Lash e Charles Taylor.
5 In proposito si veda ad esempio quel che un autore collocato a destra come Carl Schmitt dice dell’uso borghese della nozione di ‘umanità’: “Proclamare il concetto di umanità, richiamarsi all’umanità, monopolizzare questa parola: tutto ciò potrebbe manifestare soltanto (…) la terribile pretesa che al nemico va tolta la qualità di uomo, che esso deve essere dichiarato hors-la-loi e hors-l’humanité (fuori legge e al di fuori dell’umanità)”. (Saggi di teoria politica, cit. in Francesco Germinario, La destra degli dei. Alain de Benoist e la cultura politica della Nouvelle droite, Boringhieri, Torino 2002, pp.76-77).
6 Come è noto, l’insofferenza spiritualista per la dimensione economico-materiale e la proclamata irriducibilità dell’uomo all’economia sono temi tipicamente legati alla letteratura della destra (ad esempio a Julius Evola).
7 Alain de Benoist, la destra e la sinistra, cit.
8 Cfr. Francesco Germinario, La destra degli dei, cit., p.135
9 Alain de Benoist e Charles Champetier, La Nuova Destra del 2000, cit., p.21
10 Bruno Luverà, nel suo interessante libro dedicato al nazionalismo etnico della nuova destra europea, rileva che il saggio d’apertura del volume Europa der Regionen, edito nel 1993 e considerato il manifesto del nuovo regionalismo etnonazionalista, porta la firma di Guy Héraud, teorico del federalismo etnico e già membro del Comité de Patronage della rivista ‘Nouvelle Ecole’ fondata nel 1968 da de Benoist. In questo testo – che compare accanto ad altri interventi tra cui quelli di Jörg Haider e Umberto Bossi – Héraud definisce la nozione di “etnotipo”, connotante i caratteri che designano il “comportamento medio di un popolo”. Tale concetto è chiamato a supportare la tesi secondo cui “non sono solamente i mondi linguistici ad essere estranei gli uni agli altri, ma anche i mondi culturali”. Sulla base di una concezione della lingua intesa quale fattore naturale e statico, le civiltà sono descritte come “impermeabili le une alle altre, così come le lingue”. Muovendo da una tale “verità dimostrata”, Héraud conclude che, poiché “le lingue e le culture corrispondono ai popoli da cui sono state originate, modificarle significa danneggiare questi popoli, colpirli e ferirli proprio nella loro più profonda struttura spirituale” (cit. in Bruno Luverà, I confini dell’odio. Il nazionalismo etnico e la nuova destra europea, Editori Riuniti, Roma 1999, pp.94-95). Notiamo di passaggio che simili grossolane argomentazioni sono contraddette dalle più elementari acquisizioni della ricerca linguistica otto-novecentesca.
11 Alain de Benoist e Charles Champetier, La Nuova Destra del 2000, cit., p.17. In proposito ricordiamo che Marx si soffermò a più riprese – soprattutto nei Grundrisse – sul carattere reazionario, socialmente regressivo della struttura comunitaria e dei suoi nostalgici epigoni.
12 La Difesa della razza, cit. in Francesco Germinario, La destra degli dei, cit., p.120
13 Alain de Benoist e Charles Champetier, La Nuova Destra del 2000, cit., p.30
14 ‘Diorama letterario’, marzo 1998, 212, p.11