Il tempo del revisionismo

*Storico

LE FOIBE E LA CANCELLAZIONE DELLA MEMORIA STORICA

Come spesso avviene nelle polemiche sul passato quando alla presunta o reale rimozione di un’altra epoca si vuole imporre la scoperta di una storia “dimenticata”, il rischio dell’enfatizzazione unilaterale è costantemente in agguato. La questione delle foibe quasi inopinatamente esplosa nelle ultime settimane dopo un decennio buono di martellamento più o meno propagandistico è una di queste. Dobbiamo ancora cercare di capire perché riscuotano tanto successo un libro dedicato al “sangue dei vinti” o l’evocazione della memoria delle foibe, episodi di per sé assai diversi e tuttavia rapportabili entrambi a quel cambiamento di memoria che oggi è in atto nel nostro paese e che, come tutti i fenomeni collettivi di questa natura, non è un prodotto totalmente spontaneo ma il frutto dell’incontro di più circostanze e della strumentalizzazione da parte di determinate forze politiche. Nessuno ha mai negato l’esistenza delle foibe. Il punto non è questo: il problema è sempre stato quello di dare a questo terribile evento una collocazione nella storia di quegli anni lungo il confine orientale, di definirne le dimensioni, di valutare se fosse o no accettabile che fascisti, neofascisti e postfascisti ne facessero il simbolo della storia della Venezia Giulia, e se fosse quindi giusto (politicamente oltre che storicamente) o meno che questo simbolo avesse a oscurare ogni altro nesso di rapporti, ogni complessità delle vicende che caratterizzarono la storia del fascismo e della seconda guerra mondiale al di qua e al di là del vecchio confine italo-jugoslavo. Perché di questo in effetti si tratta, e solo la decontestualizzazione del problema foibe rispetto a questo più complesso nesso di rapporti può produrre, con il suo isolamento, l’effetto di una lente di ingrandimento che sbalza in primo piano quello che è pur sempre un particolare, per rilevante che sia, per far passare in seconda linea quello che deve essere il vero nodo della riflessione cui tutti dovrebbero essere chiamati.

Non intendo rifare la storia della lunga querelle sulle foibe, con la quale, mistificando i fatti e amplificando l’impatto emotivo che l’espressione stessa evoca, in quanto si riferisce a fatti resi tanto più atroci dalla naturale fisicità dei luoghi che ne sono stati teatro, l’estrema destra nazionalista ha costantemente perpetuato la sua linea razzista di odio antislavo. Vittime delle foibe, nelle due diverse ondate – nell’autunno del 1943, dopo l’8 settembre, all’atto della disgregazione in Istria delle strutture dello stato italiano; e nella primavera del 1945, intorno alla liberazione di Trieste, al crollo del sistema d’occupazione tedesco e alla presa di possesso dell’area da parte delle forze jugoslave – finirono alcune migliaia di cittadini italiani, sloveni e croati provenienti dalle due parti del vecchio confine. Statisticamente la dimensione quantitativa del fenomeno non potrà mai essere accertata al cento per cento: di qui il balletto delle cifre, che verosimilmente oscilla tra le cinquemila e le diecimila unità. Il volere gonfiare ad ogni costo le cifre può rispondere soltanto al criterio di alzare il prezzo dell’orrore o di comprendere tra gli “infoibati” categorie di persone e di combattenti deceduti per le più diverse cause prodotte dalla guerra e dallo scontro tra eserciti nell’area considerata e inclusi in questa particolare, per accrescere l’impatto emotivo che evoca la parola stessa e incrementarne quindi la pressione propagandistica.

La prima ondata di violenze, quella dell’autunno del 1943, nel cuore dell’Istria, che gli studi tendono ad inquadrare nel “clima di una selvaggia rivolta contadina” (Pupo-Spazzali), si riversò quasi esclusivamente su impiegati e funzionari dello stato italiano e su esponenti del partito fascista, nonché su esercenti e possidenti che avevano presumibilmente profittato della repressione essa in atto dal regime fascista contro la popolazione croata, vessata fra l’altro da un sistema fiscale che era entrato a far parte della strumentazione di cui il regime si servì nella sua duplice guerra, etnica e di classe, contro le minoranze slave.

L’ondata di violenze della primavera del 1945 ebbe radici e conseguenze più complesse, sia perché fu la resa di conti finale di una guerra, sia perché in questo contesto si scontravano resistenze di carattere nazionale e istanze di conquista del potere del movimento partigiano jugoslavo. Le vittime non furono solo italiane né soltanto fasciste, tra di esse vi furono anche appartenenti ai CLN della zona e non solo appartenenti a corpi militari e di polizia al soldo dei tedeschi e della R.S.I.; vi furono anche sloveni e croati, in prevalenza presumibilmente appartenenti a unità o ad autorità collaborazioniste. La componente nazionale ebbe indubbiamente una parte di rilievo anche in questo ciclo di violenze, ma prevalse probabilmente un’ottica epurativa di carattere politico, la posta in gioco essendo ormai le possibilità di affermazione delle istanze di un movimento partigiano che si era identificato con un movimento rivoluzionario.

È solo astraendo da questa complessa situazione che le foibe possono essere viste come un fatto che riguarda soltanto la popolazione italiana, al punto da legittimare per l’estrema destra l’identificazione con un genocidio grazie ad una menzognera operazione propagandistica.
È chiaro infine che tutta questa vicenda resta quasi incomprensibile se rimane schiacciata sull’orizzonte temporale del 1943-45, se non la si colloca nel suo naturale retroterra che è rappresentato dall’oppressione delle popolazioni slave praticata dal fascismo, dalla politica feroce di snazionalizzazione e di repressione da esso portata avanti per un ventennio e dal culmine di questa politica nell’aggressione alla Jugoslavia nel 1941, con la conseguente annessione al regno d’Italia della parte della Slovenia che i tedeschi avevano rinunciato ad aggregare al Terzo Reich.

Piuttosto che fare il mea culpa sulle foibe e sull’esodo dall’Istria nei termini in cui si è fatto, la sinistra farebbe bene a interrogarsi su come sia possibile che a decenni dalla liberazione si continuino ad ignorare le responsabilità dell’Italia e del fascismo per l’aggressione prima alle stesse popolazioni slave, annesse senza che nessuno avesse chiesto loro nessun parere, e poi alla Jugoslavia. Se non si capisce che l’assetto di quell’area dopo il 1945 non è stato che la diretta conseguenza della gestione fascista e della conseguente sconfitta dell’Italia, oltre che dell’incrocio delle influenze tra di loro conflittuali delle potenze vincitrici sul fascismo e sul nazismo, si finisce per fare del vittimismo, per risuscitare lo spettro degli slavi mangiaitaliani, per appropriarsi dei luoghi comuni di una destra nazionalista che ha sempre ostacolato nei decenni scorsi ogni gesto di pacificazione con i vicini orientali.

Una piena assunzione di responsabilità nei confronti dei traumi e dei problemi che hanno coinvolto e travolto le popolazioni al confine orientale a correzione di errori commessi allora anche da forze della sinistra, ha senso soltanto se si è consapevoli non solo degli sviluppi storici ma anche delle conseguenze politiche che un atto del genere produce oggi.

La prima cosa da evitare sarebbe proprio quella di dare il consenso alla formalizzazione di un secondo giorno della memoria, fra l’altro a due settimane dal 27 gennaio, che non crea soltanto generica confusione, ma che si propone di fatto come alternativa o contrapposizione al 27 gennaio, come fatto di valore universale, contribuendo a mistificare dimensioni e significati di due ordini di eventi di ben diversa rilevanza: ci chiamiamo fuori dai crimini contro l’umanità di cui bene o male siamo stati corresponsabili per proclamarci a nostra volta vittime dell’odio altrui. Vi sono almeno tre ricadute negative che vanno sottolineate in questo corto circuito di memorie che si è incautamente scatenato:

1) la sostituzione di memorie nello spirito pubblico, che era per l’appunto ciò che si era voluto evitare soprattutto nel 1976 all’epoca del processo della Risiera di S. Sabba, quando l’opinione pubblica nazionalista voleva imporre l’equiparazione tra i delitti delle foibe e i crimini della Risiera;

2) il rischio che attraverso il recupero indifferenziato delle vittime delle foibe (anche al di là dell’uso estensivo del termine “infoibati” applicato a categorie di caduti che appartengono ad altro tipo di eventi, comprese operazioni di guerra guerreggiata) si voglia ottenere, come del resto in passato è già stato tentato anche in sede parlamentare, il pieno riconoscimento e la legittimazione della Repubblica sociale italiana;

3) come corollario ultimo dell’operazione il capovolgimento delle responsabilità, con la messa in stato d’accusa delle forze della Resistenza e la riabilitazione piena e totale del collaborazionismo con gli oppressori nazisti e i loro manutengoli.
Fin quando non verrà detta una parola chiara su questi punti, qualsiasi operazione di riconciliazione come quella che è stata portata a termine non potrà che essere foriera di nuovi equivoci e di una nuova lettura strabica della storia, costringendo le forze della sinistra sempre più sulla difensiva, al posto di quella offensiva culturale che sarebbe estremamente necessaria per controbattere lo stravolgimento di valori e l’affermazione di un senso comune che chiamare revisionismo non è ormai che un eufemismo che non dà più fastidio a nessuno.