Il Sud Italia chiede la lotta

Terra e sangue, la naturalizzazione della donna a matrix e dell’uomo a seme di sangue non è vicinanza alla natura, ma frutto di secolare colonizzazione e d’ignoranza. La naturalizzazione dell’uomo e della donna è razzismo, e l’arbitrio della legge del sangue e della terra, come donna, sono alla base della struttura familistica delle ‘ndrine e dei clan e giustificano la pena di morte che vige a sud gestita dalla ‘ndrangheta, dalla mafia, dalla camorra e dalla sacra corona unita. Si appartiene a una famiglia non sul valore dell’identità ma sull’appartenenza di sangue. Non si trasmettono ideali e valori personali in cui credere: ci si appartiene in un gruppo fondato sulla legge della consanguineità che fa da cemento all’intero gruppo ristretto e allargato. Non si è padri per trasmissione di valori e non si è madri per trasmissione affettiva di valori o di educazione sentimentale e/o sessuale. Lo si è per difesa contro gli altri. Quando accade che le appartenenze siano troppo strette e si sviluppano le identità, il clan espelle da sé il diverso. Si emigra anche per questo da sud, perché manca il concetto di persona. È una struttura matriarcale in cui non sono più leggibili i segni storici che pure questa terra ha avuto, cancellati dall’ondata successiva di colonizzazioni, compresa quella piemontese che produsse la grande guerra civile del brigantaggio con 14.000 morti. Cancellati Domenico Cirillo, Eleonora Fonseca Pimentel, la repubblica partenopea, sotto l’ondata del sanfedismo. La Chiesa predica il vanitas vanitatum del Qoelet, tutto cade in rovina. Scomparsa la cultura contadina, nonostante i cenni di riforma Gullo, con le grandi ondate migratorie, è di fatto scomparsa la cultura visibile del lavoro umano che è l’humus da cui si sviluppa una civiltà e una società civile. Il terziario affonda le sue radici nel familismo e le donne sono o le matrix che gestiscono il potere dalle case in funzione familistica e mafiosa o le bigotte, le donne del rosario stritolate nella più arretrata delle culture religiose che non ha recepito neanche l’eco del Concilio Vaticano II. Le donne, cioè la memoria storica, quelle laiche di fronte al familismo perché mosse da cultura e ideali, sono sole, e di fatto sono solo testimonianza di una possibile futura Calabria da cui non scappino gli alfabetizzati e che produca lavoro per lo sviluppo. Tutta la generazione dei ’60 è stata cacciata, mortificata, piegata o addirittura oltraggiata perché alfabetizzata, e ha tutta i figli fuori dalla Calabria. La ‘ndrangheta uccide e ha il suo appoggio nella cultura familistica perché, pur di non vedere “il proprio sangue” andarsene, la gente più vile si piega al ricatto privilegiato del potente di turno, e tace. Del resto a far tacere chi non ha cultura familistica ci pensano le armi. Così sono morti i nostri. Non investe capitali a rischio la ‘ndrangheta, perché vuole potere sulle persone, e non ha nulla a che vedere con una cosiddetta cultura liberista (né tanto meno liberale), che poi a ben vedere non è mai stata italiana neanche al tempo di Cavour, tant’è che furono capitali di stato a fornire il primo sviluppo del ceto borghese di origine agraria, come lo stesso Cavour e il Ricasoli. La ‘ndrangheta non rischia niente, e ricicla, in rendite parassitarie, denaro sporco non tassato, non perché non abbia il cosiddetto spirito imprenditoriale, che dall’epoca dell’imperialismo e dei trust non ha più nessuno, ma perché sfrutta il lavoro e la società civile con il pizzo e i sequestri di persona che sono serviti come fonte per i capitali iniziali, e controlla politicamente il territorio, che è poi l’obiettivo. Funziona come un grande clan: espelle chiunque chieda diritti civili e diritti sindacali e politici. Non se ne parla di diritto al lavoro. Il lavoro, per la mafia e la ‘ndrangheta, è comunque caporalato. La situazione non scandalizzi più di tanto il Nord che si crede pulito e ricicla il denaro della mafia solo perché non ha avuto lo sbarco diretto degli americani con le insegne di Lucky Luciano. Il Nord ha fatto la resistenza e il Sud non può perché le armi le vende la ‘ndrangheta e non siamo in tempi di guerra. Ma c’è da riflettere sull’alleanza con la mafia degli americani ben prima di Jalta, che a noi è costata Portella della Ginestra, Melissa e tutta la scia di morti ammazzati, da Pio la Torre a Terranova, a Losardo, a Livatino, a De Mauro, il caso Ustica. Senza contare l’insabbiamento della valanga di denunce per soprusi e imbrogli e taglieggiamenti e stupri fisici e morali che subiamo da sessant’anni di Repubblica. Questo la dice lunga su una classe dirigente italiana classista e fondamentalmente fascista che non si è mai chiesta sul serio dove finiscono i fondi della droga e del traffico d’armi. La mafia e la ‘ndrangheta sono feudo-borghesi e classiste, e hanno lavoro semigratuito e fondi pubblici a disposizione per un processo di passaggio da pubblico a privato che avviene ormai senza intermediazione dei partiti perché c’è la stessa mafia dentro i partiti, attraverso i suoi intellettuali. Salotti buoni borghesi illuministi non inorridite: si può essere anche bestie colte. Terra e sangue era anche il motto nazista. Altro che devolution: noi avremo gli sgherri della ‘ndrangheta sotto casa come polizia. Se i compagni si svegliassero dal sonno del pensiero debole e si rendessero conto che la storia non è morta, capirebbero dove siamo e a che punto, su quale abisso. Se le donne matrix del familismo e delle ‘ndrine, cioè delle famiglie collegate tra loro dal rito criptosettario a sfondo religioso, uscissero per proclamarsi non più ventre di un capo e capo di un ventre ma memoria storica quali sono, il Sud finirebbe di piangere la storia d’Italia e la Calabria non sarebbe più colonia. Noi esportiamo manodopera e cervelli, ceto dirigente e persone. Se ne vanno perché altrimenti finiscono ammazzati. Sono comunista, è vero e ho passato i guai miei. Ma sono morti in modo oscuro probabilmente su mandato per mano della mafia anche Falcone, Borsellino e Dalla Chiesa, che difendevano (o credevano di poterlo fare) solo la legalità dello Stato. Non c’è strage di matrice fascista o nazista in Italia, da quando l’America e la CIA l’hanno considerata terra di confine tra Est e Ovest e si sono alleati con la mafia, in cui non siano presenti mafia, camorra, ‘ndrangheta. Dopo il caso Cirillo e la sua liberazione per tramite di Cutolo, capo della camorra, il Sud è stato dato come merce di scambio ed è successo di tutto. Ne siamo testimoni. Si indaghi dove vanno a finire i capitali del traffico di droga del triangolo Gioia Tauro-Siderno-Rosarno, che arrivano a Marsiglia e tornano in Italia, riciclati. Il Sud non ne può più di Jolly rosse, discariche, processioni, campane a morte, rosari, ‘ndrine, familismo e analfabetismo di ritorno della stupidità televisiva che si somma al vecchio analfabetismo da cui siamo appena usciti. Consumiamo quel che non produciamo in uno sconquasso sociale permanente. Negli ultimi due anni sono emigrati 160.000 laureati. Dissecretate le stragi d’Italia gente della sinistra se andate al governo. Compagni non vi ci chiamo, perché se aveste detto, come vi si chiedeva di dire, che l’assassinio Moro era un golpe nemmeno poi tanto bianco, in cui banda della Magliana, mafia, camorra, banchieri, frati bianchi e frati neri, vaticani e non, spianavano la strada alla “rinascita democratica” di Licio Gelli e alla P2, il Paese sarebbe in piedi e Tina Anselmi con voi. Vi piace adesso il fascio della pax mafiosa? Noi non ne possiamo più di tradimenti. Noi a Sud non convivremo con la mafia. La nostra resistenza dura da sessant’anni. Basta con le piaghe del giudaismo cristiano. Parola d’onore. È una promessa e una minaccia. È stato desolato l’intero Paese.

Bibliografia

Luigi Maria Lombardi Satriani, De sanguine
Ernesto de Martino, La fine del mondo
Ernesto de Martino, Sud e magia
Michele Pantaleone, Mafia e politica
Pino Arlacchi, La mafia imprenditrice
Cingari, Storia della Calabria dall’Unità ad oggi
Enzo Ciconte, ‘N d r a n g h e t a dall’Unità ad oggi
Enzo Ciconte, Processo alla ‘ndrangheta
Enzo Ciconte, Mafia, camorra, ‘ndrangheta nell’Emilia Romagna
Ferruccio Pinotti, Poteri forti

* Piera Bruno è nata a Paola (Cosenza) il 18/07/1941, ha insegnato lettere, filosofia e storia in Calabria e a Roma. Militante del PCI dal 1960, è autrice di Rebus, Il lutto dell’angelo, Ninna nanna in la minore per i tipi Corbisiero.