Il socialismo è possibile

*Docente di Filosofia Morale Università di Urbino

Quali sono le ragioni della guerra americana contro l’Iraq? Quale la natura della superpotenza Usa? Che cos’è la globalizzazione? Dopo il crollo dell’Urss, il socialismo è ancora possibile? Ha ancora un senso oggi essere comunisti? Quale oggi il rapporto tra pacifismo e socialismo? Queste alcune delle domande poste da Valentini, che qui appena toccheremo, e la cui serietà è degna di tutt’altra attenzione, spazio o dibattito.

1. Va subito detto che si tratta di un volume agile, efficace, sintetico, scritto con stile fresco, giornalistico, militante, ma anche con la passione e la lucidità di un dirigente politico ancora capace di “fermarsi e riflettere”, di “staccare la spina”, astraendosi per un momento dalla quotidianità talvolta soffocante della prassi per occuparsi di problemi storici e teorici difficili e di vasto respiro. Cosa insolita di questi tempi, in cui la politica dominante è a sua volta dominata dall’intreccio perverso di praticismo e affarismo! Cosa insolita anche a sinistra, dove, dopo la stagione e il crollo rovinoso dei “grandi miti”, dalle macerie è (ri)nata o la disperata sottopolitica del rivendicazionismo settoriale o l’arrogante iperpolitica del migliorismo governativo: due forme diverse e opposte della stessa accettazione strategica dell’esistente! Ai fini di una sua rapida presentazione, si può dividere il volume in tre parti tematiche, che, pur distinguibili in capitoli o gruppi di capitoli, in realtà spesso si dipanano e intrecciano nella stessa pagina, dall’inizio alla fine del volume. La prima è la parte storica, incentrata sulla ricostruzione spregiudicata delle ragioni della seconda guerra americana all’Iraq. La seconda, di carattere e teorico e pratico, è dedicata all’analisi e discussione della nozione leniniana di imperialismo e della sua attualità. La terza affronta il tema della “possibilità del socialismo”, oggi. La parte di argomento storico è forse la più pregevole. Robusta, appassionata, condita talvolta di interessanti notizie e informazioni non presenti o non facilmente reperibili nella stampa corrente (per non dire dei telegiornali berlusconidi), ricostruisce in modo mirabile soprattutto i fatti storici e il quadro internazionale in cui è maturata la guerra americana all’Iraq. Avevamo perso da tempo l’abitudine ad una prosa politica come questa, vigorosa e severa, senza sbavature, priva d’inutili ridondanze e orpelli retorici, ricca di analisi e di dati concreti e nel contempo essenziale, capace di andare subito al cuore dei problemi, che ci ricorda in qualche modo da vicino (e non è una esagerazione!) gli articoli-saggi di Rinascita, la vecchia e gloriosa rivista settimanale del Pci diretta da Palmiro Togliatti. Sotto tale riguardo, l’unico appunto critico forse da fare a Valentini è l’ingiustificata assenza nel volume di un qualsiasi apparato di riferimenti bibliografici e di rimandi in nota. Una scelta diversa, ritengo, non avrebbe né appesantito il volume, né aumentato le difficoltà d’approccio e di comprensione del testo, ma soltanto offerto al lettore intellettualmente più esigente un indispensabile, insostituibile strumento di documentazione e controllo “scientifico”. E veniamo al dunque!

2. Innanzitutto, Valentini fa subito “piazza pulita” delle ragioni pretestuose, veri e propri specchietti per le allodole, con cui l’amministrazione Bush ha cercato invano di giustificare la recente guerra contro l’Iraq (da notare che il libro è stato composto e pubblicato quando la guerra era ancora in corso). Saddam Hussein dittatore sanguinario? Ma quanti altri come o peggio di lui (da Pinochet a Suharto), protetti, promossi, armati dagli Usa? E chi protegge un dittatore sanguinario non si macchia dello stesso sangue? Armi di distruzione di massa? In Iraq non se n’è trovata ombra. Colossale bugia! Né si può negare che siano invece gli Stati Uniti a detenerne la maggiore quantità al mondo. Iraq “Stato canaglia”, complice di Bin Laden e Al Qaeda? Nemmeno “uno straccio di prova”. Incuranti delle prove, anzi spesso fabbricatori di prove false, ostentando il mito della loro divina supremazia e intangibilità (riaffermato con virulenza dopo l’attentato alle due Torri), gli Usa si ergono a giudice supremo di vita e di morte dei governi, dei popoli e degli Stati del mondo, salendo trionfanti sullo scanno di un presunto “tribunale della storia”. Perché? Trattano e bistrattano il diritto internazionale a proprio arbitrio, ponendosi sprezzantemente al posto dell’Onu, sopra l’Onu, contro l’Onu. Perché? Semplicemente perché sono lo Stato più potente del mondo. Essi distruggono la forza del diritto col diritto della forza. Come è stato detto da qualcuno, se “Stato canaglia” significa Stato fuorilegge, allora sono loro il principale rogue State del mondo. Armano Bin Laden e i terroristi afgani contro l’Urss, per poi marchiarli d’infamia quando si rivolgono contro gli Usa. Santificano Saddam Hussein quando attacca l’Iran, lo criminalizzano quando occupa il Kuwait. Scatenano contro l’Iraq una guerra punitiva, e poi, a bombardamenti ultimati, gli impongono per un decennio uno spietato embargo economico. Risultato? “500 mila bambini morti per fame” (p. 29). O per mancanza di medicinali. Non è anche questo “terrorismo internazionale” (purtroppo, ma si capisce perché, ignorato da tv e grande stampa internazionale), un tipo di terrorismo dei più infamanti, in quanto colpisce in massa piccole vite innocenti? Solo un’interpretazione economicistica individuerebbe nel controllo delle risorse petrolifere l’unica posta in gioco della seconda guerra antirachena americana. C’è dell’altro, dice Valentini. Si tratta del “tipo di ordine mondiale da costruire” (p. 31), ossia di stabilire se tale ordine sarà definitivamente basato sull’unipolarismo Usa, o se sarà costituito da un possibile e variegato multipolarismo. Si capisce che il possesso del petrolio iracheno è per gli Usa, oltre che una potente risorsa economica e militare, anche e soprattutto un mezzo strategico fondamentale per la conquista e il mantenimento dell’egemonia mondiale. L’ Enduring Freedom bushiana null’altro esprime che l’arrogante pretesa americana di costruire un duraturo, perenne, incondizionato sistema totale di non-impedimenti, di eliminazione di ogni ostacolo sulla via della conquista definitiva del dominio mondiale.

3. Cade la duplice questione, teorica e pratica, già accennata in apertura: a) gli Usa sono un paese imperiale o imperialista? b) è ancora valida la nozione leniniana di imperialismo? La tesi di Valentini è che gli Stati Uniti sono da considerare un paese imperialista, e che la nozione leniniana di imperialismo rimane tuttora valida. La guerra all’Iraq nasce da una situazione di grave crisi mondiale seguita alla caduta dell’Urss e alla fine del bipolarismo, e segnata da un lato dall’indebolimento e dal declino economico-sociale della superpotenza americana, dall’altro dallo sviluppo e dal rafforzamento di altre potenze o gruppi di potenze rivali (Cina, India, Russia, Unione Europea ecc.). La guerra preventiva degli Usa, giustificata col pretesto di prevenire il terrorismo islamico (che al contrario ne viene fomentato), mira in realtà a prevenire il rafforzamento delle potenze rivali. I paesi arabi medio-orientali sono oggi un settore nevralgico fondamentale per chi aspira al dominio del pianeta. Controllarlo equivale di fatto all’indebolimento strategico dei rivali. Ma ciò non significa inasprire le contraddizioni mondiali e aumentare l’”instabilità globale”? Se il crollo dell’Urss ha posto fine al bipolarismo, con la guerra in Iraq è crollato l’atlantismo (p. 43). Il nuovo disordine, da loro stessi premeditatamente perseguito e potenziato, serve agli Usa per tentare di imporre con la forza delle armi un nuovo ordine mondiale a maggior danno dei rivali e dei poveri della terra. La guerra in Iraq, osserva Valentini, ha dimostrato l’infondatezza della categoria dell’impero di Tony Negri, il quale ha dovuto poi riconoscere la pericolosità dell’imperialismo ancien régime americano (pp. 61-63). Su quest’ultimo concetto vorrei riflettere. Perché quello americano sarebbe vetero-imperialismo? Certo, le linee principali della teoria leniniana di imperialismo, che riposa sulla critica marxiana del capitalismo, restano tuttora valide, anche se abbisognano di aggiornamento (pp. 55-61). Ma se è vero che la “globalizzazione è l’attuale fase dello sviluppo imperialistico”, la novità rispetto all’epoca di Lenin non consiste solo nell’attuale vertiginosa mobilità di forza-lavoro, merci e capitali, ingigantita dall’informatizzazione dei flussi finanziari, come scrive Valentini (pp. 64-66). Ma consiste anche in altro: penso al ruolo inedito della new economy, all’assoluto folle predominio del capitale finanziario (che minaccia di ingoiare il capitale industriale di vecchio tipo), al carattere multinazionale, o meglio transnazionale del capitale odierno in ogni sua forma, ecc. Penso soprattutto all’attuale assenza di una pluralità di potenze antagoniste sul proscenio mondiale. Rispetto agli Usa, pur in declino, i rivali sono in realtà in vario modo ancora piccole o medie potenze sia economiche (il grande capitale resta prevalentemente di origine americana, il WTO, il FMI ecc. sono sotto il controllo Usa), sia militari (l’armamento Usa è notoriamente senza eguali). Dunque, quello americano non sembra essere vetero, ma neo-imperialismo. Non è “impero”, perché non ci sono solo “province” più o meno dipendenti o sottomesse, ma anche potenze rivali relativamente autonome. Non è vecchio imperialismo, perché le potenze in competizione non sono ancora di pari forza (dunque esso è un fenomeno ancora da studiare). In questo senso, una “guerra globale”, nonostante la terribile realtà della disseminazione delle armi nucleari, sembra oggi (nell’immediato) improbabile. Anche se la situazione si evolve vorticosamente, e nessuno può predire il futuro.

4. Ed eccoci infine al problema della “possibilità del socialismo”. A ragione Valentini respinge le concezioni “crolliste” del capitalismo (pp. 68 ss.). Più che da Marx, furono sostenute in realtà da alcuni marxisti (tra cui per es. l’italiano Amadeo Bordiga); a ragione perciò Marx , quando era ancora in vita, diceva con preveggenza di “non essere marxista”. Ma non c’è paradossalmente un aspetto “crollista” anche nella teoria leniniana dell’imperialismo? Mi riferisco al capitolo VIII, Parassitismo e putrefazione del capitalismo, della famosa opera di Lenin. Oggi il parassitismo (commisto con la corruzione più cinica e l’illegalità più sfacciata) si è ingigantito in modo inimmaginabile, ma il capitalismo non è affatto putrescente, un cadavere maleodorante. E non lo era nemmeno all’epoca di Lenin. A ragione Valentini osserva che nel Novecento il capitalismo ha dimostrato di sapersi riformare (con Keynes, ecc.) (pp. 73, 79). Questo punto debole non inficia la totalità della teoria leniniana dell’imperialismo. Ma certamente non si può oggi, come non si doveva anche prima, recepire acriticamente la tesi che l’imperialismo sia un “capitalismo di transizione”, o “morente”, oppure la “fase suprema del capitalismo” nel senso di fase ultima, “vigilia della rivoluzione sociale” mondiale “del proletariato” (vedi la prefazione di Lenin del 1920). Non derivava in parte proprio da questa tesi, elaborata prima e durante la grande guerra e dalla guerra confermata, la plausibilità della teoria (penso a Stato e rivoluzione di Lenin) e della pratica bolscevica della conquista violenta del potere? Su questi punti, non c’è dubbio che occorra ancora oggi un ripensamento critico forte, sulla via aperta da Gramsci nei Quaderni (e ripresa da Togliatti), con la nuova idea della “rivoluzione in Occidente” come “guerra di posizione” e “lotta per l’egemonia” (sulle modalità con cui tale indicazione teorica possa valere anche in paesi non occidentali, la discussione a sinistra è tuttora aperta). Se l’imperialismo non è capitalismo agonizzante o in putrefazione, ne deriva, sul piano teorico, il rifiuto del determinismo o meccanicismo storico perché insostenibile. Il socialismo, con tutti i problemi che ne conseguono, tattici e strategici (quale, dove, come, quando?), rientra tra le possibilità della storia: “una possibilità”, va ribadito, non “una necessità” (p. 76). Una possibilità non unica ma nemmeno arbitraria, perché realisticamente inscritta nell’oggettività storica e nelle devastanti contraddizioni del capitalismo (quella di Marx rimane a tutt’oggi la teoria capace di meglio comprenderle e spiegarle). Ne consegue anche che il socialismo non può passare dalla possibilità alla realtà senza l’apporto attivo, l’immaginazione e la creatività teorica e pratica, l’organizzazione e l’intervento della soggettività rivoluzionaria. Non è il caso di discutere qui le interessanti e innovative proposte avanzate da Valentini su questo argomento (nuovo internazionalismo comunista, partito comunista europeo, ecc.). Basta dire, per concludere, che la difesa della “pace senza se e senza ma” oggi più che mai (data la dichiarata aggressività bellicista degli Usa e le spaventose capacità apocalittiche delle armi nucleari) è diventata l’orizzonte generale della lotta per il socialismo (cfr il cap. 28. Innanzitutto la pace, pp. 96- 103). Senza la pace tutto è perduto. Con la pace, tutto prima o dopo si può guadagnare. Il che non autorizza, mi pare, l’equazione pacifismo= non-violenza assoluta. Ma si tratta di un tema complesso, da sviluppare in altre occasioni, senza dogmatismi nostalgici e tradizionalisti. Come suggeriscono anche le notevoli aperture metodologiche di Valentini, orientate in senso decisamente critico e antidogmatico. Il che non è l’ultimo dei numerosi pregi del suo volume.