Il ruolo della Russia dopo l’11 settembre

Abbiamo analizzato in un nostro precedente lavoro 1, dedicato a un bilancio del primo periodo del mandato presidenziale del presidente russo Vladimir Putin, gli elementi che ne avrebbero fatto l’artefice di una stagione di politica estera improntata a scelte di maggiore protagonismo nello scenario internazionale e di ricerca di un nuovo ruolo di rilievo per la potenza russa, ridotta a una funzione secondaria nel corso degli anni ’90, caratterizzati dalla politica scriteriata del suo predecessore Boris Eltsin.
I passi compiuti da Putin sono stati numerosi e significativi: la presa di distanza dalle maggiori opzioni degli Stati Uniti in materia di difesa strategica missilistica, con la fermezza dimostrata nella difesa del Trattato ABM; la valorizzazione del primato dell’ONU e del suo Consiglio di sicurezza, soprattutto come strumenti regolatori delle controversie internazionali, che ha indubbiamente favorito un ruolo più attivo di collaborazione con il terzo mondo, un rafforzamento delle relazioni anche con le nazioni, inserite nella “lista di proscrizione” statunitense e la ripresa di rapporti significativi di cooperazione con paesi socialisti ex alleati dell’URSS sospesi fin dai tempi di Gorbaciov; l’aspirazione a svolgere un ruolo di mediazione in aree di crisi travagliate da decenni come nel caso delle due Coree, dove l’iniziativa dell’amministrazione russa si è rivelata essenziale nel favorire il riavvicinamento tra le parti, in evidente contrapposizione ai tentativi americani di “soffiare sul fuoco”. E ancora: la riaffermazione dell’influenza sull’area ex sovietica attraverso il rafforzamento dei processi di integrazione politica ed economica tra i paesi della Confederazione degli Stati Indipendenti (a cominciare da Bielorussia e Ucraina), e, soprattutto, la ricerca di un rapporto privilegiato con il grande vicino cinese, attraverso la realizzazione di accordi politici ed economici culminati nella firma di un importante Trattato di amicizia, nel luglio scorso, che pone le premesse di una collaborazione strategica di ampio respiro, e che, da molti, è stato interpretato come il tentativo concreto di procedere alla costruzione di un efficace contrappeso al dilagare dell’egemonia USA nel contesto planetario.
Date queste premesse, ha in qualche modo sorpreso la rapidità con cui, immediatamente dopo i terribili attentati dell’11 settembre a New York, la Russia si sia rivelata il paese più allineato, almeno all’apparenza, al tono delle risposte espresso dall’amministrazione Bush. E che non si sia limitata ad un’adesione politica, ad un pressochè totale allineamento ideologico alle intenzioni americane di procedere ad una lotta “senza quartiere” contro il terrorismo internazionale, considerato, al momento attuale, il principale nemico della comunità internazionale. La Russia è andata più in là. Con una serie di mosse che hanno letteralmente spiazzato le diplomazie di tutto il mondo, l’amministrazione presidenziale russa ha inteso manifestare la propria disponibilità a partecipare attivamente e concretamente alle azioni di risposta predisposte dagli Stati Uniti e dai loro partners europei, in modo tale da far pensare alla costituzione di una vera e propria alleanza sul modello di quella realizzata nel corso della seconda guerra mondiale, questa volta nell’ambito di una “coalizione antiterrorista”. In pochi giorni abbiamo così assistito ad un allineamento alle esigenze degli apparati politici e militari occidentali, in particolare di quelli USA, che non si era neppure registrato nei momenti in cui, con maggiore radicalità, venivano manifestati gli orientamenti “riformatori” e filoccidentali della “gestione Eltsin” (ad esempio, durante le sanguinose giornate del colpo di stato dell’ottobre 1993, quando, più che mai, a Eltsin era indispensabile la solidarietà e il sostegno dell’Occidente).
Le tappe di questa collaborazione sono testimoniate dalle cronache giornalistiche e sono state sinteticamente riassunte in un interessante documento, redatto da un gruppo di lavoro formato dai più competenti specialisti di politica estera dell’entourage presidenziale russo2.
“Per sostenere la sua scelta di alleanza con gli USA e gli stati europei” – si scrive nel documento – “la Russia ha fornito le informazioni dei suoi servizi, ha permesso alle forze armate USA il passaggio attraverso i suoi corridori aerei, ha assicurato ai militari americani l’uso degli aeroporti situati sui territori di suoi alleati e vicini, ha dato completo sostegno politico alle azioni USA, ha introdotto restrizioni al movimento delle proprie forze armate per rendere più efficace l’azione dei militari USA, ha aumentato in modo consistente la fornitura di armi alle formazioni dell’ ”Alleanza del Nord” che combatte contro i nemici dell’America, ha adottato la decisione di eliminare le proprie basi militari in Vietnam e a Cuba”3.
Com’era prevedibile, misure di tale portata hanno provocato reazioni differenti tra i protagonisti e gli studiosi di politica internazionale.
I più solerti alleati degli Stati Uniti si sono affrettati a leggere la posizione russa come un incentivo a “serrare i ranghi”, senza attardarsi a discutere le scelte di escalation militare che hanno contraddistinto i vari passaggi dell’iniziativa americana. Ad esempio, il premier italiano Silvio Berlusconi, tra l’altro in cerca di legittimazione sul piano internazionale, ha provato (per la verità poco ricambiato) durante la sua visita a Mosca a strumentalizzare le iniziative russe, per giustificare il totale e servile appiattimento del suo governo alle esigenze USA.
Sul fronte opposto – ovviamente per opposte ragioni – settori del movimento “no global” hanno inteso ricavare, dalle decisioni russe, l’ennesima conferma della validità della tesi dell’assoluta ininfluenza, nello scenario internazionale, delle contraddizioni tra stati nazionali o tra blocchi interstatuali, della normalizzazione di un impero sostanzialmente “pacificato”, in nome degli interessi delle grandi corporazioni multinazionali, e dell’esistenza di un “comando unificato” di polizia internazionale, a guida USA, a cui competerebbe esclusivamente una ripartizione dei compiti tra i suoi diversi comparti.
Ma le cose stanno effettivamente così? A prestar ascolto a specialisti autorevoli non si direbbe proprio.
Certo, non ce la sentiamo di condividere completamente il giudizio francamente “encomiastico” che, delle mosse russe, offre un competente studioso come il francese Bernard Frederick4, quando le descrive come corrispondenti “alla logica della diplomazia sovietica dei grandi momenti”, fino a definire Putin “il solo vincitore della guerra”. A nostro avviso Frederick è, forse, eccessivamente influenzato dal quadro lusinghiero dell’“era Putin”, che viene tracciato dai settori socialdemocratici russi, oggi pienamente allineati su tutte le scelte dell’amministrazione presidenziale. Nel suo articolo Frederick, riprendendo largamente le posizioni espresse in questo momento da Gorbaciov5, descrive una situazione di stabilità e di tranquillità sociale (“l’autorità dello stato sembra praticamente ristabilita… le oligarchie sono state messe in riga… salari e pensioni sono stati sensibilmente aumentati” e regolarmente pagati) che non corrisponde affatto alla realtà delle drammatiche conseguenze sociali e politiche dell’accelerazione delle riforme capitalistiche impressa dal governo Kasjanov (con una serie impressionante di colpi micidiali a quello che restava delle conquiste sociali e dell’impianto istituzionale e giuridico dell’epoca socialista) e contrastata duramente dai comunisti della Federazione Russa: il permanere di un’egemonia oligarchica (semmai ai vecchi soggetti oligarchici se ne sostituiscono dei nuovi), le leggi di compravendita della terra, la svendita ai privati di istruzione e ricerca scientifica, il codice sul lavoro (che rischia di riportare le relazioni sindacali ai livelli dei primordi del movimento operaio), una pericolosa accentuazione delle tendenze autoritarie che si manifesta nell’aumento del potere discrezionale dell’esecutivo e in brogli elettorali sempre più frequenti per far fronte alla straordinaria crescita elettorale comunista nelle più importanti elezioni regionali, nel controllo ferreo dell’informazione, nei tentativi pesanti di interferenza, anche attraverso la corruzione, nella vita interna del Partito comunista, per provocarne una scissione su posizioni “socialdemocratiche”. Ciò si accompagna a un grande sforzo materiale e propagandistico, teso alla creazione di una grande forza (in grado di travolgere l’opposizione comunista) completamente funzionale alla strategia dell’attuale presidente simile al vecchio partito-stato sovietico, che dovrebbe operare attraverso strutture di massa radicate nel corpo sociale e il controllo delle organizzazioni sindacali e giovanili, e che ha già incassato l’adesione di una parte del “centro” politico, a cominciare da quella del potentissimo sindaco-oligarca di Mosca, Luzhkov, e del suo gruppo parlamentare “Patria-Tutta la Russia”.
Certo è, comunque, che appare di grande suggestione l’analisi che l’autore francese fa dell’iniziativa intrapresa da Putin dopo l’11 settembre.
Scrive Frederick: “Gli obiettivi del Cremlino appaiono chiari.
Riprendere piede in Europa, riassicurare la propria influenza in Asia, e ritrovare, di fronte alla Casa Bianca, un ruolo interlocutorio non solo privilegiato, ma indispensabile. Integrandosi nella coalizione antiterrorista, Putin rovescia il dato internazionale affermatosi con la guerra fredda e in seguito. Da un lato, per la prima volta, associa il suo paese – e la CSI – a un’alleanza con l’Occidente, mentre dall’altro contende agli Stati Uniti una leadership indiscussa dal 1991… Putin non vuole l’allargamento ad est della NATO. Rivolge all’Unione Europea un discorso che è la copia esatta di quello tenuto da Michail Gorbaciov (la “casa comune”) e va ancora oltre: rivendica l’integrazione della Russia nella NATO, che ne rovescerebbe totalmente la natura”.
Per quanto riguarda, poi, direttamente lo scenario in cui si svolgono le operazioni militari nel cuore di quella “Eurasia” che, sempre più, appare come il terreno decisivo di confronto per l’egemonia negli assetti geopolitici, dopo aver evidenziato le radicali differenze tra russi e americani nell’approccio a un possibile dopoguerra, e una considerazione assolutamente negativa da parte russa del ruolo dei cosiddetti “talebani moderati”, Frederick scrive: “I russi affermano sempre di più le loro differenze in seno alla coalizione e premono su Washington perché ponga termine all’intervento militare passando alla ricerca di una soluzione politica”. E, rilevando un elemento di sostanziale continuità con le linee di politica estera perseguite dalla Russia fino all’11 settembre e tese a valorizzare quella che appare una vocazione storica di “cerniera” tra Occidente e Oriente, l’autore rileva che Putin è così venuto a trovarsi “sulla medesima lunghezza d’onda della Cina” e dell’India, da cui ha ricevuto “una comprensione totale”, senza che si manifestasse alcuna divergenza né sul modo di affrontare il terrorismo, né sul giudizio da dare sulle modalità dell’intervento in Afghanistan.
Lo ripetiamo: i giudizi di Frederick possono apparire viziati da una certa sopravvalutazione della capacità di manovra dell’amministrazione russa. E non tengono conto del fatto che l’attuale fase della politica estera deve comunque fare i conti con un aspro dibattito interno agli assetti di potere, espressione di variegati interessi a volte in contrapposizione tra loro6. Ma resta il fatto che i giudizi dello studioso francese appaiono sicuramente più aderenti alla realtà che non la convinzione, affermatasi dopo l’11 settembre, che ci troviamo di fronte ad una cesura netta con il corso di politica estera attuato fino a quel momento dalla Russia.
Certo, le spinte di alcuni settori della destra economica e politica russa più oltranzista (pensiamo a quelli che trovano un’espressione politica nel partito ultraliberista “Unione delle forze di destra”) a un’adesione incondizionata, “britannica”, al sistema di alleanze egemonizzato dalla massima potenza imperialista continuano, come ai tempi di Eltsin, ad avere un ruolo importante, che ha trovato incoraggiamento nella massiccia campagna propagandistica seguita agli attentati di New York.
Ma è altrettanto indubbio che l’approccio prevalente tra i politici e i consiglieri che attorniano il presidente, appare, al di là delle manifestazioni esteriori, sicuramente prudente e improntato a una linea di rigorosa osservanza degli elementi portanti della politica estera definita nei primi mesi del mandato presidenziale di Putin e contenuta nel documento ufficiale intitolato “La concezione di politica estera della Federazione Russa”7, la cui “linea guida” è rappresentata dall’aspirazione al recupero di un ruolo protagonista di grande potenza, perduto nel decennio precedente: un approccio che tiene sicuramente conto anche dell’evidente insofferenza della maggioranza dell’opinione pubblica russa nei confronti della NATO8, la quale non guarda certo con simpatia alle manifestazioni di arrendevolezza nei confronti delle pretese occidentali.
Una conferma dell’atteggiamento di sostanziale prudenza mantenuto dagli ambienti ufficiali, viene proprio dal documento citato precedentemente del “Gruppo di confronto civile” (che indiscrezioni affermano essere stato approvato dallo stesso Putin), quando, nella parte conclusiva, passa ad esaminare le contropartite che dovrebbero venire alla Russia dalla sua partecipazione a una possibile “coalizione antiterrorista”. Emerge così chiaramente come la “nuova borghesia” generata dal crollo del socialismo non intenda certo giocare una parte secondaria (da reparto di complemento della “polizia internazionale”), dando ad intendere, nel caso non venissero realizzate alcune condizioni, una possibile, seppur parziale, ma incisiva revisione della politica estera intrapresa dopo l’11 settembre.
“In risposta a tutto quanto è stato fatto da parte russa, gli Stati Uniti e i loro alleati della NATO, almeno fino ad ora, non hanno detto molto più che un “grazie”, si afferma con decisione nell’importante documento. “Dovrebbe essere evidente che la partecipazione agli impegni comuni deve essere reciprocamente vantaggiosa per entrambe le parti. Nella società russa oggi sta crescendo l’insoddisfazione per il fatto che la politica di Putin non sta ricevendo risposte adeguate dai presunti alleati. In Russia si parla sempre più di “allineamento alle direttive”, per far intendere che una politica di concessioni unilaterali non porterà alla Russia alcun vantaggio e procurerà un indebolimento piuttosto che un rafforzamento delle sue posizioni. Di conseguenza la domanda che ci si pone è: di che cosa ha bisogno la Russia nella coalizione antiterrorista e quali sono le richieste da fare ai possibili nuovi alleati?”.
La prima richiesta, pregiudiziale, “che deve diventare la base politica” per le altre decisioni, è rappresentata dal riconoscimento della Russia come alleato a pieno titolo nella coalizione antiterrorista. E ciò dovrebbe avvenire nell’ambito di “un nuovo sistema collettivo di sicurezza, in cui la Russia potrebbe giocare un ruolo decisivo in una condizione di parità con i suoi partners”; e dove la NATO, pur elemento indispensabile della sua formazione, dovrebbe comunque “trasformarsi radicalmente”, “come unione di nazioni democratiche, e non come organizzazione geopolitica antirussa” o, addirittura, “formare parte di un nuovo sistema di sicurezza collettiva: una coalizione sul modello di quella contro Hitler”. In questo quadro potrebbe trovare anche una sua definizione la spinosa questione della revisione del trattato ABM, che però dovrà necessariamente tenere conto degli interessi della Russia.
Realizzato l’assunto descritto, ovviamente la Russia dovrà ottenere una serie di garanzie che le dovrebbero derivare dal riconoscimento, finalmente ottenuto dopo le discriminazioni degli ultimi anni, di rappresentare a pieno titolo “una economia di mercato e una democrazia”. Questo presuppone, ovviamente, la definitiva rinuncia da parte dell’Occidente al tentativo fino ad oggi attuato di contendere alla Russia l’egemonia “nelle zone per essa di vitale interesse”, vale a dire l’ex URSS e altri paesi storicamente considerati sotto influenza russa. In tale contesto dovrebbero cessare le interferenze nelle “aree di crisi” interne alla Russia, in particolare attraverso una radicale riconsiderazione dell’intervento in Cecenia, dove “la principale forza ad essa avversa è una ramificazione della coalizione antiterrorista mondiale”, in presenza, peraltro, di un impegno della Russia a non “avere carta bianca” e a risolvere politicamente e nel rispetto dei diritti umani la questione, in un clima di “dialogo con le istituzioni europee, che potrebbero essere coinvolte nella realizzazione di tali obiettivi”.
Sul piano economico, il quadro descritto dovrebbe favorire il pieno dispiegamento delle potenzialità russe e assecondare i piani di penetrazione della borghesia russa, permettendole di svolgere la sua parte nel mercato mondiale. La richiesta è ambiziosa e precisa: “le misure discriminatorie contro l’economia russa devono essere bloccate e i beni russi devono avere accesso ai mercati dei paesi che prendono parte alle azioni alleate. Tra le altre cose, il complesso militare-industriale russo deve poter avere mano libera nei mercati di armi dei paesi della NATO”.
Queste le condizioni, apparentemente ineludibili, che la nuova classe dirigente russa intende porre ai suoi interlocutori
Se esaudite, ridarebbero alla Russia dell’”era Putin” un ruolo di primo piano nella definizione dei nuovi equilibri planetari. Se, al contrario – sono gli autori stessi del documento che, ripetiamo, esprime largamente gli umori del Cremlino ad affermarlo –, la Russia non riuscisse nel suo tentativo di costruzione di un sistema di relazioni internazionali così congegnato, dopo aver verificato “la riluttanza dei potenziali alleati a soddisfare i suoi interessi legittimi” pur continuando a manifestare il proprio interesse ad eliminare il pericolo del terrorismo internazionale, sarà necessariamente costretta a procedere ad una revisione della propria politica estera.

Note

1 M.Gemma, “Dove va la Russia? Un bilancio del primo anno della presidenza Putin”, L’Ernesto, n.2, marzo/aprile 2001.

2 Al gruppo di lavoro, allestito dal cosiddetto “Club di confronto civile” che ha stilato il documento in questione, sono stati invitati tutti i direttori dei più prestigiosi istituti di studi di politica estera, alcuni dei quali noti anche in Occidente (Arbatov, Igrunov, Markov), e delle strutture di ricerca sociale e politica sostenute dall’amministrazione presidenziale (V. Nikonov dell’Istituto di ricerca politica, A. Oslon del “Fondo di opinione pubblica”). La funzione di coordinamento del gruppo di lavoro è stata svolta da Gleb Pavlovskij, presidente del Fondo per la politica efficiente, un brillante intellettuale dal passato di “dissidente”, che oggi viene considerato da molti il consigliere più ascoltato dallo stesso Putin. Ai lavori del gruppo è stato invitato anche Michail Deljaghin, direttore dell’ Istituto dei problemi della globalizzazione, considerato vicino alle posizioni del PCFR, che però non ha partecipato alla stesura del documento.
“Leaders of Russia and the U.S. must display courage in adopting principled decisions”, www.russianobserver.com, 26 ottobre 2001.

3 Mentre da parte vietnamita la reazione alla decisione di chiudere una base navale, da molto tempo in disuso, è stata assolutamente serena, visti anche i buoni rapporti economici e politici attualmente esistenti tra i due paesi, Cuba ha reagito abbastanza duramente all’intenzione di smantellare il “Centro di ascolto radioelettronico” di Lourdes, lamentando, tra l’altro, il fatto di non essere stata neppure preventivamente informata. Sull’episodio, che in un certo modo raffredda i rapporti con la Russia (che, con l’avvento di Putin, sembravano registrare positivi sviluppi) è intervenuto anche l’organo del Partito comunista cubano, Granma, con un tagliente editoriale.
“Parrafo infame”, www.granma.cubaweb.cu, 28 ottobre 2001

4 Bernard Frederick,“Les poupées de Poutine”, L’Humanitè, 29 ottobre 2001.
Il testo completo dell’articolo è disponibile, nell’originale francese, nella rassegna stampa di www.lernesto.it

5 Non sembra superfluo sottolineare il ruolo, certo non secondario nell’attuale fase politica russa, svolto da Michail Gorbaciov, impegnato nello sforzo per costruire una prospettiva socialdemocratica. Il cemento del processo di unificazione dei vari spezzoni del movimento socialdemocratico russo, alla ricerca di un proprio spazio finora non avuto nel panorama politico del paese, appare proprio l’adesione, quasi incondizionata, all’azione di Putin. Gorbaciov, che sta coordinando tale operazione politica (forte del consenso dell’Internazionale socialista, a cui il suo “Partito socialdemocratico unificato russo” aderisce), ha in più di un’occasione usato il suo prestigio internazionale, in qualità di “ambasciatore” del presidente russo, ricevendo in cambio un sostegno materiale e propagandistico al suo tentativo di proporsi come alternativa di centro-sinistra all’egemonia comunista sull’elettorato di opposizione, soprattutto nel momento in cui, almeno stando a tutti i sondaggi, non apparirebbe un’ipotesi peregrina la possibilità che il PCFR recuperi la maggioranza alla Duma nel caso si rendessero necessarie elezioni anticipate. Gorbaciov ha ottenuto anche l’appoggio di alcuni settori “nazionalisti”, a cominciare dal gruppo di “Eredità spirituale” (Duchovnoe Nasledije) diretto da A. Podberiozkin, che ha promosso un tentativo di scissione all’interno del sistema di alleanze promosso dal Partito comunista (l’Unione popolare patriottica di Russia), nella speranza di favorirne la fuoruscita dei settori più moderati: gli interlocutori potrebbero essere sia il movimento “Rossija”, di ispirazione socialdemocratica, guidato dallo “speaker” della Duma Ghennadij Selezniov, più volte entrato in polemica con il PCFR ( di cui è ancora un dirigente), sia quei settori interni o vicini al partito comunista più sensibili ai richiami nazionalisti e populisti di certa propaganda presidenziale. Finora, per la verità, l’operazione ha prodotto un grande clamore propagandistico a livello di “mass media”, ma risultati quasi nulli sul piano organizzativo

6 A testimoniare dell’acceso dibattito in corso anche ai vertici dello stato, c’è la polemica tra il ministro degli esteri Igor Ivanov e il ministro della difesa Serghej Ivanov, il primo apparentemente tra gli artefici delle aperture alla NATO, il secondo, appoggiato da alcuni settori delle forze armate, più cauto, se non ostile a qualsiasi coinvolgimento. “Ivanov contro Ivanov”, Il Foglio, 25 settembre 2001

7 Il testo integrale del documento è reperibile nel sito internet del Ministero degli Affari Esteri della Federazione Russa, www.mid.ru

8 L’autorevole quotidiano “liberal” Nezavisimaja Gazeta, pubblicando i dati di un sondaggio, afferma che “i russi non hanno fiducia nella NATO” dal momento che il 57% riterrebbe “una minaccia per la Russia” l’allargamento dell’Alleanza Atlantica ad est e un quarto affermerebbe addirittura di associare la parola NATO “a concetti come aggressione e violenza”. Sempre Nezavisimaja Gazeta constata come, a fine settembre, nel pieno della campagna propagandistica seguita agli attentati, la forza politica irriducibilmente contraria ad ogni apertura verso gli Stati Uniti e la NATO, vale a dire il PCFR, aumenti la propria quota di intenzioni di voto, raggiungendo il 35% dei consensi (nelle elezioni politiche del 1999 aveva ottenuto il 24,3% dei suffragi).
www.ng.ru, 29 settembre 2001 e 5 ottobre 2001