Il ruolo della lotta teorica: La lezione di Lenin

Si sa, da diverso tempo la storia del marxismo non è oggetto di riflessione e dibattito teorico-politico, le grandi questioni teoriche che appassionarono i protagonisti del movimento operaio nella fase della sua costituzione e ascesa negli ultimi decenni dell’800 e i primi del ‘900, o nella fase dell’affermazione del primo stato operaio, e che conobbero in Occidente una ripresa legata alle lotte degli anni 1960-70, appaiono oggi abbandonate in soffitta, sommerse dal gossip, dalla piccola polemica tatticistica del giorno per giorno, che si svolge in linguaggio “politichese”, soffocata dall’assordante silenzio sulla prospettiva strategica. La teoria marxista, anche tra i compagni più politicamente impegnati, viene considerata come un optional, qualcosa cui dedicarsi, se va bene, nel tempo libero dall’“attività pratica”, dalla politica, durante le pause che essa concede, insomma come momento di otium. Lo studio di essa non è mai concepito come momento costitutivo e fondativo dell’agire politico, che in tal modo diventa cieco e monco, deprivato della sua più profonda ragion d’essere, con un “comunismo” che, nel migliore dei casi, è tutt’al più declamato e proclamato, ma non assimilato ed elaborato, col rischio di divenire solo un guscio vuoto, una bandiera che si agita al vento di qualche manifestazione, un’icona o un santo al capezzale. Il disprezzo per la teoria in nome di una “pratica” invischiata nella ragnatela dei fatti quotidiani non è nuovo nella storia del movimento operaio, incontrava anche il senso comune delle masse, che è, come Gramsci ci dice nei Quaderni del carcere, subalterno all’ideologia della classe dominante. Ma proprio la storia, ormai non breve, del movimento operaio, ci insegna che la lotta in campo teorico e filosofico ha accompagnato la lotta politica – meglio: è stata intrecciata e intimamente connessa con essa.

LENIN: L’IMPORTANZA DELLA TEORIA

Chi ha avuto piena consapevolezza della posta in gioco intorno alle questioni teoriche, è stato Lenin, che, persino nei momenti più tumultuosi e intensi della rivoluzione russa, trovava il tempo e il modo – e qui “trovare” non ha nulla di casuale – di dedicarsi alla teoria, alla critica – in difesa del materialismo – verso correnti filosofiche come l’empiriocriticismo, che avevano fatto breccia tra importanti esponenti del movimento rivoluzionario russo (Materialismo ed empiriocriticismo, 1908), e approfondiva il rapporto tra Hegel e Marx. E di Lenin tutto si può dire, salvo che fosse un “rivoluzionario da salotto” o da tavolino. Il libro di Gianni Fresu ha il pregio di riproporre – controcorrente – il problema del rapporto fra lotta in campo teorico e lotta in campo politico, collocandolo nella storia della II Internazionale, fino ai primi anni di vita della rivoluzione russa e dell’Internazionale comunista, illustrando il nesso dialettico, in particolare con i casi di Bernstein e Kautsky, tra approccio teorico e proposta di linea politica, sì che risulta chiaramente come una determinata concezione, una determinata impostazione filosofica, non sia senza conseguenze “pratiche” e finisca con l’incidere in profondità sul corso della storia. Il “pratico” Lenin, il “politico in atto”, come icasticamente lo definisce Gramsci, si occupava non occasionalmente di filosofia (anche se amava definirsi troppo modestamente un “marxista di base”). È l’opposto di una concezione e di una pratica – che nella degenerazione del movimento comunista si è consolidata – di una nefasta “divisione del lavoro”, che affida la teoria agli “intellettuali” e il “lavoro politico”, concepito prevalentemente nel suo aspetto organizzativo e di tattica immediata, o di attività amministrativa negli enti locali, ai “politici”, sancendo così anche il degrado della politica a “bassa cucina”, a “mestiere” separato dalla strategia. Il libro di Fresu, il quale è ad un tempo militante politico e intellettuale militante, e che aveva già affrontato in un precedente lavoro su Gramsci (Il diavolo nell’ampolla) il problema della riduzione della politica a mestiere (che è cosa ben diversa dal leniniano “rivoluzionario di professione”), con la formazione di un “ceto politico” autonomo e separato dalla classe operaia che esso avrebbe dovuto rappresentare – è “attuale” anche per questo, perché diretto a contrastare questa divisione di ruoli tra intellettuali-fiori all’occhiello occasionali e “politicipratici”, che sanno dove “mettere le mani in pasta”.

TEORIA E’ PRASSI

Lenin, “il più grande pensatore che il movimento operaio rivoluzionario da Marx in poi abbia mai avuto”, secondo una celebre espressione di Lukacs (il quale viene definito a sua volta da Guido Oldrini, in un libro importante di cui questa rivista si occuperà in uno dei prossimi numeri, “il più significativo pensatore marx ista del secolo XX”), è filosofo-militante e militante-filosofo. Il che, detto in altri termini, significa che egli non separa e contrappone “teoria” e “prassi”, intesi secondo il tradizionale binomio di “pensiero” e “azione”, ma concepisce l’attività teorica, l’intervento, la presa di posizione, la lotta sul fronte ideologico e culturale, come prassi. Il mantenimento della divisione tra “teoria” e “politica” è invece funzionale al mantenimento e consolidamento dell’egemonia della classe capitalistica dominante, al mantenimento dei subalterni in posizione subalterna. Questione, questa, al centro della riflessione di Gramsci, che si pose lucidamente il problema, già aperto con nettezza nell’Internazionale comunista, di dotare il proletariato di una propria autonoma concezione del mondo, di elaborare e sviluppare una propria filosofia, e di far sì che essa diventi patrimonio di massa e non di poche élite intellettuali, dando vita ad “un progresso intellettuale di massa”. Di qui la sua riscoperta e rivalutazione di Antonio Labriola, l’unico che, nel movimento socialista di fine ‘800 primi del ‘900 avesse posto con forza la questione di una Weltanschauung del proletariato. Il che, però, non significa affatto fare tabula rasa di tutte le filosofie precedenti, né “buttare a mare la filosofia”, come suonava il titolo di un polemico articolo (pubblicato nel 1922 sulla rivista sovietica Pod zna – menem marksizma: Sotto la bandiera del marxismo), che esprimeva una tendenza, diffusa in discreta parte del proletariato russo, l’idea di una cesura radicale con tutta la storia passata e di un rinnovamento assoluto, di una nuova nascita, di una palingenesi completa; tendenza estremistica e distruttiva, contro cui Lenin condusse una decisa battaglia teorico-politica, ribadendo che il marxismo non nasce per partenogenesi, ma è figlio delle più avanzate filosofie e scienze del XVIII-XIX secolo. Come scrisse in un celebre testo destinato ad avere una lunga storia, Tre fonti e tre parti integranti del marxismo, pubblicato nel 1913 e riproposto nella Russia postrivoluzionaria per la formazione dei militanti, “la dottrina di Marx […] è completa e armonica, e dà agli uomini una concezione integrale del mondo, che non può conciliarsi con nessuna superstizione, con nessuna reazione, con nessuna difesa dell’oppressione borghese. Il marxismo è il successore legittimo di tutto ciò che l’umanità ha creato di meglio durante il secolo XIX: la filosofia tedesca, l’economia politica inglese e il socialismo francese […]”. Filosofia classica tedesca: il pensiero dialettico di Hegel compenetra, secondo Lenin, tutto il lavoro di Marx, al punto che non si può comprendere davvero il Capitale senza aver studiato la Scienza della Logica di Hegel. La dialettica di Hegel costituisce una posta in gioco fondamentale, essa va studiata sistematicamente, come Lenin non si stanca di raccomandare ai militanti e ai redattori della “Rivista di materialismo militante”.

IL REVISIONISMO DI BERNSTEIN

La battaglia per una concezione dialettica e intorno alla dialettica percorre la storia del movimento operaio e del marxismo tra il XIX e XX secolo ed è una delle questioni – se non la questione centrale – che affronta il libro di Fresu, il cui sottotitolo è non a caso “Dialettica e de- movimento operaio”. Ci viene mostrato in esso come nel dibattito della II Internazionale “revisionismo” filosofico – col “ritorno a Kant” e l’abbandono di Hegel – e “revisionismo” politico – con la messa in discussione del progetto rivoluzionario di Marx in nome di una strategia riformista – vadano di pari passo. Quando parliamo di “revisionismo” il pensiero corre immediatamente all’esponente più significativo e importante di esso nella socialdemocrazia tedesca e in tutta la II Internazionale, Eduard Bernstein, che lo teorizza e organizza nel modo più organico – e, tutto sommato, insuperato rispetto ai successivi epigoni revisionisti, fino ai balbettii sconnessi del nostro immediato presente – nella sua opera più celebre, I presupposti del socialismo e i compiti della socialdemocrazia tedesca, che riprende e amplia una serie di articoli pubblicati sulla prestigiosa Neue Zeit tra il 1896 e il 1898. Il padre di tutti i revisionismi opera, dall’interno di parte dell’impianto marxista stesso, ma amputato e mutilato dei suoi essenziali elementi rivoluzionari, una demolizione radicale del marxismo, che egli intende condurre nell’alveo dell’evoluzionismo riformistico, di una concezione e di una politica borghese di sinistra, subalterna alla classe dominante, rigettando ogni proposta di salto rivoluzionario. Basandosi sulla evidente debolezza delle ingenuità del messianismo rivoluzionario, che riteneva deterministicamente imminente il crollo della società borghese come esito dello sviluppo delle forze produttive, mentre il capitalismo mostrava una inusitata capacità di sapersi rigenerare sotto altre forme (capacità che esso ha dispiegato e affinato successivamente nel corso delle crisi e rivoluzioni del ‘900), facendo leva sull’errata valutazione sui tempi e possibilità di sviluppo del modo di produzione capitalistico, di cui si preconizzava un rapido esaurimento, egli accusa il materialismo storico di apriorismo, che assolutizzerebbe il ruolo della base economica materiale, dei rapporti di produzione e delle forze produttive, “comprimendo il pensiero in una camicia di forza”. Bernstein accusa di utopismo la prospettiva rivoluzionaria e attribuisce esplicitamente alla dialettica hegeliana la responsabilità di aver condotto Marx ed Engels a pensare, nel Manifesto del partito comunista del 1848, il rovesciamento rivoluzionario della società borghese nella società comunista, il passaggio da una forma di produzione che – sotto controllo e direzioni borghesi, con rapporti di proprietà borghesi, manifestava però sempre più la contraddizione del suo carattere sociale – alla socializzazione dei mezzi di produzione, all’instaurazione di rapporti di produzione comunisti. È la concezione dialettica della storia che consente di pensare la rivoluzione, il superamento-abolizione (Aufhebung) della società borghese in quella comunista, che non significa – ancora una volta! – cancellazione ed eradicazione integrale del passato, delle forze produttive sviluppatesi, ma sviluppo rivoluzionario di esse. Bernstein non vuole concepire la dialettica, la contraddizione dialettica che consente a Marx di definire nella sua opera più matura il capitale come “la contraddizione in processo”. La relazione deduttiva posta nel Manifesto tra le condizioni avanzate della civiltà europea e la rivoluzione proletaria costituiva per Bernstein una “autosuggestione storica degna di un visionario”: la dialettica hegeliana, la “hegeliana logica della contraddizione” costituiva “l’elemento più infido della dottrina marxista, l’insidia che impediva ogni considerazione coerente delle cose”, la quale ultima si traduce nel postulato positivista e antidialettico dei “fatti” in quanto tali (ma ogni “fatto” implica una correlazione con altri “fatti” e non è affatto indifferente o “oggettivo” il modo in cui tale correlazione si costruisce).

IL MOVIMENTO E’ TUTTO…

La negazione del salto rivoluzionario spinge Bernstein a concepire lo sviluppo della democrazia politica (il suffragio universale esteso a tutte e tutti i cittadini era ancora di là da venire) come antitetico a quello del capitalismo: la conquista dell’eguaglianza di diritti politici avrebbe, a suo dire, riassorbito naturalmente (cioè per spontanea evoluzione) le diseguaglianze economiche e gli antagonismi di classe (con ciò cancellando proprio la dialettica del rapporto tra struttura e sovrastruttura, nucleo centrale della critica marxiana dell’economia politica). L’approccio di Bernstein si pretende assolutamente antidogmatico, basato solo sui “fatti”, sulla sperimentazione, sul procedere a tentoni, in nome del rifiuto del dottrinarismo, dello scolasticismo, della tradizione teorica socialista che egli considera un “peso opprimente”, un freno che inceppa lo sviluppo (quante volte ancora dopo Bernstein è stata rivolta questa critica revisionista contro Marx, per depo- tenziarne la carica rivoluzionaria? Quanti, anche recentissimam e n t e , non hanno ripetuto che i comunisti stanno con lo sguardo rivolto al passato, legati al loro passato, mentre ci è di fronte un radioso avvenire?). “Quel che comunemente si chiama obbiettivo finale del socialismo per me è nulla, il movimento è tutto”: la frase celebre e celebratissima di Bernstein risuona ancora tra i suoi tardi epigoni che scambiano volutamente la giusta critica del dogmatismo con la negazione opportunistica e senza principi di una prospettiva e di un fine consapevoli che orientino l’attività organizzata del partito del proletariato, facendo del movimento per il movimento, del movimento fine a se stesso, l’obiettivo dell’azione politica. Posizioni che sono state predominanti negli ultimi anni nella “sinistra” e nel PRC e hanno potentemente contribuito alla sua degenerazione e frantumazione (a dimostrazione ancora una volta che la teoria svolge un ruolo fondamentale per l’agire politico). La revisione di Marx, il “metterlo in soffitta”, come un secolo fa (e anche ora…) andava di moda dire presso alcuni sinistri, è parte dello scontro politico e ha conseguenze pesanti sulla politica della socialdemocrazia della II Internazionale. Nonostante una iniziale posizione corretta di Kautsky, il partito tedesco scivolerà sempre più verso una politica favorevole all’espansione coloniale (con tutto il bagaglio giustificazionista di essa come azione pedagogica e civilizzatrice dell’Occidente verso i popoli ancora arretrati nel loro sviluppo storico, il fardello dell’uomo bianco e consimili) e posizioni socialsciovisniste e socialimperialiste, che avranno la loro tragica acme nel voto favorevole al Bundestag, nell’agosto 1914, sui crediti di guerra, segnando ad un tempo la fine della II Internazionale nella grande carneficina della I guerra mondiale, che portava i proletari di una nazione ad ammazzarsi con i proletari di un’altra nazione, rovesciando la tradizionale parola d’ordine socialista “proletari di tutto il mondo unitevi!” nella terribile pratica, a servizio del grande capitale, di proletari di tutto il mondo che si scannano tra loro. Solo Lenin e i bolscevichi e qualche minoritaria pattuglia guidata dalla rivoluzionaria Rosa Luxemburg, si mossero con lucidità e determinazione contro la guerra imperialista. Non fu certo un caso: la critica della guerra imperialista veniva da chi si era opposto, con rigore teorico e passione politica, alla deriva revisionista, che era ad un tempo teorica e politica.

SINDACATO E PARTITO

Non uno dei grandi problemi che continuano ad essere al centro del movimento operaio è estraneo, in modo più o meno mediato, alla posizione che si assume di fronte alla dialettica di Hegel e Marx . Pensiamo ad esempio ad una questione che è divenuta cruciale nei paesi capitalistici, e in particolare in Italia, dove i salari e le condizioni contrattuali dei salariati arretrano da vent’anni: il ruolo del sindacato, il rapporto tra sindacato e partito politico, la funzione e le condizioni dello sciopero politico di massa. Il revisionista Bernstein separa nettamente sindacato e partito socialista, assegna al primo il solo ruolo di difensore degli interessi economici, lo rinchiude in una sfera economicista che è tutta dentro i limiti della società capitalista, che non può e non vuole superarli, e lascia la classe operaia nel suo ruolo subalterno ed economico- corporativo, non si pone il problema di trasformarla in classe generale capace di produrre il passaggio ad un nuovo modo di produzione. Questa concezione della separatezza di sindacato e partito è stata ripresa e amplificata alcuni anni fa con la critica – apparentemente di sinistra, in quanto rivendicante la piena e totale autonomia dei soggetti operai aderenti al sindacato – come critica alla concezione comunista del sindacato come “cinghia di trasmissione” della politica proletaria. Contro Bernstein che difende una concezione tradunionista del sindacato economicista e corporativa, interviene a fine 800 l’altro grande esponente della socialdemocrazia tedesca, Karl Kautsky, allora su posizioni “ortodosse”, per affermare il ruolo della classe operaia come classe generale, difendendo il valore della lotta politica e anche dello sciopero politico. Ma Kautsky, che con la dialettica non è mai andato d’accordo, non concepisce la possibilità – dialettica – di un sindacato che sia difensore degli interessi economici dei lavoratori e, ad un tempo, organismo di massa, diverso dal partito, che contribuisce all’affermazione della politica rivoluzionaria, e possa essere ancora, dopo la conquista del potere politico da parte del proletariato, soggetto attivo della costruzione del socialismo. Anarcosindacalismo e tradeunionismo sono due facce della medesima medaglia che rifugge dalla dialettica, sono unilaterali, l’uno sosti- tuendo al partito politico della classe operaia il sindacato, l’altro, limitandosi al ruolo strettamente economico: non colgono la totalità dei processi. Lenin nelle tesi del III congresso dell’Internazionale comunista, come in scritti precedenti, affrontò la questione del rapporto tra sindacato e partito e teorizzò il ruolo dei soviet come nuova creazione del proletariato e superamento dialettico della dicotomia tra economia e politica nel sindacato.

OPPORTUNISMO E SETTARISMO

Medesimo approccio Lenin ebbe nei confronti di due tendenze, di due modi di porsi di fronte all’agire politico, che si presentano spesso in coppia apparentemente contrapposta: settarismo e opportunismo: i due scogli, Scilla e Cariddi, contro cui il movimento operaio rischia di infrangersi. L’opportunismo non viene stigmatizzato da Lenin come una malattia morale contro la quale pronunciare anatemi. Egli cerca le basi oggettive di esso, tra cui individua anche la corruzione delle istituzioni parlamentari, dove i deputati sono eletti senza mandato imperativo. Le tendenze opportunistiche – come rinuncia, anche se mascherata, allo scopo finale della rivoluzione e accomodamento nella società borghese, di cui si diviene un puntello, organizzatori del consenso tra la classe operaia – sono un dato immanente al movimento operaio, risiedono nella sua collocazione – anche nella lotta di classe sul piano internazionale – nella società borghese. Vi è un fattore di corruzione permanente, ineludibile, rispetto al quale si possono cercare degli antidoti – che sono soprattutto nel modo in cui si struttura il partito, nel legame stretto tra parlamentari o assessori e partito, e tra vertice e base del partito, evitando che nasca un partito degli assessori, o dei parlamentari – ma che non è eliminabile e rispetto al quale non valgono tanto gli appelli moralistici, quanto le misure che si prendono, il modo in cui si organizza il rapporto partito/masse. E, ma non è certo ultimo per importanza, la concezione filosofica di cui sono armati o meno i militanti del partito. Il settarismo è l’altro scoglio verso cui il partito operaio rischia di infrangersi, è la negazione del partito di massa proposto dal III congresso dell’IC, della politica del fronte unico, dell’alleanza delle classi subalterne sotto la guida del proletariato. È la risposta unilaterale all’opportunismo. Lenin combatte decisamente le due tendenze: opportunismo e settarismo estremistico sono condannati al tempo stesso. Battaglia su due fronti, come contro il dogmatismo e il revisionismo: ad un tempo. La concezione dialettica gli consente questo approccio. Vi è in Lenin un rifiuto esplicito del blanquismo, dell’insurrezione di piccoli gruppi, del potere preso tramite congiura, del terrorismo dei populisti (narodniki).

Ma, al contempo, Lenin lotta decisamente contro il gradualismo riformista, ed ha la capacità di “pensare la rivoluzione”, come scrive Georges Labica, di pensarla come p rocesso, non come colpo immediato, né tantomeno come colpo di mano – pure se i colpi di mano sono anch’essi parte della lotta politica o militare. La celebre affermazione leniniana dell’analisi concreta della si – tuazione concreta, se è esplicitamente critica di ogni approccio puramente libresco (la filosofia dialettica è tutt’altra cosa dallo sciorinamento catechistico di quattro formulette ripetute come un mantra che si ritiene di poter applicare indifferentemente in ogni tempo e in ogni luogo) è parimenti totalmente estranea a qualsiasi approccio empiristico- positivistico, nella logica di una pratica fine a se stessa. Molti altri spunti di riflessione offre la ricostruzione che Fresu fa del percorso politico e filosofico di Lenin sullo sfondo della crisi della II Internazionale e dell’apertura di una nuova fase nella storia dell’umanità iniziata con la grande rivoluzione d’Ottobre e la costituzione dell’Internazionale comunista. E, certo, rimangono aperte alcune questioni complesse e difficili, come quella intorno al materialismo filosofico, al materialismo dialettico, alla dialettica materialistica cui è dedicato il 3° capitolo. Le quali però non vanno rimosse (proveremo a ritornarvi in una prossima occasione) proprio in virtù del ruolo, essenziale nella lotta politica del proletariato, che Lenin e la più alta tradizione comunista assegnano alla battaglia delle idee, alla elaborazione di una autonoma concezione del mondo.

Gianni Fresu, Lenin lettore di Marx, La città del sole, Napoli, 2008, pp. 256, euro 18,00