Il risveglio del pensiero critico

Quella che segue è un’intervista a Daniele Gaglianone realizzata a Torino l’8 febbraio 2006. Daniele Gaglianone è regista di diversi cortometraggi fra il 1989 e il 2000, periodo durante il quale collabora anche con l’Archivio Nazionale Cinematografico della Resistenza. Del 2000 è il suo primo lungometraggio, I nostri anni, seguito nel 2004 da Nemmeno il destino.

– Potremmo iniziare, se credi, dai recenti tagli governativi al cinema.

Che dire… Stanno prendendo a calci un cadavere. Si possono dire ovviamente tantissime cose e tante se ne sono dette… Piuttosto che ripetere ciò che hanno notato altri, devo dire che quello che mi ha colpito di più è sapere che la somma che lo stato avrebbe incassato se avesse fatto pagare l’ICI alla chiesa è di poco superiore al taglio del Fondo Unico per lo Spettacolo. Credo che altri commenti siano superflui. Nel senso che è vero che stiamo vivendo un momento di crisi economica generale e generalizzata, per cui non mi scandalizzo se qualcuno mi dice: bisogna stringere la cinta a tutti quanti… però spesso questo è un alibi per far passare delle scelte di politiche culturali, scelte che si rifanno a visioni del mondo molto precise. Io adesso ho delle difficoltà a portare avanti dei progetti perché qualcuno ha deciso che era meglio far risparmiare qualche soldo a Ratzinger.

– Come capita anche all’Università: tagliano da tutte le parti per dare soldi alle Università private, che sono poi spesso cattoliche… per cui è la stessa cosa. Cioè, come dici tu, non si tratta del riconoscimento di una crisi, di cui si prende atto, no, i soldi ci sono: semplicemente anziché andare lì vanno là: è una questione di capitoli di spesa, che è una scelta ovviamente politica.

Certo, è così… la crisi è sotto gli occhi di tutti, però è altrettanto vero che è sotto gli occhi di tutti un problema di destinazione delle risorse. Detto questo, credo che più in generale ci sia un problema atavico, italiano, rispetto alla cultura. Perché l’Italia detiene, almeno per quanto riguarda la cultura occidentale, il 70-80% del patrimonio mondiale e alle persone non frega assolutamente niente della cultura. Un altro esempio che la dice lunga: fino a 15 anni fa il Ministero che si occupava della cultura si chiamava Ministero del Turismo e dello Spettacolo…

– Però permettimi di mettermi dalla parte del diavolo. In questo momento a Torino siamo nel pieno delle Olimpiadi e abbiamo in piedi cinque spettacoli teatrali di Ronconi che costano alla comunità 7,5 milioni di euro, 15 miliardi di lire… questa spesa viene gabellata come una spesa per la cultura. Ma il p roblma non sarebbe –in questo senso mi metto dalla parte del diavolo- cercare di decidere prima –lo so che è una cosa difficilissima- che cos’è la cultura? Perché altra cosa è che arrivino a te i soldi per fare un film tipo I nostri anni, che noi abbiamo amato moltissimo, e una cosa che arrivino 15 miliardi a Ronconi. Dunque, allora, che cos’è la cultura? Non si tratta di affrontare adesso il merito della questione, ma di porsi il problema del criterio con cui erogare i fondi.

Io forse ho una visione un po’ utopistica, ma come spesso accade le visioni utopistiche sono quelle più realistiche. Credo che la cultura debba intendersi come una possibilità che si dà alla comunità di esprimersi e di mettere in circolazione delle idee. E allora, rispetto all’esempio di Ronconi, i suoi spettacoli potranno anche essere bellissimi, però forse piuttosto che questo enorme altoparlante dal quale esce questa grandissima, magari bellissima voce, forse poteva valere la pena avere 100 voci più piccole, magari più interessanti, più capillari. Credo che cultura voglia dire questo: cercare di confrontarsi; una comunità che si confronta, che mette in circolo delle idee. E poi, da tutto questo, dovrebbe emergere l’identità più profonda di una comunità. E’ chiaro che forse questa è una visione poco pragmatica…

– Forse però ciò che dici non è così utopico. Negli anni settanta per esempio, per ciò che riguarda il teatro, il Ministero elargiva a pioggia i finanziamenti. Tanto è vero che anche gruppi che non avevano quasi nessun riscontro di pubblico, e che però rappresentavano degli autentici vertici dal punto di vista artistico, ricevano soldi sufficienti per vivere e per mettere in piedi una stagione teatrale. E poi questo è a un certo punto venuto meno. Si è deciso di concentrare tutti i soldi non più su dei fenomeni d’arte ma su delle istituzioni, come i Teatri stabili. E tutto ciò ha coinciso con il passaggio da una politica democristiana, che prevedeva non un ancoraggio così forte a una logica del mercato, a una politica post-democristiana, che prevede invece molto fortemente questo ancoraggio.

Sì, però è anche vero che al di là di ciò che posso pensare del mercato, quando sento parlare del “libero mercato” mi viene in mente: io lo voglio domani mattina il libero mercato, il problema è che il 99% delle persone che si sciacquano la bocca con il libero mercato, se ci fosse il libero mercato starebbero a casa. Allora devo ancora capire qual è il mercato…

– Intendevo dire ancoraggio al mercato inteso come unico valore possibile, ancoraggio ai valori stabiliti dal mercato. Ronconi non è un valore artistico, è un valore stabilito dal mercato, che poi il mercato teatrale sia un mercato di un certo tipo, cioè piccolo e con proprie caratteristiche, è un’altra cosa.

Certo, è chiaro… è però evidente che è mercato ciò che occupa fisicamente uno spazio. Se io su 90 canali televisivi ho la stessa cosa, è logico che in nome del mercato tu dici: è questo che vuole la gente. Se tu non dai la possibilità di scegliere è chiaro che poi alla fine… Ricordo che il primo film in assoluto mandato in onda dalla RAI quando è nata è stato Rashomon di Kurosawa, alle otto e mezza! Oggi forse lo danno alle due di notte, perché è in bianco e nero. Si stabilisce che cos’è il pubblico e quindi di conseguenza si stabilisce il mercato.

– C’è però anche, come dire, una intersezione dialettica. Da una parte è certamente vero che i gusti del pubblico vengono guidati, dall’altra parte però ci sono poi veramente i gusti del pubblico, che interagiscono dialetticamente con ciò che viene deciso dall’industria culturale.

Io faccio sempre questo esempio molto concreto. Se nel supermercato sotto casa mia io entro e voglio lo zucchero di canna e lo zucchero di canna non c’è, lo zucchero di canna non lo compro in quel supermercato. Mia madre, che è una casalinga, guardava in televisione I fratelli Karamazov. Siccome adesso un discorso del genere non passerebbe mai, in nome del pubblico, è una cosa terribile… è una cosa con cui io faccio i conti quotidianamente. Da Blockbuster Nemmeno il destino non c’è. Dicono: nessuno lo chiede… Ma chi vorrebbe vedere Nemmeno il destino non va da Blockbuster a cercarlo. E’ il discorso dello zucchero di canna. Dicono: li teniamo, ma poi non funzionano. Ma se tu me lo tieni una settimana… devi tenerlo un’anno. Non è un problema di gestione, è un problema politico, di visione del mondo.

– Visto che hai aperto il discorso su di te, parliamo un po’ del tuo lavoro specifico e del rapporto del tuo lavoro con una cultura cinematografica generale che è sostanzialmente, per così dire, americanizzante. I no – stri anni è girato in un certo modo, poi ha anche, eccome, un contenuto correlato a quella forma; questo modo di girare è in qualche modo non dico antitetico, ma alternativo al modo americano.

Sì, però farei una precisazione. A noi arriva una minima percentuale di ciò che viene prodotto negli Stati Uniti. Io ho occasione girando per i festival, di vedere delle cose prodotte dal cinema americano che non vengono distribuite negli altri paesi e sono di tutt’altro tenore. Rispetto però al cinema americano che arriva nelle sale, quello invasivo, sicuramente I nostri anni è veramente un caso molto atipico. Ma anche rispetto a tanto cinema italiano… Dove nasce stilisticamente questo modo di girare? Io sono molto legato al periodo classico della storia del cinema, l’epoca del muto, di tutto il cinema prima della Seconda guerra mondiale e confesso spesso di rifarmi consapevolmente a certe soluzioni, a certe cose del cinema dell’avanguardia storica, del cinema sovietico o dell’espressionismo tedesco, soprattutto nei Nostri anni. Una volta una giornalista, dopo aver visto I nostri anni, mi disse: beh, sì insomma il tuo film in bianco e nero, questo montaggio molto veloce, un po’ ispirato al linguaggio pubblicitario e ai videoclip… E io gli ho detto: guarda, spesso i pubblicitari conoscono una cosa che si chiama storia del cinema, probabilmente Pudovkin oltre a ispirare me ha ispirato anche loro… I nostri anni è un film che è difficile da catalogare, è un film che proprio perché è così fuori dagli schemi riesce a essere ancora vivo. E’ un film senza tempo, nel senso che credo lo si possa vedere benissimo fra venti o trent’anni. Non essendo legato a nessuna moda ma rimanendo ancorato a un linguaggio, al linguaggio cinematografico e alla sua storia, proprio per questo, perché è legato a qualcosa di più profondo, è un film che non sarà mai datato. Nonostante l’argomento molto preciso, la resistenza e la memoria della resistenza, credo però che il modo di affrontare quel periodo storico sia fatto attraverso una prospettiva che consente, anche qui, di non essere ingabbiati in polemiche giornalistiche di un certo periodo piuttosto che di un altro.

– A proposito di quello che stai dicendo, del legame con il tempo in cui viene realizzato I nostri anni: concordo sull’eccezionalità del film, nel senso che è un film part i c o l arissimo, che rivela un’energia, una forza, un’intensità, che è etica, linguistica, artistica: tutto questo fa parte della sua eccezionalità. Allo stesso tempo però il film, che esce nel 2000, è parte di un fermento che proprio in quel momento (il 2001 è per esempio l’anno di Genova) inizia a percorre re anche la cultura, non solo la società, non solo la politica. Sei d’accordo con questa osservazione?

Resto ancorato a ciò che conosco di più e cioè al cinema. Credo che una generazione come la mia sia una delle più vitali in giro per il mondo. E anche più eterogenee, per fortuna; ci metto anche Muccino… Sicuramente il cinema di questa generazione rivela un desiderio di affrontare le cose in un modo diverso, è una generazione che cerca una sua strada, in modi anche molto interessanti. Cerca anche di affrancarsi da un certo cinema italiano degli splendidi quarantenni… Credo che al di là del giudizio sul film di Muccino L’ultimo bacio, quel film è riuscito comunque a far emergere, anche per opposizione, il fatto che c’erano dei registi diversi che non avevano niente a che fare né con i matusa del cinema italiano, né con Moretti.

– Ecco, ma tornando alla domanda, a noi sembra di osservare negli anni recenti un risveglio del pensiero critico, un risveglio dell’arte critica. Mentre nei vent’anni precedenti era una cosa disperante, non si trovava nulla, era tutto appiattito sul già visto, sul già detto e soprattutto sul postmoderno. Il tuo film non è affatto postmoderno, il tuo film è chiarissimamente moderno. Allora di chiederei: ti sembra che negli ultimi anni ci sia una ripresa della tematica del moderno in opposizione al postmoderno?

Sì, credo di sì. Quando la bussola non c’è più, quando vivi in un mondo dove la bussola sembra impazzita, il nord l’hai perso, o ti adagi su questa prospettiva e teorizzi sul fatto che non c’è più il nord e che il nord è ovunque, oppure cerchi un’altra bussola. Io credo ci sia una fame, un desiderio di verità. Lo vedo anche in questo rinnovato interesse per il documentario: è molto indicativo. Hai la sensazione di vivere costantemente, per essere eleganti, in una velina perpetua. Per cui devi sempre più interpretare fra le righe che cosa il potere sta cercando di raccontarti. I telegiornali sono diventati inguardabili, le fonti di informazione sono sempre più fallibili. Perché c’è questa voglia di documentario? Non è solo una moda, è proprio un voler dire: allora andiamo noi a vedere cosa succede. Credo sia riconducibile a un’aria nuova che in questi ultimi anni, dagli ultimi anni novanta, man mano che gli spazi di movimento hai la sensazione che si restringano, giorno dopo giorno, cresce la voglia di prenderseli questi spazi. E per tornare al taglio del Fondo Unico per lo Spettacolo, a fronte di un panorama dal punto di vista creativo così dinamico c’è dall’altra parte un deserto.

– Il deserto diventa a questo punto un tentativo di reggere una possibile forza d’urto, per quanto piccola.

Sì, guarda, io vorrei dirti che è così, perché sarebbe anche più bello, più nobile. E invece è sciatteria. Sciatteria totale. Sicuramente la sciatteria è più amica di alcune cose… non è certo imparziale. Però è sciatteria. Di fronte alla sciatteria c’è meno possibilità di combattere. Se il tuo avversario è la sciatteria è qualcosa di impalpabile… Comunque è anche una questione di generazione. Io vedo anche con i ragazzi con cui ho girato Nemmeno il destino, sono nati nel ’79, ’80, ’81… Un ragazzo che adesso ha 25 anni non sa cos’è stata l’Unione Sovietica, non sa cosa sia stata la Democrazia Cristiana. Questo non è solo mancanza di memoria storica, è anche un’opportunità. Proprio perché sei figlio del crollo del muro, ma non solo del muro di Berlino, perché poi i muri sono crollati tutti, hai anche, come dire, l’opportunità di ricominciare da capo. Voglio dire, non mi scandalizzo di fronte a un diciottenne confuso, mi fa molta più paura un quarantenne confuso, un cinquantenne confuso. Un ventenne confuso… è anche fisiologico che sia così… Comunque c’è un’energia… c’è anche molto conformismo, ma quello c’è sempre stato, anche il conformismo dell’anticonformismo. Però avverto che rispetto ad esempio a quando avevo 20 anni io, negli anni ottanta, quando era terribile, c’era una cappa, asfittica, la situazione è molto diversa. Adesso non è così. La situazione è molto peggiorata da un certo punto di vista, però mentre prima ti mancava l’aria e non te ne accorgevi adesso ti manca l’aria e qualcuno se ne accorge. E allora se ti manca l’aria, dici: apri la finestra… non si apre? la spacco… io vedo che nelle nuove generazioni c’è molta ignoranza, nel senso letterale del termine, cioè non conoscenza, però comunque questa generazione fa i conti da subito con il precariato, per esempio… non so cosa potrà succedere… Da un lato dici: questi non sanno cosa si sono persi, non hanno idea di che cosa sono dei diritti, però vivono delle situazioni pazzesche… conosco delle persone che lavorano in fabbrica e vengono licenziate alla fine del mese per essere riassunte il giorno dopo… Prima o poi tutto questo viene fuori, esplode.