Il quadro internazionale

• Il mondo sta per entrare nel nuovo secolo con la maggiore disparità di ricchezze mai registrata prima d’ora. La cosiddetta globalizzazione si rivela essere un processo di concentrazione dei benefici derivati dalla crescente capacità di sviluppo a favore di un ristretto numero di potenze e a scapito dell’immensa maggioranza dell’umanità, che vive dissanguata dal debito. Le disuguaglianze di ricchezza e di reddito sono elevate e crescenti anche nel seno delle potenze imperialiste, come pure all’interno degli stessi Paesi in via di sviluppo.
Nuovi squilibri si generano nel pianeta. Così, un Giappone indebolito dalle vicende dell’ultimo decennio non rinuncia alla pretese egemoniche sull’Asia, a fronte di un concerto di nazioni del Sud-est asiatico che, pur fiaccate a loro volta dalla crisi del 97-98, difendono con tenacia un progetto di collaborazione regionale nell’indipendenza di ciascuno. In questa regione, gode di sempre maggior credito una Cina con dinamismo e capacità crescenti. L’Unione Europea, all’interno della quale la Germania mantiene un ruolo preponderante, cerca di estendere la sua zona di influenza verso est e con l’adozione dell’Euro affronta lo strapotere degli Stati Uniti, penetra nel loro territorio e scatena una concorrenza temibile in America latina. Lo sforzo per il mantenimento dell’egemonia mondiale mette a dura prova gli Usa, i quali, pur potendosi avvalere di una supremazia militare, scientifica e tecnologica (e ideologica), oltre che economica, devono fare i conti tutti i giorni con la resistenza e l’accordo dei Paesi dipendenti. Sono queste contraddizioni, sommate alla protesta congiunta dei lavoratori e dei popoli e agli sforzi di organizzazione e di unificazione dei Paesi del Terzo Mondo, che hanno fatto fallire nello specifico l’Accordo Multilaterale per gli Investimenti (Ami) a Ginevra e la riunione dell’Organizzazione Mondiale del Commercio (Omc) a Seattle.
• Il mito di un “super-imperialismo”, razionalizzato e pacificato all’ombra di un governo mondiale, è tanto falso alla fine di questo secolo quanto lo era ai suoi inizi. Gli accordi conseguenti alle spartizioni operate nel campo imperialista saranno sempre relativi e temporanei, perché troppo acute sono le disuguaglianze intrinseche al sistema.
Il continuo richiamo, negli anni ’90, al mito della “globalizzazione” non è altro che un artificio ideologico per imporre il dogma neoliberista. In questo contesto si cerca di far passare sotto silenzio l’accresciuto ruolo di dipendenza degli Stati al servizio degli interessi delle potenze imperialiste, delle imprese multinazionali e del capitale finanziario, con l’obiettivo di smantellare la sovranità degli Stati nazionali e, con essa, consacrando e assolutizzando il dominio e la spoliazione dei più deboli da parte dei più forti.
Lo sviluppo dei rapporti internazionali e del mercato mondiale è elemento costitutivo del sistema capitalista. Ha conosciuto un primo e decisivo sviluppo immediatamente dopo la sua formazione, cinque secoli fa, e una spinta considerevole a cavallo tra Ottocento e Novecento, con la comparsa dell’imperialismo; nella fase attuale, scomparsi l’Unione Sovietica e il sistema socialista mondiale, guadagna un nuovo incremento in corrispondenza con la nascita di nuove tecnologie (ogni onda successiva di espansione del capitalismo si è avvalsa dell’assoggettamento
delle più importanti conquiste scientifiche e tecnologiche, che permettevano la crescita delle forze produttive e progressi nei trasporti e nelle comunicazioni, facendo più vicine e integrate le varie regioni del mondo). L’attuale processo di globalizzazione si inserisce quindi profondamente nella storia e a ragion veduta non lo si può quindi restringere nell’angusto campo di comparazione degli ultimi decenni con il periodo immediatamente precedente.
D’altro lato, sono da considerare ingannevoli quelle generalizzazioni che danno per acquisiti a livello “globale” progressi e conquiste che sono invece appannaggio di un ristretto nucleo di potenze più sviluppate, quando è invece evidente che l’attuale processo di globalizzazione capitalista accentua enormi fratture in tutto il mondo. (…)
• La stessa democrazia politica rischia di essere seriamente compromessa. L’offensiva neo-liberista si presenta come una vera e propria crociata “anti-statale” e a favore dell’“individuo”, dei “diritti umani”, della “società civile”, del “pluralismo”, della “democrazia”. La realtà, al contrario, in modo particolare all’interno dei Paesi a capitalismo avanzato, è quella della perdita di conquiste e diritti, la tendenza ad imporre alla società e agli individui una omologazione totalitaria del pensiero e dei comportamenti, l’annullamento delle condizioni imprescindibili per la pratica di una cittadinanza partecipativa, lo svuotamento della democrazia politica. La disaffezione e l’allontanamento popolari dalle istituzioni sono sotto gli occhi di tutti. Più che di “disinteresse per la politica” o di “crisi della politica” sembra appropriato parlare di crisi del sistema di rappresentanza demo-liberale.
Siamo di fronte a un potere sempre più sottomesso agli interessi del grande capitale e subordinato alla strategia delle grandi potenze (i cui centri di decisione sono ogni volta più opachi, centralizzati e distanti dai cittadini), in un quadro nel quale la fusione tra potere politico e potere economico, caratteristica del capitalismo monopolistico di Stato, si fa sempre più pesante su scala regionale e mondiale. Le nuove tecniche di informazione e di comunicazione intervengono massicciamente nella diffusione dell’ideologia dominante (…).
Tutto ciò significa: “meno Stato” per il popolo, più Stato per il capitale, liquidazione della logica redistributiva delle garanzie sociali, potenziamento delle funzioni coercitive (polizia, eserciti) dello Stato, attacco frontale all’indipendenza degli Stati più deboli e rafforzamento dei poteri degli Stati più forti e degli strumenti sovranazionali dell’imperialismo.
• L’attacco allo Stato sovrano è contemporaneamente un attacco alla democrazia. Il preteso “diritto d’ingerenza umanitaria” è di fatto il “diritto” delle grandi potenze di imporre la loro politica. La cosiddetta “liberazione della società civile” dalla “tutela dello Stato” non è altro che una politica di tutela senza precedenti degli interessi economici e politici dominanti. Lo svuotamento delle istituzioni dello Stato, delle sue prerogative di sovranità significa l’alienazione a favore di istanze internazionali del capitale, siano esse formali (Fmi, Bm, Ocse, Ue, Nato) o informali (dal G7 a “Davos”), di decisioni vitali per il complesso della società.
Per il Partito Comunista portoghese la lotta per la democrazia politica, economica, sociale e culturale è inscindibile dalla difesa della sovranità e dell’indipendenza nazionali.
• La reazione imperialista ha mostrato un salto di qualità sul piano militare. Quasi dieci anni dopo la guerra del Golfo contro l’Iraq, è evidente come le grandi potenze imperialiste sono disposte a ricorrere ogni momento all’uso delle armi contro ogni ostacolo che si frapponga alla loro espansione, e come forma di pressione e/o dissuasione verso avversari e persino alleati. (…)
La guerra di aggressione alla Iugoslavia, la prima nel cuore dell’Europa dopo la Seconda guerra mondiale, è l’esempio lampante di tale salto di qualità, rappresentando una aperta violazione della Carta delle Nazioni Unite e del diritto internazionale, oltre che il completo disprezzo per il ruolo istituzionale dell’Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa (Osce).
Scatenata da Stati Uniti e Nato (con l’attiva partecipazione dell’Unione Europea), con l’argomento pretestuoso di fermare la “pulizia etnica” in Kossovo e l’impiego di un potenziale distruttivo superiore a quello della stessa guerra del Vietnam, questa aggressione non è riuscita in ogni caso a piegare la determinazione patriottica del popolo iugoslavo. Ha però provocato un enorme numero di vittime e distruzioni incalcolabili, dato la stura (questa volta per davvero) alla “pulizia etnica” del Kossovo con l’espulsione di oltre 200mila serbi kosovari e imposto l’occupazione della Nato sulla regione con un significativo avanzamento di basi e forze militari nordamericane in direzione della Russia. I fatti hanno dimostrato che una soluzione politica sarebbe stata l’unica adatta ai gravi problemi della Iugoslavia.
• La guerra di aggressione della Iugoslavia è stata il pretesto per la messa in atto di una nuova concezione strategica, in virtù della quale la Nato, scavalcando completamente l’Organizzazione delle Nazioni Unite, si ritiene in diritto e in obbligo di intervenire laddove e ogniqualvolta ritenga minacciati i propri interessi. Concezione nuova che fa il paio con la politica di rafforzamento e di allargamento della Nato stessa (vedasi ingresso di Polonia, Ungheria e Repubblica Ceca) e rafforza l’egemonia degli Stati Uniti, coltivando al contempo nuovi fattori di destabilizzazione geostrategica nel nostro continente e in tutto il mondo.
• La guerra, al tempo stesso, ha accelerato drasticamente il processo già in atto di militarizzazione dell’Unione Europea, processo che, con il pretesto di assicurare l’“autonomia dell’Europa dagli gli Stati Uniti”, in realtà salda più strettamente l’Europa alla Nato e, al di là dei conflitti e delle rivalità che pure ci sono, fa della prima il bastione militare dell’imperialismo statunitense in questa parte del mondo: la “Politica Europea per la Sicurezza e la Difesa Comune ” e la creazione di una forza militare dell’Ue di 60mila uomini vanno in questa direzione.
In questo modo il potenziale e gli obiettivi dell’Osce rimangono paralizzati e svuotati, in funzione della progressiva strumentalizzazione che di essi ne fanno gli Usa e le grandi potenze europee.
• L’arrogante politica militaristica dell’imperialismo americano si replica con le stesse modalità in Asia e nell’area del Pacifico: così, il Trattato di sicurezza nippo-statunitense lega in maniera più determinata il Giappone agli Stati Uniti, con il chiaro intento di stringere in una morsa la Repubblica popolare cinese e la politica di pace e di contenimento delle mire imperialistiche che questa, assieme al Vietnam, all’India e ad altri Paesi, porta avanti nella regione: elemento importante di tale politica è la ferma opposizione al sistema della cosiddetta “Difesa anti-missile” (accolto con forti riserve anche dagli alleati europei degli Usa) e alla corsa al riarmo che questo rischia di innescare.
• Viene portato avanti dagli Stati Uniti un pesante processo di sovvertimento dell’ordinamento dell’Onu e del diritto internazionale. Si tenta di scardinare l’ordinamento giuridico e istituzionale scaturito dalla vittoria sul nazi-fascismo e di imporre un “nuovo ordine” che, forte delle sconfitte subite dal socialismo, legittimi ed elimini ogni impedimento alla politica di sfruttamento, aggressione e oppressione da parte del grande capitale e dell’imperialismo. Il “diritto di ingerenza umanitaria”, ormai benedetto persino dal Vaticano e sposato a nozioni quali quelle di “villaggio globale” e di “società civile universale” come pure alle seducenti teorizzazioni sul carattere “caduco” dello Stato sovrano e quant’altro, è parte preminente dell’offensiva ideologica dell’imperialismo per fiaccare ogni resistenza alla sua politica.(…)
• Pur esprimendo interessi di classe della stessa natura, le grandi potenze non sono in grado di appianare i conflitti, le rivalità e le contraddizioni presenti all’interno del campo imperialista. La concentrazione del capitale a livello internazionale e la formazione di potenti cartelli transnazionali è anzi la riprova dell’acuta concorrenza capitalista per il dominio su risorse e mercati e per la massimizzazione dei profitti.
Ora, è importante stabilire con la massima oggettività possibile se ciò che attualmente prevale all’interno dello schieramento imperialista è l’accordo o piuttosto la rivalità. Si tratta di due aspetti che coabitano nello stesso campo e ad ognuno dei quali è necessario prestare la dovuta attenzione.
L’esistenza di una sola super-potenza mondiale si scontra con la realtà di quei Paesi che si pongono come obiettivo la costruzione di una società socialista e come pure con quella di altri Paesi che difendono la propria sovranità, con motivazioni rivolte all’indipendenza nazionale, alla pace e al progresso sociale. Ma si scontra pure con gli interessi degli alleati degli Stati Uniti i quali, pur accettando da un lato la propria condizione di sudditanza agli Stati Uniti e un ruolo conseguente nella divisione dei compiti in campo imperialista (come dimostrano l’atteggiamento verso la Nato, la guerra del Golfo, l’aggressione alla Iugoslavia o le scelte fondamentali di politica economica), dall’altro cercano di imporre il loro peso politico a livello internazionale. Dal Medio Oriente all’Africa, dall’Europa dell’est all’America latina, sono numerose le aree teatro di dispute clamorose per l’affermazione di una sfera d’influenza e di dominio. Il fallimento a Seattle del vertice dei Paesi dell’Omc, le contraddizioni emerse su Echellon, la lotta per le commesse per l’aeronautica e l’industria delle armi e quella per affermare la supremazia delle rispettive monete (dollaro, euro, yen) come mezzo di pagamento e di riserva universali, la guerra delle banane a quella sugli organismi geneticamente modificati (Ogm), tutto ciò indica che stiamo assistendo a un crescendo di “guerre economiche” che potrebbero sfociare verso forme più estreme e pericolose di confronto.
Il blocco imperialista si regge sulla triade Usa, Ue-Germania e Giappone, unita contro gli altri popoli per esercitare la propria supremazia sul resto del mondo. Il rapporto di convenienza sul quale si regge questa alleanza entra più volte in crisi, degenerando in conflitto, quando si tratta di definire l’entità e la qualità dell’influenza all’interno dell’area geo-strategica rappresentata. In questo contesto, deve essere fermamente respinto ogni richiamo ad allearsi con uno schieramento piuttosto che con un altro, per il rafforzamento dell’uno a scapito degli altri due. La posizione attuale del governo portoghese, favorevole a una possente militarizzazione dell’Unione Europea in nome dell’autonomia dalla tutela degli Stati Uniti, racchiude gravi pericoli per l’indipendenza dei popoli europei, la pace nel continente e la sicurezza internazionale.
• In questo contesto, è di grande importanza analizzare con rigore il ruolo che la socialdemocrazia svolge nella dislocazione delle forze a livello internazionale, tenendo conto della politica di destra dei governi che essa esprime e dell’azione delle strutture ed agenzie ad essa collegate (Internazionale socialista, Partito socialista europeo, Fondazione Friedrich Erbert, organizzazioni sindacali, Organismi non governativi).
La risposta che l’esperienza ci fornisce è molto chiara: la socialdemocrazia, confermando il suo ruolo storico, si è arresa al neoliberismo, difende a spada tratta gli interessi del grande capitale, si alterna nei governi con i partiti dichiaratamente di destra nella realizzazione di una stessa politica di destra e si è trasformata nei fatti in una colonna portante dell’imperialismo. Con la socialdemocrazia al governo in tredici dei quindici Paesi dell’Ue si sono adottate politiche di privatizzazioni e smantellamento delle conquiste sociali e democratiche persino più pesanti che con i governi apertamente reazionari. La sua posizione nei riguardi della guerra di aggressione alla Iugoslavia, che ricorda i tempi oscuri precedenti la prima e la seconda guerra mondiale, non lascia ombra di dubbio.
Il “thatcherismo dal volto umano” – a questo si riduce la “terza via” di impronta blairista – rappresenta una rottura aperta con la tradizione riformista della socialdemocrazia. Dagli incontri dei dirigenti “modernizzatori”, o “progressisti” che dir si voglia, di Firenze e Berlino scaturisce una vera e propria resa della socialdemocrazia alla leadership statunitense, e la prima si trasforma così in un importante tassello di sostegno allo sforzo che le classi dominanti delle due sponde dell’Atlantico fanno per trovare risposte e una base ideologica comuni di fronte ai nodi cruciali per la riproduzione del capitale monopolistico.
Ma sarebbe un errore di schematizzazione attribuire un volto univoco alle varie componenti della socialdemocrazia. Ogni Paese ha storie e situazioni diverse, e molteplici settori non si riconoscono in questa sfrenata corsa verso destra della socialdemocrazia, e anzi cercano di porvi un argine.
Nell’Internazionale socialista esistono forze di sinistra e anche forze rivoluzionarie, come pure esistono – e lo abbiamo ribadito più volte – partiti socialdemocratici che hanno adottato, sotto la pressione di dinamiche di massa e della stessa base popolare, un orientamento democratico e di sinistra e sono giunti ad accordi con i comunisti per la difesa e il progresso delle lotte dei lavoratori. Quindi se occorre, per un verso, rifiutare il dogmatismo insito in certe concezioni “sinistrorse” che condannano in blocco tutta la socialdemocrazia, bisogna, dall’altro, non perdere di vista la specificità dei comunisti e la loro indipendenza sul piano sostanziale, ideologico e dei programmi. (…)
• Come abbiamo affermato nel nostro XV Congresso, da tempo il capitalismo si è trasformato in un ostacolo al progresso dell’umanità, da tempo l’approfondimento delle sue contraddizioni unitamente alla lotta di liberazione della classe operaia, dei lavoratori e dei popoli, ha posto le basi di un suo superamento in chiave rivoluzionaria, in un processo che ha avuto inizio agli albori del XX secolo con la Rivoluzione d’ottobre e che, pur essendosi rivelato più complesso, accidentato e prolungato del previsto, non potrà non avere seguito nel XXI secolo.

La lotta dei lavoratori e dei popoli
L’offensiva imperialista non ha impedito che la resistenza e la lotta dei lavoratori e dei popoli andassero avanti e che importanti vittorie e significative conquiste di libertà fossero state raggiunte a dispetto degli ineguali rapporti di forze. Gli esempi a noi particolarmente cari di Cuba, con la difesa della sua sovranità e della rivoluzione socialista, e di Timor Est, con l’eroica vittoria contro l’occupante indonesiano, dimostrano che resistere e vincere è possibile.
Gli ultimi anni sono stati contrassegnati da lotte nei più diversi ambiti sociali e geografici, perseguendo un ampio ventaglio di obiettivi da quelli a carattere particolare e locale ad altri con valenza più politica e globale, e con l’utilizzo di forme di lotta le più disparate.
Si può affermare che il tentativo del grande capitale di imporre la sua egemonia a livello planetario trova una resistenza crescente e sempre più articolata dal punto di vista sociale e geografico.(…)
Gli scioperi generali in India, Corea del Sud, Grecia, Sudafrica, Bolivia (solo per citare alcuni Paesi) e gli scioperi di categoria della Ups e della General Motors negli Usa e dei lavoratori della Renault in molte fabbriche europee, sono l’esempio di lotte di massa che rivestono un enorme significato politico.
Si sono intensificate negli ultimi anni le lotte dei contadini in Brasile e in India per la riforma agraria e per l’assegnazione delle terre a chi le lavora e in Francia e in Grecia contro la distruzione delle agricolture nazionali e la sottomissione alle multinazionali agro-alimentari.
La lotta delle donne per la difesa e la promozione dei propri diritti, per l’uguaglianza delle opportunità sul piano economico, sociale, politico e culturale, contro l’integralismo islamico e altre forme di oppressione, discriminazione e violenza, costituisce un prezioso contributo nella lotta di resistenza dei lavoratori e dei popoli. (…)
I giovani hanno dimostrato di essere un settore importante di arricchimento del movimento popolare e di svolgere un ruolo importante, a volte determinante, all’interno di questo. Le lotte degli studenti in difesa della scuola pubblica vanno avanti in Grecia, Francia, Gran Bretagna, Portogallo ma anche in India, in America Latina (Messico, Cile, Nicaragua) e negli Stati Uniti. I giovani partecipano alle lotte sui temi del lavoro, dichiarano la propria condanna del razzismo e della xenofobia, esprimono solidarietà ai popoli in lotta di Cuba, Sahara, Palestina e Timor, avanzano richieste di pace e pretendono la fine delle aggressioni imperialiste (Iugoslavia), lottano per l’abolizione della pena di morte e s’impegnano per la difesa dell’ambiente. La partecipazione nel 1997, a Cuba, di circa 13mila delegati da tutto il mondo al XIV Festival mondiale della gioventù e degli studenti e la convocazione per il 2001 del XV Festival che avrà luogo, per la prima volta nel continente africano, in Algeria, sono segni estremamente importanti della partecipazione giovanile e di una chiara vocazione anti-imperialista.
L’aggressione della Nato alla Iugoslavia ha scatenato la condanna e la reazione dell’opinione pubblica: le manifestazioni in Grecia, Portogallo, Italia e altri Paesi contro la guerra sono state importanti, ma non così incisive come si sperava. La lotta per il disarmo nucleare e contro le “guerre stellari”, per lo scioglimento della Nato e contro le basi militari straniere, necessita di un salto di qualità. (…)
• Sono recenti le azioni di mobilitazione e di lotta contro i meccanismi e gli effetti della “globalizzazione” imperialista: come in India contro l’Fmi, con il coinvolgimento di milioni di operai e contadini, così negli Stati Uniti contro l’Omc, ciò che ha portato al fallimento della riunione dei ministri a Seattle. Sfruttare l’occasione delle riunioni di vertice degli organismi internazionali per denunciare la politica delle multinazionali e delle agenzie istituzionali ad esse asservite rappresenta una strategia di grande impatto e che offre una sicura visibilità mediatica. Al di là delle strumentalizzazioni e delle forme di radicalismo che si possono manifestare ai margini di queste azioni di lotta, esse costituiscono un momento importantissimo per la definizione di una piattaforma comune nell’impegno anti-imperialista a livello mondiale di forze e movimenti tra loro molto diversi. (…)
È particolarmente importante conoscere e far conoscere questa realtà e, all’interno di questa, mettere in evidenza il ruolo insostituibile che vi svolge il movimento operaio e sindacale, in quanto rappresentativo degli interessi e delle aspirazioni di diverse classi e categorie sociali: dei contadini, dei piccoli e medi proprietari, dei commercianti, degli intellettuali, delle donne, dei pensionati e degli anziani, degli immigrati. (…)
Sono naturalmente da respingere quelle teorie e quegli atteggiamenti che, in nome di una pretesa modernità, vorrebbero ignorare l’esistenza e la lotta delle classi, ritengono superato il sindacalismo di classe e altre forme sperimentate di organizzazione e di lotta popolari e combattono “i partiti” in blocco, alimentando così il culto dello spontaneismo. Teorie e atteggiamenti che, in nome di astrusi concetti e non meno astruse costruzioni teoriche quali “restituzione dei poteri alla società civile” o “società civile al potere”, contrappongono l’informalità e l’articolazione “in rete” – resa possibile da inedite facilità nella comunicazione – al lavoro organizzato e militante delle masse unite, favorendo in questo modo la divisione e la frammentazione settaria dei movimenti unitari e finendo col compromettere lo sviluppo delle lotte.
Contro il divisionismo di certi gruppi settari avidi di protagonismo, è necessario intensificare l’azione comune e far confluire in una stessa corrente movimenti e lotte anche molto diversi che obiettivamente possiedono la stessa matrice anti-neoliberista, se non anti-imperialista o addirittura anticapitalistica.
Spetta ai comunisti, nell’esercizio del loro ruolo di avanguardia rivoluzionaria, dare un contributo decisivo per un processo – sicuramente di lunga durata – di integrazione delle diverse cause e ragioni di lotta, delle vecchie e nuove esigenze e aspirazioni in ordine alla questione centrale della contrapposizione tra lavoro e capitale. (…)
• Gli ideologi delle classi dominanti non hanno smesso un solo istante, negli ultimi dieci anni, di predire la fine della classe operaia, della lotta delle classi, della lotta di liberazione , della rivoluzione, dei rivoluzionari, dei comunisti. Si è arrivati persino a decretare la “fine della Storia” e si è presentato il capitalismo come fase finale dello sviluppo della società umana.
Ma tali mistificazioni non resistono alla prova dei fatti. L’esperienza non ci mostra affatto la “morte del comunismo” né il “declino inarrestabile” dei partiti comunisti. Così come in Portogallo, anche in molti altri Paesi resistono e lottano partiti rivoluzionari che, con lo spirito e il nome di comunisti, difendono gli sfruttati, i deboli e gli oppressi, portano avanti la lotta per una società libera dallo sfruttamento e dalle brutali ingiustizie del capitalismo, per il socialismo e il comunismo, e svolgono un ruolo insostituibile nella vita sociale e politica dei loro Paesi.
Il movimento comunista e rivoluzionario non ha ancora superato la crisi profonda che lo ha colpito nell’ultimo decennio.
Se negli ultimi anni si sono verificati esempi di recupero e avanzamento nell’influenza dei partiti comunisti e di altre forze rivoluzionarie e di sinistra anticapitalistiche, continuano a manifestarsi segni negativi e processi di degenerazione che in alcuni casi si sono anzi accentuati.
In questa evoluzione contraddittoria hanno il loro peso fattori oggettivi come l’instabilità e l’incertezza della situazione internazionale, i processi di ristrutturazione della produzione e della struttura sociale, la repressione/neutralizzazione del movimento operaio e popolare, la persistente offensiva ideologica anticomunista, la forza corruttrice delle multinazionali. Ma le difficoltà e i ritardi che si verificano (per esempio in ciò che riguarda il radicamento indispensabile del partito nella classe operaia e nei settori popolari e il rapporto con il movimento) hanno anche cause soggettive, legate alla concezione che si ha del partito comunista e alle questioni ideologiche legate alla visione dei suoi obbiettivi, alla politica di alleanze e alle vie di trasformazione sociale prefigurate.
Una volta di più riveste particolare importanza il dibattito su tutta la problematica relativa al ruolo della classe operaia e alla funzione del lavoro salariato, al rapporto tra lotte di massa e intervento nelle istituzioni, alla nozione di “sinistra” e all’atteggiamento nei confronti della socialdemocrazia, al valore dello Stato sovrano e alla dialettica nazionale/internazionale, e, infine, alla posizione da assumere in merito ai temi fondamentali connessi con la gestione del potere e con la proprietà dei grandi mezzi di produzione.
La gran diversità di posizioni riguardo questa e altre questioni è anche il risultato della complessità e dell’incertezza della situazione internazionale, nonché della gran differenziazione nel livello di sviluppo tra varie situazioni ed esperienze.
È opinione del Partito comunista portoghese che una tale realtà non deve e non può impedire la solidarietà reciproca, la cooperazione internazionalista e un’azione comune o convergente dei comunisti e degli altri rivoluzionari e forze di sinistra.
• Il Pcp ritiene necessaria una riflessione collettiva su temi di interesse comune ed è aperto a un esame franco e fraterno, sia a livello bilaterale che multilaterale, delle questioni sulle quali possono coesistere posizioni diverse o addirittura divergenti. Riteniamo che per la nostra riflessione e per l’efficacia delle decisioni abbiamo bisogno di prendere in considerazione le riflessioni di altri partiti comunisti e organizzazioni rivoluzionarie sulle grandi questioni inerenti le caratteristiche strutturali del capitalismo nell’epoca attuale e le principali tendenze – e contraddizioni – dell’evoluzione su scala mondiale.
Però soprattutto riteniamo che è necessario dedicare lo sforzo maggiore all’azione comune su problemi concreti suscettibili di mobilitare le grandi masse: le questioni sociali (disoccupazione, orario di lavoro, precarietà, discriminazione delle donne, razzismo e diritti degli immigrati, ecc.), i temi ambientali e il problema della pace e della guerra.
Nonostante l’esito positivo di incontri e manifestazioni su questi e altri temi, ravvisiamo un grave ritardo a livello di cooperazione internazionalista, com’è stato drammaticamente messo in evidenza dalla debole risposta offerta a livello internazionale (e senza nulla togliere all’importanza delle iniziative nazionali) alla guerra di aggressione contro la Iugoslavia.
Il Pcp farà tutto ciò che è nelle sue possibilità per contribuire a far superare questa situazione e in particolare per intensificare lo scambio e la circolazione delle informazioni, per far convergere gli sforzi rivolti al rafforzamento del sindacalismo di classe e delle organizzazioni democratiche internazionali delle donne, dei giovani, per la pace e per la solidarietà.
Il Pcp si dichiara contrario alla creazione di “partiti europei” o altre forme di organizzazione con caratteristiche sovranazionali, che in alcuni casi sembrano abusivamente imposte dal potere e in altri si presentano come “alternativa” per ovviare alle difficoltà di radicamento nella realtà nazionale.
Il Pcp, partito patriottico e internazionalista, privilegiando l’ambito nazionale come spazio decisivo di collegamento con i lavoratori e con le masse popolari nella lotta per la trasformazione della società, non mancherà di dare il proprio contributo per un sollecito, nuovo e vigoroso slancio alla cooperazione internazionale dei comunisti, dei progressisti, dei lavoratori e dei popoli di tutto il mondo. (…)

Per il socialismo
• È necessario ed è possibile invertire, attraverso la lotta, l’attuale indirizzo dell’evoluzione mondiale, ovvero contenere e far retrocedere il processo di “globalizzazione” imperialista, sconfiggere i tentativi di instaurazione di un “nuovo ordine” al servizio del grande capitale, rendere possibile una svolta a sinistra e un’alternativa di progresso sociale, per avanzare in direzione del socialismo.
Per quali vie questo è possibile con una sproporzione di forze così marcata e in tempi di accelerata internazionalizzazione dei processi produttivi e dei rapporti sociali?
Non esistono risposte facili né “modelli” pronti all’uso per infrangere le enormi difficoltà e la complessità della situazione attuale. Di una cosa siamo certi: la via dell’alternativa e della rivoluzione è la via della classe operaia e delle masse organizzate nella lotta per la soddisfazione dei propri interessi e per la conquista del potere politico. È al tempo stesso la via della solidarietà e della cooperazione internazionalista tra comunisti, progressisti, lavoratori e popoli di tutto il mondo.
Il Pcp identifica nella sovranità nazionale una componente indispensabile della democrazia e nello Stato nazionale lo spazio privilegiato e imprescindibile della lotta di classe; gli obiettivi e la lotta sul piano nazionale esprimono una relazione dialettica con gli obiettivi e la lotta a livello internazionale.
La storia – e la storia del movimento operaio in particolare – dimostra che, pur con tutte le difficoltà, determinati processi possono evolvere, e anche molto rapidamente, con esiti favorevoli per la lotta progressista e rivoluzionaria; ma dimostra anche quanto sia pericoloso sottovalutare la capacità del capitale di difendere la propria egemonia e gli interessi di classe. Il processo che condurrà a un cambiamento radicale nei rapporti di forza mondiali sarà con tutta probabilità un processo lungo e complicato e assisterà a deflagrazioni politiche e sociali di grandi dimensioni in cui le classi dominanti metteranno in campo tutta la propria capacità di violenza. Per questo il voler circoscrivere l’azione alle strutture del sistema, disprezzando la realtà della lotta di classe e la concezione marxista-leninista dello Stato e del potere, può solo favorire l’attendismo e portare ad amare delusioni.
• La fase attuale, in termini generali, si può ancora considerare una fase di resistenza, di accumulazione di forze, che comporta azioni e lotte molto diversificate e copre un ventaglio molto ampio di rivendicazioni e di obiettivi.
Al tempo stesso il progresso dei processi di internazionalizzazione, di cooperazione e di integrazione e la stessa “globalizzazione” favoriscono una interdipendenza sempre più stretta tra le lotte dei lavoratori e dei popoli di tutto il mondo.
È dovere dei comunisti e dei rivoluzionari agire nel senso di estendere la dimensione internazionale e internazionalista del proprio intervento e cercare di far confluire in un ampio fronte anti-imperialista tutti quei settori sociali e politici, anche molto diversi tra loro, accomunati dalla lotta per la democrazia, per l’indipendenza nazionale, per la pace, per la conservazione dell’ambiente, per il progresso sociale e il socialismo.
Tenendo conto delle differenze e quindi della necessaria ripartizione dei compiti tra i popoli, è necessaria la creazione di un vasto fronte anti-imperialista e anti-neoliberista, unito sui seguenti obiettivi:
– la lotta contro i monopoli, le multinazionali e il capitale finanziario; contro la globalizzazione imperialista e le istanze politiche ed economiche al suo servizio, contro il sottosviluppo, lo sfruttamento, la povertà e la fame, contro la speculazione e la libera circolazione di capitali, per la canalizzazione delle risorse finalizzate allo sviluppo e agli investimenti produttivi, contro le privatizzazioni, per sistemi pubblici universali e gratuiti di salute, istruzione e sicurezza sociale, per la cancellazione del debito estero dei Paesi meno sviluppati, contro le vessazioni politiche ed economiche da parte dei Paesi più potenti;
– la lotta per la valorizzazione del lavoro e di chi lavora, contro la disoccupazione e per il lavoro con diritti e sicurezza garantiti, per pensioni e salari dignitosi, per i diritti sociali, in difesa delle organizzazioni sindacali e le rappresentanze dei lavoratori, per la riduzione dell’orario di lavoro senza perdita di salario e di contributi, in difesa delle agricolture nazionali e degli agricoltori;
– la lotta per una reale democrazia politica, sociale, economica e culturale, la lotta per una effettiva uguaglianza tra uomini e donne, la solidarietà internazionalista con i popoli in lotta per la libertà e l’autodeterminazione, o vittime di aggressioni esterne e di blocchi economici e commerciali, la lotta contro ogni manifestazione delle forze fasciste, razziste, xenofobe o oscurantiste;
– la lotta per un mondo di pace, contro l’escalation militarista e interventista dell’imperialismo, per lo scioglimento della Nato e di tutti i blocchi politico-militari, in difesa del sistema di trattati internazionali per il controllo delle armi e per il disarmo, contro la militarizzazione dello spazio e contro lo sviluppo di nuovi sistemi di armi, per l’interdizione e l’eliminazione delle armi nucleari e altre armi di distruzione di massa;
– la lotta in difesa del diritto internazionale vigente e della carta dell’Onu, in difesa della sovranità e indipendenza nazionali, per rapporti di cooperazione tra i Paesi con reciproci vantaggi e rispetto degli interessi nazionali, della sovranità e dell’integrità territoriale, per la difesa dell’Organizzazione delle Nazioni Unite;
– la lotta per uno sviluppo ecologicamente sostenibile. (…)
• È ovviamente auspicabile l’alleanza, sia pure limitata e temporanea, con le più ampie forze dei movimenti nazionali di liberazione, dei più rilevanti movimenti sociali e democratici e anche con settori della socialdemocrazia e con i “Verdi” del movimento ecologista. Ma nella strategia delle alleanze deve comunque prevalere il richiamo all’obiettivo fondamentale della lotta ai monopoli e alle loro creature: militarismo, guerra, “diritto d’ingerenza”. Gli strumenti della “globalizzazione” imperialista – Fmi, Bm, Omc, Ue, ecc. – non vanno “democratizzati” ma ristrutturati dalle fondamenta, in vista della riorganizzazione di tutto il sistema di rapporti internazionali, della costruzione di un nuovo e più equo ordine economico mondiale, di un nuovo assetto globale dell’informazione e di un sistema collettivo di sicurezza.
Le battaglie su obiettivi concreti, realizzabili all’interno del sistema esistente, non devono far perdere di vista la necessità di profonde trasformazioni economico-sociali possibili solo nella prospettiva del superamento rivoluzionario del capitalismo.
Dall’esperienza abbiamo tratto nuove lezioni sulle possibilità e sull’idea di socialismo, e abbiamo ricavato la conferma che questo rappresenta ogni giorno di più l’alternativa necessaria.
Dieci anni dopo la “caduta del muro”, è palese per tutti che il mondo non si è fatto né più sicuro né più democratico, né più giusto né più umano. Succede invece esattamente il contrario: il capitalismo non solo è incapace di risolvere i problemi dei popoli ma trascina indietro l’intera umanità sulla strada del progresso sociale e civile, sottoponendola a nuovi e tremendi pericoli.
E se è vero che il capitalismo sta dimostrando una incredibile capacità di adattamento e di recupero, è altrettanto vero che si dimostra incapace di eliminare le proprie contraddizioni, a partire da quella – fondamentale – che vede contrapposti il gigantesco sviluppo delle forze produttive e l’accresciuto carattere sociale della produzione, da un lato, e i rapporti di produzione sempre più concentrati nella proprietà privata, dall’altro. Il contrasto tra gli straordinari progressi nella conoscenza e il brutale aggravamento dei problemi sociali e umani, la cui soluzione oggi è alla portata dell’uomo, rivendica la necessità immediata del suo superamento attraverso la rivoluzione sociale e l’instaurazione del socialismo.
Il XX secolo è stato, è vero, un’epoca di grandi tragedie e immani sconvolgimenti, ma, pur con le sconfitte del socialismo e i pericoli incombenti che ci ha lasciato in eredità, rimane un periodo di grandi conquiste di libertà, impensabili senza il pensiero creativo e l’azione rivoluzionaria dei comunisti.

Unione europea e sovranità nazionale
• Negli ultimi quattro anni l’Unione Europea ha conosciuto cambiamenti significativi nella propria struttura organizzativa.
In Portogallo i partiti al governo hanno sempre difeso l’Unione Europea e gli indubbi vantaggi che essa avrebbe apportato alla società portoghese. Ma l’Ue non è se non lo strumento istituzionale modellato dal capitalismo europeo per imporre la propria egemonia sul continente e affermare una propria vitalità nel “confronto”, di dimensioni planetarie, con gli Stati Uniti e il Giappone. La “costruzione europea” ha pertanto una intrinseca fisionomia di classe, al servizio del grande capitale e delle grandi potenze europee. Persino la sua evoluzione recente porta i segni della sua natura di classe e di una rivitalizzazione conseguente alle sconfitte del socialismo nei Paesi dell’est. (…)
• Con il vertice di Amsterdam prende il via formalmente il processo di allargamento dell’Ue a Cipro, Malta e dieci Paesi dell’Europa centrale e orientale (oltre a rimettere in ballo la possibile adesione della Turchia). I negoziati sono attualmente in pieno fervore, multi e bilaterale nel quale di chiaro c’è, finora, solo la pesante intromissione nel diritto degli Stati e nella condizione dei popoli che essi rappresentano, dai quali si esigono (com’è successo per tutti i Paesi meno sviluppati dell’Unione, Portogallo compreso) le più dure rinunce, come l’affiliazione alla Nato e politiche di “aggiustamento strutturale” nello stile Fmi. Questo dettano la volontà di espansione del capitale europeo verso nuovi spazi economici e i propositi di egemonia economica e politica delle grandi potenze, Germania in testa. (…)
• Da tempo l’Unione Europea si è sostituita completamente agli Stati sovrani che la compongono e, oltre a determinarne la politica economica, a questi si sovrappone anche assumendo il ruolo di attore principale, se non unico, nei negoziati commerciali su scala mondiale. (…)
Il battage propagandistico e ideologico sul federalismo è l’ultimo passo, in ordine di tempo, verso lo stravolgimento della fisionomia originaria dell’Unione Europea. Da comunità di pari, l’Unione si trasforma ogni volta di più in organismo “a più velocità”: da un lato, pudicamente occultato dietro terminologie coniate ad arte come “centro di gravità” (Fischer) o “nucleo duro”, il sempiterno asse franco-tedesco, occasionalmente esteso a “cooperazioni rafforzate”, dall’altra tutti gli altri Paesi, i più piccoli. Questo processo trova la sua copertura ideologica negli stravolgimenti istituzionali e statutari ora all’ordine del giorno nell’Unione Europea: dall’elaborazione di una Costituzione europea alla riduzione del numero dei commissari e delle lingue di lavoro, allo sconvolgimento dei meccanismi che regolavano la rotazione nella presidenza e il perfezionamento delle decisioni comunitarie attraverso il voto dei Paesi membri.
Ancor più preoccupante appare l’accelerata militarizzazione dell’Unione Europea, che va di pari passo con l’attacco alle pretese di neutralità di alcuni Stati membri. L’elaborazione della Politica Europea di Difesa e Sicurezza Comune e la creazione di un esercito europeo (subordinato alla Nato) pronto a intervenire ove si reputi necessario sono tutti passi dello stesso processo.
Sullo sfondo si intravedono una politica economica neoliberista sempre più aggressiva e tentativi di affossamento del consolidato modello europeo di “stato sociale”. È emblematico a questo riguardo che si dichiari, nel cosiddetto vertice sulle politiche del lavoro svoltosi a marzo a Lisbona, la necessità di “accelerare la liberalizzazione in settori come il gas, l’elettricità, i servizi postali, i trasporti e l’aviazione commerciale”. (…)
• Ecco quindi come la “costruzione europea” si configura nella realtà dei fatti come la messa in atto di scelte d’impronta neoliberista in materia economica e sociale, come progetto federalista in materia politica e come conferma del ruolo di gendarme d’Europa, allineato agli interessi della Nato, sul piano militare. Si tratta di un unico disegno che alla fine non fa che confermare per l’Unione Europea il ruolo neo-colonialista di oppressore dei popoli in linea con la politica di sfruttamento portata avanti dall’imperialismo nordamericano. (…)
• La salvaguardia della sovranità nazionale è, per il Pcp, un valore fondamentale e una condizione irrinunciabile nella politica strategica del Paese. L’identità nazionale del Portogallo è frutto di un processo autonomo di otto secoli di storia, condensato degli interessi e delle aspirazioni del popolo portoghese e base indispensabile per il suo sviluppo futuro. Non la si può cedere in cambio della trasformazione del Paese in una regione qualsiasi di un qualunque “Stato federale” europeo e non si può prescindere da essa se si vuole realizzare un maturo e articolato progetto internazionalista, ove la cooperazione tra i popoli sia fondata sulla libera volontà di ciascuno di essi e su un principio di effettive parità e uguaglianza tra Paesi sovrani in Europa.(…)
Il Pcp ritiene che la difesa e la riaffermazione della sovranità nazionale esigono che sia sancita per ogni Paese la possibilità di recesso dagli accordi e dai trattati che reggono l’integrazione comunitaria. Allo stesso modo devono essere previste, per il necessario rispetto alla situazione reale di ogni popolo, clausole di eccezione per gli Stati che ne dichiarino la necessità. (…)
La difesa della sovranità e dell’indipendenza nazionali impongono al Pcp di combattere l’attuale indirizzo del processo di integrazione e di lottare per un nuovo orientamento dell’Unione Europea. Un nuovo orientamento che, rifiutando l’idea federalista, si pone l’obbiettivo di una Europa basata su una cooperazione democratica e trasparente, nel totale rispetto della sovranità, degli interessi, dei valori e delle specificità di ogni Stato. (…)

Principi e obiettivi essenziali
• (…) Il Partito Comunista portoghese è un partito del e per il XXI secolo. Indispensabile e insostituibile per i lavoratori, il popolo e il Paese, rivendica la propria identità, sancita nel Programma e negli Statuti, sulla base delle seguenti caratteristiche:
– l’obiettivo della costruzione del socialismo e del comunismo, per una società nuova, libera dallo sfruttamento dell’uomo sull’uomo, da discriminazioni, disuguaglianze, ingiustizie e dai flagelli sociali del capitalismo, basata sulla democrazia politica, economica, sociale e culturale, sull’intervento permanente e creativo delle masse popolari;
– la natura di classe, di partito e avanguardia della classe operaia e di tutti i lavoratori, indipendente dall’influenza, dagli interessi, dall’ideologia e dalla politica delle forze del capitale;
– la base teorica, il marxismo-leninismo, concezione materialistica e dialettica del mondo, strumento di analisi della realtà, guida per l’azione, ideologia critica e trasformatrice, che attinge dall’esperienza per il suo incessante arricchimento e rinnovamento e stigmatizza allo stesso modo ogni dogmatismo e ogni revisionismo;
– la struttura organizzativa che, ispirata a una applicazione creativa del centralismo democratico, si fonda sulla democrazia interna, un unico orientamento generale e un’unica direzione centrale. (…)
È necessario attribuire maggiore importanza alla formazione politica e ideologica dei quadri e dei membri del partito in generale, attraverso la valorizzazione della Scuola di partito, l’impegno per aumentare il numero dei compagni nella frequenza dei corsi, l’approfondimento dei contenuti e l’appoggio dal centro alle iniziative di formazione promosse dagli organismi locali e di base del Partito. (…)

Rafforzare l’organizzazione nei luoghi di lavoro
• (…) Il numero degli iscritti calcolato nel rendiconto di bilancio del 1999 è di 131.000. (…)
La maggioranza degli iscritti sono operai (52,8%) e impiegati (21,2%). Sono in leggera crescita tra gli iscritti studenti, intellettuali, quadri tecnici, lavoratori delle piccole e medie imprese. La presenza operaia è in lieve diminuzione, ciò che chiama in causa la capacità di lavoro del partito nelle fabbriche.
Benché in crescita, la partecipazione delle donne è ancora bassa, rappresentando il 24,9% degli iscritti, con significative differenze tra zona e zona (con punte, in alcuni casi, del 31,2%). Negli ultimi anni le donne hanno fornito il 29% delle nuove adesioni al partito. (…)
Il numero degli organismi di partito sale a 2.740, con una crescita comunque diseguale tra organismo e organismo. (…)
Le maggiori carenze si riscontrano a livello di organismi di fabbrica e nei luoghi di lavoro, che rappresentano appena il 20% del totale. (…)
• Il XVI Congresso, tenuto conto delle esigenze espresse nel partito e con lo scopo di superare le insufficienze e le strozzature rilevate, indica come principale linea di lavoro per il rafforzamento dell’organizzazione una vasta azione per rafforzare la presenza e l’intervento del partito nelle imprese e luoghi di lavoro, assieme alla classe operaia e ai lavoratori in generale. (…)
Il raggiungimento di questo obiettivo deve essere preoccupazione costante di tutti gli organismi e i quadri del partito, nella consapevolezza che può essere possibile solo attraverso la mobilitazione coordinata di tutte le forze del partito. (…)
Un compito del genere impone, oltre che uno sforzo del partito nel suo complesso, anche la costituzione di organismi adeguati per settori e imprese e la creazione di mezzi adeguati, tra i quali il distacco di quadri e funzionari con compiti specifici. (…)
Il XVI Congresso impegna il partito per la messa in atto di un piano rivolto al rafforzamento della presenza e dell’organizzazione del partito nei luoghi di lavoro e stabilisce l’obiettivo nazionale della presenza nelle fabbriche e nelle imprese con più di mille lavoratori e in tutte le altre realtà, regionali o di categoria, che richiedano per la loro importanza strategica il radicamento del partito. (…)

Attività internazionale del Pcp
• Partito patriottico e internazionalista, il Pcp è consapevole da sempre delle sue responsabilità sul piano internazionale e si impegna perciò per il rafforzamento dei vincoli di amicizia, cooperazione e solidarietà con i comunisti e con tutte le forze progressiste e di sinistra degli altri Paesi, per una azione comune e coordinata delle forze anti-imperialiste. (…)
Occorre agire per il potenziamento dei rapporti bilaterali e multilaterali con gli altri partiti comunisti e per il rafforzamento e l’affermazione del movimento comunista e rivoluzionario.
È necessario consolidare i rapporti di vario tipo che il partito ha con numerose forze politiche e sociali al di fuori del Paese e stabilire relazioni con le nuove forze – di natura democratica, progressista e anti-imperialista – attive in Europa e nel mondo.

Traduzione di Luciano Marasca