Il punto di vista della Resistenza irachena

*Sociologo, già dirigente del Partito comunista iracheno, attualmente è tra i maggiori esponenti del Comitato internazionale di sostegno alla Resistenza irachena. Con questo articolo Subhi Toma inizia la sua collaborazione a l’ernesto

LA REALTÀ DELLA LOTTA DI RESISTENZA IRACHENA ALL’OCCUPAZIONE E L’APPOGGIO DELLA POPOLAZIONE. LA VIOLENTA REAZIONE AMERICANA E IL BAGNO DI SANGUE DI FALLUJA.

Le informazioni sulla situazione in Irak trasmesse dalle agenzia stampa internazionali si limitano ai comunicati ufficiali della Coalizione e del governo da essa nominato. Tuttavia, i gruppi di resistenti cominciano a coordinarsi e a comunicare fuori dall’Irak tramite propri portavoce. Subhi Toma, uscito dal partito comunista iracheno perché in dissenso con le sue politiche subordinate agli interessi USA, pubblica un bollettino sulla situazione per conto del Comitato internazionale di sostegno alla Resistenza irachena.

I responsabili dell’esercito americano stesso confermano il sostegno di massa da parte del popolo iracheno alla resistenza contro l’occupazione. Secondo informazioni ottenute dall’Associated Press (AP) presso i responsabili militari americani, “gli insorti sarebbero almeno 20.000”, comprendendo “i combattenti a tempo parziale” (dispaccio AP del 9 giugno 2004). Altre fonti, quali iraq4allnews.dk e il network statunitense ABC, avanzano la cifra di 50.000 combattenti.
I militanti impegnati nei ranghi della lotta armata che operano sull’intero territorio nazionale appartengono a tutte le componenti della società irachena (sunniti, sciiti, kurdi e membri di altre minoranze), e rappresentano tutte le correnti politiche ed ideologiche che hanno per obiettivo comune la cacciata degli invasori, il ripristino della sovranità e dell’integrità del paese e la promozione di un regime repubblicano pluralista e secolarizzato.
Va detto che le ‘spettacolari’ azioni terroristiche condotte da gruppi (manipolati dai diversi servizi di sicurezza) che rivendicano l’appartenenza alla resistenza o che agiscono in nome dell’Islam, sono costantemente condannate dalla resistenza. Di fatto, le azioni condotte da questi gruppi mafiosi non riguardano unicamente gli occidentali ma pure agli iracheni, che ne soffrono per primi (assassinii, furti, violenze, rapimenti finalizzati al riscatto), e questo accade a partire dall’entrata delle truppe d’occupazione nel paese.
Il clima d’insicurezza così provocato e incoraggiato dai servizi segreti, è evidentemente sfruttato dall’amministrazioni Bush per giustificare la guerra contro l’Irak in nome della lotta contro il terrorismo. Inoltre, tali gruppi sono all’origine degli attentati commessi contro le moschee, i capi religiosi delle comunità sciite e sunnite o i membri della comunità cristiana, al fine di provocare scontri interetnici e fra religioni.
Tuttavia tutti i tentativi messi in atto dai colonialisti per dividere le forze popolari non intaccano la maturità politica della resistenza patriottica. Di fatto, lo scoppio della lotta armata nella zona sciita da parte di Al- Sader ha favorito il clima di fraternizzazione fra i combattenti. Il coinvolgimento di massa degli sciiti nella resistenza costituisce ormai un fattore determinante per una maggiore unità fra le diverse comunità, e questo indipendentemente delle posizioni future di Al-Sader.
Anche se esistono sempre rischi di manipolazione dei notabili sciiti per mezzo dei servizi iraniani e kuwaitiani, constatiamo una notevole diminuzione dell’influenza di questi due regimi nei confronti dell’ Irak. È il caso pure del regime giordano, sospettato d’essere dietro gruppi come quello di Al Zarkawi. In seno alla stessa resistenza si nutrono d’altronde molti interrogativi sulla reale esistenza di tale personaggio.
La formidabile campagna di disinformazione organizzata dagli Stati Uniti e dalla Gran Bretagna per giustificare la guerra continua tuttora, cercando di discreditare la resistenza patriottica. Ma la resistenza del popolo iracheno è riuscita a sfondare il muro di menzogne, e malgrado il clima d’insicurezza il 92% degli iracheni sono ormai ostili alla presenza delle truppe straniere. Il massiccio sostegno dato dalla po-polazione alla resistenza dimostra ogni giorno la propria efficacia.
Le operazioni di guerriglia condotte contro gli occupanti e i loro alleati locali sono in aumento dal nord al sud del paese, e da 30 a 40 attacchi vengono organizzati ogni giorno. Oltre alle notevoli perdite inflitte dalla guerriglia alle truppe di occupazione, quello cui assistiamo rappresenta lo scacco della strategia della guerra preventiva voluta dall’amministrazione Bush. I risultati di un’inchiesta condotta in proposito fra alcuni degli maggiori responsabili dell’esercito statunitense, pubblicati lo scorso 9 giugno dal giornale giordano Al Dustur, finiscono col confermare queste previsioni: “Dopo 15 mesi di occupazione dell’Irak, le nostre truppe si scontrano con una resistenza imprevedibile. Le nostre perdite sono importanti, e dobbiamo dunque riesaminare la nostra strategia d’impiego delle truppe di terra. Il numero delle vittime fra i nostri soldati ha raggiunto la cifra di 12.000 morti e feriti causati dalla resistenza. Questa situazione secondo gli esperti dell’esercito è paragonabile a quella del Vietnam”.
Secondo la medesima inchiesta, il 16% dei soldati in attività in Irak soffre di turbe psicologiche, e il 28% dei soldati recentemente rientrati dall’Irak riconosce d’aver causato la morte di almeno un civile in questo paese. Gli esperti citati in questa inchiesta si trovano d’accordo nel dire che il patriottismo iracheno ha dimostrato che l’America non deve più ricorrere a guerre simili a quella dell’Irak.

L’ORRORE DI FALLUJA

L’ambasciatore statunitense a Bagdad Négroponte ha dichiarato il 18 novembre scorso alla televisione Al Arabia che la battaglia di Falluja servirà da lezione per tutti coloro che intendono di opporsi alla politica americana in Irak. I crimini perpetrati in questa città mostrano dunque la determinazione americana a sottomettere la popolazione irachena alla volontà del l’occupante, e questo a prezzo di massacri.
Questo messaggio ricorda quello lanciato dall’amministrazione del presidente repubblicano William McKinley durante l’occupazione delle Filippine nel 1898 da parte degli Stati Uniti. Uno dei membri del Congresso americano dichiarava a quei tempi: “I nostri soldati hanno ucciso ogni uomo, ogni donna, ogni prigioniero con più di dieci anni di età affinché non rimanga più un solo filippino in grado d’opporsi alla nostra presenza in questo paese”.
Il piano Phoenix lanciato in Vietnam negli anni sessanta per venire a capo della resistenza è tuttora un esempio della crudeltà dispiegata dai militari americani, tradottasi nell’esecuzione sommaria di prigionieri e civili al fine di terrorizzare la popolazione, nel più totale disprezzo delle leggi e delle convenzioni internazionali sulla protezione delle popolazioni civili. L’attacco contro la città di Falluja s’inscrive dunque nelle tradizioni dell’esercito americano nei paesi occupati: né leggi né convenzioni vengono rispettate. Infatti a Falluja la lista delle violazioni dei diritti è lunga: uso d’armi di guerra pesanti contro una città, bombardamenti su una città non ospitante né basi né obiettivi militari, divieto di portare soccorso ai feriti civili e militari, privazione di qualsiasi aiuto alimentare agli abitanti, premeditata privazione di acqua e di elettricità alla popolazione intralcio al soccorso della popolazione assediata da parte di personale medico e di ONG. interdizione alla presenza in città di osservatori solitamente adibiti alla sorveglianza del rispetto delle convenzioni internazionali nel quadro di un’operazione militare, divieto della presenza di corrispondenti della stampa, violazione dello spazio sacro dei luoghi di culto.
Ecco il bilancio delle troppe americane a Falluja.
L’attacco contro la città di Falluja scatenato dagli eserciti americano e britannico dimostra l’accanimento criminale dell’amministrazione Bush, frustrata a causa dell’eroica resistenza di cui dà prova la popolazione irachena. Lo scorso 6 ottobre più di 12.000 soldati, centinaia di carri d’assalto, cannoni, elicotteri da combattimento e bombardieri sono stati lanciati contro una piccola città di non più di 300.000 abitanti, già martirizzata dalle battaglie dell’aprile scorso e da incessanti bombardamenti nel corso degli ultimi otto mesi.
Il piano d’attacco è stato minuziosamente pianificato. Prevedeva un accerchiamento della città nel corso di più settimane e poi la dichiarazione dello stato d’emergenza, allo scopo d’impedire ai media di rendere conto dei crimini di guerra e dell’uso di armi proibite. Tale dispositivo ha permesso alle truppe d’occupazione di perpetrare, nella completa impunità, un massacro contro la popolazione civile.
Le informazioni riferite dagli abitanti in fuga dai combattimenti testimoniano un bilancio catastrofico. Cadaveri disseminati da più giorni per le strade, e ospedali bombardati sin dall’inizio delle operazioni militari. La maggior parte del personale medico è stata uccisa o è intrappolata sotto le macerie. I pochi medici sopravvissuti hanno lanciato appelli di soccorso per aiutare i feriti gravi. 17 medici giunti da Bagdad per portare medicinali e per prodigare cure sono stati uccisi al loro ingresso in città. I militari americani hanno impedito ai volontari della Croce rossa di portare il pur minimo aiuto alla popolazione.
Dopo nove giorni di battaglia, lo Stato maggiore dell’esercito americano ha annunciato la morte in combattimento di 1.600 iracheni e di decine di stranieri, senza tuttavia aver potuto mettere le mani sul famoso Zarkaoui.
I massicci bombardamenti hanno distrutto più di 6.000 abitazioni. Numerosi edifici pubblici, alcuni ospedali e moschee sono stati rasi al suolo. Secondo alcuni testimoni, l’utilizzo in combattimento di gas e di armi proibite da parte delle truppe inviate da Bush ha provocato casi d’isteria mortale: le vittime erano prese da sussulti e si rotolavano per terra sino alla morte.
Migliaia di famiglie sono state costrette alla fuga dalla città per sfuggire alla morte, ma decine di migliaia di altre, prese in trappola, soffrono per la mancanza di cibo, di acqua, di elettricità e di cure. Le scene di esecuzioni sommarie di prigionieri iracheni sono state, ancora una volta, la prova della barbarie dei soldati americani e del loro disprezzo delle convenzioni internazionali e delle leggi di guerra. L’attacco contro Falluja è stato un atto di guerra contro la popolazione irachena, quella stessa che era stata presentata come felice d’essere stata liberata dal regime di Saddam grazie all’amorevole intervento della coalizione di forze.
L’attacco contro Falluja ha devastato un’intera città e intrappolato la sua popolazione. Non sarà tuttavia una nuova Guernica, perché davanti a tanto orrore la resistenza degli iracheni, invece di spegnersi, non farà che amplificarsi.
Dopo aver mentito sulle armi di distruzione di massa e sui supposti legami del regime iracheno con la rete di Al Qaeda, dopo aver distrutto lo Stato iracheno, causato la morte di 100.000 civili, praticato torture e sevizie nella prigione di Abou Greb e infine rifiutato di prendere atto dello scacco dei suoi progetti d’instaurazione della democrazia in Irak, cosa potrà ancora fare G.W. Bush? Potrà forse far leva su questa miserabile vittoria per proseguire la sua criminale politica contro la trentina di città che ancora sfuggono al suo controllo?
Oppure ammetterà finalmente la necessità di ritirare le sue truppe dal ginepraio iracheno?
Il 18 novembre il New York Times ha pubblicato un documento confidenziale dei servizi segreti dei Marines, secondo il quale la resistenza irachena sarebbe in grado di riprendere Falluja e di mettere sotto scacco l’organizzazione delle elezioni previste per il gennaio 2005. Va comunque sottolineato che, quand’anche queste elezioni sotto tutela americana avessero luogo, esse non porterebbero al popolo iracheno l’avvento di un regime autenticamente democratico, ma piuttosto un regime islamista e pro-iraniano.