Il programma de l’ernesto

l’ernesto è la rivista che con coerenza e determinazione si è battuta in questi lunghi anni per contrastare la deriva all’interno del PRC, che la lunga egemonia di Fausto Bertinotti e di quel complesso di teorizzazioni e di pratiche politiche che si può chiamare “bertinottismo” tendeva a trasformare in un partito acomunista e per diversi aspetti, quali la cesura netta con tutta l’esperienza storica del movimento comunista internazionale del ‘900, anticomunista.
Nel panorama delle riviste di ispirazione marxista e comunista in Italia l’ernesto è stata ed è la rivista che forse più di ogni altra ha saputo informare con attenzione critica sulle questioni internazionali, fornendo importanti strumenti di analisi teorico-politica sull’imperialismo contemporaneo (combattendo contro la teoria negriana dell’impero, che tanto spazio ricevette nel PRC), nonché, grazie anche ai suoi vasti legami internazionalisti, sulle posizioni e la situazione dei partiti comunisti e dei movimenti antimperialisti e di emancipazione sociale nel mondo. E grazie a questo, l’ernesto non ha mai guardato provincialisticamente al solo cortile di casa. Il suo osservatorio privilegiato è stato quello che Gramsci chiamava “il mondo grande e terribile”, l’approccio de l’ernesto, proprio in quanto comunista, non si è mai rinchiuso tra le mura domestiche, senza guardare al di là del proprio naso. l’ernesto si è sempre sentito parte del vasto movimento comunista mondiale, quel movimento che, nonostante tutto, ha continuato a vivere e svilupparsi dopo la sconfitta epocale segnata dalle controrivoluzioni del 1989-91 in URSS e nei paesi dell’Europa centro-orientale, e che a tale sconfitta ha saputo reagire, iniziando, con la grammatica e la sintassi del marxismo, un’analisi della sconfitta e ponendosi la questione fondamentale della strategia comunista per il XXI secolo.
Se guardiamo le numerose conferenze internazionaliste promosse in questi anni dai partiti comunisti in Europa, Asia, America Latina, da Atene a San Paolo del Brasile, da Lisbona all’Avana, da Minsk a Delhi, vediamo che progressivamente si esce dalla fase “resistenziale” immediatamente successiva al 1989-91, quando l’ossessiva campagna ideologica dell’imperialismo momentaneamente vincitore nella guerra fredda dichiarava definitivamente fallito il comunismo, e si comincia a porre la questione di una strategia comune di lotta e di trasformazione della società. La recente Conferenza in India (20-22 novembre), dove 57 delegazioni di partiti comunisti (tra cui il Prc e il Pdci) hanno discusso sulla “crisi internazionale del capitalismo, la lotta dei lavoratori e dei popoli, le alternative e il ruolo del movimento comunista e della classe operaia”, segna un ulteriore salto di qualità. La dichiarazione congiunta invita i partiti comunisti e operai nei loro rispettivi paesi a lanciare grandi lotte contro il sistema capitalista “per un’occupazione stabile a tempo pieno, per un sistema sanitario esclusivamente pubblico e gratuito per tutti, per l’istruzione ed il benessere sociale, contro la disuguaglianza di genere ed il razzismo e per la tutela dei diritti di tutti i lavoratori inclusi i giovani, le donne, i lavoratori migranti ed appartenenti a minoranze etniche e nazionali”. Il fatto che nelle recenti elezioni in Europa i partiti comunisti con una forte struttura politica e ideologica come il KKE e il PCP mantengano o accrescano il consenso popolare è un altro positivo segnale.
l’ernesto è la rivista che ha voluto e saputo guardare e informare sulla resistenza e ripresa del movimento comunista nel mondo, l’ernesto si sente organicamente parte di questo movimento, e grazie a questo respiro mondiale, ha potuto resistere all’ondata anticomunista e farsi promotore del progetto politico di unificazione dei comunisti nel nostro paese per costruire anche qui un partito comunista degno di questo nome, all’altezza delle terribili sfide del XXI secolo, del mondo post 1989, globalizzato dal mercato capitalistico, e in preda oggi alla più grave crisi dopo quella degli anni ‘30, di una crisi che rivela il declino del capitalismo USA e un mutamento in atto nei rapporti di forza tra le potenze mondiali, che potrebbe essere foriero di scosse telluriche impensabili.
A 20 anni dall’89 – quando, insieme con la caduta del muro di Berlino, si accelerava la demolizione del PCI, che avrebbe portato non solo alla scomparsa di una grande forza organizzata, ma anche allo stravolgimento della Costituzione repubblicana (alla stesura della quale i comunisti avevano dato un contributo importante) con l’abolizione del sistema elettorale proporzionale in nome della governabilità e del bipolarismo – non si tratta più di “elaborare il lutto” per la sconfitta subita (fermo restando il compito dell’analisi rigorosa degli errori del movimento comunista che condussero alla sconfitta, per apprendere da essi), ma di costruire, riunificando le forze comuniste, liberandosi da particolarismi localistici e logiche da piccola bottega. Lo si può e lo si deve, se si leva lo sguardo oltre il recinto particolaristico nazionale in cui si è rinchiusi e si ritrova la connessione politica con il movimento comunista mondiale.
Siamo convintamente e profondamente internazionalisti. Essere internazionalisti non significa abbandonare la lotta sul terreno nazionale, ben il contrario. Si può essere coerentemente internazionalisti solo se si lotta bene nel proprio paese. E lottare, da comunisti, non si può se non si ha una linea politica, una strategia, un programma. E non si può elaborare nessuna strategia se non si conosce il terreno in cui si opera. Per troppo tempo nel nostro paese l’attività teorica di analisi delle classi, della struttura economica della società, non è stata patrimonio dei gruppi dirigenti dei partiti comunisti. Vi è stata scissione tra attività teorica di gruppi intellettuali marxisti e pratica politica, che l’ha ampiamente ignorata. Ma senza pratica politica anche il lavoro di analisi è monco, si priva della verifica sul campo, dell’inchiesta operaia nel lavoro di massa. E, soprattutto, l’analisi rimane “astratta”, non si traduce in programma di azione politica.
Riteniamo che una delle ragioni della catastrofe elettorale della primavera 2008 risieda proprio in questa scissione che riduce la nobile arte della politica in “politicismo”, in separatezza dei “politici”, del loro agire, del loro linguaggio, dalle masse.
La costruzione di un partito comunista che riunifichi i comunisti, richiede una strategia e un programma politico. Occorre riprendere lo studio e la conoscenza del nostro paese. Uno studio che non sia fine a sé, ma sappia tradursi in programma politico.
l’ernesto è una rivista comunista. In quanto comunista, si potrebbe dire con Marx che niente di umano le è estraneo. In quanto comunista, si propone di abolire lo stato di cose presente, si propone il superamento (Aufhebung) del capitalismo. Il che significa che si propone un’analisi teorica a tutto campo e in tutti i campi, mirando a tradurla in indicazioni di linea politica. (Ma ciò non significa certo, si badi, rendere la teoria “ancella” della politica: sarebbe esiziale e deleterio).
Se vogliamo riprendere il lavoro dei comunisti, quei comunisti che erano stati abituati da una grande scuola politica a saper intervenire in ogni piega della società, a saper “fare politica” tra le masse, che non è la declamazione dei grandi ideali di cui ogni comunista che sia tale è portatore, né lo stare alla coda di qualsiasi movimento, ma è la capacità -difficile a farsi – di intervenire spostando a proprio favore i rapporti di forza, indicando l’“obiettivo intermedio” più appropriato a tale scopo. I comunisti non sono retori parolai, né anarco-sindacalisti e movimentisti (i due vizi del Partito socialista italiano di primo novecento stigmatizzati da Gramsci). Non sono una setta di nostalgici, né dei semplici “ribelli”, né utopici sognatori, anche se l’indignazione e la ribellione di fronte alle ingiustizie del mondo e l’aspirazione al mondo nuovo della futura umanità sono un elemento fondante per chi sceglie di diventare comunista. I comunisti fanno politica nella situazione data, determinata dai rapporti di forza esistenti, non per “adattarsi” e convivere con essi (questo è l’opportunismo), ma per cambiarla. Analisi concreta della situazione concreta, raccomandava Lenin.

l’ernesto – rivista comunista, rivista politica – continuando e sviluppando l’informazione internazionalista, si propone di contribuire a colmare questo vuoto, si propone di contribuire all’analisi della società italiana perché si traduca in programma e quindi in azione politica, in quanto lavoro indispensabile per la ricostruzione comunista. Che non si fa solo né essenzialmente in nome di un simbolo, una bandiera, un mito, né solo unificando gruppi dirigenti e apparati (anche se ciò non è affatto secondario per la costruzione del partito), ma attraverso un duro lavoro, che non può eludere anche l’altro nodo fondamentale, che è quello di fare i conti con la propria storia, intesa come storia del movimento comunista mondiale, da indagare e ricostruire in modo anche spietatamente critico, ma rimanendo saldamente ancorati al punto di vista comunista, che guarda al grande patrimonio di esperienze e di lotte del comunismo del ‘900 come, per l’appunto nostra storia, di uomini in carne e ossa mossi nel loro agire dalla grande e durevole passione di una società di liberi ed eguali.

Per questo lavoro di studio e analisi delle classi e dei mutamenti della struttura economica della società, oltre che delle radici storiche e delle prospettive del movimento operaio, supporto indispensabile, come si è detto, alla costruzione del partito comunista del XXI secolo, sta nascendo l’associazione “Marx21°”, fondata da comunisti del Pdci, del PRC e senza partito, alla costruzione della quale i compagni de l’ernesto sono fortemente e vivamente impegnati.