Il processo rifondativo e la “signoria del denaro”

Da tempo penso che il marxismo non offra un paradigma adeguato a comprendere un mondo la cui realtà fondamentale è iscritta nelle due frasi correlate: “La Terra è diventata una” “La Terra è posta sotto minaccia”.
Sono quindi contento che finalmente il partito in cui milito ormai da anni, affronti coraggiosamente la necessità di una rifondazione della teoria e della pratica del movimento comunista, tentando una vera e propria rivoluzione teorica. Mi stupisce anzi il fatto che tali tesi siano state accolte a così grande maggioranza dal corpo del partito, la cui pratica, non bisogna nasconderlo, non è poi così lontana da quella di un partito tradizionale. Ho provato infatti un certo disagio nel percorso congressuale, che spesso si è svolto secondo il seguente schema: “Condivido le tesi di maggioranza. Adesso passiamo ad altro… cioè alla politica locale e alla vita interna del partito”. Già questo è un indice abbastanza evidente di una certa idea per la quale la teoria è cosa da intellettuali e la politica vera è un’altra cosa; idea già presente nel vecchio PCI, per come lo ho conosciuto negli anni settanta, e che poi è degenerata nella cultura politica degli anni ottanta e novanta per la quale la teoria era mera ideologia. D’altra parte è anche vero che il corpo del partito, che dalla sua fondazione e a discapito del nome, ha sempre evitato di affrontare i nodi della crisi del movimento comunista, si è trovato a dover “decidere” in un congresso questioni di teoria che, per divenire dibattito vero di un soggetto collettivo, avrebbero richiesto un percorso ben più lungo di quello che i tempi di un congresso ammettono. Anche in questo siamo risultati succubi di una struttura del tempo in cui le scelte si presentano sempre come non rinviabili (emergenza) ed in cui i soggetti sono privati del tempo necessario, per natura della cosa stessa, a costruire un percorso che sia di autotrasformazione e non di tipo decisorio-referendario. Così per molti compagni il congresso è stato anzitutto il luogo di un forte disagio di fronte a tesi congressuali che chiedevano di scegliere tra due ipotesi altrettanto insoddisfacenti: da un lato una riproposizione sostanzialmente dottrinaria del marxismo rivoluzionario e dall’altro la presentazione di una ideologia (marxianamente falsa coscienza) del movimento, che saltava l’analisi determinata delle forme del potere, del ruolo delle istituzioni statuali e delle connesse istituzioni sopranazionali, e specialmente dei modi di produzione e di come chi si autodefinisce comunista debba porsi di fronte a tutti questi nodi.
I contenuti della rivoluzione teorica assunta dalla maggioranza del partito. mi suscitano alcune perplessità che intendo sottolineare, convinto come sono che sui nodi fondamentali occorrerà tornare, articolando un dibattito collettivo che non si cristallizzi secondo logiche di appartenenza. Mi sembra che le tesi di maggioranza, seppure implicitamente, siano attraversate da un luogo comune che, con formulazioni diverse e spesso opposte, ha pervaso il dibattito teorico-politico nella sinistra degli ultimi venti anni. Esso consiste nella rappresentazione della società come di un sistema composto da due sottosistemi distinti: da un lato la “società politica”, o meglio la sua scena, con i soggetti che in essa si rappresentano, e dall’altro la “società sociale”, ma altri la intendono “civile”, con i suoi e ben distinti soggetti “sociali” o “civili”. In questo quadro Rifondazione, a partire dall’analisi strategica su cui ha fondato la rottura con il governo Prodi, sceglie senza riserva il sociale, “fondamento” della “politica”, sua mera rappresentazione. Al più, considerato che Rifondazione è pur sempre un partito, con una sua rappresentanza istituzionale (aspetto non secondario della sua realtà, indipendentemente da una certa ipocrisia in merito), Rifondazione decide di essere il rappresentante dei soggetti sociali nella scena della politica.
Sulla base di questo “luogo comune”, in senso proprio una “ideologia” cioè una rappresentazione immaginaria di sé, viene operato un recupero di parti importanti del pensiero di Marx, troppo spesso rimaste in ombra nella tradizione comunista, o almeno della sua componente maggioritaria.
Mi sembra però che questa operazione teorica lasci sullo sfondo la questione che marxianamente è la questione fondamentale e che quindi ha titolo ad essere mantenuta in primo piano. Mi riferisco alla signoria del denaro. Ed infatti se, come credo, la questione fondamentale, il punto teorico che non può essere scavalcato, è quello della signoria del denaro come capitale, se questo è il nodo, allora un partito non può sottrarsi a tentare analisi determinate su come contrastare, limitare o sopprimere tale signoria, ed in ogni caso non può esimersi dal dichiarare se e quale di questi tre distinti obiettivi costituisca il suo obiettivo finale e quale il suo obiettivo di fase.

A partire da questo punto centrale si snodano alcune questioni per le quali il livello di analisi dei documenti congressuali mi sembra fortemente inadeguato. Ne cito soltanto due:

Lo Stato, con i connessi livelli istituzionali locali e sopranazionali, su cui le tesi mi sembra che “corrano” in modo francamente superficiale. Infatti non costituisce analisi, né descrittiva né programmatica, la semplice rappresentazione fenomenologia dei processi di riduzione della sovranità nazionale a seguito della “globalizzazione”. Tale omissione analitica non è casuale: la distorsione del campo visivo, operata dall’ideologia che legittimerebbe la “scelta dei soggetti sociali”, impedisce di vedere la funzione di organizzatore sociale realizzata dalla Stato, e quindi la non realtà della separazione fra sfera politica e sfera sociale (o civile). La questione dello Stato, per altro, definisce un campo di discorso che va dal piano dei modi di produzione (quali rapporti sociali si danno in un processo in cui la forza lavoro, acquistata al mercato, è utilizzata non per valorizzare capitale, producendo beni e servizi nella forma sociale di merci, ma per produrre beni e servizi la cui appropriazione avviene nella forma sociale di “diritti”?), a quello delle priorità politiche (che ruolo ha l’obiettivo di una Unione europea come luogo di esercizio di una sovranità democratica, senza una sua costituzione di tipo sostanzialmente statuale?).

La Transizione, rispetto alla quale anzitutto occorre dichiarare se si prevede e si auspica una transizione verso una società in cui il denaro non sia il medium della sintesi sociale. Infatti la semplice autodefinizione di “antagonisti” non implica per nulla l’idea di un oltrepassamento della società capitalistica, rispetto alla quale ci si può porre come soggetti di una permanente ed infinita conflittualità e/o estraneazione da erranza, entrambe interne alla società dominata dalla sintesi sociale operata dal denaro, che si assume come non oltrepassabile, ma che si può solo molecolarmente disarticolare (ambedue le ipotesi non possono non ricordare la cattiva infinità hegeliana, ripresa da Marx nella analisi dell’essere privo-di-misura del denaro-capitale). Se invece ad una transizione si pensa, non si può sfuggire dalla ricerca della identificazione dei passaggi intermedi, rispetto ai quali misurare le politiche concrete e i contenuti programmatici su cui di volta in volta ci si confronta con i propri interlocutori tanto politico-istituzionali che “di movimento”. Tutto ciò a partire dalla definizione o meno della nostra epoca (quale?) come epoca di transizione.

Questo mio invito a sviluppare analisi determinate non significa negare che sia necessario mescolarsi con tutti coloro che si oppongono allo stato di cose esistente, senza alcuna presunzione di portare la linea. Al contrario: non ci si può esimere dal costruire analisi politiche determinate e dall’elaborare contenuti programmatici e non solo piattaforme elettorali perché in mancanza di tali contenuti la presenza nel movimento è volta unicamente, se ne abbia consapevolezza o meno, all’acquisizione di un consenso da spendere sulla scena politica e massmediale. Infatti è solo l’assunzione della dignità del proprio discorso che rende vera, e come tale intesa dall’altro, la comunicazione che riconosce pari valore al discorso dell’altro con cui si entra in rapporto. La comunicazione modifica i soggetti che la esercitano se ed in quanto nella relazione il contenuto comunicativo è denso, e attraverso la sua pregnanza e determinatezza il medium dialogico acquista il valore di discorso volto al bene comune e non alla conquista di postazioni di supremazia.
È proprio questa capacità di rimanere al merito dei contenuti determinati, e non l’ideologia (falsa coscienza) movimentista, che fonda nella pratica la necessità di superare l’idea di un partito che si (auto)pone come “dirigente” rispetto ad altri soggetti, secondo il modello della terza internazionale, ma anche della tradizione socialdemocratica (altro discorso andrebbe fatto sull’idea leniniana – non leninista – del partito che, del tutto laicamente, non aveva alcuna pretesa egemonica o educativa, ma come soggetto consapevole della impossibilità di intervenire illuministicamente sui profondi processi di trasformazione delle coscienze e di costituzione delle soggettività, concentrava la propria azione nella lettura del tempo, kairos, e dei suoi segni; ma di questa costellazione di significanti – congiuntura, crisi, coscienza, sapere – e della loro determinatezza, come di tante altre, occorrerebbe fare patrimonio il corpo di questo nostro partito).
Da quanto sopra esposto, risulta come sia per me fondamentale la capacità di costruire una diversa modalità dell’agire politico. Per far ciò è necessario far crescere la capacità di dibattito, cioè di relazione dialogica, all’interno di questo corpo (non a caso uso questo termine); è necessario, ma è possibile solo liberandosi dalle logiche che in esso strutturano le relazioni fra soggetti, sia al suo interno che al suo esterno, a partire dalla logica di appartenenza (fino alla sua estremizzazione che semplifica tutte le relazioni, riconoscendo unicamente quelle derivanti dalla coppia amico/nemico).
Perché ciò avvenga è necessario avere il coraggio di riformare radicalmente i modi strutturali di funzionamento del partito, smontando e diversamente rimontandone la forma, a partire dai circoli territoriali che oggi funzionano come gabbie chiuse, escluse dai reali processi comunicativi e decisionali, eredi di un modello organizzativo (le sezioni di quartiere) corrispondenti ad una composizione sociale del territorio del tutto diversa dall’attuale.
Senza questo doppio processo di modifica radicale dei nodi strutturali di funzionamento- comunicazione e di attenzione ed articolazione dei contenuti analitici del discorso politico, in cui il merito -anche istituzionale- abbia la prevalenza, ogni nostro parlare, dentro e fuori, teorico e programmatico, rimarrà incasellato nell’ambito della mera propaganda, per la quale valgono le parole di Horkheimer e Adorno “Propaganda per cambiare il mondo: che sciocchezza! La propaganda fa della lingua uno strumento, una leva, una macchina (…) gridando libertà, contraddice a se stessa. La falsità è inseparabile da essa. È nella comunità della menzogna che i capi e i gregari si ritrovano attraverso la propaganda, anche quando i contenuti in sé sono giusti. Anche la verità diventa, per essa, solo un mezzo di acquistare seguaci; essa altera la verità già nell’atto di formularla. Perciò la vera resistenza non conosce propaganda. La propaganda è antiumana. Essa dà per scontato che il principio per cui la politica deve nascere da una comprensione comune non sia che un modo di dire”.